I musei italiani si scoprono digital dopo la pandemia

Evoluti, con un sito web e sempre più digitali: i musei italiani cambiano offerta e modalità di esperienza a seguito della pandemia. Una rivoluzione avvenuta in fretta, come evidenzia il recente Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali della School of Management del Politecnico di Milano. Un po’ come successo per moltissime realtà produttive, anche le istituzioni culturali hanno dovuto adattare alla nuova normalità i loro modelli di fruizione. Qualche dato interessante: “Oggi, il 95% dei musei ha un sito web (una crescita importante, superiore al 10%, rispetto al 2020) e l’83% un account ufficiale sui social (una crescita, rispetto al 76% del 2020, guidata dal forte aumento della presenza su Instagram). Grazie al digitale si è aperta l’opportunità di ripensare il rapporto con l’utente come un’esperienza estesa, nel tempo e nello spazio, in quanto non confinata al luogo e al momento dell’esperienza in loco, ma potenzialmente continua e accessibile da qualsiasi luogo e in qualunque momento” precisa Michela Arnaboldi, responsabile scientifico dell’Osservatorio. Ma c’è di più: in questi mesi è aumentato il numero di musei che hanno pubblicato la collezione digitalizzata sul proprio sito web (dal 40% del 2020 al 69% del 2021) e il 13% si è cimentato anche sull’offerta di podcast. Nonostante ciò, le istituzioni che si basano su un vero e proprio piano strategico che comprenda anche l’innovazione digitale rappresentano ancora una minoranza (il 24%, esattamente come un anno fa).

Le tecnologie maggiormente adottate

Tra le nuove offerte online messe a punto dai musei, spiccano laboratori e attività didattiche (il 48%), tour e visite didattiche a distanza (45%) e podcast (13%). Il digitale è quindi lo strumento di eccellenza anche per offrire un’esperienza più interessante di fruizione dei contenuti: il 70% delle istituzioni culturali ha adottato almeno una nuova tecnologia. I più diffusi sono il QR Code e Beacon (il 33% delle istituzioni ne fa uso), seguiti dalle più tradizionali audioguide (32%, stabili rispetto al 2020) e dagli schermi touch screen (32%). Infine, un’istituzione culturale su quattro mette a disposizione dei propri utenti un’applicazione.

Nuovi modelli di business

Quello che è accaduto a livello globale ha ovviamente spinto anche i musei a ragionare su nuovi modelli di business, anche perchè nel 2020 si è assistito a una forte riduzione delle entrate da biglietteria (in media del 56%). Bisogna insomma passare da soluzioni trovate come risposta all’emergenza pandemia ad asset strutturali. Quanto ai contenuti digitali, i modelli di offerta sono stati diversi. La maggior parte delle istituzioni culturali ha scelto di fornirli, almeno in una prima fase, in modo gratuito. Questa scelta, dice l’Osservatorio, “può diventare una linea strategica quando si vuole usare il prodotto digitale per aumentare l’engagement, usare l’online come stimolo per la visita fisica o per ottenere informazioni sul pubblico da poter utilizzare per attività di marketing”.

Come sarà il 2030 per i giovani? Tecnologico, inclusivo e sostenibile

Come sarà il 2030 per i giovani? Dalla ricerca Next Gen 2030BNP di Paribas Cardif, condotta sui giovani tra15-30 anni, emerge una visione ottimista. Oltre due intervistati su tre (73%) sono convinti che nel 2030 si vivrà meglio, e con un profondo senso di ‘umanesimo’. Secondo i giovani le nuove tecnologie rivoluzioneranno il mondo del lavoro, con pc intelligenti, assistenti vocali e sistemi di monitoraggio del benessere del lavoratore (32%), e lo smartworking sarà alternato alla presenza (52%), se non addirittura preponderante (34%). Ma per i ragazzi nel futuro vivremo anche in una società in cui le discriminazioni di genere saranno superate (35%), l’aspetto fisico non sarà più fondamentale (32%), e avere una donna alla Presidenza della Repubblica o del Consiglio (26%) sarà la normalità.

L’AI entrerà nella sanità e nella scuola

Nel 2030 i giovani immaginano anche ospedali dotati di sale operatorie intelligenti, con assistenti virtuali e tecnologie integrate (31%). Il cambiamento atteso riguarda però tutto il mondo della sanità, che nella visione delle nuove generazioni riuscirà a riconvertire lo sforzo per lo studio dei vaccini anche per combattere altre malattie (46%). Quanto alla scuola, invece, metà degli intervistati (51%) crede che cambieranno le materie studiate, in un modello che prevede alcuni giorni in DAD (36%), o in strutture in stile campus/college americano (29%). Anche qui torna il leitmotiv dell’AI, che per il 62% rappresenterà il corso universitario del futuro.

Un’evoluzione in positivo della società sembra quasi inevitabile

Quanto ai rischi del futuro, per la Next Gen al primo posto ci sono quelli cyber (43%), seguiti dai danni provocati dal malfunzionamento della guida autonoma (32%) e da nuove pandemie (27%). In generale però un’evoluzione in positivo della società sembra essere quasi inevitabile, con un impatto anche sull’organizzazione delle città, che diventeranno più a misura d’uomo, soprattutto della popolazione con esigenze specifiche, come mamme, anziani, disabili (33%), e sulla mobilità, con un’AI che gestirà il traffico anche tramite semafori intelligenti (24%). Lo stesso ottimismo non si riscontra sempre per l’ambiente. Se da una parte molti immaginano la scoperta di nuove tecniche per riciclare e riutilizzare i prodotti (41%), non mancano i pessimisti che prevedono un peggioramento del riscaldamento globale e dell’inquinamento (31%).

L’e-commerce, i social e la casa del futuro

La digitalizzazione già avviata nell’universo dei pagamenti compirà poi un ulteriore passo verso l’economia cashless (51%) e l’e-commerce diventerà la modalità d’acquisto dominante (40%), ma anche l’esperienza fisica potrebbe migliorare grazie a negozi senza casse (24%) o alla vendita a domicilio su appuntamento (24%). Quanto al mondo dei social, secondo il 32% dei giovani intervistati i social attuali non esisteranno più, e c’è chi crede che ognuno avrà il suo social, impostato come desidera (23%). E in casa? Si immaginano tv più grandi e sottili da stendere e srotolare sul muro (36%), le abitazioni diventeranno tecnologiche (43%), salubri, con sistemi di purificazione dell’aria e di riduzione del rumore (37%) e alimentate esclusivamente da energie rinnovabili (36%).

Si diffonde un fenomeno poco apprezzato: il phubbing

La netiquette, dal vocabolo inglese network (rete) e da quello francese étiquette (buona educazione) indica quell’insieme di regole informali che disciplinano il buon comportamento di un utente su Internet. Ma, come accade anche nella vita reale, non tutti rispettano queste regole. Rispetto allo smartphone, ad esempio, c’è un termine, il Phubbing, dall’inglese ‘Phone’ e ‘Snubbing’, che descrive l’atto di trascurare con intenzione i propri interlocutori reagendo istantaneamente a qualsiasi notifica proveniente dal telefono, o semplicemente, navigando su Internet nel bel mezzo di una conversazione. Sebbene il termine non sia molto noto il fenomeno è fin troppo diffuso. E decisamente poco apprezzato.

Un comportamento irritante 

Quando viene subìto il Phubbing è ritenuto un comportamento irritante dalla quasi totalità degli intervistati (81%) da una survey realizzata da Wiko. Eppure, oltre il 70% ammette di aver ceduto a questa cattiva abitudine almeno una volta. Il 23% degli intervistati afferma addirittura di ‘snobbare’ il prossimo frequentemente, lanciando continue occhiate distratte al telefono mentre è in compagnia di una o più persone. Un dato che non stupisce, considerando che il 68% degli utenti controlla il proprio smartphone più di 50 volte al giorno. D’altronde, il device mobile è ormai l’oggetto che mantiene tutti costantemente in contatto e aggiornati, è usato per lavorare, studiare, controllare le notizie, anticipare i cambiamenti del meteo e per socializzare. A quanto pare, però, non con chi ci sta davanti.

Si controlla il display più spesso perché ci si annoia

Tra le motivazioni più comuni per distrarsi con lo smartphone c’è la noia. Il 78% dei partecipanti alla survey dichiara di controllare il display più spesso se si annoia. Occhio quindi a mantenere le conversazioni sempre brillanti, pena l’essere ignorati. Il restante 22%, invece, cede alla distrazione solo in caso di particolare agitazione. Se l’argomento è spinoso o l’interlocutore mette in soggezione, rifugiarsi nello schermo dello smartphone pare funzionare come un ottimo antistress.

C’è chi ha difficoltà a lasciare il telefono durante una conversazione

Per quanto odiato, la maggioranza, comunque, ritiene il phubbing giustificato se la causa della distrazione digitale è l’attesa di un messaggio importante (61%). E il 39% ha una soglia di tolleranza perfino più alta: il semplice controllo di notifiche ed e-mail vince sulla buona etichetta. Questioni di priorità, insomma. Nonostante quasi tutti siano d’accordo che il phubbing contribuisca a rendere secondaria l’interazione con gli altri, aumentando la possibilità di fraintendimenti, discussioni e malumori, sembra proprio che alcuni non riescano a fare a meno di avere lo smartphone sempre a portata di mano. Il 30% degli intervistati, infatti, avrebbe grosse difficoltà a lasciare il telefono in tasca per il tempo di una intera conversazione.

Gli italiani? In fatto di cibo sono tra i meno “spreconi”

Gli italiani stanno vivendo un momento d’oro per la loro reputazione livello internazionale, fra successi sportivi e in generale in tanti ambiti. ora al palmares si aggiunge anche la medaglia di popolo virtuoso in fatto di spreco alimentare. Proprio così: in base al primo report “Food&Waste around the World” condotto in otto nazioni del mondo gli italiani guidano la ‘hit’ dei popoli più virtuosi del Pianeta con 529 grammi di cibo sprecato a testa nell’arco di una settimana.
L’indagine, firmata da Waste Watcher International Observatory on Food & Sustainability e realizzata in collaborazione con Unitec, Natura Nuova, Electrolux, Conai, Unioncamere e Agrinsieme, ha fornito un confronto incrociato sulle abitudini di acquisto, gestione e fruizione del cibo a livello planetario. Italia, Spagna, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Cina, Russia sono i paesi esaminati, con interviste a 8mila cittadini. 

Quando cibo finisce nella spazzatura?

Tornando ai dati, i cittadini cinesi dichiarano di gettare nel 75% dei casi il cibo una o più volte alla settimana, dietro di loro ci sono i cittadini statunitensi: il 55% spreca almeno settimanalmente. In generale si evidenzia quindi la dicotomia tra Paesi europei e Paesi nordamericani/Cina: in termini di frequenza dello spreco gli intervistati europei segnalano livelli più bassi (una media del 68% degli intervistati dichiara di sprecare meno di una volta alla settimana) mentre i nordamericani segnalano livelli più alti di spreco alimentare (una media del 57% degli intervistati dichiara di sprecare meno di una volta a settimana).

Gli americani i meno attenti

Come diceva, in valori assoluti gli italiani sono i “bravi” in fatto di spreco alimentare, buttando solo 529 grammi di cibo nell’arco di una settimana, confermandosi i più virtuosi del globo. Dall’altra parte della classifica dei piazzano invece  i  cittadini statunitensi, che si autodenunciano per lo spreco di 1453 grammi di cibo settimanali. Subito dopo ci sono i cinesi con 1153 grammi, quindi i canadesi con 1144 g, seguono i tedeschi con 1081 g, e quindi, sotto il kg, arrivano i cittadini inglesi (949 g), spagnoli (836 g) e russi (672).In termini di frequenza dello spreco alimentare gli intervistati europei segnalano livelli più bassi (in media, il 68% dichiara di sprecare meno di una volta alla settimana), invece, i nordamericani segnalano livelli più alti di spreco alimentare (in media, il 57% degli intervistati dichiara di sprecare meno di una volta a settimana). La bella notizia è che comunque noi italiani, anche per una “gara” cos’ importante come lo è la lotta allo spreco, quest’anno siamo sul podio.

L’economia circolare genera più di 200 nuove professioni

Designer circolare, gestore della logistica inversa, esperto di blockchain per la sostenibilità, tecnico di gestione della filiera, carrellista digitale, e ancora, imprenditore e ingegnere gestionale, ovvero, coloro che dovranno guidare le aziende nel processo di innovazione verso l’economia circolare. Sono più di 200, e in continua crescita, le nuove professioni “generate” dell’economia circolare: le ha censite un’indagine realizzata da Randstad Research. L’indagine fa emergere nuove figure professionali specifiche, che al di là delle competenze richieste, sono legate dai temi della circolarità e della sostenibilità, temi che fanno da collante tra i diversi ambiti professionali e all’interno delle professioni stesse. Le professioni dell’economia circolare richiedono infatti che queste entrino in connessione reciproca, intrecciandosi tra loro. L’economia circolare promette, quindi, non solo un nuovo modello economico, ma anche un nuovo modello di lavoro.

Un mix di conoscenze ‘ibride’ e trasversali ai settori

Secondo la ricerca di Randstad le professioni coinvolte richiedono un mix di conoscenze ‘ibride’, sia tecnico-scientifiche specifiche dell’ambito di riferimento, sia trasversali al settore. Un aspetto che però evidenzia l’insufficienza di personale adeguatamente preparato a ricoprire questi ruoli, “con il rischio – commenta Randstad – di esasperare nei prossimi anni la cronica difficoltà di reperimento”.
Secondo la ricerca di Randstad sarà quindi necessario superare i vecchi modelli di organizzazione del lavoro, e sarà necessario anche passare dalla segmentazione delle mansioni lavorative al collegamento tra queste.

Quindici ‘costellazioni’ professionali

Nel repertorio aperto delle nuove professioni dell’economia circolare, Randstad Research ha rappresentato 15 ‘costellazioni’ professionali, costituite da tre gruppi di professioni: professioni centrali, professioni specialistiche, presenti solo in alcuni tipi specifici di aziende, e professioni emergenti trasversali. Dall’analisi delle competenze richieste, nelle oltre 200 professioni individuate da Randstad Research, sono fondamentali principalmente le conoscenze tecnico-scientifiche, lo spirito di progettazione, l’attitudine al cambiamento, la capacità di gestione e di controllo, la conoscenza delle norme, la vocazione alla comunicazione e quella al coordinamento. Si tratta quindi di profili ibridi che richiedono conoscenze più ricche del comune, e una maggiore capacità di mettersi ‘in connessione’ con altre professioni, riporta Ansa.

Nei prossimi mesi il problema del matching è destinato ad aggravarsi

“È necessario sostenere lo sviluppo dell’economia circolare evitando colli di bottiglia nelle risorse umane – dichiara Daniele Fano, coordinatore del comitato scientifico di Ranstad Research – nei prossimi mesi, in cui l’Italia sarà impegnata nella transizione sostenibile, è destinato ad aggravarsi il problema del matching, la difficoltà a riempire i posti vacanti che già oggi ci affligge.
Il nostro sistema formativo deve attrezzarsi rapidamente per formare il capitale umano che nei prossimi anni dovrà programmare, realizzare, e gestire tecnologie e servizi dell’economia circolare”. Un piano per la formazione, si legge su ecologica.it, che secondo Fano dovrebbe riguardare “dalla scuola materna alla formazione continua”.

Dormire bene, il segreto per essere cyber-educati

L’irritabilità derivante da un sonno poco ristoratore potrebbe riversarsi nelle e-mail di lavoro mentre una bella dormita potrebbe metterci al riparo dall’essere cyber-maleducati. A dirlo sono gli scienziati della West Texas A&M University, che hanno condotto uno studio proprio sulla connessione tra sonno e civiltà informatica pubblicato sulla rivista Sleep Health. La ricerca ha esaminato 131 dipendenti per un arco temporale di due settimane. Durante questo periodo, gli esperti hanno chiesto ai lavoratori di tenere una sorta di diario, rispondendo a due questionari giornalieri. Alle 7 di ogni mattina, i partecipanti all’esperimento segnavano come avevano dormito la notte precedente, mentre alle 16 dovevano indicare se avevano avvertito segnali di stanchezza e se soprattutto avevano manifestato episodi di inciviltà informatica. Con questo termine, si fa riferimento a atti di “maleducazione o scortesia consentiti dalla tecnologia”, come ad esempio ignorare una richiesta di programmare un incontro o fare “osservazioni umilianti o dispregiative tramite e-mail”.

Meno sonno, più aggressività

I risultati suggeriscono che i dipendenti che dormivano meno o peggio mostravano una maggiore frequenza di episodi di cyber maleducazione. Lo studio ha totalizzato complessivamente 945 questionari mattutini e 843 sondaggi pomeridiani. I ricercatori hanno così riscontrato che una notte di sonno più breve comportava maggiore affaticamento, minore capacità di autoregolamentazione e soprattutto un più alto numero di episodi di inciviltà informatica sul lavoro. L’autore principale dello studio, Trevor Watkins, ha spiegato: “I nostri risultati si basano su ricerche precedenti che suggeriscono che l’autocontrollo viene ripristinato mentre le persone dormono. Dopo una notte di sonno di scarsa qualità, invece, gli individui perdono l’autocontrollo e hanno maggiori probabilità di incappare in episodi di cyber-maleducazione al lavoro il giorno successivo”. 

Le dritte per una vera buona notte

Per il proprio benessere e per essere più produttivi nella vita, non solo professionale, può essere utile seguire qualche facile consiglio per dormire di più e meglio. Ad esempio andare a letto e svegliarsi alla stessa ora ogni giorno, anche nei fine settimana, ma anche rilassarsi con una sessione di yoga o altre attività piacevoli può essere d’aiuto. Inoltre, gli esperti consigliano a chi ha problemi di insonnia di evitare gli schermi, come quello del telefono o di altri device elettronici, da almeno un’ora prima di andare a letto. A tavola, meglio evitare cibi pesanti o eccedere con il consumo di caffè o alcolici. Infine, la camera da letto dovrebbe essere “sleep friendly”, con un materasso comodo, una temperatura gradevole e tende oscuranti se necessario. 

Il Green Pass per gli italiani è più importante della privacy

L’80% dei cittadini italiani rinuncerebbe alla privacy pur di acquisire maggiore libertà di accesso alle attività quotidiane. In pratica, cederebbe le proprie informazioni personali e sensibili in accordo al Green Pass. Stessa opinione per la maggior parte degli europei, anch’essi disposti a fornire i propri dati personali per non subire più le restrizioni imposte dal lockdown. Una nuova ricerca di Kaspersky analizza quanto la privacy dei dati sia importante per gli italiani dopo la pandemia, e quali siano le preoccupazioni principali a essa associati. La ricerca di Kaspersky si basa sulle interviste condotte su un campione di 8 mila persone di nove Paesi europei.

Disposti a rinunciare ai dati personali in cambio di maggiore libertà

Il Green Pass è il certificato Covid digitale dell’Unione Europea, ed è una prova digitale attestante che una persona è stata vaccinata contro la patologia da Covid-19, ha ottenuto un risultato negativo al test, oppure è guarita dalla patologia.
“Nonostante molti europei siano disposti a rinunciare ai loro dati personali in cambio di maggiore libertà, è importante che i governi nazionali siano più trasparenti sulle politiche di raccolta e archiviazione dei dati, per costruire un rapporto di fiducia con i cittadini e superare in sicurezza la pandemia”, ha dichiarato Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky.

Viaggiare all’estero, andare al ristorante e partecipare agli eventi 

Ma quali sono più in particolare i motivi per cui i cittadini italiani rinuncerebbero alla privacy in favore del Green Pass? Innanzitutto la possibilità di tornare a viaggiare all’estero. Questo il primo motivo che spingerebbe il 36% degli italiani a condividere i propri dati sanitari, seguito dalla possibilità di tornare a frequentare bar o ristoranti (23%) e di poter tornare a partecipare a grandi eventi (24%). Ricominciare a frequentare i centri commerciali dopo la pandemia non sembra invece interessare molto i connazionali: solo il 22% degli intervistati l’ha inserita tra le motivazioni per fornire informazioni personali.

Sì a cedere la privacy, ma resta il dubbio sulla gestione dei dati personali

Nonostante la disponibilità a cedere la propria privacy in cambio di tornare a viaggiare e potere ottenere una maggiore libertà, l’Italia è tra le nazioni maggiormente preoccupate di come vengono gestiti i dati individuali. Secondo la ricerca di Kaspersky, se il 98% dichiara che la privacy è un argomento importante, solo il 63% degli italiani ritiene di avere effettivamente il controllo sulle organizzazioni che vi hanno accesso. Parallelamente, l’85% degli intervistati è preoccupato che i propri dati possano cadere nelle mani sbagliate nei prossimi due anni.  

Italiani e sostenibilità digitale, cosa ne sanno e cosa ne pensano?

Grazie a Next Generation EU nei prossimi anni l’Italia potrà investire 191 miliardi di euro nel PNRR, un piano basato su due assi, digitalizzazione e sostenibilità ambientale e sociale. Ma se una parte degli italiani pensa di conoscere il tema (80%) vi è ancora una grande confusione, soprattutto per le priorità percepite. Inoltre, se il 46% degli italiani ritiene prioritarie le scelte ambientali, il 38% quelle orientate al benessere dell’individuo, e il 16% quelle economiche, allo stesso tempo il 62% non è in grado di correlare la visione di sostenibilità che ritiene prioritaria con le scelte economiche e sociali che dovrebbero essere coerenti con essa. Si tratta dei risultati della ricerca Italiani e Sostenibilità Digitale: cosa ne sanno, cosa ne pensano, realizzata dal Digital Transformation Institute, la prima Fondazione di Ricerca italiana per la sostenibilità digitale.

I contrasti nella percezione del digitale
Per quanto attiene la tecnologia i contrasti sono molto forti. Per il 92% degli intervistati il digitale è fonte di opportunità, ma il 71% ritiene che se ne debbano comprendere ancora i rischi, e il 65% sostiene che è fonte di diseguaglianza, perdita di posti di lavoro e ingiustizia sociale.
“È significativo – sottolinea Stefano Epifani, Presidente della Fondazione – come la paura nei confronti della tecnologia aumenti proporzionalmente al diminuire della competenza: in altri termini meno si conoscono le tecnologie più le si temono. Questo ci deve insegnare molto sul ruolo centrale delle azioni delle Istituzioni rivolte ad aumentare il livello di consapevolezza e di competenza digitali degli italiani di ogni età”.

Divario tra consapevolezza e pratica quotidiana
Benché la maggior parte degli italiani abbia ben poi chiara l’urgenza di affrontare problemi come il cambiamento climatico (74%) e l’inquinamento (76%) e si dichiara consapevole delle opportunità che oggi offre la tecnologia digitale per affrontarli, nella pratica quotidiana non fa quanto potrebbe per usarla come strumento di sostenibilità. Ad esempio, quanto alle applicazioni per la gestione del ciclo dei rifiuti, il 38% degli italiani non le conosce e il 35% non le usa pur conoscendole, e per quelle dedicate ad abbattere gli sprechi alimentari sono sconosciute dal 48% degli intervistati e non usate dal 38% di quanti dichiarano di conoscerne l’esistenza.

Il ruolo di social network e motori di ricerca

Il 90% degli intervistati è poi d’accordo nell’affermare che aziende come Facebook, Google, Apple o Amazon abbiano oggi troppo potere rispetto alla possibilità di influenzare i comportamenti delle persone. Tuttavia il 50% è dell’idea che esse debbano essere lasciate totalmente libere di agire sul mercato, e se il 92% sostiene che garantire la privacy degli utenti sia una priorità il 50% sostiene anche che tutto sommato i servizi personalizzati siano più importanti della privacy. Insomma, quello che emerge è un quadro caratterizzato da molti contrasti, che vanno compresi per capire come supportare il processo di sviluppo del PNRR dal punto di vista delle aziende, delle Istituzioni e dei cittadini.

Il lavoro dopo l’emergenza: tra worklife balance, ambiente piacevole e retribuzione adeguata

Un anno di Covid ha cambiato decisamente le condizioni di lavoro del 49% dei dipendenti italiani. Tra chi la propria occupazione l’ha persa, chi invece ha visto diminuire il proprio carico o altri che hanno dovuto fare un surplus di attività, per non parlare di chi è in cassa integrazione, gli ultimi, lunghi mesi sono stati difficili per numerose categorie. Nonostante i forti timori di perdere il posto di lavoro (una possibilità concreta per un terzo dei lavoratori italiani) e la crescente fedeltà alle aziende che hanno sostenuto i dipendenti durante la pandemia, ben il 21% dei dipendenti pianifica di cambiare occupazione entro i prossimi 6 anni. Ma quali sono i desideri di chi cerca una nuova occupazione? Soprattutto datori di lavoro capaci di comprendere l’esigenza di bilanciare vita privata e vita professionale, l’opportunità di lavorare da remoto (4 nostri connazionali su 10 vorrebbero che questa modalità proseguisse anche dopo la pandemia) e ovviamente anche uno stipendio adeguato. I dati sono il frutto dell’ultima ricerca del Randstad Employer Brand 2021, che ha decretato Ferrari come datore di lavoro più ambito in Italia, sulla base della più rappresentativa indagine globale sull’employer branding. Lo studio è stato condotto su oltre 190.000 persone in 34 Paesi del mondo e misura il livello di attrattività delle aziende come datori di lavoro percepita dall’opinione pubblica. In Italia sono state intervistate 6.581 persone di età compresa tra 18 e 65 anni.

I desideri degli italiani

Le risposte degli italiani sono eloquenti. I lavoratori di casa nostra affermano che i fattori più importanti attesi da un datore di lavoro sono il bilanciamento tra vita privata e professionale (indicato dall’66% degli intervistati) e l’atmosfera del lavoro piacevole (64%), seguiti da retribuzioni e benefits competitivi (61%), sicurezza del posto di lavoro (58%), visibilità del percorso di carriera (54%), solidità finanziaria dell’azienda (51%). Seguono poi alcune novità, come un ambiente di lavoro “covid safe” (45%), ma anche un contenuto di lavoro interessante (42%) e la possibilità di lavorare da remoto (39%). Ma queste priorità non coincidono con quelle dei datori di lavoro. Secondo l’opinione dei lavoratori, le aziende italiane invece puntano soprattutto su solidità finanziaria, buona reputazione, ambiente Covid safe e sicurezza del posto, dando poca rilevanza al worklife balance e al clima aziendale, elementi fondamentali per la scelta dell’azienda in cui lavorare.

Come si cerca un nuovo lavoro

Il canale principale per trovare un nuovo lavoro è il contatto personale, strada scelta da terzo degli italiani (32%), seguito dalle agenzie per il lavoro (23%) e LinkedIn (20%). Ci sono poi altri canali digitali come Infojobs.it (18%), Subito.it (17%), Google (17%), portali per il lavoro (17%), social media (13%) e siti web aziendali (12%).

Largo alle startup innovative, sono quelle che crescono di più

Nonostante i mesi oggettivamente difficili, le startup innovative non conoscono battute d’arresto, ma anzi sono sempre più numerose. Al 1° aprile 2021 in Italia se ne contano 12.561, il 3,4% di tutte le società di capitali di recente costituzione. Si tratta di uno dei dati emersi dalla nuova edizione del report di monitoraggio trimestrale dedicato ai trend demografici e alle performance economiche delle startup innovative, frutto della collaborazione tra MISE e InfoCamere, con il supporto del sistema delle Camere di Commercio. Il rapporto offre una vasta panoramica sul mondo delle startup, a quasi otto anni dall’introduzione della policy dedicata (d.l. 179/2012).

La Lombardia la Regione che ne accoglie di più

A livello di distribuzione geografica, è la Lombardia la Regione che ospita più startup innovative: oltre un quarto di tutte quelle italiane (26,9%). La sola provincia di Milano, con 2.363, rappresenta il 18,8% della popolazione, più di qualsiasi altra regione: superano quota mille il Lazio con 1.443 che rappresenta l’11,5%, (in gran parte localizzate a Roma, 1.286, 10,2% nazionale) la Campania, con 1.115, 8,9% del totale nazionale e anche il Veneto con 1.034, 8,2%. Tuttavia, la regione con la maggiore densità di imprese innovative è il Trentino-Alto Adige, dove circa il 5,7% di tutte le società costituite negli ultimi 5 anni è una startup.

Giovani e guidate da uomini: l’identikit delle nuove imprese

Tra le altre evidenze del rapporto, si scopre che negli ultimi mesi sono aumentati i soci di capitale dell’azienda, che ora sono oltre quota 60 milioni, con un aumento del 6,9% rispetto al trimestre precedente. Interessante è anche il fatto che oltre il 17% delle start up innovative è fondata da under 35, in prevalenza uomini. La quota femminile non è particolarmente presente in questo settore, e si ferma al 12,9% delle imprese femminili contro un 21,2% registrato nel complesso delle società di capitali.

Piccole, ma dinamiche

Sul fronte del fatturato, le startup innovative rientrano in gran parte nella categoria delle microimprese, con un valore della produzione medio di poco superiore a 182,6 mila euro. Questo fenomeno è però dovuto anche al fatto che le imprese “best-performer”, più consolidate per età e fatturato, tendono progressivamente a perdere lo status di startup innovativa. Tra gli altri indicatori, spiccano i valori positivi in termini di redditività (ROI, ROE) e valore aggiunto così come l’alto tasso di immobilizzazioni, circa sette volte in più rispetto alle aziende comparabili.