Nel 2022 le piccole cose di tutti i giorni fanno la felicità

Cresce l’importanza della cura di sé come priorità e non come vanità, si dà più valore al quotidiano nella sua autenticità, e aumenta l’attenzione alla sostenibilità delle nostre azioni. Segni di un importante cambiamento culturale in atto che tutti possiamo cogliere, e che sono stati intercettati anche dal rapporto europeo realizzato da Ketchum Research and Analytics per Lenor. La ricerca ha voluto indagare ciò che in questo anno conta veramente per i cittadini europei. Ma nel nostro Paese l’indagine ha rilevato che dopo la pandemia il 30% degli italiani ha dovuto fare i conti con umore basso e sensazione di tristezza, e ha sentito la mancanza di almeno un ‘grande momento’, come vacanze, matrimoni, fidanzamenti, feste di laurea.

Prendersi cura di sé almeno una volta al giorno 

Allo stesso tempo, però, il 63% degli intervistati si è reso conto che in assenza di questi ‘grandi momenti’, sono state proprio le piccole cose di tutti i giorni a farli sentire felici, e il 76% concorda nell’affermare che dal periodo della pandemia apprezza i ‘momenti più piccoli’ tanto quanto quelli più grandi. In particolare, tra le piccole cose quotidiane più amate, spiccano i gesti per sé stessi. Il 97% degli italiani afferma infatti che ha bisogno di dedicare almeno un momento al giorno a prendersi cura di sé, e sentirsi riposato e in forma in modo da poter affrontare i propri impegni. Non solo: la ricerca ha evidenziato che il 59% degli italiani preferisce spendere tempo e risorse per migliorare il proprio benessere fisico e mentale (ad esempio, facendo meditazione o esercizio per mantenersi in buona salute), contro un 41% che si concentra solo sull’aspetto fisico (ad esempio, andando regolarmente dal parrucchiere, comprando nuovi vestiti, concedendosi trattamenti estetici).

Meglio il proprio letto che quello di un hotel

Il 68% degli intervistati, inoltre, sceglie di sentirsi bene mentalmente ritagliandosi del tempo per sé, e oltre la metà afferma che preferirebbe infilarsi tra le lenzuola appena lavate del proprio letto piuttosto che passare una notte in hotel. E se il 78% degli italiani oggi si sta concentrando maggiormente sulla cura di sé rispetto a 5 anni fa, la maggior parte afferma di essere anche più attento all’ambiente rispetto a 2 anni fa, facendo più attenzione a riciclare (94%) e prendendo sempre o regolarmente decisioni eco-sostenibili (66%), riporta Ansa.

“Un cambiamento fondamentale nella nostra quotidianità”

“Questo rapporto mostra che durante questi anni di pandemia c’è stato un cambiamento fondamentale nel modo in cui cerchiamo di migliorare la nostra quotidianità, poiché ci siamo resi conto che sono le piccole cose a essere le più importanti e quelle con il maggior impatto sul nostro benessere – commenta Alessandro Castronovo, Senior Director P&G per l’Italia -. Non c’è più necessariamente il bisogno di ‘grandi gesti’ o ‘grandi momenti’. Questa ricerca mostra quanto sia importante cercare di vivere momenti di benessere anche piccoli, ma ogni giorno”.

Digital Quality Life, Italia è il 19° paese al mondo per benessere digitale 

Sempre meglio, ma si può fare ancora di più. Ecco, in sintesi, la valutazione complessiva del nostro paese all’interno del Digital Quality of Life Index 2022, analisi (con relativa classifica) di Surfshark, società che sviluppa strumenti per la protezione della privacy, che fa il punto sullo stato del benessere digitale dei singoli paesi. In sintesi, l’Italia si colloca alla 19a posizione (su un totale di 117 paesi e 7,2 miliardi di individui, ovvero il 92% della popolazione mondiale) in termini di benessere digitale, migliorando di ben 8 posizioni rispetto la rilevazione precedente. Bene, dunque, ma ci sono ulteriori margini di miglioramento.

Gli indicatori cardine 

Sono cinque i parametri principali analizzati nella ricerca, con 14 indicatori chiave: qualità di Internet, e-government, e-infrastrutture, accessibilità a Internet e e-security. Lo studio si basa sulle informazioni open-source delle Nazioni Unite, della Banca Mondiale, di Freedom House, dell’Unione Internazionale delle Comunicazioni e di altre fonti, riferisce Agi. In particolare, il rapporto esplora la “qualità della vita digitale per vedere come le diverse nazioni riescono a fornire le necessità digitali di base ai loro cittadini. Soprattutto, la nostra ricerca cerca di mostrare il quadro completo del divario digitale globale di cui soffrono milioni di persone” ha spiegato Gabriele Racaityte-Krasauske, responsabile PR di Surfshark.

Ni all’efficienza della rete, sì alla convenienza

Per quanto riguarda i vari punteggi, il risultato peggiore dell’Italia è riferito alla qualità di Internet (42° posto a livello globale. L’Italia deve migliorare del 50% per eguagliare il risultato del Cile, che occupa la posizione migliore), mentre il migliore è quello dell’accessibilità a Internet (12° posto). I servizi di e-security sono al 17° posto, mentre le infrastrutture e l’e-government sono rispettivamente al 23° e al 26° posto. Però, anche il livello può apparire basso, la qualità di Internet dell’Italia, considerando la velocità, la stabilità e la crescita, è migliore del 10% rispetto alla media globale.Bene anche per quanto riguarda la velocità: la rete fissa a banda larga italiana colloca il Paese al di sopra di quella mobile nella classifica globale, con una velocità di 108,5 Mbps/s (39° posto a livello mondiale). Notizia incoraggianti anche per la rete mobile, che dall’anno scorso è migliorata in velocità dell 18,4% (8,7 Mbps). L’Internet più veloce del mondo? E’ quello di Singapore, con velocità mobili fino a 104 Mbps/s e fisse fino a 261 Mbps/s. Siamo invece in ottima posizione per quanto concerne la convenienza, ovvero l’accessibilità della rete: i nostri connazionali possono acquistare 1 GB di Internet mobile in Italia con 20 secondi di lavoro al mese, il 48% in meno rispetto alla Spagna. 

Smartphone in vacanza: come lo usano Millennials e GenZ?

Secondo una ricerca commissionata da Motorola, durante le vacanze lo smartphone si conferma strumento fondamentale non solo per gestire le attività, ma soprattutto per comunicare, produrre contenuti da condividere e gestire le relazioni sociali. Nelle giornate estive, 13 milioni di giovani lo utilizzano ogni giorno per mandare messaggi e 9 milioni per inviare vocali, principalmente su Whatsapp (95%), Instagram (71,1%), Facebook (55,7%) e Telegram (40,5%). Facebook si conferma un social popolato principalmente da over 30 mentre Instagram è meno influenzato dall’età, e la popolarità di TikTok è tre volte maggiore tra gli under 20 rispetto ai trentenni. 

L’informazione corre sui social

Anche durante l’estate, attraverso il telefono ci si tiene informati e si leggono news, principalmente su Instagram (60,6%). Al secondo posto, per i Millennials c’è Facebook (54,9%), mentre i GenZ si affidano anche ai magazine online (28,7%). In vacanza lo smartphone diventa poi ancora più importante per orientarsi utilizzando app di mappe (67,4%), e guardare video su piattaforme streaming (55,4%), soprattutto i più giovani (58,2%). Sempre più diffuso inoltre l’utilizzo del telefono per i pagamenti online (51,2%, 21-30enni 57,6%), utilizzando funzionalità specifiche di registrazione e condivisione di spese di gruppo (32,4%). Il gaming rimane un’abitudine di intrattenimento per un terzo degli intervistati, mentre i Millennials sono i più attivi nel prenotare e recensire ristoranti, hotel e luoghi visitati (44,8%). Non sfuggono alle video call il 30,3%, anche nei periodi out-of-office.

Parola d’ordine: condividere

GenZ e Millennials producono decine di milioni di fotografie e diversi milioni di selfie ogni giorno. Scattare foto è la terza attività quotidiana dopo l’utilizzo di chat (33,6%), e le foto sono il contenuto più condiviso (78%), seguite dai video (56%). A sorpresa le stories, prodotte ogni giorno dal 29,8%, pareggiano il numero di selfie (32,7%), il 31,7% crea Reels e il 15,5% video divertenti da diffondere su TikTok. I Millennials hanno più dimestichezza con i reel (46,2%), mentre fa i 21-30enni prevalgono le IG story (57,3%). La condivisione però è un’esigenza che accomuna i target, con una propensione della GenZ a utilizzare la chat per inviare foto (48,9%), video (43,6%), e postare selfie sui social (53%).

Quanti creator in vacanza!

Immagini e video vengono spesso riadattati prima di condividerli, riferisce Ansa. La GenZ ricorre maggiormente ai filtri per migliorare foto (32%) e selfie (31,6%), ed è più portata a editare/ritagliare video (19,9%). Andando avanti con l’età ci si dedica maggiormente a veri e propri interventi di ritaglio/montaggio (27,4%), a maggior ragione quando si vuole postare un reel. Nel caso dei post su TikTok, al 32,7% dei più giovani, che edita e modifica i contenuti, si affiancano i late Millennials (31-40 anni), che nel 40,7% dei casi modifica i propri video e nel 33,9% li monta/ritaglia. Quando si tratta di riadattare contenuti foto/video le giovani sono più a loro agio rispetto ai coetanei maschi, che si divertono a modificare video più per diletto che per necessità di condivisione.

Auto, quanto mi costi: il caro benzina limita l’uso delle quattroruote

Il caro bollette, eletto agli aumenti di tutti gli energetici, si fa sentire nelle famiglie italiane. E così i nostri connazionali cercano di correre ai ripari, come possono: tra le tante strategie per salvare il budget familiare, c’è anche quella di utilizzare meno la macchina.
Nonostante il taglio delle accise, il prezzo del carburante continua a salire e il Governo valuta nuovi interventi. 

Il 46% ha ridotto l’uso della macchina

Gli automobilisti, nel frattempo, corrono ai ripari; secondo l’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research, negli ultimi tre mesi quasi 1 italiano su 2 (46%) ha ridotto l’uso dell’auto, specialmente nel tempo libero, pur di risparmiare. Le strategie adottate – si legge nell’indagine condotta su un campione rappresentativo della popolazione nazionale – sono diverse; il 47% dei rispondenti, pari a circa 20 milioni di individui, ha dichiarato di prestare maggiore attenzione nella scelta della pompa di benzina, mentre quasi 1 automobilista su 3 ha modificato il proprio stile di guida adottandone uno idoneo a ridurre i consumi di carburante.

Il prezzo continua a salire

Purtroppo lo scenario non sembra destinato a migliorare, almeno nel breve periodo. Il prezzo del carburante è infatti tornato a salire. Secondo i dati ufficiali aggiornati al 31 maggio, nella modalità self il costo medio della benzina è arrivato a 1,914 euro al litro, mentre per il diesel a 1,831 euro al litro; tra le cause dei recenti rincari vi sono le quotazioni del greggio, in continua salita, e l’embargo al petrolio russo deciso dell’UE.

Le soluzioni degli italiani contro il caro-benzina

Un’altra indagine condotta da MediaWorld, denominata “Gli italiani e l’energia”, evidenzia altre strategie messe in campo dagli italiani per affrontare questo momento di sensibili rincari. Dall’analisi è emerso che 7 italiani su 10 hanno scelto di reagire contro l’impennata dei prezzi cambiando abitudini di vita, mentre gli altri si sono rassegnati a pagare di più. Ad esempio il 70% degli italiani ha deciso di trovare un sistema per usare meno l’automobile tradizionale: di questi il 40% adesso si muove a piedi, il 13% ha virato verso un mezzo elettrificato, il 9% ha sostituito l’auto con i mezzi pubblici e l’8% ha scelto, ove possibile, di lavorare in smart-working per ridurre al minimo gli spostamenti in auto. Tra coloro che sono passati ai mezzi elettrici, più della metà (il 52%) ha scelto l’e-bike, il 23% un’auto ibrida e il 10% una vettura full-electric. Solo il 9%, invece, ha optato per il discusso monopattino elettrico.

Il purchase journey digitale nel mercato Pharma

Un’analisi GfK Sinottica mostra come il canale digitale per il mercato Pharma stia acquisendo sempre più rilevanza e target diversificati, con numeri di tutto rispetto, e pari ad altre categorie di prodotto che da più tempo sfruttano l’online come canale privilegiato.
I target coinvolti non sono solo più numerosi, ma anche più diversificati. Si tratta, infatti, sia di segmenti contemporanei già avvezzi allo shopping online sia di componenti più mature e tradizionali, che in virtù della ricerca di soluzioni utili ed efficaci, abbracciano con inedito interesse il web. In particolare, gli acquirenti online di prodotti medicali (farmaci, integratori, dispositivi medico/sanitari) si caratterizzano per gli stili di benessere tipici di Millennials e GenX.

Oltre 7 milioni di italiani acquistano online prodotti per salute e benessere

Gli stili che rappresentano meglio questi due segmenti sono Sporty Performers, Experiency Seekers e Beauty&Wellness Lovers, per i quali benessere e salute significano essenzialmente armonia psicofisica, tempo per sé e benessere della mente, perseguiti tramite performance sportiva, cura del corpo e dell’aspetto, alimentazione sana. Di fatto, oggi più di 7 milioni di italiani si affidano ai canali digitali per l’acquisto di integratori alimentari (54%), dispositivi medico/sanitari (51%) e farmaci da banco (48%). Il tutto all’insegna di un concetto di benessere sempre più olistico, dove l’equilibrio tra mente e corpo è centrale. Il 39% degli italiani dichiara che essere in salute significa godere di una piena armonia psicofisica.

Anche i Baby Boomers apprezzano l’innovazione

L’acquisto online di prodotti Pharma riesce oggi a intercettare però anche frange di Baby Boomers, target dal profilo più classico e maturo. 
In questo caso, si tratta di stili come i Wellbeing Planners, con un’attitudine globale al benessere, alla prevenzione e alla salute, che si sta facendo via via più contemporanea. Gli stessi, apprezzano non solo i prodotti più innovativi, ma anche un canale di acquisto fino a oggi poco esplorato e di interessante potenzialità.

Massimizzare la relazione e l’engagement dei consumatori

Un contesto sempre più sfidante e carico di opportunità, quindi, in cui la propensione all’acquisto online di prodotti per la salute (farmaci da banco, integratori, automedicazione, prodotti omeopatici) raggiunge il 34% della popolazione italiana.I principali takeouts dell’analisi GfK Sinottica confermano elementi cruciali, quali la complementarietà dei canali online e offline in piena cultura phygital, la presenza di target diversi con un approccio al benessere e alla salute dalle molteplici declinazioni, la necessità del prodotto di abbracciare il cambiamento dei consumatori. Fattori che sottolineano l’importanza strategica di individuare tone of voice, codici e linguaggi della comunicazione, in grado di calarsi sulle nuove personas, per massimizzare la relazione e l’engagement dei consumatori.

Prestiti: ad aprile crescono le richieste da parte degli italiani

Anche nel mese di aprile 2022, continua a crescere in maniera sostenuta la propensione da parte delle famiglie a richiedere un sostegno all’acquisto di beni e servizi. Sebbene ad aprile l’inflazione abbia toccato il +6,2%, il massimo storico da settembre 1991, e i tassi di interesse siano in salita, dall’analisi delle richieste registrate sul Sistema di Informazioni Creditizie di CRIF, i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi segnano un +35,6%, confermando la crescente propensione delle famiglie a far fronte a nuove spese tramite un finanziamento. Sostenuta anche la crescita delle richieste di prestiti personali, sia rispetto a marzo sia rispetto al corrispondente mese del 2021 (+32,3%).

Diminuisce l’importo medio, ma si allungano i piani di rimborso 

Ad aprile, l’importo medio dei finanziamenti richiesti per i prestiti personali e finalizzati si attesta a 8.811 euro, con una contrazione del -7,0% rispetto al valore dello stesso mese nel 2021. Nel complesso, il 54,3% delle richieste presenta un importo inferiore ai 5.000 euro. Per quanto riguarda i prestiti finalizzati, l’importo medio richiesto si attesta a 6.089 euro (-13,2% rispetto ad aprile 2021), contro i 12.940 euro dei prestiti personali (-1,3%). In generale, gli italiani preferiscono una durata dei finanziamenti più lunga: il 20,4% del totale delle richieste prevede un piano di rimborso fino a 36 mesi, e il 23,8% oltre i 5 anni, privilegiando quindi soluzioni che pesino il meno possibile sul reddito familiare. E se la fascia di età maggiormente rappresentata resta quella tra 45-54 anni (24,4%), gli under 35 sono il 25,1% del totale.

Il Buy now pay later si afferma nel mercato dell’e-commerce

Il Buy Now Pay Later (BNPL), linee di credito con ticket molto contenuti e un piano di rimborso di brevissima durata, è la nuova modalità di pagamento che si sta affermando nel mercato dell’e-commerce. Il BNPL registra tassi di crescita della domanda sensibilmente maggiori rispetto al credito al consumo finalizzato, con un incremento medio annuo del +134% e picchi trimestrali del +194%.
I Baby Boomers (nati tra dal 1944 al 1964) fanno registrare la crescita maggiore, con un trend medio del +173%. A conferma che seppur il BNPL sia una modalità di acquisto particolarmente diffusa tra la Gen Z, cresce l’interesse manifestato anche all’interno delle generazioni meno giovani.

Il BNPL non è del tutto ‘risk free’

Pur rimanendo un fenomeno tendenzialmente a basso rischio, i contratti BNPL registrano una rischiosità maggiore rispetto ai finalizzati small ticket. Nel primo semestre 2021 la rischiosità dei contratti BNPL è stata 1,7 volte quella dei finanziamenti tradizionali, a conferma di come il BNPL non sia del tutto ‘risk free’, e stia registrando tassi di insoluto in aumento. Quanto al profilo creditizio degli utenti che richiedono un prodotto BNPL, la percentuale di clienti New to Credit (clienti che non hanno alcuna storia creditizia pregressa) è nettamente superiore alla media di mercato (13% del totale). Chi ricorre a questa forma di credito, solo nel 28% dei casi è titolare di un mutuo, mentre è preponderante il possesso di prestiti, in particolare, finalizzati (60%).

Il ritratto dei nomadi digitali 2.0: over 35 che scelgono il Sud Italia

A marzo 2022, con il decreto ‘Sostegni-ter’, è stata approvata una norma che introduce nel nostro ordinamento la figura dei nomadi digitali, definiti come “cittadini di un Paese terzo, che svolgono attività lavorativa altamente qualificata attraverso l’utilizzo di strumenti tecnologici che consentono di lavorare da remoto in via autonoma ovvero per un’impresa anche non residente nel territorio dello Stato italiano”.
I nuovi nomadi digitali 2.0, sono cresciuti: non sono più ventenni, single, freelance della tecnologia al lavoro da qualche remota località asiatica. Oggi in prevalenza sono esperti di marketing e comunicazione over 35, si spostano con il partner e non disdegnano di soggiornare oltre 3 mesi in Italia, meglio se in una delle regioni del Sud.

Un fenomeno che interessa maggiormente le donne

Il 46% dei lavoratori da remoto intervistati dal Secondo Rapporto sul nomadismo digitale in Italia, condotto dall’Associazione italiana nomadi digitali e da Airbnb, ha già fatto esperienze di nomadismo digitale, mentre il restante 54% dichiara di volerlo fare nel prossimo futuro. E se il fenomeno interessa maggiormente le donne, che rappresentano il 54% degli intervistati, l’età di riferimento è quella dai 25 ai 44 anni (67%). A livello professionale cade quindi lo stereotipo del giovane freelance che lavora in ambito tecnologico: il nuovo remore worker è un dipendente o collaboratore (52%), impiegato principalmente nei settori del marketing e comunicazione (27%) e presenta in media un alto livello di istruzione. Il 42% ha una laurea e il 31% un master o un dottorato.

Non solo single

Questo tipo di esperienza, riporta Adnkronos, poi non è più ad appannaggio dei single: chi la sceglie, infatti, preferisce la compagnia del proprio partner (44%) o della famiglia (23%). Il Mezzogiorno e le isole sono destinazioni gradite complessivamente da 3 intervistati su 4 (76%). Le attività che vorrebbero maggiormente sperimentare, e che interessano più remote worker e nomadi digitali, sono gli eventi culturali e quelli enogastronomici (60%), seguiti da attività a contatto con la natura (51%), esperienze originali e caratteristiche del territorio (40%) e attività di socializzazione con la comunità locale (37%).

Fino a 1 anno di remote working

Quanto alla durata del soggiorno, per molti potrebbe andare da 1 a 3 mesi (42%), oppure da 3 a 6 (25%). Complessivamente, per quasi un nomade digitale 1 su 2, la permanenza potrebbe durare oltre 3 mesi e fino a 1 anno (45%). Gli aspetti più rilevanti e irrinunciabili per i remote worker che vorrebbero vivere un’esperienza di nomadismo digitale in Italia, e che influenzano la scelta della loro destinazione, sono qualità della connessione (65%), costi della vita adeguati alle loro esigenze (61%), attività culturali (40%) e possibilità di sperimentare le tradizioni locali (37%).

Smart working: il 61% di chi lo pratica lo ritiene positivo

Gli effetti dello smart working sul lavoro sono ambivalenti. Da una parte sembra aver peggiorato le relazioni interne, soprattutto quelle fra colleghi, e in qualche misura, anche con il proprio responsabile, dall’altra, è opinione diffusa che questa modalità lavorativa abbia favorito la qualità dell’attività svolta, consentendo di ottimizzare le tempistiche per attività ritenute poco utili.
In pratica, il giudizio di chi ha sperimentato il lavoro a distanza nell’ultimo anno è diviso: se una metà di lavoratori lo ha ritenuto una grande occasione per migliorare la propria vita, un’altra alla lunga lo sta reputando una costrizione a stare chiusi in casa. Ma da quanto emerge da un sondaggio Swg lo smart working è promosso da chi lo sta ancora praticando, con il 61% di valutazioni positive. 

Effetti del lavoro a distanza più rilevanti per le donne

Sul piano personale, invece, il lavoro da remoto ha avuto conseguenze prevalentemente positive, soprattutto nell’aver contribuito a facilitare la conciliazione tra vita privata e lavoro e la gestione dei figli. Per una significativa quota di lavoratori poi ha migliorato le relazioni con i familiari conviventi, nonché l’umore. Tuttavia, Swg segnala che per il 31% degli intervistati tale esperienza ha impattato negativamente sulla condizione psicofisica, e in questo caso le donne sono risultate più sensibili al cambio di modalità di lavoro. Tutti gli effetti dello smart working, positivi o negativi, sono infatti risultati più rilevanti per le donne. Allo scadere dello stato di emergenza occorrerà quindi regolamentare il lavoro a distanza, con l’accordo individuale tra lavoratore e impresa l’opzione ritenuta più adeguata dagli intervistati dall’indagine (37%), riporta Adnkronos.

Si prevedono 4,38 milioni di lavoratori ‘agili’

Come ha rilevato la ricerca dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, a settembre 2921 il numero degli smart worker si è attestato a 4,07 milioni. E a quasi due anni dal primo lockdown il graduale rientro in ufficio non segna in generale un declino del lavoro agile. Al contrario, al termine dello stato di emergenza le organizzazioni prevedono un aumento degli smart worker rispetto ai numeri registrati a settembre. Le previsioni sono infatti di 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%).

Full o ibrido: quale scegliere?

Lavoratori di aziende private, piccole, medie e grandi, e dipendenti pubblici hanno quindi sperimentato un diverso modo di lavorare, e adesso stanno cercando di capire che strada prendere in questo New Normal che si sta delineando. Quello che è certo è che sebbene durante la pandemia si sia trattato di telelavoro, l’esperienza di lavoro a distanza ha aperto interessanti prospettive per un’adozione più diffusa dello smart working nel nostro Paese. Oggi sono molte le realtà che si interrogano se proseguire con un regime di full smart working o smart working ibrido, una forma che prevede un regime misto tra presenza in ufficio e remote working.

Università telematiche, rischio aumento costi per gli studenti

Le università telematiche potrebbero non essere più vantaggiose a livello di costi Questo a causa dell’approvazione del decreto direttoriale 2711/2021 del Ministero dell’Università che, stabilendo un aumento del personale docente, danneggia di fatto il sistema degli atenei telematici. Un’altra problematica a pochi giorni di distanza dalla loro esclusione ai fondi stanziati con il protocollo d’intesa “PA 100 e lode” firmato dai ministeri della Pubblica Amministrazione e dell’Università a vantaggio delle sole università iscritte alla CRUI. In sostanza, riferisce l’Università Cusano che ha fatto le sue stime in merito, la necessaria assunzione di altri professori per singolo corso di laurea porterebbe le rette universitarie dagli attuali 3.000 euro circa agli oltre 16.000 con punte fino a 20.000 euro. Un esborso enorme richiesto agli studenti, molti dei quali iscritti a una telematica in cerca di una laurea perché già lavoratore – e quindi con tempi difficili da gestire in presenza – o di un master per crearsi solide basi e un’ottima preparazione specialistica. Questi importi sarebbero problematici da sostenere, il che si tradurrebbe inevitabilmente nell’impossibilità per loro di accedere al mondo accademico.

A quanto arriva il costo studente

Allo stesso tempo l’aumento dei docenti porterebbe il costo studente fra gli 8.500 e gli 11.000 euro con pesanti ricadute: alle telematiche non è garantito la stessa modalità di accesso ai fondi statali delle università tradizionali. E questo nonostante siano riconosciute a tutti gli effetti dal ministero dell’Università e della Ricerca. A loro viene riconosciuto un contributo di un centinaio di migliaia di euro contro i circa 10 miliardi di euro che lo Stato, invece, elargisce agli atenei in presenza, statali e privati, facenti parte della CRUI.
Secondo poi i dati in possesso dell’Unicusano, i costi medi espressi dal Mur a pagina 15 del Direttoriale in verità non combaciano con i veri costi sostenuti per i professori ordinari e associati: il costo medio per un professore ordinario non è di 115.000 euro ma circa 158.000 e per un professore associato non è 80.000 ma circa 109.000. Cosa cambia rispetto al passato quindi? Cambia che prima ogni professore poteva avere un numero illimitato di studenti grazie alla semplicità, chiarezza e riproducibilità delle sue lezioni offerte dalla didattica a distanza, oggi per ogni corso viene imposto un numero minimo di professori, ricercatori e tutor per universitario che andrebbe ad aggravare i bilanci di ogni ateneo telematico.

Italiani e shopping online: si acquista sempre più sul web 

Nel corso del 2021 in Italia 9 utenti attivi di Internet su 10 hanno effettuato almeno un acquisto online. E più della metà di loro (52%) ritiene che farà la maggior parte dei propri acquisti online già nel 2022. Questo dato posiziona i consumatori italiani al pari dei consumatori che nel 2022 effettueranno acquisti soprattutto online nel Regno Unito (57%) e in Svezia (52%), ma li posiziona davanti a Paesi come Stati Uniti (43%), Germania (42%), Finlandia (36%), Norvegia (33%) e Austria (32%). Insomma, le abitudini di acquisto degli italiani stanno diventando sempre più digitali. E per il 2022 la maggior parte degli abitanti del nostro Paese sembra intenzionata ad acquistare soprattutto online.

Il 33% dei consumatori digitali effettua già acquisti su base settimanale

Si tratta di alcune evidenze emerse da uno studio commissionato da Klarna, società globale nei servizi di pagamento, bancari e di shopping, che ha coinvolto 16.000 consumatori in 11 Paesi, di cui oltre 1.000 in Italia. Dallo studio risulta poi che il 33% dei consumatori online italiani effettua già acquisti digitali su base settimanale. Tuttavia, permane la preferenza per i negozi fisici, che in Italia rimane più alta rispetto ad altri Paesi, come Regno Unito, Paesi Bassi e Germania.
Questo suggerisce che i retailer online italiani hanno ancora un margine di miglioramento.

I brand devono investire in nuove tecnologie per soddisfare i clienti

Dalla ricerca Klarna emerge inoltre come il 76% degli italiani ritenga che i brand debbano investire in nuove tecnologie per soddisfare le richieste, sempre in evoluzione, dei propri clienti. Ma quali sono gli aspetti da ‘correggere’ nell’esperienza di acquisto digitale? Secondo i risultati della ricerca sono soprattutto la logistica, i resi e i pagamenti a essere percepiti dai consumatori come punti deboli dello shopping online. Il 79% degli intervistati pensa infatti che i retailer debbano migliorare i processi di restituzione, mentre  il 74% è alla ricerca di metodi di pagamento più semplici.

Attesa del rimborso, un deterrente all’acquisto per il 78% degli italiani

A più di un consumatore su 4 (23%) è capitato di dover aspettare un rimborso per oltre 7 giorni, mentre a 3 consumatori su 10 (31%) per più di 3 giorni, riporta Italpress. Non sorprende, quindi, che 8 italiani su 10 (78%) a volte evitino di acquistare online se non sono certi di voler tenere la merce.
Si tratta comunque di un limite che è possibile superare. Tanto che il 75% degli italiani sarebbe più propenso ad acquistare online se avesse la possibilità di pagare l’intero importo solo dopo aver ricevuto la merce.