Curiosità, economia, tecnologia.

Tecnologia di consumo, exploit di inizio anno: vendite a +26,9%

E’ chiaro a tutti che il 2020 è stato “salvato” sia sotto il profilo lavorativo sia scolastico dalla tecnologia. Computer, tablet e smartphone ci hanno permesso di rimanere connessi, seppur distanti fisicamente, e di proseguire con la maggior parte delle nostre attività. Non per niente l’anno passato si è chiuso con numeri in salita per quanto riguarda la vendita della cosiddetta Tecnologia di consumo. Ma come è iniziato il 2021 sotto questo aspetto? Ancora meglio, stando alle rilevazioni riferite alle prime 11 settimane dell’anno nuovo effettuate da Gfk: le vendite sono cresciute del +26,9% a valore, con trend positivi sia online che offline. Certo, anche il 2021 si è aperto con nuove limitazioni imposte dalla pandemia, ma il mercato italiano della Tecnologia di consumo continua a fare registrare un trend decisamente positivo.

Crescita a doppia cifra

In base alle ultime rilevazioni, dal 1° gennaio al 21 marzo il mercato Tech è cresciuto del +26,9% a valore rispetto allo stesso periodo del 2020, sia sul canale online (+64% a valore) sia nei punti vendita tradizionali (+18%). Analizzando i principali settori, si registra un forte aumento del comparto IT Office (+52,2%) che già lo scorso anno aveva fatto registrare vendite record legate alle nuove esigenze di smart working e didattica a distanza. Molto positivo anche l’andamento del Piccolo Elettrodomestico (+31,9%), dell’Elettronica di Consumo (+22,7%) e del Grande Elettrodomestico (+20,1%). Segna delle ottime performance pure il segmento Telecom (+21,3%) il principale per fatturato sviluppato. Numeri in calo, invece, per l’Home Comfort (-0,9%) e soprattutto per la Fotografia (-10,9%), penalizzata esattamente come nel 2020 dalle molte limitazioni imposte alla mobilità e al turismo.

PC portatili, aspirapolvere e Tv guidano le migliori performance

I prodotti che hanno messo a segno le migliori performance sono legati indissolubilmente ai nuovi stili di vita, che mettono in prima linea smartworking, cura della casa e intrattenimento. Rispetto allo stesso periodo del 2020 hanno visto una crescita record i PC portatili (+49,1% a valore), gli aspirapolvere (+27,7%) e le Tv (+23,6%). Registrano crescite a doppia cifra nelle prime settimane del 2021 anche gli smartphone (+19,7%), i frigoriferi (+17,6%) e le lavatrici (+10,2%). Il report conclude con un’annotazione che fa ben sperare anche per il prossimo futuro: “L’andamento positivo della Tecnologia di consumo continua senza interruzioni dall’inizio del 2021, con trend settimanali sempre in crescita rispetto allo scorso anno. Particolarmente positivo l’andamento delle vendite della settimana compresa tra il 15 e il 21 marzo , con una crescita del +70% rispetto allo stesso periodo del 2020”.

La felicità? Gli hobby come il giardinaggio e il bricolage

Durante i lunghi periodi di lockdown e restrizioni varie gli italiani si sono scoperti appassionati di bricolage, fai da te e soprattutto di giardinaggio. E da queste occupazioni ne hanno tratto benessere e, addirittura, felicità. Lo rivela un sondaggio condotto da YouGov per ManoMano, l’commerce dedicato alla casa e alle attività connesse, mettendo in luce che 1 persona su 2 ha dichiarato di aver praticato attività di giardinaggio o bricolage nell’ultimo anno per staccare la mente dai problemi quotidiani. Certo, non si tratta di passioni per i giovanissimi, e i dati lo confermano: i fan dei lavori in giardino o sul balcone sono soprattutto over 55 anni, perché permettono di impegnare il proprio tempo in maniera attiva. Felicità è data anche dalla soddisfazione provata nel vedere le proprie piante crescere e le creazioni home made prendere vita (48%).

Il gardening piace alle signore del Nord Italia

E’ altissima la percentuale di nostri connazionali che ha dichiarato di essersi cimentata in attività “verdi”, legata alle cura delle piante, ben il 79%. E questa passione cresce con l’aumentare dell’età: chi ha più di 55 anni si dedica più spesso al giardinaggio, soprattutto tra le donne (84% contro un 73% degli uomini) e nel Nord Italia. In particolare, il 51% degli intervistati ha dichiarato di aver coltivato delle piante aromatiche (come basilico e rosmarino) nell’ultimo anno, il 38% ha acquistato delle piante e fiori per arredare la casa e il 35% ha coltivato delle piante da esterno e giardino.

Le informazioni? Dagli amici e dal web

Per imparare sempre di più su questi temi, rivela ancora il sondaggio, i nuovi appassionati hanno scelto canali di informazione diversificati. Se il 48% si affida ai consigli del vivaio, il 38% ha preferito invece seguire il parere di amici e conoscenti. Ma c’è anche chi sceglie il digitale: il 36% degli italiani guarda i video e i tutorial su YouTube mentre il 27% si affida a blog e siti di settore.

Dalle piante al fai da te

Oltre al giardinaggio, i nostri connazionali si sono divertiti con il bricolage: 7 italiani su 10 (71%) hanno preferito attività di fai da te. Ad esempio, il 45% ha imparato ad aggiustare oggetti nell’ultimo anno, il 27% ha occupato il proprio tempo imbiancando la propria casa o decorando le stanze (23%). Il 13% degli uomini ha anche creato nuovi mobili per arredare la propria abitazione, mentre il 22% delle donne, soprattutto tra le più giovani, si è dedicato alla creazione di oggetti e accessori.

Post pandemia, l’87% delle imprese scommette sulla ripresa

C’è voglia di ripartire, e soprattutto di farlo con ottimismo: le imprese italiane scaldano i motori per il post pandemia. Lo rivela il quarto Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato con il contributo di Credem, Edison e Michelin, che mette in luce quanto le imprese “vedano rosa”, con l’87% che si dichiara ottimista, mentre i lavoratori sono più negativi.

Obiettivi, recupero del fatturato e quote di mercato

I principali obiettivi di questo ritrovato slancio sono principalmente tesi al recupero di fatturato e quote di mercato (76%) e verso la sfida della transizione digitale (36,2%). Questa positività è particolarmente interessante – tra le parole chiave espresse dai responsabili aziendali spiccano infatti voglia di fare (62,2%), speranza (33,7%) e coesione interna (30,1%) – soprattutto perché il 68,7% delle imprese ha registrato perdite di fatturato dopo il lockdown della scorsa primavera. Nonostante le difficoltà, per il 62,2% dei responsabili aziendali le proprie aziende se la stanno cavando bene.

I lavoratori più preoccupati

Diversa è invece la posizione dei lavoratori, che vedono il futuro con timore. Secondo quanto si legge nel rapporto, sono 9,4 milioni quelli del settore privato preoccupati sul destino della propria occupazione. Nei vari inquadramenti, dai dirigenti agli operai, fra quelli che hanno espresso preoccupazione, in particolare in 4,6 milioni hanno dichiarato di temere di andare incontro a una riduzione del reddito, 4,5 milioni prevedono di dover lavorare più di prima, 4,4 milioni hanno paura di perdere il posto e di ritrovarsi disoccupati, e 3,6 milioni di essere costretti a cambiare lavoro. I più pessimisti in assoluto sono gli operai: 3 su 4 affermano di essere spaventati dai prossimi mesi.

Lo smartworking? Porta diseguaglianze

Il rapporto non poteva non prendere in considerazione uno dei grandi protagonisti dell’ultimo anno, lo smartworking. Sempre in base ai dati raccolti, per 4 lavoratori su 10 il lavoro da remoto è foriero di nuove disuguaglianze e divisioni in azienda. In particolare, è un modo di lavorare che fa paura a chi non può permetterselo, mentre invece è apprezzato da chi lo può praticare. Secondo il report, il 31,6% dei lavoratori ha sperimentato il lavoro da remoto: il 51,5% dei dirigenti, il 34,3% degli impiegati e il 12,3% degli operai. E sono contrastanti i giudizi espressi. Il 52,4% di chi pratica il lavoro a distanza lo apprezza e vorrebbe che restasse anche in futuro, invece il 64,4% di chi lavora in presenza lo teme. Per il 37% dei ‘lavoratori agili’ il proprio lavoro è rimasto lo stesso di prima, per il 35,5% è peggiorato e per il 27,5% è migliorato.

Spesa, +45% di acquisti on line in un anno

A un anno dal primo lockdown, è interessante osservare come sono cambiate le abitudini di acquisto degli italiani. E una delle prime evidenze, anche come sensazione, è che la spesa on line sia diventata una pratica estremamente diffusa, molto più che nei mesi antecedenti l’emergenza sanitaria. A tirare le fila del fenomeno, e a tracciarne la portata, è un’indagine condotta da Youthquake, agenzia di data-driven marketing con sede a Milano e Londra, che ha analizzato come sono cambiati i comportamenti dei consumatori nella Grande distribuzione organizzata (Gdo). Il numero più eclatante è sicuramente la crescita del 45% della spesa online, sia che si tratti di consegna a casa sia di ritiro in negozio.

Crescono anche le spese “super”

Un altro elemento che stupisce è l’incremento delle “spesone”, ovvero la spesa super abbondante per fare scorta, che ha messo a segno un aumento intorno al 45%. Come spiegano gli analisti, questo è un “trend dovuto alle limitazioni imposte dalle misure di contenimento della pandemia e che attualmente continua a guidare anche l’acquisto fisico del cliente all’interno dei supermercati”. Le abitudini di acquisto non potevano che risultare influenzate anche dalle variazioni di reddito degli italiani. In molti casi l’indebolimento del potere di acquisto ha comportato per il 34% delle persone una maggior attenzione al prezzo dei singoli prodotti. Un dato che riporta sempre più in auge l’utilizzo di strategie di email marketing. A questo proposito, il 75% degli utenti preferisce un tipo di comunicazione con messaggi diretti come email ed sms, per rimanere sempre informato su promo, offerte e informazioni generali. E le donne, anche in questo caso, rappresentano il pubblico più attivo per quanto riguarda le ricerche.

Si cucina di più ma si spreca di meno

Il report mette infine in luce che il 49% degli italiani cucina di più rispetto al periodo pre pandemia e in generale il 35% delle persone ha dichiarato di mangiare di più, contro il 13% che ha affermato di aver consumato meno cibo. In cucina sono sperimentate nuove ricette, anche etniche, ma soprattutto pizza (52%) e dolci (50%). Una maggiore attenzione alla provenienza dei prodotti usati in cucina ha comportato anche una maggior cura da parte del consumatore verso un’alimentazione sana che si è tramutata in forte attenzione alla filiera dei prodotti alimentari e, più in generale, in un rinnovato interesse verso i prodotti bio e a km0. Infine, si manifesta una maggior sensibilità verso il tema dello spreco alimentare con le coppie (77%) che tendenzialmente sprecano meno cibo rispetto a chi vive da solo e alle famiglie più numerose.

Nel 2020 registrati 600mila nuovi domini: l’Italia si sposta sul web

Il 2020 sarà ricordato non solo per la pandemia ma, almeno in Italia, per il boom di nuovi domini. Proprio così: in base ai dati raccolti, nei 12 mesi passati ci sono stati in totale 3.374.790 nomi .it, pari a 600mila nuovi domini regitrati, oltre il 4% in più rispetto a quelli totalizzati nel 2019. Un aumento di tale portata non si verificava dal 2008. A fornire i dati è il report del 2020 del Registro .it, l’anagrafe dei nomi .it gestita dall’Istituto di informatica e telematica del Cnr di Pisa. Questo aumento, proprio in un anno difficile come lo è stato il 2020, mette in luce quanto il web sia stato salvifico per moltissime realtà, aziende, liberi professionisti ma anche nomali utenti, che hanno colto nella rete l’opportunità non solo per “uscire” dalle limitazioni del lockdown, ma anche per esplorare nuove occasioni di lavoro.

Un approdo digitale provvidenziale

Commenta questo exploit Il responsabile del Registro .it e direttore dell’Istituto di informatica e telematica del Cnr di Pisa, Marco Conti, che ha nuovamente ribadito come un tale aumento di registrazioni di nuovi nomi .it non si verificasse dal 2008: “Il DPCM dei primi di marzo 2020 ha avuto come conseguenza (anche) la sospensione repentina di numerose attività commerciali e l’interruzione, per molti, della propria vita professionale con le modalità di sempre. I numeri ci dicono che dopo questa prima fase di apprensione e disorientamento generale, nei mesi di aprile e maggio la Rete ha costituito un approdo digitale provvidenziale per moltissimi, a giudicare dal netto balzo di registrazioni, rispettivamente con 66.313 e 59.474 nuovi nomi .it. In nessun mese di nessun anno dal 2008 ad oggi si era registrato un numero tale di nuovi domini. Parliamo del +44% e +28% rispetto agli stessi mesi del 2019”.

Imprese e liberi professionisti i più attivi

Per quanto riguarda le categorie che hanno maggiormente registrato i loro domini sul web, spiccano imprese e liberi professionisti, ovvero alcuni dei settori che hanno più sofferto delle chiusure imposte dal lockdown, Questi, in particolare, hanno messo a segno un deciso aumento con i loro siti web, con una presenza digitale del 35% in più in un solo anno e totalizzando quasi 30.000 nuovi nomi .it a loro assegnati. Va da sé che la propria attività sul web diventa un’occasione per farsi conoscere e potenziare il proprio business e la platea di clienti, considerati anche gli ostacoli imposti dalla pandemia e dalle misure di sicurezza anti-covid.

WhatsApp, in fase di test i messaggi che si autodistruggono in 24 ore

E’ un periodo in cui si sente spesso parlare di WhatsApp, e non solo perché è la app di messaggistica più diffusa al mondo. Negli ultimi tempi hanno infatti fatto discutere sia gli aggiornamenti sulla sua politica relativa alla privacy introdotta a inizio 2021 (ma le polemiche non hanno toccato l’Italia, dove di fatto non è cambiato nulla), sia la possibilità di fare videochiamate di gruppo in stile Zoom o Meet. Ora arriva un’ulteriore novità: i messaggi che si autodistruggono. A dire la verità questa funzione è stata attivata lo scorso novembre e già consente agli utenti di inviare e ricevere messaggi che vengono eliminati automaticamente dopo una settimana. Una volta abilitata, questa opzione elimina tutti i messaggi dopo sette giorni. Ora invece la app di proprietà di Facebook sta testando la possibilità di cancellare i messaggi dopo sole 24 ore.

L’indiscrezione sui prossimi aggiornamenti

Questa nuova opportunità – ovvero i post effimeri con una durata di sole 24 ore – è stata rivelata dal sito WABetaInfo. Al momento è ancora in fase di sperimentazione e non è detto che venga rilasciata globalmente, non in un primo momento almeno. A differenza dei messaggi effimeri che già conosciamo, cioè quelli che si cancellano dopo una settimana dall’invio, la nuova funzionalità ridurrà decisamente le tempistiche di sparizione dei contenuti, testo, foto e video, permettendo di scegliere una forbice che parte dalle 24 ore e arriva fino a 7 giorni.

La funzionalità sarà per iOS e Android

Insomma, questa implementazione fa pensare che il lancio dei messaggi ad eliminazione automatica sia stato un successo, tanto che WhatsApp sta accorciando i tempi di vita dei post. In particolare, l’utilità della funzione è rivolta soprattutto alle foto, che scompariranno una volta che vengono aperte e si lascia una chat. Questo aggiornamento sarà preziosa per motivi di privacy poiché l’immagine non può essere salvata sul dispositivo o esportata altrove, sebbene il rilevamento degli screenshot attualmente non sia stato implementato. Per impostare tale funzione, una volta selezionata un’immagine verrà visualizzata un’icona simile a un orologio accanto alla barra di scrittura del messaggio: toccando l’icona, sarà possibile impostare il timer.

Una sicurezza in più per gli utenti

La società di messaggistica di proprietà di Facebook sta probabilmente seguendo le orme di Snapchat, che questa funzionalità l’ha avuta da subito, rendendo gli utenti più sicuri a postare immagini al suo interno piuttosto che su altre piattaforme di messaggistica grazie alla “breve vita” delle foto.

Pubblicità, nel 2021 torneranno a crescere gli investimenti

Potrebbe sembrare un’indicazione riservata a pochi addetti ai lavori, ma invece è un segnale che dovrebbe infondere ottimismo anche in chi non ha nulla a che fare con il settore dell’advertising. Questa è la notizia: nel 2021 gli investimenti pubblicitari torneranno a crescere, e anche in maniera consistente. Nei fatti, significa che le aziende avranno di che investire e che, in base al loro sentiment, la ripresa dell’economia è alle porte. Da sempre, infatti, il mercato pubblicitario rispecchia il mercato dei consumi reali: in questo caso, quindi, si tratta di una buona notizia. I dati dimostrano che la fiducia in un futuro migliore e ormai vicinissimo è in ripresa presso le imprese del nostro paese. A tracciare le previsioni di quello che sarà il mercato pubblicitario italiano per l’anno in corso è l’Upa, l’associazione delle più importanti aziende che investono in pubblicità e in comunicazione in Italia.

Investimenti a +4%, in linea con il Pil

L’associazione stima che il 2021 possa chiudersi con una crescita degli investimenti pubblicitari del 4%, in linea con le aspettative di recupero del Pil. Il dato emerge dalla tradizionale survey effettuata in questi giorni tra gli associati, da cui emerge una ripresa della fiducia da parte degli investitori, pur a fronte di una situazione complessiva non priva di incertezze. Tuttavia, nonostante le ombre, ci sono ampi spiragli di luce all’orizzonte: non accadeva da tempo.

“La pubblicità anticipa le tendenze del mercato”

Se la crescita degli investimenti sarà confermata, quest’anno si assisterà a un parziale recupero della contrazione (-11%) registrata nel 2020 a causa della pandemia. “Dalla nostra survey emerge la volontà delle imprese italiane di continuare a investire in comunicazione per valorizzare le nostre marche”, ha dichiarato Lorenzo Sassoli de Bianchi, presidente Upa. “La previsione di crescita degli investimenti pubblicitari è un segnale positivo poiché, se confermata, potrà senz’altro stimolare la ripresa economica complessiva del Paese. La pubblicità – ha poi aggiunto Sassoli – ha storicamente anticipato le tendenze del mercato, soprattutto sul lato dei consumi, che hanno segnato nel 2020 una decisa contrazione e che, grazie all’auspicata riduzione dei contagi, potranno tornare a crescere. Molto dipenderà, a questo, punto dalla velocità del programma di vaccinazione, vera priorità del Paese”. Insomma, se tutto andrà come deve andare – soprattutto per quanto riguarda il piano vaccinale – le ragioni per essere ottimisti non mancano di certo.

Cyberattacchi, sanità e vaccini nel mirino: il Covid usato come esca

Mai come nell’anno appena passato si è registrata una vera e propria escalation di attacchi informatici. E la maggior parte di questi, e l’informazione non sorprende, ha fatto leva proprio sul tema Covid-19, vaccini compresi. I dati di questa vera e propria “guerra” sul web sono stati resi noti dal Rapporto di Clusit, l’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica. Secondo gli autori, in media si tratta di 156 attacchi gravi al mese, il valore più elevato mai registrato ad oggi, con il primato negativo di dicembre, in cui ne sono stati rilevati ben 200. A livello mondiale gli attacchi informatici più gravi, quelli diventati addirittura di dominio pubblico, sono stati ben 1.871, con un incremento del 12% rispetto al 2019. Si tratta di azioni che hanno generato danni enormi sotto il profilo economico: circa due volte il Pil dell’Italia.

Oltre l’80% degli attacchi è per motivi economici

Dobbiamo anche dimenticarci l’aspetto vagamente romantico dell’hacker paladino della giustizia. A quanto riferisce il rapporto di Clusit,  nel 2020 il cybercrime – cioè il sistema di attacchi finalizzato all’estorsione di denaro – è stato la causa dell’81% degli attacchi gravi a livello globale. Le attività di cyber-spionaggio costituiscono il 14% del totale con molte di queste attività correlate alle elezioni Usa, ma anche ai danni di enti di ricerca ed aziende coinvolte nello sviluppo dei vaccini contro il Covid-19. E proprio l’emergenza sanitaria ha contraddistinto andamento e tipologia degli attacchi: circa il 10% di questi è stato infatti a tema Covid-19.

Come e dove si sono svolti gli attacchi

Lo studio ha reso noto anche le modalità con cui i cybercriminali hanno colpito: nella maggior parte dei casi utilizzando virus malevoli (malware nel 42% dei casi), tra i quali spiccano i cosiddetti ransomware, usati in quasi un terzo degli attacchi (29%), e che prevedono un riscatto in denaro. Per quanto riguarda le aree geografiche degli attacchi, nel 47% dei casi sono avvenuti negli Stati Uniti ma è interessante notare che nel 22% delle evenienze si è trattato di attacchi in località multiple. “I dati ci mostrano ancora una volta che l’accelerazione continua del cybercrime ha un impatto sempre più elevato sulla nostra società” ha dichiarato Gabriele Faggioli, presidente di Clusit. “La crescita straordinaria delle minacce cyber, in particolare nell’ultimo quadriennio” ha aggiunto Andrea Zapparoli Manzoni, co-autore dell’analisi Clusit “ha colto alla sprovvista tutti gli stakeholders della nostra civiltà digitale e rappresenta ormai a livello globale una tassa sull’uso dell’Ict che arriva a duplicare il valore del PIL italiano stimato nel 2020, considerando le perdite economiche dirette e quelle indirette dovute al furto di proprietà intellettuale”.

Quanto costa avviare un’impresa in Italia? Circa 20mila euro e oltre 80 pratiche

Fare impresa in Italia non è né facile, né veloce, né tantomeno a buon mercato. Per dire le cose come stanno: per avviare un’attività nel nostro paese servono circa 20mila euro e ci possono volere fino a 86 adempimenti burocratici. Numeri che potrebbero scoraggiare anche il più entusiasta aspirante imprenditore. A fotografare le criticità del complicato e oneroso percorso per inaugurare una  propria attività ci ha pensato l’Osservatorio nazionale della Cna “Comune che vai, burocrazia che trovi”. Si tratta di una ricerca che misura l’impatto negativo di procedure lunghe, complesse e costose per avviare un’impresa e che rappresentano il principale freno allo sviluppo economico del Paese.

Le autoriparazioni le attività più “tartassate”

Il massimo della burocrazia, rivela l’Osservatorio della Cna, è riservato alle attività di autoriparazione: per aprire un’officina il complesso apparato della pubblica amministrazione italiana pretende 86 adempimenti che si traducono in quasi 19mila euro di costi da affrontare. La strada è pressoché uguale e altrettanto ardua per chi desidera avviare un’attività imprenditoriale nell’ambito della falegnameria: 78 adempimenti e 19.700 euro di spesa per le pratiche. Le gelaterie superano i bar con 73 adempimenti contro 71. Va un po’ meglio – ma neanche poi tanto – per gli acconciatori, che se la cavano con “solo” 65 pratiche da sbrigare presso 26 enti e un onere stimato di 17.500 euro.

“Lotta alla cattiva burocrazia”

Insomma, dai dati emerge che avvicinarsi all’imprenditorialità è per molti un miraggio e proprio per questa ragione la burocrazia andrebbe snellita e razionalizzata. Con l’obiettivo di rendere tali processi più agili, davanti alla Commissione parlamentare per la semplificazione la vicepresidente di Cna, Stefania Milo, ha ricordato che la Confederazione da tempo sollecita la “lotta contro la cattiva burocrazia”, sebbene qualche passo avanti da parte del legislatore ci sia effettivamente stato. Eppure “nonostante lo sforzo profuso dal Parlamento l’azione di ammodernamento appare ancora inadeguata”. Rimangono elementi di disomogeneità, soprattutto a causa “dell’intreccio dei molteplici centri di produzione normativa” che alimentano sovrapposizioni e ritardi per l’avvio dell’attività di impresa. La vicepresidente inoltre ha evidenziato l’esigenza di fare “un tagliando agli aggiustamenti introdotti sui principali strumenti amministrativi”. Tra questi, riporta Askanews, ci sono la conferenza dei servizi, l’Autorizzazione Unica Ambientale (Aua) che non ha centrato l’obiettivo di economicità amministrativa e con tempi di rilascio ancora troppo lunghi. Così come il Suap (Sportello Unico per le attività produttive) che sconta in molte località l’impossibilità dell’accesso per via telematica nonostante sia un obbligo di legge e che scardina il principio “Once only Suap”. Il Recovery Plan offre l’opportunità irripetibile di realizzare i necessari investimenti in digitalizzazione, innovazione e capitale umano per modernizzare la pubblica amministrazione. Cna guarda con interesse al rilancio dell’Agenda per la semplificazione 2020-2023, “strumento utile per rinnovare la logica ispiratrice delle modifiche più recenti”.

Un anno di scuse digitali: come e perché si mente in smart working

Si mente dal vivo, figuriamoci a distanza. L’anno in smart working che tutti abbiamo vissuto ci ha insegnato a mettere a punto un ricco prontuario di scuse digitali per ritirarci un po’ da un eccesso di iperconnessione.  D’altronde, i numeri di chi negli ultimi 12 mesi ha dovuto lavorare da casa sono impressionanti: a causa dell’emergenza sanitaria, si è passati da circa 570mila impiegati nel 2019 a 6,58 milioni durante il primo lockdown, per poi arrivare verso i 5,35 milioni attuali, come rivela l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. Un vero e proprio esercito di lavoratori confinati fra le quattro mura.

Nuove scuse per evitare le riunioni

In base un sondaggio lanciato da Wiko su Instagram, circa l’86% dei rispondenti conosce un campionario di scuse digitali mentre il 42% ha ammesso di aver mentito almeno una volta per non partecipare a una call o a un meeting on line. Il vero problema, riconosciuto dalla gran parte dei rispondenti, risiede nel fatto che l’home working – pur avendo consentito di proseguire con le proprie attività lavorative – rischia di azzerare i confini fra vita personale e vita professionale. Per questa ragione il 43% dei partecipanti alla survey ammette di sentirsi sempre più in dovere di giustificarsi se non risponde immediatamente a un input. Così si parte con il repertorio delle scuse più frequenti, tutte in linea con la “nuova normalità”.

La colpa? E’ della connessione
Scusa utilizzatissima non solo dai professionisti ma anche dagli studenti non proprio attenti, la connessione traballante è la principale responsabile di una presenza poco… presente. Il 66% dei rispondenti al sondaggio dichiara di aver attribuito proprio alla connessione “scarsa” il fatto di non aver partecipato a un meeting on line, mentre il 67% afferma di aver messo volontariamente il microfono in mute per non rispondere. Se la casa non è in perfetto ordine, adesso si può ricorrere a sfondi più o meno creativi – un escamotage adottato dal 65% degli utenti – mentre i rumori di fondo sono causati dal partner che è in call a sua volta o dai vicini rumorosi. Per non parlare dei corrieri che consegnano proprio in quel momento, costringendo a far tardi: una scusa usata almeno dal 24% degli intervistati. Infine, sono tantissimi coloro che dicono che la propria telecamera funziona male – o non funziona affatto – pur di non doversi vestire e restare invece in pigiama. Eppure, nonostante le scuse, lo smart working pare funzionare: le analisi evidenziano infatti un generale aumento della produttività del lavoro svolto da remoto.