WhatsApp, cambiano i termini di servizio

Anche se periodicamente girano delle vere e proprie bufale sull’utilizzo di WhatsApp (ad esempio pagare un abbonamento), questa volta è vero: per continuare a usare il sistema di messaggistica occorre accettare i nuovi termini di servizio. Se non lo si fa, dall’8 febbraio si rischia concretamente di non poter più riuscire a chattare. Anche se la “scadenza” è fissata a febbraio, su molti smartphone appare già da ora la nuova versione delle norme che richiede il via libera ai cambiamenti, relativi in particolare alla gestione dei dati degli utenti del server con connessioni con Facebook, che ha acquistato l’applicazione nel 2014.

Cosa riporta l’informativa

La questione più dibattuta all’interno dei termini di servizio si trova al punto ‘Società affiliate’, dove viene riportato: “Facciamo parte delle aziende di Facebook. In qualità di una delle aziende di Facebook, WhatsApp riceve informazioni da, e condivide informazioni con, le aziende di Facebook come illustrato nell’Informativa sulla privacy di WhatsApp, anche al fine di fornire integrazioni che consentano all’utente di connettere la sua esperienza WhatsApp con altri Prodotti di un’azienda di Facebook, per garantire sicurezza, protezione e integrità nei Prodotti di un’azienda di Facebook e per migliorare le inserzioni e l’esperienza dell’utente relativa ai prodotti facenti parte dei Prodotti di un’azienda di Facebook”.  In sintesi, si dice che le informazioni possono essere condivise con altre realtà del gruppo così come che “Le informazioni dell’utente potrebbero ad esempio essere trasferite o trasmesse oppure archiviate e trasmesse”.

E se volessi sapere di più?

Oltre a ribadire che è sempre meglio leggere direttamente tutte le voci presenti nell’informativa, chi vuole saperne di più può visitare il Centro assistenza per ottenere tutte le informazioni del caso o anche, se non si volesse accettare, per eliminare il proprio account. I dati condivisi includeranno informazioni sulla registrazione dell’account, come il numero di telefono, transazioni, informazioni sui servizi e sulle interazioni con altri utenti o aziende, informazioni sul telefono e sul suo utilizzo.

Utenti preoccupati subito attivi sui social

Ovviamente, gli utenti si sono subito scatenati sui social manifestando tutte le loro preoccupazioni. Tanto che non appena è stato diffuso l’annuncio #Whatsapp è stato l’hashtag che ha immediatamente raggiunto i vertici delle tendenze su Twitter. Tuttavia, e forse questa dichiarazione può rassicurare gli utilizzatori che affidano all’app i loro segreti, WhatsApp ha promesso di non condividere nulla del contenuto dei messaggi scambiati. In ogni caso, dovremmo essere tutti più responsabili e almeno leggere quello che ci viene proposto, nel web come nella vita reale.

Unioncamere Lombardia, nel 2020 investimenti delle imprese più per e-commerce e pagamenti digitali che per Industria 4.0

La pandemia che nel 2020 ha travolto tutto il mondo si è fatta sentire, eccome, sui processi delle aziende italiane che hanno necessariamente dovuto trasformarsi in senso digitale. Unioncamere Lombardia fa il punto su questo fenomeno, che ha avuto sviluppi differenti in fatto di tecnologia 4.0, e-commerce e pagamenti digitali. “L’incertezza portata dalla pandemia ha ostacolato gli investimenti e questo si è fatto sentire anche per quelli legati allo sviluppo tecnologico più avanzato – ha detto il presidente Gian Domenico Auricchio – tuttavia l’interesse e la conoscenza verso il digitale e Impresa 4.0 risultano in crescita, anche tra le piccole imprese”.

Impresa 4.0, l’implementazione rallentata dall’emergenza

Sebbene Impresa 4.0 sia un tema largamente conosciuto (è noto dall’82% delle imprese nell’industria, dal 64% nei servizi, dal 63% nell’artigianato manifatturiero e dal 53% nel commercio al dettaglio, tutti dati in forte crescita rispetto al 2019), l’emergenza sanitaria ne ha rallentato l’evoluzione e l’implementazione. Ad esempio le imprese manifatturiere dell’industria, le più mature sotto questo profilo, dichiarano di avere introdotto soluzioni 4.0 nel 32% dei casi, una percentuale in linea con quella del 2019. Gli altri settori mostrano percentuali di utilizzo molto più basse, con valori che confermano o si posizionano al di sotto dei livelli dell’anno precedente (artigianato manifatturiero: 11%; servizi: 8%; commercio al dettaglio: 6%). In sintesi, la trasformazione in ottica 4.0 ha subito uno stop, probabilmente a causa del timore o della difficoltà da parte delle imprese di avventurarsi in investimenti importanti in un momento difficile per l’economia.

Lo sviluppo di altri canali digitali

Le imprese lombarde non sono però state “con le mani in mano” e hanno investito in altri strumenti digitali, forse meno avanzati ma più immediati: l’’e-commerce in particolare mostra una forte crescita di interesse, soprattutto nel commercio al dettaglio, dove viene citato dal 73% delle imprese che hanno investito o intendono investire in tecnologie digitali, ma anche nei servizi e nel manifatturiero; in molti settori risultano inoltre in espansione i sistemi di pagamento via mobile/internet. Non solo: le aziende si sono concentrate anche sulla formazione dedicata a questi argomenti, con particolare riferimento a temi come il web marketing e l’utilizzo dei social media, oltre all’e-commerce. Infine, la questione smart working, che non da tutte le attività imprenditoriali è stata vissuta nello stesso modo, forse per la mancanza di un cambiamento organizzativo alle spalle. Le piccole aziende, e in particolare quelle dell’artigianato, esprimono sul lavoro a distanza giudizi “sufficienti” (14%) piuttosto che “buoni” o “eccellenti” (7%), mentre quelle più strutturate, in cui la pandemia ha solo accelerato un processo verso modalità di lavoro agile già in atto, danno valutazioni positive.

Emergenza sanitaria, lo shopping per salute e benessere trasloca sul web

Tra prima e seconda ondata l’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus non molla la presa. E, tra chiusure e zone rosse, le abitudini dei consumatori sono profondamente cambiate. A “vincere” tra i canali per gli acquisti è sicuramente il web, un’ancora di salvezza anche nei momenti più difficili della pandemia. Lo shopping on line, che riguarda pressoché tutti i comparti merceologici, riguarda pure – forse a maggior ragione, visti i tempi – il settore della salute e del benessere. In Italia, su una platea di circa 25 milioni di acquirenti online di prodotti fisici, 16,9 milioni di persone negli ultimi 12 mesi (+72%) hanno comprato un prodotto di questa tipologia. I dati relativi al settore Health&Pharma sono emersi dalla ricerca 2020 presentata durante “Netcomm Focus Digital Health&Pharma“, evento curato dal gruppo di lavoro Netcomm Digital Health&Pharma e condotta grazie anche al supporto di diverse aziende del comparto.

Un mercato che vale 1,2 miliardi di euro

L’analisi rivela che questo mercato vale 1,2 miliardi (con un incremento di +87% rispetto al 2019), con una spesa pro-capite media di circa 80 euro, dove gli acquirenti abituali (4,6 milioni di persone che hanno acquistano beni almeno 4 volte nell’arco temporale di un anno) contribuiscono al 40% del valore dell’e-commerce di settore. Ma quali sono le categorie merceologiche più gettonate all’interno del mondo salute e benessere? Risponde il report, specificando che le tre categorie che sviluppano il maggior valore di acquisti online sono: vitamine, integratori e potenziatori per lo sport (207 milioni di euro); i prodotti di ottica (occhiali da vista e lenti a contatto, 181 milioni di euro); le creme per la pelle e i muscoli (oltre 168 milioni di euro): su 100 euro spesi online in prodotti di Health & Pharma, 45 sono relativi ai prodotti di queste tre categorie.

Perché si compra la “salute” on line

Sono differenti e variegate anche le motivazioni che spingono gli utenti ad acquistare questa tipologia di prodotti attraverso canali e-commerce. In prima battuta si sceglie questa modalità per la convenienza economica (36,7%), seguita dalla comodità (18,1%) e dalla disponibilità di offerte speciali (16%). Infine, conta molto anche la questione sicurezza, dato che il 15,3% di coloro che hanno acquistato sul web prodotti Health&Pharma nell’ultimo anno ha scelto il canale web per non entrare in un punto di vendita fisico e scegliendo la consegna direttamente al proprio domicilio, dopo aver saldato i propri acquisti prevalentemente con PayPal o carte prepagate.

Pagamenti digitali, a pieno titolo nella nuova digital way of life degli italiani

Il digitale, in tutte le sue forme, dopo il lockdown è entrato di prepotenza nella vita degli italiani. E i pagamenti digitali non fanno certo eccezione: anzi, oggi accompagnano i nostri connazionali nella loro quotidianità all’insegna di una vita più semplice e pure meno rischiosa. Questo è quanto emerge dalla seconda edizione della ricerca ‘Paying digital, living digital: evoluzione dello stile di vita degli italiani prima e dopo il Covid-19’ di Mastercard, realizzata in collaborazione con AstraRicerche. Dopo quello diffuso a giugno, a ottobre 2020 è stato realizzato un secondo sondaggio per verificare come si sia evoluto in questi ultimi mesi il rapporto degli italiani con la tecnologia e gli strumenti di pagamento digitali più innovativi e quali siano le nuove abitudini e modalità di acquisto. La ricerca evidenza che ad ottobre, in Italia, sono 8 su 10 gli italiani che dichiarano di utilizzare frequentemente le carte di pagamento, seguite dalle quelle contactless, che sono ormai parte delle abitudini consolidate per il 78% degli italiani.

Metodi sempre più conosciuti e utilizzati

Il nostro Paese, afferma il report, è sempre più sensibile rispetto a questo tema: infatti si rileva una forte sedimentazione della conoscenza e dell’utilizzo di queste forme di pagamento digitale. Ancora, è interessante notare che l’accettazione delle carte è diffuso nella gran parte dei punti vendita, senza sensibili differenze tra Nord, Centro e Sud. La percezione dei consumatori intervistati è che gli esercenti preferiscono le carte ai contanti (47% per le carte contro 29% del contante).

Contactless, app e nuove soluzioni
Le più innovative forme di pagamento mobile in questa nuova fase di normalizzazione segnano un trend in crescita: +3,2% per i pagamenti via smartphone, seguita da un +1,9% per i pagamenti via app dedicate, soprattutto nella fascia tra i 25-34enni (59%), e un +1,8% per i pagamenti realizzati attraverso app bancarie che riscuotono il favore di oltre 1 italiano su 5 tra i 15 e i 44 anni. Seguono i wearable, che rappresentano una soluzione di pagamento futura per 1 italiano su 3, riscuotendo un interesse in continua crescita: oltre il 33% degli italiani dichiara infatti di avere una buona consapevolezza di queste nuove soluzioni, particolarmente conosciute dalle fasce più giovani della popolazione (fascia dai 18 ai 44 anni).

Missione sicurezza

Tra i motivi che spingono gli italiani ad apprezzare sempre più i pagamenti digitali c’è anche l’aspetto legato alla sicurezza. Un italiano su tre identifica nelle carte di pagamento la modalità di pagamento più sicura, capace di garantire la tutela del proprio denaro e dei propri dati sensibili. Ma le carte di pagamento sono ritenute anche le più semplici da utilizzare (45%, contro il 35% ottenuto dai contanti). La comodità di pagamento e l’ottimizzazione dei tempi caratterizzano per gli italiani la modalità di pagamento con carte contactless (31% e 33%), elementi che riscuotono interesse anche per i nuovi device NFC siano questi smartphone o personal device (rispettivamente per il 15% e il 17%). Infine, molto importante per gli italiani, soprattutto nel contesto di emergenza sanitaria attuale, è l’igiene garantita dal contactless, dove le carte si attestano al primo posto con il 34%, mentre i device personali ottengono il secondo posto con il punteggio di 21%.

Google sempre più accessibile, per tutti

L’accessibilità è un diritto, anche quando si parla di tecnologia. Ecco perché Google è da sempre attento alle difficoltà delle persone con disabilità, un’attenzione che si esplica nella continua ricerca di soluzioni pensate per rendere l’uso dei dispositivi tech più semplice per tutti e funzionale alla vita quotidiana. Così il colosso di Mountain View ha recentemente presentato diverse novità che vanno proprio in questa direzione. Il mondo della disabilità – sia essa cognitiva, della vista, dell’udito, del movimento o di altra forma – è tanto vario quanto sono uniche le persone che lo rappresentano. L’OMS ha stimato che si tratti del 15% della popolazione globale. Ed è quindi fondamentale progettare strumenti che siano il più possibile inclusivi e alla portata di tutti, con l’obiettivo di creare una società più equa.

Criticità emerse durante il lockdown

Il periodo del lockdown, caratterizzato dall’utilizzo “salvifico” delle tecnologia, ha però fatto emergere diverse criticità per alcune fasce di popolazione. Ad esempio, da quando le mascherine sono diventate un accessorio fisso, per le persone con disabilità dell’udito che si affidano alla lettura labiale è diventato più difficile interagire. App come Trascrizione istantanea e Amplificatore sono diventate particolarmente utili, ha specificato Google, come riporta Italpress. Perchè la prima mostra in tempo reale sullo schermo dello smarphone quello che viene detto, mentre la seconda amplifica e adatta i suoni e le voci intorno. Altrettanto interessante la soluzione pensata per aiutare le persone con disabilità visive ad avere una maggiore autonomia nel quotidiano. Puntando lo smartphone in una qualsiasi direzione, Lookout offre una descrizione vocale dell’ambiente e degli oggetti visualizzati grazie a modelli di intelligenza artificiale. Solo per fare un esempio, l’app permette di distinguere gli ingredienti per una ricetta in cucina, i diversi prodotti in un supermercato oppure le banconote per fare un pagamento e ricevere il resto. Lookout è disponibile in italiano e la sua capacità di riconoscere gli oggetti si sta ampliando nel tempo. Sempre per chi ha una disabilità visiva, è disponibile in Italia anche la funzionalità di descrizione immagini su Chrome.

L’input del Googler italiano

Un Googler italiano, Lorenzo Caggioni, è il “motore” che sta dietro lo sviluppo del dispositivo DIVA. Un bottone intelligente che permette di interagire con l’Assistente Google senza dover usare la voce. DIVA permette a chi porta una forma di disabilità cognitiva o motoria di svolgere alcune attività frequenti con maggiore autonomia. Il progetto di Lorenzo, presentato nel 2019, ha originato nuove sperimentazioni in Google su come rendere più accessibile la tecnologia a chi porta una disabilità cognitiva. Da qui è nato Action Blocks, disponibile in italiano sui telefoni Android: serve a semplificare al massimo i procedimenti necessari per portare a termine un’attività sullo smartphone e a trasformarli – con l’Assistente Google – in un unico pulsante digitale attivabile con un semplice tocco.

Mise, ecco come le Pmi possono accedere al bando Digital Trasformation

Le Pmi possono accedere ad agevolazioni per il loro passaggio alle nuove tecnologie. Il Ministero dello Sviluppo economico ha infatti pubblicato il decreto che definisce i termini e le modalità di presentazione delle domande di agevolazione per il bando “Digital Transformation” destinato alle piccole e medie aziende italiane. Per questa misura sono stati stanziati 100 milioni di euro dal Decreto Crescita, con l’obiettivo di favorire la trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi delle micro, piccole e medie imprese, attraverso l’applicazione di tecnologie avanzate previste nell’ambito di Impresa 4.0 e di quelle relative a soluzioni tecnologiche digitali di filiera.

A chi è rivolto

Come si legge in una nota pubblicata dal Mise, possono beneficiare delle agevolazioni le Pmi che, alla data di presentazione della domanda, abbiano le seguenti caratteristiche: iscritte come attive nel Registro delle imprese; operano in via prevalente o primaria nel settore manifatturiero e/o in quello dei servizi diretti alle imprese manifatturiere e/o nel settore turistico e/o nel settore del commercio; hanno conseguito, nell’esercizio cui si riferisce l’ultimo bilancio approvato e depositato, un importo dei ricavi delle vendite e delle prestazioni pari almeno a euro 100.000; dispongono di almeno due bilanci approvati e depositati presso il Registro delle imprese; non sono sottoposte a procedura concorsuale e non si trovano in stato di fallimento, di liquidazione anche volontaria, di amministrazione controllata, di concordato preventivo o in qualsiasi altra situazione equivalente secondo la normativa vigente. Le Pmi in possesso di questi requisiti, si legge, “possono presentare, anche congiuntamente tra loro, purché in numero comunque non superiore a dieci imprese, progetti realizzati mediante il ricorso allo strumento del contratto di rete o ad altre forme contrattuali di collaborazione, compresi il consorzio e l’accordo di partenariato in cui figuri, come soggetto promotore capofila, un DIH-digital innovation hub o un EDI-ecosistema digitale per l’innovazione, di cui al Piano nazionale Impresa 4.0”.

Cosa finanzia

I progetti ammissibili alle agevolazioni devono essere diretti alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi dei soggetti proponenti mediante l’implementazione di tecnologie abilitanti individuate dal Piano nazionale impresa 4.0. (advanced manufacturing solutions, addittive manufacturing, realtà aumentata, simulation, integrazione orizzontale e verticale, industrial internet, cloud, cybersecurity, big data e analytics); tecnologie relative a soluzioni tecnologiche digitali di filiera. A tal fine i progetti devono prevedere la realizzazione di: attività di innovazione di processo o di innovazione dell’organizzazione, ovvero investimenti. I progetti di spesa devono, inoltre, essere realizzati nell’ambito di una unità produttiva dell’impresa proponente ubicata su tutto il territorio nazionale, prevedere un importo di spesa non inferiore a 50.000 e non superiore a 500.000 euro; essere avviati successivamente alla presentazione della domanda di accesso alle agevolazioni e prevedere una durata non superiore a 18 mesi dalla data del provvedimento di concessione delle agevolazioni.

Quali e sono e come accedere alle agevolazioni

Le risorse finanziarie per la concessione delle agevolazioni ammontano a 100.000.000 di euro. Spiega il Mise: “Per entrambe le tipologie di progetto ammissibili a beneficio le agevolazioni sono concesse sulla base di una percentuale nominale dei costi e delle spese ammissibili pari al 50%, articolata come segue: 10% sotto forma di contributo; 40% come finanziamento agevolato. Il finanziamento agevolato deve essere restituito dal soggetto beneficiario senza interessi a decorrere dalla data di erogazione dell’ultima quota a saldo delle agevolazioni, secondo un piano di ammortamento a rate semestrali costanti posticipate scadenti il 31 maggio e il 30 novembre di ogni anno, in un periodo della durata massima di 7 anni. Le domande di accesso alle agevolazioni, concesse mediante procedura valutativa a sportello di cui all’art. 5 d.lgs. n. 123/98, potranno essere presentate esclusivamente tramite procedura informatica, a partire dalle ore 12.00 del 15 dicembre 2020.

Social media: essere se stessi aiuta il benessere psicologico

Sii te stesso, anche sui social. Sembra essere questo il consiglio più prezioso per bilanciare in maniera corretta vita reale e vita virtuale, all’insegna della Life Balance. Insomma, la verità – anche sui social – ripaga in benessere a livello psicologico: lo afferma un nuovissimo studio pubblicato sulla rivista Nature Communications. “Con questa ricerca volevamo scoprire come gli utenti dei social media decidano se presentarsi in modo autentico, idealizzato o socialmente desiderabile. E abbiamo rilevato che gli individui più autentici sui social media sono quelli che vantano un più alto livello di benessere soggettivo” ha detto Erica Bailey della Columbia University e autore principale dello studio. L’analisi è interessante anche per i numeri: si stima che quasi 4 persone su 5 usino un qualche social e che i tre quarti di questi lo facciano su base quotidiana. Ovviamente, l’impatto di questa abitudine sulla psiche individuale può essere rilevante.

Analizzati oltre 10.000 profili

Il team di scienziati ha perciò analizzato i profili Facebook di 10.560 utenti, monitorando anche attività come mettere like e aggiornamenti di stato, al fine di valutare i tratti della loro personalità. Più nel dettaglio, gli autori hanno studiato l’autenticità delle informazioni postate su Facebook dal campione esaminato, confrontando il quadro psicologico emerso dall’analisi di questa attività con i risultati ai test standard di personalità cui ciascun volontario è stato sottoposto. I partecipanti hanno anche compilato un questionario ad hoc per misurare il proprio benessere psichico, chiamato test ‘Life Satisfaction’. Ebbene è emerso che quanto più l’attività su Facebook era in linea coi risultati ai test di personalità, maggiore era il benessere psichico riscontrato con il test Life Satisfaction. Nella seconda parte dello studio, poi, gli esperti hanno chiesto a una piccola parte del campione di scrivere post autentici sul social ed hanno visto che questa attività si associa a un aumento del benessere psichico riportato da ciascuno.

Auto-idealizzarsi non fa bene

Naturalmente, tutti tendiamo a mostrare sui social solo gli aspetti migliori delle nostre vite, delle nostre passioni e anche del nostro aspetto. Ma questo “comportamento auto-idealizzante a volte può portare a conflitti psicologici interni, provocando forti reazioni emotive e persino ansia o depressione” spiegano i ricercatori. Addirittura, alcune fra le persone coinvolte nel test ha sostenuto che la cura sia la chiusura degli account social. Ma i ricercatori sono di un altro avviso:  si può benissimo rimanere “psicologicamente sani ed emotivamente stabili anche rimanendo sui social, a condizione di essere più autentici”.

Tecnologia indossabile, un mercato in ascesa alla faccia del lockdown

Alla faccia della crisi, il mercato della tecnologia indossabile sta vivendo un autentico periodo d’oro. Che siano smartwatch, auricolari, accessori per il fit, questi gadget altamente hi-tech sono i compagni preferiti. E questo trend è tutto in salita: nonostante la pandemia, il mercato della tecnologia da indossare crescerà a cifra doppia nel 2020 e negli anni seguire. In base alle previsioni degli analisti di Idc, auricolari, smartwatch e altri dispositivi indossabili faranno registrare quest’anno consegne globali per 396 milioni di unità, con un incremento del 14,5% su base annua. Insomma, il comparto non sembra minimamente sfiorato dalle difficoltà registrate da quasi ogni settore produttivo in questi mesi decisamente complicati. Anzi, il trend sembra destinato a crescere ancora a livello globale, secondo le previsioni per il futuro fatte dagli analisti.

Domanda stabile anche nel periodo di quarantena

Nei primi sei mesi dell’anno, riporta l’Ansa, “nonostante le aziende abbiano ridotto la produzione e i consumatori siano stati messi in quarantena, la domanda di indossabili è rimasta stabile”, osservano i ricercatori. Il mercato è stato trainato dagli auricolari, con una domanda abbastanza forte da controbilanciare la lieve flessione di smartwatch e bracciali. E la tendenza positiva proseguirà nella seconda metà dell’anno. Già, perché lasciato alle spalle il lockdown più pesante, molte aziende di tutto il mondo si stanno adesso concentrando sul lancio di nuovi prodotti. E i consumatori sembrano estremamente interessati alle ultime novità hi-tech.

Servizi abbinati, i più desiderati oggi e domani

Ma non ci sono solo i dispositivi “singoli” a piacere ai consumatori. Hanno un ottimo riscontro anche i servizi abbinati, come Fitness+ di Apple, Halo di Amazon e Fitbit Premium. Sarà proprio questo, secondo gli analisti, uno dei maggiori trend da tenere d’occhio.

Oltre 630 milioni di device consegnati entro il 2024

In base alle stime degli esperti del settore, questo anomalo 2020 si concluderà comunque con la commercializzazione di 234,3 milioni di auricolari e cuffie smart, pari al 59,2% di tutti gli indossabili. Gli smartwatch rappresentano una larghissima festa del mercato, con 91,4 milioni (23,1%), mentre i bracciali da fitness venduti saranno a fine anno 67,7 milioni (17,1%). E nell’immediato futuro il comparto è destinato a crescere ulteriormente. Sempre stando alle previsioni, nel 2024 le consegne di device indossabili raggiungeranno i 631,7 milioni di unità. Cuffie e auricolari consolideranno la leadership con 396,6 milioni di pezzi, pari al 62,8% del totale. Gli smartwatch consegnati saranno 156 milioni (24,7), i bracciali 74,4 milioni (11,8%).

Occhio alle truffe diffuse attraverso TikTok e Instagram

Sono diverse le truffe che si nascondono nei social media più amati dai giovanissimi, come TiokTok e Instagram. A lanciare l’allarme è Avast, colosso della sicurezza digitale, che ha identificato almeno sette applicazioni che possono trarre in inganno e frodare gli utenti. In particolare, si tratta di app capaci di camuffarsi da giochi, sfondi o download di musica, ma che in realtà fanno pubblicità indesiderata o addebiti fraudolenti. Le truffe sono state individuate sia nei sistemi iOS sia Android. Quello che è particolarmente grave, sottolineano gli esperti, è la promozione di queste app tramite profili dedicati su TikTok e Instagram, piattaforme di social media popolari tra un target molto giovane di bambini e pre adolescenti, che potrebbero non riconoscere alcuni campanelli di allarme che riguardano le app truffa e quindi cadere più facilmente in inganno.

Un business da oltre 500.000 dollari

Come hanno riscontrato i ricercatori, queste app sono state scaricate più di 2.400.000 volte e hanno fruttato ai truffatori più di 500.000 dollari. Alcune delle app sono HiddenAds, un tipo di trojan che si traveste da “applicazione” sicura e utile e che invece monopolizza lo smartphone con annunci continui e indesiderati. Si tratta di applicazione davvero “furbe”, dato che riescono a nascondere la propria icona sul dispositivo, rendendo difficile per gli utenti identificare l’origine degli annunci.

Come difendersi?

Anche se le app malevoli sono insidiose, ci sono delle regole per potersi difendere dalle truffe. In prima battuta, occorre leggere con attenzione le recensioni: le app di adware possono essere difficili da riconoscere, poiché sono spesso camuffate da app di intrattenimento che propongono ad esempio giochi e suonerie. Come riporta Askanews, i segni che un’app potrebbe essere una truffa includono valutazioni basse e recensioni negative. Bisognerebbe poi stare attenti al caso contrario, quando invece le recensioni sono scarse, ma dal tono eccessivamente entusiastico: anche qui, c’è il sospetto di inganno. Infine, un criterio di valutazione è legato ai prezzi: gli utenti dovrebbero valutare ciò per cui stanno pagando e se il prezzo di un’app ha senso considerando ciò che offre. Molte di queste applicazioni fraudolente infatti offrono funzionalità di base o non realistiche a prezzi troppo elevati, posto che giochi e funzionalità come queste sono spesso offerte gratuitamente da altri sviluppatori. Naturalmente (anche se non lo facciamo quasi mai…) andrebbero controllate le autorizzazioni: prima di scaricare le app, gli utenti dovrebbero verificare le autorizzazioni richieste e valutare se hanno senso per il corretto funzionamento dell’app stessa. Insomma, se l’inganno è “furbo”, gli utenti devono esserlo di più e sapersi proteggere.

Videogame, più gettonati dei film in streaming e Tv

Sportivi sì, ma davanti a uno schermo. Gli italiani sono dei veri fan degli sport competitivi, specie quelli che si possono praticare… sui videogiochi. E il lockdown, che ha bloccato per tanto tempo le attività fisiche tradizionali, non ha fatto altro che aumentare tale tendenza. Che i nostri connazionali siano dei patiti di queste attività è confermato dal nuovo rapporto presentato da Iidea, l’associazione nazionale di categoria, in collaborazione con Nielsen: nel 2019 gli appassionati in Italia sono aumentati del 20% attestandosi su 1,4 milioni. Non solo: nei primi mesi del 2020 la crescita è stata ancora maggiore.  

Raddoppiato il tempo per i giochi

Come si legge nel report, da gennaio a giugno gli appassionati hanno quasi raddoppiato il tempo dedicato ai videogiochi per Pc (+48%) e console (+42%), più di quanto sia successo con tv e film in streaming (+45%). Il 38% degli “avid fan”, appassionati che seguono i videogiochi competitivi almeno una volta al giorno, ha guardato esports in sostituzione degli sport tradizionali. “Questa forma di intrattenimento – ha spiegato il presidente di Iidea, Marco Saletta – ha ricevuto un’ulteriore spinta alla crescita come fenomeno di massa grazie all’attenzione ad esso dedicata nel corso dei primi 6 mesi del 2020 da parte di media più generalisti e canali televisivi che in passato erano orientati alla sola trasmissione di eventi sportivi più tradizionali”. I dati diffusi dall’associazione – estrapolati da un’indagine condotta su un campione di 1.500 persone tra i 16 e i 40 anni – evidenziano la popolarità degli esports, un fenomeno trasversale che appassiona in egual misura uomini (51%) e donne (49%) con un livello di istruzione medio-alto e un’età media di 29 anni.

Più giocatori al Sud e nelle Isole

Un’altra informazione singolare che scaturisce dal report è legata alle differenze geografiche: si scopre infatti che ben il 36% dei fan di queste attività si concentra nelle regioni del Sud e nelle Isole. E per quanto riguarda il tempo trascorso con questa passione? In media i fan dedicano 6,5 ore alla settimana alla fruizione di eventi esports, contro le 5 del 2018 (+35%). Il numero di fan che spendono oltre cinque ore la settimana a guardare eventi esports, inoltre, è aumentato del 18% rispetto alla rilevazione del 2019. Oltre agli esports, musica e cinema sono i loro principali interessi.

PC e smartphone i dispositivi preferiti

I motivi che portano gli appassionati a seguire il mondo delle competizioni videoludiche sono l’intrattenimento, il voler migliorare le proprie abilità in un determinato videogioco o guardare un videogame prima di acquistarlo. I generi più seguiti sono gli sportivi e gli sparatutto, seguiti dai battle royale (Fortnite su tutti). I dispositivi più utilizzati sono personal computer (62%) e smartphone (47%), seguiti dalle app per Smart TV, tra cui YouTube (31%).