Prestiti: ad aprile crescono le richieste da parte degli italiani

Anche nel mese di aprile 2022, continua a crescere in maniera sostenuta la propensione da parte delle famiglie a richiedere un sostegno all’acquisto di beni e servizi. Sebbene ad aprile l’inflazione abbia toccato il +6,2%, il massimo storico da settembre 1991, e i tassi di interesse siano in salita, dall’analisi delle richieste registrate sul Sistema di Informazioni Creditizie di CRIF, i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi segnano un +35,6%, confermando la crescente propensione delle famiglie a far fronte a nuove spese tramite un finanziamento. Sostenuta anche la crescita delle richieste di prestiti personali, sia rispetto a marzo sia rispetto al corrispondente mese del 2021 (+32,3%).

Diminuisce l’importo medio, ma si allungano i piani di rimborso 

Ad aprile, l’importo medio dei finanziamenti richiesti per i prestiti personali e finalizzati si attesta a 8.811 euro, con una contrazione del -7,0% rispetto al valore dello stesso mese nel 2021. Nel complesso, il 54,3% delle richieste presenta un importo inferiore ai 5.000 euro. Per quanto riguarda i prestiti finalizzati, l’importo medio richiesto si attesta a 6.089 euro (-13,2% rispetto ad aprile 2021), contro i 12.940 euro dei prestiti personali (-1,3%). In generale, gli italiani preferiscono una durata dei finanziamenti più lunga: il 20,4% del totale delle richieste prevede un piano di rimborso fino a 36 mesi, e il 23,8% oltre i 5 anni, privilegiando quindi soluzioni che pesino il meno possibile sul reddito familiare. E se la fascia di età maggiormente rappresentata resta quella tra 45-54 anni (24,4%), gli under 35 sono il 25,1% del totale.

Il Buy now pay later si afferma nel mercato dell’e-commerce

Il Buy Now Pay Later (BNPL), linee di credito con ticket molto contenuti e un piano di rimborso di brevissima durata, è la nuova modalità di pagamento che si sta affermando nel mercato dell’e-commerce. Il BNPL registra tassi di crescita della domanda sensibilmente maggiori rispetto al credito al consumo finalizzato, con un incremento medio annuo del +134% e picchi trimestrali del +194%.
I Baby Boomers (nati tra dal 1944 al 1964) fanno registrare la crescita maggiore, con un trend medio del +173%. A conferma che seppur il BNPL sia una modalità di acquisto particolarmente diffusa tra la Gen Z, cresce l’interesse manifestato anche all’interno delle generazioni meno giovani.

Il BNPL non è del tutto ‘risk free’

Pur rimanendo un fenomeno tendenzialmente a basso rischio, i contratti BNPL registrano una rischiosità maggiore rispetto ai finalizzati small ticket. Nel primo semestre 2021 la rischiosità dei contratti BNPL è stata 1,7 volte quella dei finanziamenti tradizionali, a conferma di come il BNPL non sia del tutto ‘risk free’, e stia registrando tassi di insoluto in aumento. Quanto al profilo creditizio degli utenti che richiedono un prodotto BNPL, la percentuale di clienti New to Credit (clienti che non hanno alcuna storia creditizia pregressa) è nettamente superiore alla media di mercato (13% del totale). Chi ricorre a questa forma di credito, solo nel 28% dei casi è titolare di un mutuo, mentre è preponderante il possesso di prestiti, in particolare, finalizzati (60%).

Il ritratto dei nomadi digitali 2.0: over 35 che scelgono il Sud Italia

A marzo 2022, con il decreto ‘Sostegni-ter’, è stata approvata una norma che introduce nel nostro ordinamento la figura dei nomadi digitali, definiti come “cittadini di un Paese terzo, che svolgono attività lavorativa altamente qualificata attraverso l’utilizzo di strumenti tecnologici che consentono di lavorare da remoto in via autonoma ovvero per un’impresa anche non residente nel territorio dello Stato italiano”.
I nuovi nomadi digitali 2.0, sono cresciuti: non sono più ventenni, single, freelance della tecnologia al lavoro da qualche remota località asiatica. Oggi in prevalenza sono esperti di marketing e comunicazione over 35, si spostano con il partner e non disdegnano di soggiornare oltre 3 mesi in Italia, meglio se in una delle regioni del Sud.

Un fenomeno che interessa maggiormente le donne

Il 46% dei lavoratori da remoto intervistati dal Secondo Rapporto sul nomadismo digitale in Italia, condotto dall’Associazione italiana nomadi digitali e da Airbnb, ha già fatto esperienze di nomadismo digitale, mentre il restante 54% dichiara di volerlo fare nel prossimo futuro. E se il fenomeno interessa maggiormente le donne, che rappresentano il 54% degli intervistati, l’età di riferimento è quella dai 25 ai 44 anni (67%). A livello professionale cade quindi lo stereotipo del giovane freelance che lavora in ambito tecnologico: il nuovo remore worker è un dipendente o collaboratore (52%), impiegato principalmente nei settori del marketing e comunicazione (27%) e presenta in media un alto livello di istruzione. Il 42% ha una laurea e il 31% un master o un dottorato.

Non solo single

Questo tipo di esperienza, riporta Adnkronos, poi non è più ad appannaggio dei single: chi la sceglie, infatti, preferisce la compagnia del proprio partner (44%) o della famiglia (23%). Il Mezzogiorno e le isole sono destinazioni gradite complessivamente da 3 intervistati su 4 (76%). Le attività che vorrebbero maggiormente sperimentare, e che interessano più remote worker e nomadi digitali, sono gli eventi culturali e quelli enogastronomici (60%), seguiti da attività a contatto con la natura (51%), esperienze originali e caratteristiche del territorio (40%) e attività di socializzazione con la comunità locale (37%).

Fino a 1 anno di remote working

Quanto alla durata del soggiorno, per molti potrebbe andare da 1 a 3 mesi (42%), oppure da 3 a 6 (25%). Complessivamente, per quasi un nomade digitale 1 su 2, la permanenza potrebbe durare oltre 3 mesi e fino a 1 anno (45%). Gli aspetti più rilevanti e irrinunciabili per i remote worker che vorrebbero vivere un’esperienza di nomadismo digitale in Italia, e che influenzano la scelta della loro destinazione, sono qualità della connessione (65%), costi della vita adeguati alle loro esigenze (61%), attività culturali (40%) e possibilità di sperimentare le tradizioni locali (37%).

Smart working: il 61% di chi lo pratica lo ritiene positivo

Gli effetti dello smart working sul lavoro sono ambivalenti. Da una parte sembra aver peggiorato le relazioni interne, soprattutto quelle fra colleghi, e in qualche misura, anche con il proprio responsabile, dall’altra, è opinione diffusa che questa modalità lavorativa abbia favorito la qualità dell’attività svolta, consentendo di ottimizzare le tempistiche per attività ritenute poco utili.
In pratica, il giudizio di chi ha sperimentato il lavoro a distanza nell’ultimo anno è diviso: se una metà di lavoratori lo ha ritenuto una grande occasione per migliorare la propria vita, un’altra alla lunga lo sta reputando una costrizione a stare chiusi in casa. Ma da quanto emerge da un sondaggio Swg lo smart working è promosso da chi lo sta ancora praticando, con il 61% di valutazioni positive. 

Effetti del lavoro a distanza più rilevanti per le donne

Sul piano personale, invece, il lavoro da remoto ha avuto conseguenze prevalentemente positive, soprattutto nell’aver contribuito a facilitare la conciliazione tra vita privata e lavoro e la gestione dei figli. Per una significativa quota di lavoratori poi ha migliorato le relazioni con i familiari conviventi, nonché l’umore. Tuttavia, Swg segnala che per il 31% degli intervistati tale esperienza ha impattato negativamente sulla condizione psicofisica, e in questo caso le donne sono risultate più sensibili al cambio di modalità di lavoro. Tutti gli effetti dello smart working, positivi o negativi, sono infatti risultati più rilevanti per le donne. Allo scadere dello stato di emergenza occorrerà quindi regolamentare il lavoro a distanza, con l’accordo individuale tra lavoratore e impresa l’opzione ritenuta più adeguata dagli intervistati dall’indagine (37%), riporta Adnkronos.

Si prevedono 4,38 milioni di lavoratori ‘agili’

Come ha rilevato la ricerca dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, a settembre 2921 il numero degli smart worker si è attestato a 4,07 milioni. E a quasi due anni dal primo lockdown il graduale rientro in ufficio non segna in generale un declino del lavoro agile. Al contrario, al termine dello stato di emergenza le organizzazioni prevedono un aumento degli smart worker rispetto ai numeri registrati a settembre. Le previsioni sono infatti di 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%).

Full o ibrido: quale scegliere?

Lavoratori di aziende private, piccole, medie e grandi, e dipendenti pubblici hanno quindi sperimentato un diverso modo di lavorare, e adesso stanno cercando di capire che strada prendere in questo New Normal che si sta delineando. Quello che è certo è che sebbene durante la pandemia si sia trattato di telelavoro, l’esperienza di lavoro a distanza ha aperto interessanti prospettive per un’adozione più diffusa dello smart working nel nostro Paese. Oggi sono molte le realtà che si interrogano se proseguire con un regime di full smart working o smart working ibrido, una forma che prevede un regime misto tra presenza in ufficio e remote working.

Università telematiche, rischio aumento costi per gli studenti

Le università telematiche potrebbero non essere più vantaggiose a livello di costi Questo a causa dell’approvazione del decreto direttoriale 2711/2021 del Ministero dell’Università che, stabilendo un aumento del personale docente, danneggia di fatto il sistema degli atenei telematici. Un’altra problematica a pochi giorni di distanza dalla loro esclusione ai fondi stanziati con il protocollo d’intesa “PA 100 e lode” firmato dai ministeri della Pubblica Amministrazione e dell’Università a vantaggio delle sole università iscritte alla CRUI. In sostanza, riferisce l’Università Cusano che ha fatto le sue stime in merito, la necessaria assunzione di altri professori per singolo corso di laurea porterebbe le rette universitarie dagli attuali 3.000 euro circa agli oltre 16.000 con punte fino a 20.000 euro. Un esborso enorme richiesto agli studenti, molti dei quali iscritti a una telematica in cerca di una laurea perché già lavoratore – e quindi con tempi difficili da gestire in presenza – o di un master per crearsi solide basi e un’ottima preparazione specialistica. Questi importi sarebbero problematici da sostenere, il che si tradurrebbe inevitabilmente nell’impossibilità per loro di accedere al mondo accademico.

A quanto arriva il costo studente

Allo stesso tempo l’aumento dei docenti porterebbe il costo studente fra gli 8.500 e gli 11.000 euro con pesanti ricadute: alle telematiche non è garantito la stessa modalità di accesso ai fondi statali delle università tradizionali. E questo nonostante siano riconosciute a tutti gli effetti dal ministero dell’Università e della Ricerca. A loro viene riconosciuto un contributo di un centinaio di migliaia di euro contro i circa 10 miliardi di euro che lo Stato, invece, elargisce agli atenei in presenza, statali e privati, facenti parte della CRUI.
Secondo poi i dati in possesso dell’Unicusano, i costi medi espressi dal Mur a pagina 15 del Direttoriale in verità non combaciano con i veri costi sostenuti per i professori ordinari e associati: il costo medio per un professore ordinario non è di 115.000 euro ma circa 158.000 e per un professore associato non è 80.000 ma circa 109.000. Cosa cambia rispetto al passato quindi? Cambia che prima ogni professore poteva avere un numero illimitato di studenti grazie alla semplicità, chiarezza e riproducibilità delle sue lezioni offerte dalla didattica a distanza, oggi per ogni corso viene imposto un numero minimo di professori, ricercatori e tutor per universitario che andrebbe ad aggravare i bilanci di ogni ateneo telematico.

Italiani e shopping online: si acquista sempre più sul web 

Nel corso del 2021 in Italia 9 utenti attivi di Internet su 10 hanno effettuato almeno un acquisto online. E più della metà di loro (52%) ritiene che farà la maggior parte dei propri acquisti online già nel 2022. Questo dato posiziona i consumatori italiani al pari dei consumatori che nel 2022 effettueranno acquisti soprattutto online nel Regno Unito (57%) e in Svezia (52%), ma li posiziona davanti a Paesi come Stati Uniti (43%), Germania (42%), Finlandia (36%), Norvegia (33%) e Austria (32%). Insomma, le abitudini di acquisto degli italiani stanno diventando sempre più digitali. E per il 2022 la maggior parte degli abitanti del nostro Paese sembra intenzionata ad acquistare soprattutto online.

Il 33% dei consumatori digitali effettua già acquisti su base settimanale

Si tratta di alcune evidenze emerse da uno studio commissionato da Klarna, società globale nei servizi di pagamento, bancari e di shopping, che ha coinvolto 16.000 consumatori in 11 Paesi, di cui oltre 1.000 in Italia. Dallo studio risulta poi che il 33% dei consumatori online italiani effettua già acquisti digitali su base settimanale. Tuttavia, permane la preferenza per i negozi fisici, che in Italia rimane più alta rispetto ad altri Paesi, come Regno Unito, Paesi Bassi e Germania.
Questo suggerisce che i retailer online italiani hanno ancora un margine di miglioramento.

I brand devono investire in nuove tecnologie per soddisfare i clienti

Dalla ricerca Klarna emerge inoltre come il 76% degli italiani ritenga che i brand debbano investire in nuove tecnologie per soddisfare le richieste, sempre in evoluzione, dei propri clienti. Ma quali sono gli aspetti da ‘correggere’ nell’esperienza di acquisto digitale? Secondo i risultati della ricerca sono soprattutto la logistica, i resi e i pagamenti a essere percepiti dai consumatori come punti deboli dello shopping online. Il 79% degli intervistati pensa infatti che i retailer debbano migliorare i processi di restituzione, mentre  il 74% è alla ricerca di metodi di pagamento più semplici.

Attesa del rimborso, un deterrente all’acquisto per il 78% degli italiani

A più di un consumatore su 4 (23%) è capitato di dover aspettare un rimborso per oltre 7 giorni, mentre a 3 consumatori su 10 (31%) per più di 3 giorni, riporta Italpress. Non sorprende, quindi, che 8 italiani su 10 (78%) a volte evitino di acquistare online se non sono certi di voler tenere la merce.
Si tratta comunque di un limite che è possibile superare. Tanto che il 75% degli italiani sarebbe più propenso ad acquistare online se avesse la possibilità di pagare l’intero importo solo dopo aver ricevuto la merce.

Durante il Black Friday il mercato Tech non ha rallentato la sua corsa

Nelle settimane precedenti il Black Friday l’anticipo delle promozioni non ha frenato la crescita dei mercati della Tecnologia. Nella settimana del Black Friday 2021, dal 22 al 28 novembre, il mercato italiano del tech di consumo ha infatti registrato un risultato a valore positivo del 6% in più rispetto allo stesso periodo del 2020. Secondo le rilevazioni effettuate da GfK sul Panel Weekly le vendite dei Technical Consumer Goods mostrano un trend positivo per le categorie più importanti del mercato, tra cui TV, PC, Smartphone, Tablet, Frigoriferi, Lavatrici, Aspirapolvere, e Stampanti.

Un incremento delle vendite del +116%

Per questo perimetro di prodotti durante la settimana del Black Friday 2021 è stato generato un controvalore pari a 492 milioni di euro. Come avvenuto negli ultimi anni, molti retailer ed e-tailer hanno giocato d’anticipo, e le promozioni sono iniziate fin dall’inizio di novembre, con importanti campagne pubblicitarie a sostegno. Questo ha portato a un trend positivo anche nelle settimane precedenti a quella del Black Friday. Ma è la domanda di Tecnologia a sostenere la performance della settimana più importante dell’anno. Rispetto al valore della settimana media riferita all’ultimo anno, la settimana del Black Friday 2021 ha fatto registrare un incremento delle vendite del +116%.

I prodotti più importanti in termini di fatturato si confermano gli Smartphone

I comparti che hanno ottenuto la migliore performance sono il Grande Elettrodomestico (+16%), seguito dall’Informatica e Ufficio (+5%), dall’Elettronica di Consumo (+4%), e dal Piccolo Elettrodomestico (+4%). I prodotti più importanti in termini di fatturato si confermano gli Smartphone (124 milioni di euro), le TV (107 milioni) spinti anche dal Bonus Rottamazione legato allo Switch-off, e i PC Portatili (53 milioni). Le categorie che hanno mostrato le crescite più rilevanti, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, sono i Condizionatori (+44%), i Core Wearables (+41%), le Asciugatrici (+32%) e Sistemi Audio (+23%), trainati dagli Assistenti Vocali.

Si conferma l’approccio omnichannel degli italiani

Anche l’impatto delle attività promozionali nella settimana del Black Friday è tornato a crescere rispetto agli ultimi anni, arrivando al 46% dei volumi venduti con un taglio prezzo di almeno il 15%.
Ma si conferma anche l’approccio omnichannel degli italiani, già adottato dall’inizio dello scorso anno, che ha contribuito alla crescita del canale online (+1%), e ancor più del canale tradizionale (+9%). Di fatto, per la settimana del Black Friday le vendite online contribuiscono al 32,7% del fatturato di tutte le vendite di prodotti Tech. Sarà quindi importante continuare a monitorare la crescita dei prodotti tecnologici anche per gli acquisti di Natale, alla luce dei fenomeni di ‘shortage’ che stanno influenzando i mercati, e alle difficoltà nel reperimento delle materie prime da parte dei produttori.

I musei italiani si scoprono digital dopo la pandemia

Evoluti, con un sito web e sempre più digitali: i musei italiani cambiano offerta e modalità di esperienza a seguito della pandemia. Una rivoluzione avvenuta in fretta, come evidenzia il recente Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali della School of Management del Politecnico di Milano. Un po’ come successo per moltissime realtà produttive, anche le istituzioni culturali hanno dovuto adattare alla nuova normalità i loro modelli di fruizione. Qualche dato interessante: “Oggi, il 95% dei musei ha un sito web (una crescita importante, superiore al 10%, rispetto al 2020) e l’83% un account ufficiale sui social (una crescita, rispetto al 76% del 2020, guidata dal forte aumento della presenza su Instagram). Grazie al digitale si è aperta l’opportunità di ripensare il rapporto con l’utente come un’esperienza estesa, nel tempo e nello spazio, in quanto non confinata al luogo e al momento dell’esperienza in loco, ma potenzialmente continua e accessibile da qualsiasi luogo e in qualunque momento” precisa Michela Arnaboldi, responsabile scientifico dell’Osservatorio. Ma c’è di più: in questi mesi è aumentato il numero di musei che hanno pubblicato la collezione digitalizzata sul proprio sito web (dal 40% del 2020 al 69% del 2021) e il 13% si è cimentato anche sull’offerta di podcast. Nonostante ciò, le istituzioni che si basano su un vero e proprio piano strategico che comprenda anche l’innovazione digitale rappresentano ancora una minoranza (il 24%, esattamente come un anno fa).

Le tecnologie maggiormente adottate

Tra le nuove offerte online messe a punto dai musei, spiccano laboratori e attività didattiche (il 48%), tour e visite didattiche a distanza (45%) e podcast (13%). Il digitale è quindi lo strumento di eccellenza anche per offrire un’esperienza più interessante di fruizione dei contenuti: il 70% delle istituzioni culturali ha adottato almeno una nuova tecnologia. I più diffusi sono il QR Code e Beacon (il 33% delle istituzioni ne fa uso), seguiti dalle più tradizionali audioguide (32%, stabili rispetto al 2020) e dagli schermi touch screen (32%). Infine, un’istituzione culturale su quattro mette a disposizione dei propri utenti un’applicazione.

Nuovi modelli di business

Quello che è accaduto a livello globale ha ovviamente spinto anche i musei a ragionare su nuovi modelli di business, anche perchè nel 2020 si è assistito a una forte riduzione delle entrate da biglietteria (in media del 56%). Bisogna insomma passare da soluzioni trovate come risposta all’emergenza pandemia ad asset strutturali. Quanto ai contenuti digitali, i modelli di offerta sono stati diversi. La maggior parte delle istituzioni culturali ha scelto di fornirli, almeno in una prima fase, in modo gratuito. Questa scelta, dice l’Osservatorio, “può diventare una linea strategica quando si vuole usare il prodotto digitale per aumentare l’engagement, usare l’online come stimolo per la visita fisica o per ottenere informazioni sul pubblico da poter utilizzare per attività di marketing”.

Come sarà il 2030 per i giovani? Tecnologico, inclusivo e sostenibile

Come sarà il 2030 per i giovani? Dalla ricerca Next Gen 2030BNP di Paribas Cardif, condotta sui giovani tra15-30 anni, emerge una visione ottimista. Oltre due intervistati su tre (73%) sono convinti che nel 2030 si vivrà meglio, e con un profondo senso di ‘umanesimo’. Secondo i giovani le nuove tecnologie rivoluzioneranno il mondo del lavoro, con pc intelligenti, assistenti vocali e sistemi di monitoraggio del benessere del lavoratore (32%), e lo smartworking sarà alternato alla presenza (52%), se non addirittura preponderante (34%). Ma per i ragazzi nel futuro vivremo anche in una società in cui le discriminazioni di genere saranno superate (35%), l’aspetto fisico non sarà più fondamentale (32%), e avere una donna alla Presidenza della Repubblica o del Consiglio (26%) sarà la normalità.

L’AI entrerà nella sanità e nella scuola

Nel 2030 i giovani immaginano anche ospedali dotati di sale operatorie intelligenti, con assistenti virtuali e tecnologie integrate (31%). Il cambiamento atteso riguarda però tutto il mondo della sanità, che nella visione delle nuove generazioni riuscirà a riconvertire lo sforzo per lo studio dei vaccini anche per combattere altre malattie (46%). Quanto alla scuola, invece, metà degli intervistati (51%) crede che cambieranno le materie studiate, in un modello che prevede alcuni giorni in DAD (36%), o in strutture in stile campus/college americano (29%). Anche qui torna il leitmotiv dell’AI, che per il 62% rappresenterà il corso universitario del futuro.

Un’evoluzione in positivo della società sembra quasi inevitabile

Quanto ai rischi del futuro, per la Next Gen al primo posto ci sono quelli cyber (43%), seguiti dai danni provocati dal malfunzionamento della guida autonoma (32%) e da nuove pandemie (27%). In generale però un’evoluzione in positivo della società sembra essere quasi inevitabile, con un impatto anche sull’organizzazione delle città, che diventeranno più a misura d’uomo, soprattutto della popolazione con esigenze specifiche, come mamme, anziani, disabili (33%), e sulla mobilità, con un’AI che gestirà il traffico anche tramite semafori intelligenti (24%). Lo stesso ottimismo non si riscontra sempre per l’ambiente. Se da una parte molti immaginano la scoperta di nuove tecniche per riciclare e riutilizzare i prodotti (41%), non mancano i pessimisti che prevedono un peggioramento del riscaldamento globale e dell’inquinamento (31%).

L’e-commerce, i social e la casa del futuro

La digitalizzazione già avviata nell’universo dei pagamenti compirà poi un ulteriore passo verso l’economia cashless (51%) e l’e-commerce diventerà la modalità d’acquisto dominante (40%), ma anche l’esperienza fisica potrebbe migliorare grazie a negozi senza casse (24%) o alla vendita a domicilio su appuntamento (24%). Quanto al mondo dei social, secondo il 32% dei giovani intervistati i social attuali non esisteranno più, e c’è chi crede che ognuno avrà il suo social, impostato come desidera (23%). E in casa? Si immaginano tv più grandi e sottili da stendere e srotolare sul muro (36%), le abitazioni diventeranno tecnologiche (43%), salubri, con sistemi di purificazione dell’aria e di riduzione del rumore (37%) e alimentate esclusivamente da energie rinnovabili (36%).

Si diffonde un fenomeno poco apprezzato: il phubbing

La netiquette, dal vocabolo inglese network (rete) e da quello francese étiquette (buona educazione) indica quell’insieme di regole informali che disciplinano il buon comportamento di un utente su Internet. Ma, come accade anche nella vita reale, non tutti rispettano queste regole. Rispetto allo smartphone, ad esempio, c’è un termine, il Phubbing, dall’inglese ‘Phone’ e ‘Snubbing’, che descrive l’atto di trascurare con intenzione i propri interlocutori reagendo istantaneamente a qualsiasi notifica proveniente dal telefono, o semplicemente, navigando su Internet nel bel mezzo di una conversazione. Sebbene il termine non sia molto noto il fenomeno è fin troppo diffuso. E decisamente poco apprezzato.

Un comportamento irritante 

Quando viene subìto il Phubbing è ritenuto un comportamento irritante dalla quasi totalità degli intervistati (81%) da una survey realizzata da Wiko. Eppure, oltre il 70% ammette di aver ceduto a questa cattiva abitudine almeno una volta. Il 23% degli intervistati afferma addirittura di ‘snobbare’ il prossimo frequentemente, lanciando continue occhiate distratte al telefono mentre è in compagnia di una o più persone. Un dato che non stupisce, considerando che il 68% degli utenti controlla il proprio smartphone più di 50 volte al giorno. D’altronde, il device mobile è ormai l’oggetto che mantiene tutti costantemente in contatto e aggiornati, è usato per lavorare, studiare, controllare le notizie, anticipare i cambiamenti del meteo e per socializzare. A quanto pare, però, non con chi ci sta davanti.

Si controlla il display più spesso perché ci si annoia

Tra le motivazioni più comuni per distrarsi con lo smartphone c’è la noia. Il 78% dei partecipanti alla survey dichiara di controllare il display più spesso se si annoia. Occhio quindi a mantenere le conversazioni sempre brillanti, pena l’essere ignorati. Il restante 22%, invece, cede alla distrazione solo in caso di particolare agitazione. Se l’argomento è spinoso o l’interlocutore mette in soggezione, rifugiarsi nello schermo dello smartphone pare funzionare come un ottimo antistress.

C’è chi ha difficoltà a lasciare il telefono durante una conversazione

Per quanto odiato, la maggioranza, comunque, ritiene il phubbing giustificato se la causa della distrazione digitale è l’attesa di un messaggio importante (61%). E il 39% ha una soglia di tolleranza perfino più alta: il semplice controllo di notifiche ed e-mail vince sulla buona etichetta. Questioni di priorità, insomma. Nonostante quasi tutti siano d’accordo che il phubbing contribuisca a rendere secondaria l’interazione con gli altri, aumentando la possibilità di fraintendimenti, discussioni e malumori, sembra proprio che alcuni non riescano a fare a meno di avere lo smartphone sempre a portata di mano. Il 30% degli intervistati, infatti, avrebbe grosse difficoltà a lasciare il telefono in tasca per il tempo di una intera conversazione.

Gli italiani? In fatto di cibo sono tra i meno “spreconi”

Gli italiani stanno vivendo un momento d’oro per la loro reputazione livello internazionale, fra successi sportivi e in generale in tanti ambiti. ora al palmares si aggiunge anche la medaglia di popolo virtuoso in fatto di spreco alimentare. Proprio così: in base al primo report “Food&Waste around the World” condotto in otto nazioni del mondo gli italiani guidano la ‘hit’ dei popoli più virtuosi del Pianeta con 529 grammi di cibo sprecato a testa nell’arco di una settimana.
L’indagine, firmata da Waste Watcher International Observatory on Food & Sustainability e realizzata in collaborazione con Unitec, Natura Nuova, Electrolux, Conai, Unioncamere e Agrinsieme, ha fornito un confronto incrociato sulle abitudini di acquisto, gestione e fruizione del cibo a livello planetario. Italia, Spagna, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Cina, Russia sono i paesi esaminati, con interviste a 8mila cittadini. 

Quando cibo finisce nella spazzatura?

Tornando ai dati, i cittadini cinesi dichiarano di gettare nel 75% dei casi il cibo una o più volte alla settimana, dietro di loro ci sono i cittadini statunitensi: il 55% spreca almeno settimanalmente. In generale si evidenzia quindi la dicotomia tra Paesi europei e Paesi nordamericani/Cina: in termini di frequenza dello spreco gli intervistati europei segnalano livelli più bassi (una media del 68% degli intervistati dichiara di sprecare meno di una volta alla settimana) mentre i nordamericani segnalano livelli più alti di spreco alimentare (una media del 57% degli intervistati dichiara di sprecare meno di una volta a settimana).

Gli americani i meno attenti

Come diceva, in valori assoluti gli italiani sono i “bravi” in fatto di spreco alimentare, buttando solo 529 grammi di cibo nell’arco di una settimana, confermandosi i più virtuosi del globo. Dall’altra parte della classifica dei piazzano invece  i  cittadini statunitensi, che si autodenunciano per lo spreco di 1453 grammi di cibo settimanali. Subito dopo ci sono i cinesi con 1153 grammi, quindi i canadesi con 1144 g, seguono i tedeschi con 1081 g, e quindi, sotto il kg, arrivano i cittadini inglesi (949 g), spagnoli (836 g) e russi (672).In termini di frequenza dello spreco alimentare gli intervistati europei segnalano livelli più bassi (in media, il 68% dichiara di sprecare meno di una volta alla settimana), invece, i nordamericani segnalano livelli più alti di spreco alimentare (in media, il 57% degli intervistati dichiara di sprecare meno di una volta a settimana). La bella notizia è che comunque noi italiani, anche per una “gara” cos’ importante come lo è la lotta allo spreco, quest’anno siamo sul podio.