Tecnologia di consumo, exploit di inizio anno: vendite a +26,9%

E’ chiaro a tutti che il 2020 è stato “salvato” sia sotto il profilo lavorativo sia scolastico dalla tecnologia. Computer, tablet e smartphone ci hanno permesso di rimanere connessi, seppur distanti fisicamente, e di proseguire con la maggior parte delle nostre attività. Non per niente l’anno passato si è chiuso con numeri in salita per quanto riguarda la vendita della cosiddetta Tecnologia di consumo. Ma come è iniziato il 2021 sotto questo aspetto? Ancora meglio, stando alle rilevazioni riferite alle prime 11 settimane dell’anno nuovo effettuate da Gfk: le vendite sono cresciute del +26,9% a valore, con trend positivi sia online che offline. Certo, anche il 2021 si è aperto con nuove limitazioni imposte dalla pandemia, ma il mercato italiano della Tecnologia di consumo continua a fare registrare un trend decisamente positivo.

Crescita a doppia cifra

In base alle ultime rilevazioni, dal 1° gennaio al 21 marzo il mercato Tech è cresciuto del +26,9% a valore rispetto allo stesso periodo del 2020, sia sul canale online (+64% a valore) sia nei punti vendita tradizionali (+18%). Analizzando i principali settori, si registra un forte aumento del comparto IT Office (+52,2%) che già lo scorso anno aveva fatto registrare vendite record legate alle nuove esigenze di smart working e didattica a distanza. Molto positivo anche l’andamento del Piccolo Elettrodomestico (+31,9%), dell’Elettronica di Consumo (+22,7%) e del Grande Elettrodomestico (+20,1%). Segna delle ottime performance pure il segmento Telecom (+21,3%) il principale per fatturato sviluppato. Numeri in calo, invece, per l’Home Comfort (-0,9%) e soprattutto per la Fotografia (-10,9%), penalizzata esattamente come nel 2020 dalle molte limitazioni imposte alla mobilità e al turismo.

PC portatili, aspirapolvere e Tv guidano le migliori performance

I prodotti che hanno messo a segno le migliori performance sono legati indissolubilmente ai nuovi stili di vita, che mettono in prima linea smartworking, cura della casa e intrattenimento. Rispetto allo stesso periodo del 2020 hanno visto una crescita record i PC portatili (+49,1% a valore), gli aspirapolvere (+27,7%) e le Tv (+23,6%). Registrano crescite a doppia cifra nelle prime settimane del 2021 anche gli smartphone (+19,7%), i frigoriferi (+17,6%) e le lavatrici (+10,2%). Il report conclude con un’annotazione che fa ben sperare anche per il prossimo futuro: “L’andamento positivo della Tecnologia di consumo continua senza interruzioni dall’inizio del 2021, con trend settimanali sempre in crescita rispetto allo scorso anno. Particolarmente positivo l’andamento delle vendite della settimana compresa tra il 15 e il 21 marzo , con una crescita del +70% rispetto allo stesso periodo del 2020”.

Nel 2020 registrati 600mila nuovi domini: l’Italia si sposta sul web

Il 2020 sarà ricordato non solo per la pandemia ma, almeno in Italia, per il boom di nuovi domini. Proprio così: in base ai dati raccolti, nei 12 mesi passati ci sono stati in totale 3.374.790 nomi .it, pari a 600mila nuovi domini regitrati, oltre il 4% in più rispetto a quelli totalizzati nel 2019. Un aumento di tale portata non si verificava dal 2008. A fornire i dati è il report del 2020 del Registro .it, l’anagrafe dei nomi .it gestita dall’Istituto di informatica e telematica del Cnr di Pisa. Questo aumento, proprio in un anno difficile come lo è stato il 2020, mette in luce quanto il web sia stato salvifico per moltissime realtà, aziende, liberi professionisti ma anche nomali utenti, che hanno colto nella rete l’opportunità non solo per “uscire” dalle limitazioni del lockdown, ma anche per esplorare nuove occasioni di lavoro.

Un approdo digitale provvidenziale

Commenta questo exploit Il responsabile del Registro .it e direttore dell’Istituto di informatica e telematica del Cnr di Pisa, Marco Conti, che ha nuovamente ribadito come un tale aumento di registrazioni di nuovi nomi .it non si verificasse dal 2008: “Il DPCM dei primi di marzo 2020 ha avuto come conseguenza (anche) la sospensione repentina di numerose attività commerciali e l’interruzione, per molti, della propria vita professionale con le modalità di sempre. I numeri ci dicono che dopo questa prima fase di apprensione e disorientamento generale, nei mesi di aprile e maggio la Rete ha costituito un approdo digitale provvidenziale per moltissimi, a giudicare dal netto balzo di registrazioni, rispettivamente con 66.313 e 59.474 nuovi nomi .it. In nessun mese di nessun anno dal 2008 ad oggi si era registrato un numero tale di nuovi domini. Parliamo del +44% e +28% rispetto agli stessi mesi del 2019”.

Imprese e liberi professionisti i più attivi

Per quanto riguarda le categorie che hanno maggiormente registrato i loro domini sul web, spiccano imprese e liberi professionisti, ovvero alcuni dei settori che hanno più sofferto delle chiusure imposte dal lockdown, Questi, in particolare, hanno messo a segno un deciso aumento con i loro siti web, con una presenza digitale del 35% in più in un solo anno e totalizzando quasi 30.000 nuovi nomi .it a loro assegnati. Va da sé che la propria attività sul web diventa un’occasione per farsi conoscere e potenziare il proprio business e la platea di clienti, considerati anche gli ostacoli imposti dalla pandemia e dalle misure di sicurezza anti-covid.

WhatsApp, in fase di test i messaggi che si autodistruggono in 24 ore

E’ un periodo in cui si sente spesso parlare di WhatsApp, e non solo perché è la app di messaggistica più diffusa al mondo. Negli ultimi tempi hanno infatti fatto discutere sia gli aggiornamenti sulla sua politica relativa alla privacy introdotta a inizio 2021 (ma le polemiche non hanno toccato l’Italia, dove di fatto non è cambiato nulla), sia la possibilità di fare videochiamate di gruppo in stile Zoom o Meet. Ora arriva un’ulteriore novità: i messaggi che si autodistruggono. A dire la verità questa funzione è stata attivata lo scorso novembre e già consente agli utenti di inviare e ricevere messaggi che vengono eliminati automaticamente dopo una settimana. Una volta abilitata, questa opzione elimina tutti i messaggi dopo sette giorni. Ora invece la app di proprietà di Facebook sta testando la possibilità di cancellare i messaggi dopo sole 24 ore.

L’indiscrezione sui prossimi aggiornamenti

Questa nuova opportunità – ovvero i post effimeri con una durata di sole 24 ore – è stata rivelata dal sito WABetaInfo. Al momento è ancora in fase di sperimentazione e non è detto che venga rilasciata globalmente, non in un primo momento almeno. A differenza dei messaggi effimeri che già conosciamo, cioè quelli che si cancellano dopo una settimana dall’invio, la nuova funzionalità ridurrà decisamente le tempistiche di sparizione dei contenuti, testo, foto e video, permettendo di scegliere una forbice che parte dalle 24 ore e arriva fino a 7 giorni.

La funzionalità sarà per iOS e Android

Insomma, questa implementazione fa pensare che il lancio dei messaggi ad eliminazione automatica sia stato un successo, tanto che WhatsApp sta accorciando i tempi di vita dei post. In particolare, l’utilità della funzione è rivolta soprattutto alle foto, che scompariranno una volta che vengono aperte e si lascia una chat. Questo aggiornamento sarà preziosa per motivi di privacy poiché l’immagine non può essere salvata sul dispositivo o esportata altrove, sebbene il rilevamento degli screenshot attualmente non sia stato implementato. Per impostare tale funzione, una volta selezionata un’immagine verrà visualizzata un’icona simile a un orologio accanto alla barra di scrittura del messaggio: toccando l’icona, sarà possibile impostare il timer.

Una sicurezza in più per gli utenti

La società di messaggistica di proprietà di Facebook sta probabilmente seguendo le orme di Snapchat, che questa funzionalità l’ha avuta da subito, rendendo gli utenti più sicuri a postare immagini al suo interno piuttosto che su altre piattaforme di messaggistica grazie alla “breve vita” delle foto.

Cyberattacchi, sanità e vaccini nel mirino: il Covid usato come esca

Mai come nell’anno appena passato si è registrata una vera e propria escalation di attacchi informatici. E la maggior parte di questi, e l’informazione non sorprende, ha fatto leva proprio sul tema Covid-19, vaccini compresi. I dati di questa vera e propria “guerra” sul web sono stati resi noti dal Rapporto di Clusit, l’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica. Secondo gli autori, in media si tratta di 156 attacchi gravi al mese, il valore più elevato mai registrato ad oggi, con il primato negativo di dicembre, in cui ne sono stati rilevati ben 200. A livello mondiale gli attacchi informatici più gravi, quelli diventati addirittura di dominio pubblico, sono stati ben 1.871, con un incremento del 12% rispetto al 2019. Si tratta di azioni che hanno generato danni enormi sotto il profilo economico: circa due volte il Pil dell’Italia.

Oltre l’80% degli attacchi è per motivi economici

Dobbiamo anche dimenticarci l’aspetto vagamente romantico dell’hacker paladino della giustizia. A quanto riferisce il rapporto di Clusit,  nel 2020 il cybercrime – cioè il sistema di attacchi finalizzato all’estorsione di denaro – è stato la causa dell’81% degli attacchi gravi a livello globale. Le attività di cyber-spionaggio costituiscono il 14% del totale con molte di queste attività correlate alle elezioni Usa, ma anche ai danni di enti di ricerca ed aziende coinvolte nello sviluppo dei vaccini contro il Covid-19. E proprio l’emergenza sanitaria ha contraddistinto andamento e tipologia degli attacchi: circa il 10% di questi è stato infatti a tema Covid-19.

Come e dove si sono svolti gli attacchi

Lo studio ha reso noto anche le modalità con cui i cybercriminali hanno colpito: nella maggior parte dei casi utilizzando virus malevoli (malware nel 42% dei casi), tra i quali spiccano i cosiddetti ransomware, usati in quasi un terzo degli attacchi (29%), e che prevedono un riscatto in denaro. Per quanto riguarda le aree geografiche degli attacchi, nel 47% dei casi sono avvenuti negli Stati Uniti ma è interessante notare che nel 22% delle evenienze si è trattato di attacchi in località multiple. “I dati ci mostrano ancora una volta che l’accelerazione continua del cybercrime ha un impatto sempre più elevato sulla nostra società” ha dichiarato Gabriele Faggioli, presidente di Clusit. “La crescita straordinaria delle minacce cyber, in particolare nell’ultimo quadriennio” ha aggiunto Andrea Zapparoli Manzoni, co-autore dell’analisi Clusit “ha colto alla sprovvista tutti gli stakeholders della nostra civiltà digitale e rappresenta ormai a livello globale una tassa sull’uso dell’Ict che arriva a duplicare il valore del PIL italiano stimato nel 2020, considerando le perdite economiche dirette e quelle indirette dovute al furto di proprietà intellettuale”.

Un anno di scuse digitali: come e perché si mente in smart working

Si mente dal vivo, figuriamoci a distanza. L’anno in smart working che tutti abbiamo vissuto ci ha insegnato a mettere a punto un ricco prontuario di scuse digitali per ritirarci un po’ da un eccesso di iperconnessione.  D’altronde, i numeri di chi negli ultimi 12 mesi ha dovuto lavorare da casa sono impressionanti: a causa dell’emergenza sanitaria, si è passati da circa 570mila impiegati nel 2019 a 6,58 milioni durante il primo lockdown, per poi arrivare verso i 5,35 milioni attuali, come rivela l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. Un vero e proprio esercito di lavoratori confinati fra le quattro mura.

Nuove scuse per evitare le riunioni

In base un sondaggio lanciato da Wiko su Instagram, circa l’86% dei rispondenti conosce un campionario di scuse digitali mentre il 42% ha ammesso di aver mentito almeno una volta per non partecipare a una call o a un meeting on line. Il vero problema, riconosciuto dalla gran parte dei rispondenti, risiede nel fatto che l’home working – pur avendo consentito di proseguire con le proprie attività lavorative – rischia di azzerare i confini fra vita personale e vita professionale. Per questa ragione il 43% dei partecipanti alla survey ammette di sentirsi sempre più in dovere di giustificarsi se non risponde immediatamente a un input. Così si parte con il repertorio delle scuse più frequenti, tutte in linea con la “nuova normalità”.

La colpa? E’ della connessione
Scusa utilizzatissima non solo dai professionisti ma anche dagli studenti non proprio attenti, la connessione traballante è la principale responsabile di una presenza poco… presente. Il 66% dei rispondenti al sondaggio dichiara di aver attribuito proprio alla connessione “scarsa” il fatto di non aver partecipato a un meeting on line, mentre il 67% afferma di aver messo volontariamente il microfono in mute per non rispondere. Se la casa non è in perfetto ordine, adesso si può ricorrere a sfondi più o meno creativi – un escamotage adottato dal 65% degli utenti – mentre i rumori di fondo sono causati dal partner che è in call a sua volta o dai vicini rumorosi. Per non parlare dei corrieri che consegnano proprio in quel momento, costringendo a far tardi: una scusa usata almeno dal 24% degli intervistati. Infine, sono tantissimi coloro che dicono che la propria telecamera funziona male – o non funziona affatto – pur di non doversi vestire e restare invece in pigiama. Eppure, nonostante le scuse, lo smart working pare funzionare: le analisi evidenziano infatti un generale aumento della produttività del lavoro svolto da remoto.

Fisco on line con Spid: come cambia l’accesso ai servizi

La nostra vita si sta spostando sempre di più verso il digitale e tutti i servizi, ovviamente, stanno seguendo la medesima direzione. Da diverso tempo l’Agenzia delle Entrate si sta spostando sul web, rendendo più veloce e agevole le comunicazioni e le interazioni con gli utenti. Ora, però, c’è un ulteriore cambio di passo: per accedere a tutti i servizi del Fisco on line dal 1° marzo 2021 serve lo Spid. O meglio: bisognerà usare il Sistema di identità digitale Spid, la Carta d’identità elettronica (Cie) o la Carta nazionale dei servizi (Cns).

Le credenziali di Fisconline in scadenza il 30 settembre 2021

Secondo il Decreto Semplificazione (DL n. 76/2020), dal 1° marzo non è più possibile ottenere le credenziali di Fisconline, cioè quelle proprie dell’Agenzia, e nei prossimi mesi quelle già in uso verranno progressivamente dismesse. Sarà quindi necessario dotarsi di una delle tre modalità di identificazione e autenticazione, Spid, Cie o Cns, riconosciute per i servizi on line di tutte le Pubbliche amministrazioni e che sono già utilizzabili per accedere ai servizi delle Entrate. Pertanto, per chi già utilizza queste modalità per accedere ai servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate, non cambia assolutamente nulla. Cambia invece per gli utenti che ancora usano le credenziali di Fisconline, che potranno ancora essere utilizzate fino al 30 settembre 2021, per poi diventare obsolete e dover essere sostituite dai tre strumenti alternativi (Spid, Cie o Cns). Situazione non molto diversa anche per i liberi professionisti e le imprese, che comunque dovranno adeguarsi: potranno richiedere le credenziali Entratel, Fisconline o Sister, rilasciate dall’Agenzia anche dopo il 1° marzo e fino alla data che sarà stabilita con un apposito decreto attuativo, come previsto dal Codice dell’amministrazione digitale.

Spid, Cie e Cns spiegati in maniera facile

Questi tre acronimi potrebbero preoccupare chi si sente più a proprio agio nel mondo reale rispetto a quello digitale. Tuttavia, non c’è motivo di ansia, e le tre modalità sono relativamente facili da ottenere. Lo Spid è il Sistema Pubblico di Identità Digitale. Consiste di un sistema basato su credenziali personali che, grazie a delle verifiche di sicurezza, permettono di accedere ai servizi online della Pubblica amministrazione e dei privati aderenti. Per ottenere Spid basta scegliere uno dei 9 gestori di identità digitale presenti sul sito (https://www.spid.gov.it/richiedi-spid) e seguire i passi indicati dalle varie procedure ai fini dell’identificazione. Cie è la nuova Carta di identità elettronica, rilasciata dal Comune di residenza, che permette anche in questo caso al cittadino di identificarsi e autenticarsi con i massimi livelli di sicurezza ai servizi online degli enti che ne consentono l’utilizzo, sia Pubbliche amministrazioni che soggetti privati. Prevede un codice Pin. La Cns infine, la Carta Nazionale dei Servizi, permette di accedere agli stessi servizi attraverso un dispositivo, che può essere una chiavetta Usb o una smart card.

Il mercato dell’Intelligenza Artificiale cresce in Italia: vale 300 milioni di euro

Ha segnato un balzo del +15% rispetto al 2019 e oggi vale 300 milioni di euro: è il mercato dell’Artificial Intelligence in Italia, come rivela l’ultima ricerca dell’Osservatorio del Politecnico di Milano. In particolare, emerge che questo specifico settore ha retto bene all’ondata del Covid-19, come sottolinea Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence:”La crisi sanitaria non ha fermato l’innovazione e la crescita del mercato dell’Artificial Intelligence, ma ne ha sicuramente orientato l’attenzione su alcune tipologie di progetti, accelerando ad esempio le iniziative di Forecasting (stima della domanda), Anomaly Detection (individuazione di frodi online), Object Detection (come il riconoscimento dei DPI nelle immagini) e ancora di più di Chatbot e i Virtual Assistant, spinti dallo spostamento online della relazione col cliente. È aumentata anche la maturità delle imprese, con una forte crescita dei progetti pienamente operativi”.

Progetti e investimenti

Il mercato dell’Artificial Intelligence può contare soprattutto sui software, su cui si concentra il 62% della spesa, guidata dalla vendita di licenze di software commerciali e dallo sviluppo di software o algoritmi personalizzati. I servizi coprono il restante 38% del mercato e sono rappresentati principalmente da system integration e consulenza, mentre gli investimenti in hardware sono ancora marginali. I progetti di AI che attirano più investimenti sono gli algoritmi per analizzare ed estrarre informazioni dai dati (Intelligent Data Processing), che coprono il 33% della spesa (+15%). Seguono le soluzioni per l’interpretazione del linguaggio naturale (Natural Language Processing) con il 18% del mercato (+9%), gli algoritmi per suggerire ai clienti contenuti in linea con le singole preferenze (Recommendation System) con un’incidenza del 18% (+15%) e le soluzioni con cui l’AI automatizza alcune attività di un progetto e ne governa le varie fasi (Intelligent Robotic Process Automation), che valgono l’11% della spesa (+15%). Il restante 20% del mercato è suddiviso equamente fra Chatbot e Virtual Assistant (10%), che sono i progetti con la crescita più significativa (+28%), e le iniziative di Computer Vision (10%, +15%), che analizzano il contenuto di un’immagine in contesti come la sorveglianza in luoghi pubblici o il monitoraggio di una linea di produzione. Il settore più attivo come investimenti in soluzioni di AI è la finanza (23%), seguita da energia-utility (14%), manifattura (13%), telco e media (12%) e assicurazioni (11%.

L’AI nelle imprese italiane

In base ai dati dell’Osservatorio, oltre la metà delle 235 imprese medio-grandi analizzate ha attivato almeno un progetto di AI nel corso del 2020. Tuttavia, ci sono divari sostanziali fra le aziende più grandi, dove queste iniziative sono presenti nel 61% dei casi e si concentrano sulla crescita organizzativa e culturale e sulla valorizzazione dei dati e lo sviluppo di algoritmi, e le medie aziende, che appaiono ancora poco mature e hanno progetti attivi solo nel 21% dei casi. Il 91% del campione ha un giudizio positivo sulle iniziative di AI, con risultati sopra (45%) o in linea (46%) con le aspettative, solo il 9% sperava in risultati migliori.

Italiani online, 40 milioni di utenti in rete

In Italia cresce sempre più l’utilizzo di Internet, anche se per certi versi il nostro paese risulta la Cenerentola della digitalizzazzione rispetto alle altre nazioni industrializzate. Lo rivela Comscore, che segnala che nella penisola la penetrazione dell’utilizzo di Internet ha raggiunto il 73% nel 2020, con un aumento di 3 punti rispetto all’anno precedente. Si tratta di valori ancora distanti da quelli dei paesi più evoluti come USA (90%) e UK (86%), ma anche dei mercati a noi vicini e simili come la Spagna (84%). Si comprende quindi che esistono in Italia delle zone d’ombra dove l’accesso alla rete ancora non c’è. Però, dove invece si naviga, i numeri sono in salita e dimostrano come i nostri connazionali, specie negli ultimi mesi, abbiamo avuto accesso a un numero sempre maggiore di contenuti e servizi. Complessivamente, sono stati 40 milioni gli italiani online a dicembre 2020.

Le categorie più “visitate”

Il report specifica che nello scorso dicembre sono state 9 (Entertainment, News e Information, Social Network, Retail, Lifestyle, Instant Messaging, Technology, Sport, Health) le categorie di contenuti che hanno fatto registrare un’audience superiore ai 30 milioni di visitatori unici mensili, mentre sono diventate 15 (a fronte delle 7 di dicembre 2019) le singole properties che vantano una reach superiore al 60%. In questo contesto, non sorprende che le categorie di contenuto che hanno registrato un aumento più significativo di audience sono quelle connesse ai cambiamenti generati dalla pandemia e dal lockdown: i visitatori unici della Categoria Education sono incrementati del 69%, quelli della Categoria Government del 60% e quelli della Categoria Salute del 31%. Anche per quanto riguarda le app l’andamento è simile: hanno avuto un exploit, in termini di utilizzatori, quelle per il lavoro (Teams e Zoom) e la didattica a distanza (Google Classroom). Ma sono cresciute pure quelle legate a servizi di pubblica utilità come l’App IO che a dicembre 2020 raggiunge i 9,3 milioni di utilizzatori o Poste ID che arriva a 7 milioni.

Due ore e 46 minuti il tempo trascorso giornalmente in rete

Il tempo trascorso on line, che conferma la passione che gli italiani nutrono nei confronti della rete, a dicembre 2020 si attesta a 2 ore e 46 minuti medi giorno per utente, pari a un  +26% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. L’aumento maggiore, ovvero il 38%, si registra sulle fasce di popolazione più giovane (18-24) che passano mediamente sulla rete 3 ore e 34 minuti al giorno a fronte delle 3 ore e 5 minuti della fascia d’età 25-34 (+29% su dicembre 2019) e delle 2 ore e 35 minuti dei 35+ (+19% su dicembre 2019). Il traffico in App, specifica una nota ripresa da Adnkronos, rappresenta ormai il 73% del tempo totale speso (+ 6 punti percentuali rispetto a dicembre 2019) e sulle properties di Google e Facebook (cui appartengono le App più utilizzate) si trascorre ormai oltre la metà (50,4%) del tempo complessivamente passato sulla rete.  Intrattenimento (18%), Social Network (24%) e Instant Messaging (16%) sono le categorie che insieme assorbono il 58% del tempo passato su Internet dalla popolazione maggiorenne.

Dati rubati in vendita sul dark web, ecco quanto costano

Quanto costano i dati personali sottratti illegalmente e poi messi in vendita sul dark web? Da una manciata di spiccioli a diverse centinaia di dollari, a seconda della tipologia: lo ha rivelato uno studio condotto dai ricercatori di Comparitech, che ha analizzato i prezzi delle carte di credito rubate, degli account PayPal violati e dei documenti su oltre 40 diversi mercati del dark web. Ne è emerso una sorta di tariffario dei dati, differente a seconda dei vari paesi e dell’entità del “pacchetto” di informazioni messo in commercio. Ma come funziona esattamente la vendita di informazioni rubate?

Per un pugno di dollari

E’ sorprendente scoprire quanto poco valgano dei dati che noi riteniamo preziosissimi. Ad esempio negli Stati Uniti, dove le carte di credito sono estremamente diffuse, le credenziali per una rubata costano 1,5 dollari, cifra che sale a 2,5 per la Gran Bretagna. La forbice, a livello globale, va dagli 11 centesimo fino ai 986 dollari: poco, tutto sommato. In linea generale, è l’Europa il mercato con i prezzi più alti per le carte di credito: 8 dollari. Ovviamente, più si spende più si ottiene: ad esempio, con pochi centesimi si ha solo il numero di carta, mentre con investimenti più sostanziosi si hanno anche un nome, una data di scadenza e altre informazioni importanti. E, a proposito di informazioni, il costo medio di una identità rubata è 8 dollari. Ne servono 14 nel Regno Unito, in Turchia e in Israele e 25 in Giappone, Europa ed Emirati Arabi.

Paypal costa di più

Sono cifre maggiori, precisa Comparitech, quella che bisogna prevedere per aggiudicarsi un account Paypal, ovviamente rubato: da 5 a 1767 dollari. Ma perché questa discrepanza di prezzo rispetto alla carte di credito? Il team di esperti spiga che la differenza è dovuta alla possibilità di “ritorno dell’investimento”. Il saldo contabile medio di una carta di credito è 24 volte il prezzo d’acquisto dei suoi dati nel dark web, mentre per quanto riguarda Paypal il saldo è 32 volte. In parole semplici, Paypal costa di più perché ci sono percentualmente più possibilità di trovare una maggior quantità di soldi sul conto.

Il valore dei fullz

In gergo, i  “fullz” sono i pacchetti di informazioni personali, ad esempio con il nome di una persona, la data di nascita, l’indirizzo, il numero di telefono, i numeri di conto e altre informazioni personali che i criminali informatici utilizzano per frodi di identità, inclusa l’apertura di nuove linee di credito a nome della vittima. Anche questi dati sono in vendita sul dark web, con prezzi di vendita che partono da 8 dollari.

Tecnologia da indossare, il 2021 sarà un anno da record

L’attenzione alla propria salute e tutti i dispositivi che possono servire a monitorarla sono ormai dei trend consolidati, che continueranno la loro corsa anche durante il 2021. In particolare, a causa della pandemia, c’è stato un proliferare di soluzioni e funzioni utili a controllare lo stato di salute, tanto che la tecnologia ha riempito ogni possibile spazio lasciato libero offrendo prodotti sempre più facili da utilizzare e alla portata di tutti. La conferma della tendenza arriva dal Ces di Las Vegas, che stima che il mercato della tecnologia da indossare si prepari a vivere un 2021 più che positivo. Stando agli analisti di Gartner, la spesa degli utenti in dispositivi indossabili quest’anno crescerà del 18,1% su scala mondiale, raggiungendo gli 81,5 miliardi di dollari.

Smartwatch ancora protagonisti

Certo, ci saranno tanti prodotti innovativi, ma saranno ancora gli smartwatch e gli auricolari senza fili a ricoprire la parte dei protagonisti del settore. Tra le novità indossabili presentate durante il Ces, la fiera dell’elettronica di consumo che ha aperto virtualmente i battenti a Las Vegas e che offre uno spaccato di tutto quello che è all’avanguardia, spiccano ad esempio lo schermo di Tcl che si indossa come un paio di occhiali, o il bracciale di Whoop con cinque sensori per monitorare battito, sonno, calorie bruciate, temperatura ambientale e conduttività della pelle. Tornando ai campioni di vendite, quest’anno nel mondo si spenderanno 39,2 miliardi di dollari in auricolari e cuffie senza fili (erano 32,7 miliardi nel 2020), e 25,8 miliardi in smartwatch (contro i 21,7 miliardi dell’anno scorso). In terza posizione, i bracciali da fitness cederanno il posto ai cerotti smart, cioè dispositivi sottilissimi e adesivi usati in campo medico per controllare temperatura, battito, glicemia e altri parametri in modo più efficace e meno invasivo. Saranno proprio questi innovativi cerotti a mettere a segno un balzo in avanti nelle vendite, passando da una spesa di 4.6 miliardi del 2021 ai 5,9 miliardi del 2021. Sembrano invece destinati a calare nella classificare dispositivi preferiti i bracciali per l’attività fisica, in diminuzione a 4,9 miliardi di dollari.

Da problema a opportunità

“L’introduzione di sistemi di misurazione sanitaria per tracciare autonomamente i sintomi del Covid-19, insieme al crescente interesse dei consumatori per la loro salute e benessere durante i lockdown, ha rappresentato una significativa opportunità per il mercato dei dispositivi indossabili”, spiegano gli analisti di Gartner. Sempre secondo gli esperti, questa tendenza – trainata anche dallo smartworking e dal boom delle videoconferenze – porterà a un’ulteriore crescita di auricolari e smartwatch.