Pmi italiane, solo il 9% utilizza l’e-commerce. Ma il 35% ne sta valutando l’adozione entro il 2022

E-commerce, tutte lo conoscono, ancora poche però lo utilizzano: è la fotografia del commercio online da parte della piccole e medie aziende italiane, secondo il recente report Market Watch PMI realizzato da Banca Ifis. Andando direttamente ai numeri, si scopre che solo il 9% delle Pmi ha attivato o usa le piattaforme digitali per vendere i propri prodotti. A livello di settori merceologici, i più innovativi e dinamici sono l’agroalimentare (il 19% delle imprese sfrutta il commercio elettronico), la moda (16%), la chimica e la farmaceutica (16%). 

La pandemia spinge le vendite on line

Tra i dati emersi dall’indagine, non sorprende che nell’ultimo anno ci sia stata una ritrovata spinta verso il canale digitale: il 26% di chi lo utilizza lo ha adottato negli ultimi 12 mesi, individuandolo come uno strumento per poter continuare nella propria attività anche in tempi di restrizioni e chiusure. I numeri confermano comunque che l’e-commerce è una modalità recente: solo un’azienda su tre, infatti, lo utilizza da almeno cinque anni. Perché si sposta l’attività anche sulle piattaforme e-commerce, oltre alla stretta contingenza? Il 57% delle imprese coinvolte sostiene per la volontà di diversificare i canali di acquisto – specie per le aziende che operano nella moda, nella tecnologia e, per quanto riguarda il profilo geografico, nel Nord Est – mentre un altro 53% afferma di rispondere così a una richiesta del mercato.

Expertise interna o esterna?

Il 39% delle PMI che ha attivato un canale di vendita digitale ha investito sulla formazione di risorse già interne all’azienda per gestirlo, una su cinque ha invece assunto personale ad hoc. Mentre l’85% si è rivolta ad operatori specializzati per la gestione della logistica. Il 39% ha scelto poi di affiancare a un proprio applicativo anche un marketplace esterno: nel 64% dei casi si tratta di Amazon, nel 22% di Alibaba. I ricavi dell’e-commerce valgono oggi circa il 9% del fatturato complessivo di una Pmi, un dato che per 6 imprese su 10 è in aumento rispetto a quello generato nel 2019. Il 75% dei ricavi proviene dal mercato domestico e, elemento interessante, il 32% da clienti business, a conferma del fatto che il commercio digitale può essere strategico anche in ottica B2B.

Quali le criticità?

Le aziende che non hanno ancora adottato un canale on line hanno scelto questa strada perché non ritengono (nell’80% dei casi, quasi un plebiscito) questo tipo di vendita adatto ai loro prodotti. Ancora, due aziende su tre lamentano problematiche legate all’aggiornamento dei sistemi informativi e della dotazione tecnologica. Però, è questo è invece un dato positivo, il 35% delle Pmi italiane ha dichiarato di valutare l’apertura di una piattaforma di e-commerce entro i prossimi 12 mesi.

La felicità? Gli hobby come il giardinaggio e il bricolage

Durante i lunghi periodi di lockdown e restrizioni varie gli italiani si sono scoperti appassionati di bricolage, fai da te e soprattutto di giardinaggio. E da queste occupazioni ne hanno tratto benessere e, addirittura, felicità. Lo rivela un sondaggio condotto da YouGov per ManoMano, l’commerce dedicato alla casa e alle attività connesse, mettendo in luce che 1 persona su 2 ha dichiarato di aver praticato attività di giardinaggio o bricolage nell’ultimo anno per staccare la mente dai problemi quotidiani. Certo, non si tratta di passioni per i giovanissimi, e i dati lo confermano: i fan dei lavori in giardino o sul balcone sono soprattutto over 55 anni, perché permettono di impegnare il proprio tempo in maniera attiva. Felicità è data anche dalla soddisfazione provata nel vedere le proprie piante crescere e le creazioni home made prendere vita (48%).

Il gardening piace alle signore del Nord Italia

E’ altissima la percentuale di nostri connazionali che ha dichiarato di essersi cimentata in attività “verdi”, legata alle cura delle piante, ben il 79%. E questa passione cresce con l’aumentare dell’età: chi ha più di 55 anni si dedica più spesso al giardinaggio, soprattutto tra le donne (84% contro un 73% degli uomini) e nel Nord Italia. In particolare, il 51% degli intervistati ha dichiarato di aver coltivato delle piante aromatiche (come basilico e rosmarino) nell’ultimo anno, il 38% ha acquistato delle piante e fiori per arredare la casa e il 35% ha coltivato delle piante da esterno e giardino.

Le informazioni? Dagli amici e dal web

Per imparare sempre di più su questi temi, rivela ancora il sondaggio, i nuovi appassionati hanno scelto canali di informazione diversificati. Se il 48% si affida ai consigli del vivaio, il 38% ha preferito invece seguire il parere di amici e conoscenti. Ma c’è anche chi sceglie il digitale: il 36% degli italiani guarda i video e i tutorial su YouTube mentre il 27% si affida a blog e siti di settore.

Dalle piante al fai da te

Oltre al giardinaggio, i nostri connazionali si sono divertiti con il bricolage: 7 italiani su 10 (71%) hanno preferito attività di fai da te. Ad esempio, il 45% ha imparato ad aggiustare oggetti nell’ultimo anno, il 27% ha occupato il proprio tempo imbiancando la propria casa o decorando le stanze (23%). Il 13% degli uomini ha anche creato nuovi mobili per arredare la propria abitazione, mentre il 22% delle donne, soprattutto tra le più giovani, si è dedicato alla creazione di oggetti e accessori.

Post pandemia, l’87% delle imprese scommette sulla ripresa

C’è voglia di ripartire, e soprattutto di farlo con ottimismo: le imprese italiane scaldano i motori per il post pandemia. Lo rivela il quarto Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato con il contributo di Credem, Edison e Michelin, che mette in luce quanto le imprese “vedano rosa”, con l’87% che si dichiara ottimista, mentre i lavoratori sono più negativi.

Obiettivi, recupero del fatturato e quote di mercato

I principali obiettivi di questo ritrovato slancio sono principalmente tesi al recupero di fatturato e quote di mercato (76%) e verso la sfida della transizione digitale (36,2%). Questa positività è particolarmente interessante – tra le parole chiave espresse dai responsabili aziendali spiccano infatti voglia di fare (62,2%), speranza (33,7%) e coesione interna (30,1%) – soprattutto perché il 68,7% delle imprese ha registrato perdite di fatturato dopo il lockdown della scorsa primavera. Nonostante le difficoltà, per il 62,2% dei responsabili aziendali le proprie aziende se la stanno cavando bene.

I lavoratori più preoccupati

Diversa è invece la posizione dei lavoratori, che vedono il futuro con timore. Secondo quanto si legge nel rapporto, sono 9,4 milioni quelli del settore privato preoccupati sul destino della propria occupazione. Nei vari inquadramenti, dai dirigenti agli operai, fra quelli che hanno espresso preoccupazione, in particolare in 4,6 milioni hanno dichiarato di temere di andare incontro a una riduzione del reddito, 4,5 milioni prevedono di dover lavorare più di prima, 4,4 milioni hanno paura di perdere il posto e di ritrovarsi disoccupati, e 3,6 milioni di essere costretti a cambiare lavoro. I più pessimisti in assoluto sono gli operai: 3 su 4 affermano di essere spaventati dai prossimi mesi.

Lo smartworking? Porta diseguaglianze

Il rapporto non poteva non prendere in considerazione uno dei grandi protagonisti dell’ultimo anno, lo smartworking. Sempre in base ai dati raccolti, per 4 lavoratori su 10 il lavoro da remoto è foriero di nuove disuguaglianze e divisioni in azienda. In particolare, è un modo di lavorare che fa paura a chi non può permetterselo, mentre invece è apprezzato da chi lo può praticare. Secondo il report, il 31,6% dei lavoratori ha sperimentato il lavoro da remoto: il 51,5% dei dirigenti, il 34,3% degli impiegati e il 12,3% degli operai. E sono contrastanti i giudizi espressi. Il 52,4% di chi pratica il lavoro a distanza lo apprezza e vorrebbe che restasse anche in futuro, invece il 64,4% di chi lavora in presenza lo teme. Per il 37% dei ‘lavoratori agili’ il proprio lavoro è rimasto lo stesso di prima, per il 35,5% è peggiorato e per il 27,5% è migliorato.

Spesa, +45% di acquisti on line in un anno

A un anno dal primo lockdown, è interessante osservare come sono cambiate le abitudini di acquisto degli italiani. E una delle prime evidenze, anche come sensazione, è che la spesa on line sia diventata una pratica estremamente diffusa, molto più che nei mesi antecedenti l’emergenza sanitaria. A tirare le fila del fenomeno, e a tracciarne la portata, è un’indagine condotta da Youthquake, agenzia di data-driven marketing con sede a Milano e Londra, che ha analizzato come sono cambiati i comportamenti dei consumatori nella Grande distribuzione organizzata (Gdo). Il numero più eclatante è sicuramente la crescita del 45% della spesa online, sia che si tratti di consegna a casa sia di ritiro in negozio.

Crescono anche le spese “super”

Un altro elemento che stupisce è l’incremento delle “spesone”, ovvero la spesa super abbondante per fare scorta, che ha messo a segno un aumento intorno al 45%. Come spiegano gli analisti, questo è un “trend dovuto alle limitazioni imposte dalle misure di contenimento della pandemia e che attualmente continua a guidare anche l’acquisto fisico del cliente all’interno dei supermercati”. Le abitudini di acquisto non potevano che risultare influenzate anche dalle variazioni di reddito degli italiani. In molti casi l’indebolimento del potere di acquisto ha comportato per il 34% delle persone una maggior attenzione al prezzo dei singoli prodotti. Un dato che riporta sempre più in auge l’utilizzo di strategie di email marketing. A questo proposito, il 75% degli utenti preferisce un tipo di comunicazione con messaggi diretti come email ed sms, per rimanere sempre informato su promo, offerte e informazioni generali. E le donne, anche in questo caso, rappresentano il pubblico più attivo per quanto riguarda le ricerche.

Si cucina di più ma si spreca di meno

Il report mette infine in luce che il 49% degli italiani cucina di più rispetto al periodo pre pandemia e in generale il 35% delle persone ha dichiarato di mangiare di più, contro il 13% che ha affermato di aver consumato meno cibo. In cucina sono sperimentate nuove ricette, anche etniche, ma soprattutto pizza (52%) e dolci (50%). Una maggiore attenzione alla provenienza dei prodotti usati in cucina ha comportato anche una maggior cura da parte del consumatore verso un’alimentazione sana che si è tramutata in forte attenzione alla filiera dei prodotti alimentari e, più in generale, in un rinnovato interesse verso i prodotti bio e a km0. Infine, si manifesta una maggior sensibilità verso il tema dello spreco alimentare con le coppie (77%) che tendenzialmente sprecano meno cibo rispetto a chi vive da solo e alle famiglie più numerose.

Quanto costa avviare un’impresa in Italia? Circa 20mila euro e oltre 80 pratiche

Fare impresa in Italia non è né facile, né veloce, né tantomeno a buon mercato. Per dire le cose come stanno: per avviare un’attività nel nostro paese servono circa 20mila euro e ci possono volere fino a 86 adempimenti burocratici. Numeri che potrebbero scoraggiare anche il più entusiasta aspirante imprenditore. A fotografare le criticità del complicato e oneroso percorso per inaugurare una  propria attività ci ha pensato l’Osservatorio nazionale della Cna “Comune che vai, burocrazia che trovi”. Si tratta di una ricerca che misura l’impatto negativo di procedure lunghe, complesse e costose per avviare un’impresa e che rappresentano il principale freno allo sviluppo economico del Paese.

Le autoriparazioni le attività più “tartassate”

Il massimo della burocrazia, rivela l’Osservatorio della Cna, è riservato alle attività di autoriparazione: per aprire un’officina il complesso apparato della pubblica amministrazione italiana pretende 86 adempimenti che si traducono in quasi 19mila euro di costi da affrontare. La strada è pressoché uguale e altrettanto ardua per chi desidera avviare un’attività imprenditoriale nell’ambito della falegnameria: 78 adempimenti e 19.700 euro di spesa per le pratiche. Le gelaterie superano i bar con 73 adempimenti contro 71. Va un po’ meglio – ma neanche poi tanto – per gli acconciatori, che se la cavano con “solo” 65 pratiche da sbrigare presso 26 enti e un onere stimato di 17.500 euro.

“Lotta alla cattiva burocrazia”

Insomma, dai dati emerge che avvicinarsi all’imprenditorialità è per molti un miraggio e proprio per questa ragione la burocrazia andrebbe snellita e razionalizzata. Con l’obiettivo di rendere tali processi più agili, davanti alla Commissione parlamentare per la semplificazione la vicepresidente di Cna, Stefania Milo, ha ricordato che la Confederazione da tempo sollecita la “lotta contro la cattiva burocrazia”, sebbene qualche passo avanti da parte del legislatore ci sia effettivamente stato. Eppure “nonostante lo sforzo profuso dal Parlamento l’azione di ammodernamento appare ancora inadeguata”. Rimangono elementi di disomogeneità, soprattutto a causa “dell’intreccio dei molteplici centri di produzione normativa” che alimentano sovrapposizioni e ritardi per l’avvio dell’attività di impresa. La vicepresidente inoltre ha evidenziato l’esigenza di fare “un tagliando agli aggiustamenti introdotti sui principali strumenti amministrativi”. Tra questi, riporta Askanews, ci sono la conferenza dei servizi, l’Autorizzazione Unica Ambientale (Aua) che non ha centrato l’obiettivo di economicità amministrativa e con tempi di rilascio ancora troppo lunghi. Così come il Suap (Sportello Unico per le attività produttive) che sconta in molte località l’impossibilità dell’accesso per via telematica nonostante sia un obbligo di legge e che scardina il principio “Once only Suap”. Il Recovery Plan offre l’opportunità irripetibile di realizzare i necessari investimenti in digitalizzazione, innovazione e capitale umano per modernizzare la pubblica amministrazione. Cna guarda con interesse al rilancio dell’Agenda per la semplificazione 2020-2023, “strumento utile per rinnovare la logica ispiratrice delle modifiche più recenti”.

Milano, nuovi immobili: prezzi stabili e addirittura in salita

Il residenziale di Milano e del suo hinterland resiste ai colpi della pandemia. O, quantomeno, tengono i prezzi degli immobili di nuova costruzione, a testimoniare di quanto il capoluogo lombardo sia sempre una piazza estremamente ambita, anche in tempi difficili. L’indicazione emerge dalla “Rilevazione dei prezzi degli Immobili sulla piazza di Milano e Provincia”, realizzata dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, in collaborazione con FIMAA Milano Lodi Monza e Brianza, Assimpredil ANCE Milano Lodi Monza e Brianza, Fiaip Lombardia, Anama Milano, ISIVI Milano e altre associazioni di categoria ed ordini professionali del settore. In particolare, gli addetti ai lavori segnalano una domanda sempre più selettiva e attenta alla qualità, anche in uno scenario reso più complesso dall’emergenza sanitaria ed economica.

Quanto costa comprare una casa nuova?

Comprare una casa nuova all’ombra della Madonnina costa in media 5.710 euro al metro quadrato, con una variazione positiva di +1,3% in un anno. La media in centro è di 10.228 euro al mq rispetto a 10.272 euro al mq del 2019, con una leggera flessione dello 0,4%. Nella zona nord, i prezzi passano da 4.268 euro al mq a 4.335 euro al mq, +1,6%. Nel quadrante meridionale si rileva la variazione più importante, con quotazioni che crescono a +5,5%, mentre nella zona ovest di Milano si passa da 5.159 a 5.177 euro al mq, con un incremento dello 0,3%. Cresce anche la zona est, da 4.575 a 4.704 euro al mq, con un incremento dei prezzi pari a +2,8%.

Anche l’hinterland con il segno più

L’andamento positivo non si ferma al perimetro di Milano, ma coinvolge anche i comuni dell’hinterland. Da Cologno Monzese a Bresso, da Cormano a Cusano Milanino, crescono soprattutto a nord e nel quadrante est i prezzi in alcuni centri nell’hinterland milanese, in un contesto che si mantiene comunque all’insegna della stabilità per gli appartamenti nuovi. L’attenzione degli operatori si concentra sulla qualità dei servizi e sulla disponibilità di zone verdi, in un mercato che comincia a riflettere il cambio di paradigma conseguente all’emergenza sanitaria.

Chi sale e chi scende

Anche se i quartieri più costosi si confermano, ovviamente, quelli del centro città, in proporzione mettono a segno incrementi dei prezzi anche zone come Greco, Corvetto, Solari/Napoli, piazza Udine, Forlanini/Mecenate, Musocco – Villapizzone e Lambrate. Mentre i prezzi di vendita delle case nuove tengono, o addirittura crescono, lo stesso non si può dire per gli affitti. Il mercato delle locazioni nelle diverse zone della città vede i prezzi massimi – quelli degli appartamenti pregiati nelle zone più ambite e centrali  – registrare la riduzione di valore più significativa. In centro le quotazioni calano a -11% per i monolocali e a -20% per i bilocali. Nella cerchia dei Bastioni si evidenziano valori in diminuzione di -4% per i monolocali e di -5% per i trilocali. Più stabile il mercato degli affitti in Circonvallazione e nella prima periferia.

Ristoranti e shopping: come sono cambiate le abitudini durante la pandemia

E’ inutile negare che il 2020 abbia comportato cambiamenti profondi alle abitudini di tutti noi, comprese quelle che riguardano gli acquisti. Eppure, non mancano delle sorprese che mettono in luce come il “local” sia una tendenza ormai radicata e quasi accentuata dall’emergenza. Lo rivela Ipsos che in un sondaggio globale ha esplorato il cambiamento delle abitudini di acquisto dei consumatori presso i piccoli negozi e ristoranti durante la pandemia. In linea generale, i consumatori di tutto il mondo riferiscono di mangiare meno frequentemente al ristorante (anche perché diversi paesi sono in lockdown) e fare più spesso acquisti online rispetto alla situazione pre-pandemica. Tuttavia, gli acquisti effettuati a livello locale – da agricoltori, produttori, imprese e ristoranti locali – risultano essere sostanzialmente invariati rispetto a prima della pandemia. A livello globale, il 63% degli intervistati afferma di frequentare i piccoli ristoranti o di proprietà locale meno frequentemente rispetto a prima della pandemia. Tra i 28 Paesi esaminati, il Giappone ha registrato il calo più lieve, con una percentuale pari al 44%, invece, l’Italia si colloca in una posizione intermedia con una percentuale del 60%.

La scelta si sposta sull’asporto e il delivery

Se andare direttamente al ristorante è un’abitudine che per ovvi motivi registra una battuta d’arresto, d’altro canto il 23% dei consumatori di tutto il mondo dichiara di mangiare più sovente cibo da asporto e/o consegnato direttamente a casa da piccoli ristoranti o di proprietà locale; il 45% afferma di usufruire della consegna a domicilio o dell’asporto con la stessa frequenza rispetto a prima della pandemia. In Italia, il 48% delle persone dichiara di consumare cibi da asporto o consegnati direttamente a casa con la stessa frequenza rispetto alla situazione pre-pandemica, in linea con la media globale.

Acquisti in piccoli negozi o online?

A livello globale, la maggior parte degli intervistati (54%) dichiara di non aver modificato la frequenza con cui effettua acquisti di persona presso piccole imprese o locali, e l’Italia non fa eccezione. Per quanto riguarda gli acquisti online, a livello globale meno della metà degli intervistati – il 43% – afferma di fare shopping online più spesso. Il Nord America guida l’aumento globale della frequenza degli acquisti online, con la metà dei consumatori che dichiara di fare acquisti online più sovente. L’Italia, anche in questo caso, si colloca in una posizione vicina alla media globale. Sono però i consumatori con un reddito più elevato (49%) quelli che affermano di aver scelto la modalità online con più frequenza rispetto a prima della pandemia: probabilmente chi ha più disponibilità ha anche più strumenti per comprare sul web.

Milano, Lodi, Monza Brianza: nel 2020 più nuove imprese di quelle cessate

Resta positivo il saldo delle imprese iscritte nel corso del 2020 alla Camera di Commercio di Milano, Monza e Brianza, Lodi. Un segnale decisamente positivo che regala un pizzico di ottimismo in mesi resi cupi dagli effetti della pandemia, pesantissimi non solo per la salute ma anche per l’economia nazionale. Comunque sia, il sistema produttivo di quest’area lombarda si conferma ancora una volta tenace e resiliente, come rivelano le analisi dell’Ufficio Studi della Camera di Commercio su dati Registro Imprese. Complessivamente a dicembre 2020 si contano 384 mila imprese attive (in un anno -0,4%), di cui 305 mila imprese a Milano, 64 mila a Monza Brianza 14 mila a Lodi.

I numeri dell’imprenditorialità del Milanese

Entrando nel merito dei numeri, sono 383.726 le imprese attive a Milano, Monza Brianza Lodi a dicembre 2020, in calo di -0,4% rispetto alle 385.171 di dicembre 2019. In particolare, a chiusura 2020, si contano 305.395 imprese attive a Milano (-0,4% in un anno); a Monza Brianza le imprese attive sono 63.946 (-0,3%) mentre a Lodi i numeri passano da 14.509 a 14.385 (-0,9%). Tuttavia, accanto ai dati tutto sommato ancora positivi che contraddistinguono l’andamento delle imprese, l’analisi evidenzia i mutamenti dovuti alla grande incertezza dovuta alla pandemia. Incertezza che ha avuto un riverbero significativo sull’andamento demografico dell’imprenditoria del territorio, evidenziato dai risultati di iscrizioni e cessazioni.

Chi nasce, chi abbandona e il confronto con il 2019

Le rilevazioni segnalano che le nuove imprese nate a Milano, Monza Brianza e Lodi nel 2020 sono state complessivamente 25.393. A fronte di queste, nello stesso periodo 20.989 hanno cessato l’attività. Un saldo positivo (4.404 unità), che va tuttavia confrontato con il 2019: la rilevazione segnala che le iscrizioni sono diminuite del 17,2%, così come parallelamente le cessazioni hanno fatto segnare un calo (-12,3%); anche il saldo è risultato in netta flessione (era stato di 6.725 nel 2019). “Di fatto, i dati fotografano una situazione ancora in divenire, dal momento che tendenzialmente le cancellazioni di attività nel Registro delle imprese si concentrano nei primi tre mesi dell’anno” fanno sapere dall’Ufficio Studi delle Camera di Commercio di di Milano, Monza e Brianza, Lodi. “La rilevazione del primo trimestre 2021 potrebbe, quindi, evidenziare i maggiori effetti sul sistema imprenditoriale causati dalla pandemia”. In sintesi, non resta che aspettare l’evoluzione dei prossimi mesi per avere un quadro più preciso e puntuale dell’imprenditorialità di Milano, Monza e Brianza, Lodi.

Spirito imprenditoriale, in tempi di virus aumenta tra giovani e donne

Il Covid-19 metterà il freno ad alcune nostre libertà, ma di certo non blocca lo spirito imprenditoriale di diverse categorie, in particolare le donne e le giovani generazioni. A dirlo è nuovo sondaggio Ipsos, condotto in 28 Paesi tra oltre 20.000 intervistati, che ha rivelato che un terzo degli adulti in tutto il mondo mostra un livello molto elevato di spirito imprenditoriale. L’Entrepreneurial Spirit Index di Ipsos considera 18 caratteristiche imprenditoriali chiave a livello globale, che vanno dall’etica del lavoro alla propensione di assunzione dei rischi. 

Paese che vai, differenze che trovi

Tra gli aspetti emersi dal sondaggio il primo ad apparire è il fatto che lo spirito imprenditoriale varia, e anche di molto, da Paese a Paese. Ad esempio la Colombia si posizione al primo posto, seguita da Sud Africa e Perù; invece, Belgio, Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Corea del Sud e Giappone si collocano in fondo alla lista. Su 28 Paesi considerati, l’Italia si piazza al 13° posto con una percentuale del 29% (in linea con la media globale pari al 32% e in aumento del 5% rispetto al 2018). Molti esperti ed economisti affermano che l’imprenditorialità è fondamentale per una ripresa economica e che un’economia rinnovata dipenderà in gran parte dall’attività imprenditoriale dei cittadini. Insomma, una piccola carica di ottimismo per il futuro che ci attende.

La pandemia ha messo in moto l’imprenditorialità

Tra gli altri risultati più significativi del sondaggio, si scopre che la pandemia ha messo in moto la voglia di fare, tanto che 3 imprenditori su 10 hanno avviato un’attività imprenditoriale proprio nell’ultimo anno. In particolare, lo spirito imprenditoriale è più alto tra i Millennials e la Gen. X, nonché tra chi possiede un livello di istruzione e reddito superiore. Ma è aumentato molto anche fra le donne e pure tra le categorie che possiedono un livello d’istruzione e reddito più basso.

Le criticità nelle varie aree del mondo

Tuttavia, esistono delle ombre, come quella sulle disparità di genere ancora esistenti. Per la maggior parte degli intervistati, le donne non ricevono un trattamento equo quando cercano di avviare un’attività imprenditoriale. Soltanto in 5 dei 28 Paesi esaminati – Cina, Arabia Saudita, India, Malesia e Turchia – si ritiene che le donne siano trattate in modo equo. Tra le restanti 23 posizioni, l’Italia rientra tra i Paesi più convinti che la disparità di genere sia ancora molto elevata (25% vs. 37% a livello globale). Ancora, dal sondaggio emerge che, a livello globale, solo il 29% dà giudizi positivi all’assistenza da parte del proprio Governo agli imprenditori. Si ritiene che il governo stia facendo un lavoro migliore in India, Polonia, Malesia e Messico, mentre le valutazioni più basse si riferiscono a Belgio, Perù, Ungheria, Giappone e purtroppo Italia.

Piccole e medie imprese, il 2021 preoccupa 1 azienda su 4

Il 2021 porta con sé, oltre a tante speranze, anche una dose di preoccupazione, specie per le piccole e medie imprese. Come sottolinea una recente indagine condotta dal Centro studi CNA tra gli iscritti alla Confederazione, intitolata “Pensare a un futuro senza Covid. Le aspettative delle imprese per il 2021”, si scopre che un’impresa su quattro teme di chiudere.

Le previsioni degli imprenditori

In merito allo scenario previsto per l’anno appena iniziato il 74,1% delle imprese coinvolte nell’indagine immagina che la caduta del prodotto interno lordo tricolore registrata nel 2020 possa essere recuperata solo parzialmente nel 2021. Il 23,1%, invece, è ottimista e crede che l’Italia sia in grado di riconquistare rapidamente i livelli pre-Covid. Ovviamente le risposte e la visione del futuro sono molto differenti a seconda dei comparti in cui operano le imprese. Infatti mostrano una visione negativa le imprese attive nei settori più colpiti dal lockdown, come costruzioni, turismo e servizi alla persona, mentre hanno prospettive più rosee quelle che operano in aree come i servizi per le imprese, dall’offerta immateriale e con ampie possibilità di intervenire da remoto.

Un terzo delle imprese pensa di crescere

A fronte di un 32,9% complessivo di imprese che nel 2021 ritiene di crescere (l’8,7% presume un incremento sui risultati pre-Covid) o perlomeno di recuperare le perdite accumulate nel 2020 (24,2%), si nota un largo 67,1% scarsamente o per nulla fiducioso nel breve periodo. In particolare, il 40,1% delle imprese intervistate, dopo avere accusato un forte ridimensionamento nel 2020, è convinto che nel 2021 non tornerà ai livelli precedenti. E il restante 27% ha addirittura paura di cessare l’attività nei prossimi mesi. Disaggregando tali dati per settore, la palma dell’ottimismo va al comparto edilizio (il 46,5% è orientato favorevolmente, anche grazie alle speranze riposte nel Superbonus 110% e nelle altre agevolazioni previste per le costruzioni), seguito dal manifatturiero (36,2%). Molto meno fiduciosi, e che temono il rischio chiusure, sono i settori che hanno dovuto sopportare danni economici rilevantissimi, come il turismo (43,5% del totale), il trasporto (33,3%) e i servizi per la persona (31,7%).

Le priorità per ripartire

L’indagine mette in luce quelle che sono le priorità indicate dalle imprese per ripartire. Il 36,4% delle aziende pensa di continuare adottando ancora la diversificazione delle zone a seconda della gravità della situazione sanitaria, mentre il 35,6% ritiene le ragioni dell’economia prioritarie e quindi la necessità di evitare nuovi lockdown. Un 28% chiede infine che l’Italia proceda nel solco degli altri Paesi europei, al fine principale di mantenere invariata la posizione competitiva nazionale.