Quanto costa avviare un’impresa in Italia? Circa 20mila euro e oltre 80 pratiche

Fare impresa in Italia non è né facile, né veloce, né tantomeno a buon mercato. Per dire le cose come stanno: per avviare un’attività nel nostro paese servono circa 20mila euro e ci possono volere fino a 86 adempimenti burocratici. Numeri che potrebbero scoraggiare anche il più entusiasta aspirante imprenditore. A fotografare le criticità del complicato e oneroso percorso per inaugurare una  propria attività ci ha pensato l’Osservatorio nazionale della Cna “Comune che vai, burocrazia che trovi”. Si tratta di una ricerca che misura l’impatto negativo di procedure lunghe, complesse e costose per avviare un’impresa e che rappresentano il principale freno allo sviluppo economico del Paese.

Le autoriparazioni le attività più “tartassate”

Il massimo della burocrazia, rivela l’Osservatorio della Cna, è riservato alle attività di autoriparazione: per aprire un’officina il complesso apparato della pubblica amministrazione italiana pretende 86 adempimenti che si traducono in quasi 19mila euro di costi da affrontare. La strada è pressoché uguale e altrettanto ardua per chi desidera avviare un’attività imprenditoriale nell’ambito della falegnameria: 78 adempimenti e 19.700 euro di spesa per le pratiche. Le gelaterie superano i bar con 73 adempimenti contro 71. Va un po’ meglio – ma neanche poi tanto – per gli acconciatori, che se la cavano con “solo” 65 pratiche da sbrigare presso 26 enti e un onere stimato di 17.500 euro.

“Lotta alla cattiva burocrazia”

Insomma, dai dati emerge che avvicinarsi all’imprenditorialità è per molti un miraggio e proprio per questa ragione la burocrazia andrebbe snellita e razionalizzata. Con l’obiettivo di rendere tali processi più agili, davanti alla Commissione parlamentare per la semplificazione la vicepresidente di Cna, Stefania Milo, ha ricordato che la Confederazione da tempo sollecita la “lotta contro la cattiva burocrazia”, sebbene qualche passo avanti da parte del legislatore ci sia effettivamente stato. Eppure “nonostante lo sforzo profuso dal Parlamento l’azione di ammodernamento appare ancora inadeguata”. Rimangono elementi di disomogeneità, soprattutto a causa “dell’intreccio dei molteplici centri di produzione normativa” che alimentano sovrapposizioni e ritardi per l’avvio dell’attività di impresa. La vicepresidente inoltre ha evidenziato l’esigenza di fare “un tagliando agli aggiustamenti introdotti sui principali strumenti amministrativi”. Tra questi, riporta Askanews, ci sono la conferenza dei servizi, l’Autorizzazione Unica Ambientale (Aua) che non ha centrato l’obiettivo di economicità amministrativa e con tempi di rilascio ancora troppo lunghi. Così come il Suap (Sportello Unico per le attività produttive) che sconta in molte località l’impossibilità dell’accesso per via telematica nonostante sia un obbligo di legge e che scardina il principio “Once only Suap”. Il Recovery Plan offre l’opportunità irripetibile di realizzare i necessari investimenti in digitalizzazione, innovazione e capitale umano per modernizzare la pubblica amministrazione. Cna guarda con interesse al rilancio dell’Agenda per la semplificazione 2020-2023, “strumento utile per rinnovare la logica ispiratrice delle modifiche più recenti”.

Milano, nuovi immobili: prezzi stabili e addirittura in salita

Il residenziale di Milano e del suo hinterland resiste ai colpi della pandemia. O, quantomeno, tengono i prezzi degli immobili di nuova costruzione, a testimoniare di quanto il capoluogo lombardo sia sempre una piazza estremamente ambita, anche in tempi difficili. L’indicazione emerge dalla “Rilevazione dei prezzi degli Immobili sulla piazza di Milano e Provincia”, realizzata dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, in collaborazione con FIMAA Milano Lodi Monza e Brianza, Assimpredil ANCE Milano Lodi Monza e Brianza, Fiaip Lombardia, Anama Milano, ISIVI Milano e altre associazioni di categoria ed ordini professionali del settore. In particolare, gli addetti ai lavori segnalano una domanda sempre più selettiva e attenta alla qualità, anche in uno scenario reso più complesso dall’emergenza sanitaria ed economica.

Quanto costa comprare una casa nuova?

Comprare una casa nuova all’ombra della Madonnina costa in media 5.710 euro al metro quadrato, con una variazione positiva di +1,3% in un anno. La media in centro è di 10.228 euro al mq rispetto a 10.272 euro al mq del 2019, con una leggera flessione dello 0,4%. Nella zona nord, i prezzi passano da 4.268 euro al mq a 4.335 euro al mq, +1,6%. Nel quadrante meridionale si rileva la variazione più importante, con quotazioni che crescono a +5,5%, mentre nella zona ovest di Milano si passa da 5.159 a 5.177 euro al mq, con un incremento dello 0,3%. Cresce anche la zona est, da 4.575 a 4.704 euro al mq, con un incremento dei prezzi pari a +2,8%.

Anche l’hinterland con il segno più

L’andamento positivo non si ferma al perimetro di Milano, ma coinvolge anche i comuni dell’hinterland. Da Cologno Monzese a Bresso, da Cormano a Cusano Milanino, crescono soprattutto a nord e nel quadrante est i prezzi in alcuni centri nell’hinterland milanese, in un contesto che si mantiene comunque all’insegna della stabilità per gli appartamenti nuovi. L’attenzione degli operatori si concentra sulla qualità dei servizi e sulla disponibilità di zone verdi, in un mercato che comincia a riflettere il cambio di paradigma conseguente all’emergenza sanitaria.

Chi sale e chi scende

Anche se i quartieri più costosi si confermano, ovviamente, quelli del centro città, in proporzione mettono a segno incrementi dei prezzi anche zone come Greco, Corvetto, Solari/Napoli, piazza Udine, Forlanini/Mecenate, Musocco – Villapizzone e Lambrate. Mentre i prezzi di vendita delle case nuove tengono, o addirittura crescono, lo stesso non si può dire per gli affitti. Il mercato delle locazioni nelle diverse zone della città vede i prezzi massimi – quelli degli appartamenti pregiati nelle zone più ambite e centrali  – registrare la riduzione di valore più significativa. In centro le quotazioni calano a -11% per i monolocali e a -20% per i bilocali. Nella cerchia dei Bastioni si evidenziano valori in diminuzione di -4% per i monolocali e di -5% per i trilocali. Più stabile il mercato degli affitti in Circonvallazione e nella prima periferia.

Ristoranti e shopping: come sono cambiate le abitudini durante la pandemia

E’ inutile negare che il 2020 abbia comportato cambiamenti profondi alle abitudini di tutti noi, comprese quelle che riguardano gli acquisti. Eppure, non mancano delle sorprese che mettono in luce come il “local” sia una tendenza ormai radicata e quasi accentuata dall’emergenza. Lo rivela Ipsos che in un sondaggio globale ha esplorato il cambiamento delle abitudini di acquisto dei consumatori presso i piccoli negozi e ristoranti durante la pandemia. In linea generale, i consumatori di tutto il mondo riferiscono di mangiare meno frequentemente al ristorante (anche perché diversi paesi sono in lockdown) e fare più spesso acquisti online rispetto alla situazione pre-pandemica. Tuttavia, gli acquisti effettuati a livello locale – da agricoltori, produttori, imprese e ristoranti locali – risultano essere sostanzialmente invariati rispetto a prima della pandemia. A livello globale, il 63% degli intervistati afferma di frequentare i piccoli ristoranti o di proprietà locale meno frequentemente rispetto a prima della pandemia. Tra i 28 Paesi esaminati, il Giappone ha registrato il calo più lieve, con una percentuale pari al 44%, invece, l’Italia si colloca in una posizione intermedia con una percentuale del 60%.

La scelta si sposta sull’asporto e il delivery

Se andare direttamente al ristorante è un’abitudine che per ovvi motivi registra una battuta d’arresto, d’altro canto il 23% dei consumatori di tutto il mondo dichiara di mangiare più sovente cibo da asporto e/o consegnato direttamente a casa da piccoli ristoranti o di proprietà locale; il 45% afferma di usufruire della consegna a domicilio o dell’asporto con la stessa frequenza rispetto a prima della pandemia. In Italia, il 48% delle persone dichiara di consumare cibi da asporto o consegnati direttamente a casa con la stessa frequenza rispetto alla situazione pre-pandemica, in linea con la media globale.

Acquisti in piccoli negozi o online?

A livello globale, la maggior parte degli intervistati (54%) dichiara di non aver modificato la frequenza con cui effettua acquisti di persona presso piccole imprese o locali, e l’Italia non fa eccezione. Per quanto riguarda gli acquisti online, a livello globale meno della metà degli intervistati – il 43% – afferma di fare shopping online più spesso. Il Nord America guida l’aumento globale della frequenza degli acquisti online, con la metà dei consumatori che dichiara di fare acquisti online più sovente. L’Italia, anche in questo caso, si colloca in una posizione vicina alla media globale. Sono però i consumatori con un reddito più elevato (49%) quelli che affermano di aver scelto la modalità online con più frequenza rispetto a prima della pandemia: probabilmente chi ha più disponibilità ha anche più strumenti per comprare sul web.

Milano, Lodi, Monza Brianza: nel 2020 più nuove imprese di quelle cessate

Resta positivo il saldo delle imprese iscritte nel corso del 2020 alla Camera di Commercio di Milano, Monza e Brianza, Lodi. Un segnale decisamente positivo che regala un pizzico di ottimismo in mesi resi cupi dagli effetti della pandemia, pesantissimi non solo per la salute ma anche per l’economia nazionale. Comunque sia, il sistema produttivo di quest’area lombarda si conferma ancora una volta tenace e resiliente, come rivelano le analisi dell’Ufficio Studi della Camera di Commercio su dati Registro Imprese. Complessivamente a dicembre 2020 si contano 384 mila imprese attive (in un anno -0,4%), di cui 305 mila imprese a Milano, 64 mila a Monza Brianza 14 mila a Lodi.

I numeri dell’imprenditorialità del Milanese

Entrando nel merito dei numeri, sono 383.726 le imprese attive a Milano, Monza Brianza Lodi a dicembre 2020, in calo di -0,4% rispetto alle 385.171 di dicembre 2019. In particolare, a chiusura 2020, si contano 305.395 imprese attive a Milano (-0,4% in un anno); a Monza Brianza le imprese attive sono 63.946 (-0,3%) mentre a Lodi i numeri passano da 14.509 a 14.385 (-0,9%). Tuttavia, accanto ai dati tutto sommato ancora positivi che contraddistinguono l’andamento delle imprese, l’analisi evidenzia i mutamenti dovuti alla grande incertezza dovuta alla pandemia. Incertezza che ha avuto un riverbero significativo sull’andamento demografico dell’imprenditoria del territorio, evidenziato dai risultati di iscrizioni e cessazioni.

Chi nasce, chi abbandona e il confronto con il 2019

Le rilevazioni segnalano che le nuove imprese nate a Milano, Monza Brianza e Lodi nel 2020 sono state complessivamente 25.393. A fronte di queste, nello stesso periodo 20.989 hanno cessato l’attività. Un saldo positivo (4.404 unità), che va tuttavia confrontato con il 2019: la rilevazione segnala che le iscrizioni sono diminuite del 17,2%, così come parallelamente le cessazioni hanno fatto segnare un calo (-12,3%); anche il saldo è risultato in netta flessione (era stato di 6.725 nel 2019). “Di fatto, i dati fotografano una situazione ancora in divenire, dal momento che tendenzialmente le cancellazioni di attività nel Registro delle imprese si concentrano nei primi tre mesi dell’anno” fanno sapere dall’Ufficio Studi delle Camera di Commercio di di Milano, Monza e Brianza, Lodi. “La rilevazione del primo trimestre 2021 potrebbe, quindi, evidenziare i maggiori effetti sul sistema imprenditoriale causati dalla pandemia”. In sintesi, non resta che aspettare l’evoluzione dei prossimi mesi per avere un quadro più preciso e puntuale dell’imprenditorialità di Milano, Monza e Brianza, Lodi.

Spirito imprenditoriale, in tempi di virus aumenta tra giovani e donne

Il Covid-19 metterà il freno ad alcune nostre libertà, ma di certo non blocca lo spirito imprenditoriale di diverse categorie, in particolare le donne e le giovani generazioni. A dirlo è nuovo sondaggio Ipsos, condotto in 28 Paesi tra oltre 20.000 intervistati, che ha rivelato che un terzo degli adulti in tutto il mondo mostra un livello molto elevato di spirito imprenditoriale. L’Entrepreneurial Spirit Index di Ipsos considera 18 caratteristiche imprenditoriali chiave a livello globale, che vanno dall’etica del lavoro alla propensione di assunzione dei rischi. 

Paese che vai, differenze che trovi

Tra gli aspetti emersi dal sondaggio il primo ad apparire è il fatto che lo spirito imprenditoriale varia, e anche di molto, da Paese a Paese. Ad esempio la Colombia si posizione al primo posto, seguita da Sud Africa e Perù; invece, Belgio, Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Corea del Sud e Giappone si collocano in fondo alla lista. Su 28 Paesi considerati, l’Italia si piazza al 13° posto con una percentuale del 29% (in linea con la media globale pari al 32% e in aumento del 5% rispetto al 2018). Molti esperti ed economisti affermano che l’imprenditorialità è fondamentale per una ripresa economica e che un’economia rinnovata dipenderà in gran parte dall’attività imprenditoriale dei cittadini. Insomma, una piccola carica di ottimismo per il futuro che ci attende.

La pandemia ha messo in moto l’imprenditorialità

Tra gli altri risultati più significativi del sondaggio, si scopre che la pandemia ha messo in moto la voglia di fare, tanto che 3 imprenditori su 10 hanno avviato un’attività imprenditoriale proprio nell’ultimo anno. In particolare, lo spirito imprenditoriale è più alto tra i Millennials e la Gen. X, nonché tra chi possiede un livello di istruzione e reddito superiore. Ma è aumentato molto anche fra le donne e pure tra le categorie che possiedono un livello d’istruzione e reddito più basso.

Le criticità nelle varie aree del mondo

Tuttavia, esistono delle ombre, come quella sulle disparità di genere ancora esistenti. Per la maggior parte degli intervistati, le donne non ricevono un trattamento equo quando cercano di avviare un’attività imprenditoriale. Soltanto in 5 dei 28 Paesi esaminati – Cina, Arabia Saudita, India, Malesia e Turchia – si ritiene che le donne siano trattate in modo equo. Tra le restanti 23 posizioni, l’Italia rientra tra i Paesi più convinti che la disparità di genere sia ancora molto elevata (25% vs. 37% a livello globale). Ancora, dal sondaggio emerge che, a livello globale, solo il 29% dà giudizi positivi all’assistenza da parte del proprio Governo agli imprenditori. Si ritiene che il governo stia facendo un lavoro migliore in India, Polonia, Malesia e Messico, mentre le valutazioni più basse si riferiscono a Belgio, Perù, Ungheria, Giappone e purtroppo Italia.

Piccole e medie imprese, il 2021 preoccupa 1 azienda su 4

Il 2021 porta con sé, oltre a tante speranze, anche una dose di preoccupazione, specie per le piccole e medie imprese. Come sottolinea una recente indagine condotta dal Centro studi CNA tra gli iscritti alla Confederazione, intitolata “Pensare a un futuro senza Covid. Le aspettative delle imprese per il 2021”, si scopre che un’impresa su quattro teme di chiudere.

Le previsioni degli imprenditori

In merito allo scenario previsto per l’anno appena iniziato il 74,1% delle imprese coinvolte nell’indagine immagina che la caduta del prodotto interno lordo tricolore registrata nel 2020 possa essere recuperata solo parzialmente nel 2021. Il 23,1%, invece, è ottimista e crede che l’Italia sia in grado di riconquistare rapidamente i livelli pre-Covid. Ovviamente le risposte e la visione del futuro sono molto differenti a seconda dei comparti in cui operano le imprese. Infatti mostrano una visione negativa le imprese attive nei settori più colpiti dal lockdown, come costruzioni, turismo e servizi alla persona, mentre hanno prospettive più rosee quelle che operano in aree come i servizi per le imprese, dall’offerta immateriale e con ampie possibilità di intervenire da remoto.

Un terzo delle imprese pensa di crescere

A fronte di un 32,9% complessivo di imprese che nel 2021 ritiene di crescere (l’8,7% presume un incremento sui risultati pre-Covid) o perlomeno di recuperare le perdite accumulate nel 2020 (24,2%), si nota un largo 67,1% scarsamente o per nulla fiducioso nel breve periodo. In particolare, il 40,1% delle imprese intervistate, dopo avere accusato un forte ridimensionamento nel 2020, è convinto che nel 2021 non tornerà ai livelli precedenti. E il restante 27% ha addirittura paura di cessare l’attività nei prossimi mesi. Disaggregando tali dati per settore, la palma dell’ottimismo va al comparto edilizio (il 46,5% è orientato favorevolmente, anche grazie alle speranze riposte nel Superbonus 110% e nelle altre agevolazioni previste per le costruzioni), seguito dal manifatturiero (36,2%). Molto meno fiduciosi, e che temono il rischio chiusure, sono i settori che hanno dovuto sopportare danni economici rilevantissimi, come il turismo (43,5% del totale), il trasporto (33,3%) e i servizi per la persona (31,7%).

Le priorità per ripartire

L’indagine mette in luce quelle che sono le priorità indicate dalle imprese per ripartire. Il 36,4% delle aziende pensa di continuare adottando ancora la diversificazione delle zone a seconda della gravità della situazione sanitaria, mentre il 35,6% ritiene le ragioni dell’economia prioritarie e quindi la necessità di evitare nuovi lockdown. Un 28% chiede infine che l’Italia proceda nel solco degli altri Paesi europei, al fine principale di mantenere invariata la posizione competitiva nazionale.

Mercato auto, 500mila immatricolazione in meno nel 2020

Il 2020 non è stato un anno fortunato per il comparto dell’auto, anzi. La scure della crisi dovuta all’emergenza sanitaria si è fatta sentire sensibilmente anche sull’automotive, tanto che a fine anno le immatricolazioni in Italia difficilmente supereranno la cifra di 1,4 milioni di auto, con una discesa del 26% circa rispetto al 2019, anno in cui le autovetture immatricolate sono state 1,9 milioni. “Il calo è un chiaro effetto della crisi pandemica; tuttavia nel 2021, se il mercato sarà adeguatamente sostenuto da incentivi alla rottamazione, potrebbe esserci un forte recupero, visto che almeno mezzo milione di auto nuove non è stato comprato a causa del lockdown”, affermaLo spiega Alberto Di Tanno, presidente del Gruppo Intergea e co-founder di Italia Bilanci, che ha stilato con FederAuto un dettagliato Rapporto sul settore, la sua evoluzione e i possibili scenari futuri.

Concessionari dimezzati in 13 anni

L’analisi ha però un respiro temporale molto più ampio e considera il periodo dal 2007 al 2019, comprendendo anche le stime per il 2020. Tra i dati più rilevanti, si scopre che nel 2007 i concessionari erano 2.785, mentre a giugno del 2020 meno della metà, 1.294 (35 in meno rispetto al 2019). Tuttavia, a fare da contraltare a questo fenomeno, c’è il fatto che le dimensioni del dealer sono molto aumentate e le strutture sono diventate più articolate. Il fatturato medio ha subito prima una forte decremento, passando da 22 milioni del 2007 al punto minimo di 16,6 del 2012. Dal 2013, la crescita è stata costante e graduale fino ai 40 milioni registrati nel 2019. Mentre per il 2020 si stima il calo del 25% circa, che porta il fatturato medio a 30 milioni. Il mercato delle auto “avrà bisogno di organizzazioni sempre più grandi, preparate, presenti direttamente sul web e capaci di interpretare i bisogni del consumatore”, precisa Di Tanno. “Tra gli elementi di rischio con cui saremo chiamati a confrontarci ci sono la forte variabilità legata alle fluttuazioni di mercato, i margini lordi in contrazione e un mercato sempre più spostato verso soluzioni di mobilità che non favoriscono il conto economico del dealer”.

Usato e online per stare sul mercato

In un mercato in contrazione, cresce invece il canale dell’usato, che sta assumendo dimensioni sempre più significative. Ancora, tra le strategie vincenti che emergono dallo studio, per il prossimo futuro, “c’è l’aumento della componente online. Internet rafforzerà il suo ruolo nella scelta dell’automobile e del concessionario a cui affidarsi. La compravendita continuerà a concludersi dal vivo e in presenza, ma chi vuole comprare una vettura si documenterà sempre di più sul web. Anche la video-chiamata andrà a consolidarsi come strumento di consulenza. Una vetrina online efficace e l’interattività saranno fondamentali”.

Effetto Covid sulle retribuzioni: chi guadagna di più e chi meno

Nonostante le oggettive difficoltà che il 2020 ha portato con sé, vedi alla voce emergenza sanitaria, ci sono anche delle professioni che non hanno subito effetti negativi con il Covid-19, anzi. Esistono infatti delle figure che hanno addirittura visto crescere i loro livelli retributivi (ma altrettante li hanno visti calare). Lo spaccato delle retribuzioni al tempo del coronavirus è il frutto del 28° Rapporto Retribuzioni di ODM Consulting, società di consulenza HR di Gi Group, elaborato su un database di che fa riferimento a un universo di oltre 15 milioni di lavoratori italiani dipendenti di imprese private. La diffusione del Covid 19 e il conseguente lockdown hanno avuto un forte impatto sull’economia, il mercato del lavoro e le imprese italiane. Ad esempio, il rapporto evidenzia che ci sono cinque settori con incrementi, tra i quali il settore Farmaceutico e la GDO, e altri cinque in calo, come la Moda e l’Automotive.

Un blocco generalizzato

Anche se si registra un blocco del trend di crescita nel corso del 2020, dovuto proprio alla pandemia e ai relativi lockdown, ci sono dei settori che, seppur in misura contenuta, presentano delle dinamiche più positive. “In uno scenario di congelamento della crescita delle retribuzioni, il cluster dei comparti è l’unico per cui si sono riscontrati dei trend differenziati, anche se rimangono comunque contenuti – commenta Miriam Quarti, Senior Consultant e Responsabile area Reward & Engagment di ODM Consulting – La pandemia e la conseguente decisione del Governo di dichiarare il lockdown a livello nazionale ha comportato un periodo di sospensione delle attività che ha coinvolto circa i due terzi delle imprese, anche se con tempi e durata diversi, e una conseguente riduzione della produttività industriale. Per questo, anche il mercato retributivo è stato ampiamente influenzato dal contesto economico corrente in cui le attività dei settori che non rientravano tra i cosiddetti servizi essenziali sono state penalizzate in confronto a quelle che hanno potuto continuare a operare sul mercato.”
I cinque settori che crescono di più

Tra quelli cresciuti maggiormente, ci sono cinque settori che rientravano fra le attività essenziali e che hanno subìto in misura minore il lockdown, riscontrando anzi un incremento delle attività e un aumento medio di quasi 600 euro, con un picco di quasi 1.000 euro nell’industria Farmaceutica. Sono: Corrieri/Trasportatori/Logistica; Grande distribuzione food; Farmaceutica; Alimentare; Energia elettrica, gas, acqua.

E quelli che scendono

Purtroppo ci sono anche comparti che hanno registrato un andamento negativo, con una diminuzione media superiore ai 300 euro. Sono ovviamente i settori che maggiormente hanno subito le chiusure: Commercio al dettaglio; Industria dell’abbigliamento/Moda; Pubblici esercizi; Alberghiero; Tessile.

Lombardia, ripartono le assunzioni: migliora il mercato del lavoro nel terzo trimestre

Segnali di miglioramento nel mercato del lavoro lombardo: nel terzo trimestre dell’anno si registra una risalita delle assunzioni, grazie soprattutto alla ripresa delle attività nei mesi estivi e a una minore rigidità delle misure per il contenimento del virus. Tuttavia, nonostante qualche spiraglio positivo, il numero di occupati in Lombardia rimane inferiore ai livelli del 2019, con una variazione su base annua pari al -2,4% analoga a quella registrata nel secondo trimestre. Il tasso di occupazione nella Regione si attesta a quota 66,1, due punti sotto il valore dell’anno precedente. I dati sono il frutto di un’elaborazione di Unioncamere Lombardia, che ha pubblicato gli ultimi report sul mercato del lavoro in Regione. La fotografia della situazione occupazionale è comunque fra luci e ombre, anche se non mancano alcuni segnali nella direzione di un cauto ottimismo.

I numeri del trimestre

Come anticipato, il calo delle cessazioni aiuta il miglioramento del saldo, ma blocco dei licenziamenti e CIG rendono difficile stimare l’effettivo impatto della pandemia sui livelli di occupazione. Più nel dettaglio, i dati di flusso, che colgono in maniera più tempestiva i rapidi mutamenti in corso, mostrano una risalita delle assunzioni, il cui numero si attesta a circa 362 mila: si tratta di un valore ancora inferiore allo stesso periodo del 2019 (-12%), ma in chiara ripresa dopo lo “stop” del trimestre precedente (-43,5%). Considerando anche le cessazioni, che su base annua calano in misura più marcata (-16%), il saldo dei mesi estivi risulta positivo e in miglioramento, sebbene i dati cumulati degli ultimi 12 mesi mostrino una perdita di circa 44 mila posizioni rispetto all’analogo periodo del 2019. Le ore autorizzate di Cassa Integrazione si dimezzano dopo il boom del secondo trimestre, pur rimanendo su livelli storicamente elevatissimi: l’ammontare dei primi nove mesi del 2020 (820 milioni di ore) arriva infatti a superare quello complessivo dei sei anni precedenti.

Come sarà il futuro?
“Gli strumenti a sostegno dell’occupazione hanno avuto il grande merito di proteggere molti lavoratori e le loro famiglie, ma rendono difficile capire la reale situazione del mercato del lavoro il saldo occupazionale migliora infatti non solo per la ripresa delle assunzioni, ma anche per il minor numero di cessazioni: nel momento in cui CIG e blocco dei licenziamenti verranno meno, si porrà il problema del riassorbimento dei lavoratori.” ha dichiarato Gian Domenico Auricchio, Presidente di Unioncamere Lombardia. Non resta che aspettare l’evoluzione delle prossime settimane per comprendere meglio quale sarà lo scenario occupazionale del 2021.

Mercato immobiliare, un presente difficile e le prospettive per la ripresa

Inutile negare che il 2020 sia stato un anno difficile per tutti i settori economici, e l’immobiliare non fa certo eccezione. Pur avendo tuttavia retto, specie durante la prima ondata del Covid-19, i numeri riferiti alle transazioni di quest’anno saranno sicuramente inferiori alle attese. Nel mercato residenziale i primi sei mesi dell’anno avevano evidenziato una flessione consistente dei livelli di attività transattiva, testimoniata da una variazione tendenziale del -15,5% nel primo trimestre, a cui era seguito un calo ancora più intenso- -27,2% – nel secondo trimestre. Le previsioni di calo per il quarto trimestre porteranno a chiudere l’anno nell’ordine delle 500.000 unità transate (-17,1%) secondo lo scenario “Base”, o 491.000 unità transate (-18,7%) secondo lo scenario “Hard”. Considerato che, prima della diffusione del Covid-19, le previsioni per l’anno in corso prefiguravano un numero di compravendite pari a 612mila, risulta evidente l’ampia quota di mercato che la pandemia ha eroso.Sono alcuni dei dati emersi dal 3°Rapporto sul mercato immobiliare di Nomisma, istituto di ricerca bolognese.

Dopo l’estate, è cambiato il sentiment

Il report sottolinea come l’andamento del mercato – in particolare il residenziale – sia stato contraddistinto da un deciso ottimismo durante l’estate, con una forte intenzione d’acquisto da parte delle famiglie e l’appoggio delle banche, mentre dall’autunno il clima è cambiato a causa della seconda ondata del virus. Non soffre, invece, il comparto delle ristrutturazioni e riqualificazioni, grazie soprattutto al Superbonus110%.

Come sarà il 20201 e quali città si riprenderanno prima?

Per il 2021, si prevede che l’andamento delle transazioni dipenderà dal rimbalzo a livello economico e dalla tempestività ed efficacia con cui i vaccini saranno resi disponibili. Al momento, comunque, per il prossimo anno si prevede uno scenario non così diverso da quello del 2020 e una risalita graduale che si manifesterà nel 2022-2023. “Le compravendite non sono l’unico indicatore ad andare verso il basso. Tutti gli indici di performance del residenziale, infatti, hanno subito una flessione, compresi i prezzi” ha dichiarato Luca Dondi, AD e Responsabile scientifico dell’Osservatorio Immobiliare Nomisma. Se la flessione dell’indice è il denominatore comune di tutti i mercati, quello che cambia è la sua intensità. A questo proposito, a livello di mercati, Bologna, Firenze e Milano, che nel 2018-2019 avevano performato molto meglio degli altri, sono gli stessi che, nel 2020 hanno avuto la flessione più importante. Allo stesso tempo, si prevede che Bologna e Milano saranno le prime città a manifestare significativi segnali di ripresa.