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Quanto costa avviare un’impresa in Italia? Circa 20mila euro e oltre 80 pratiche

Fare impresa in Italia non è né facile, né veloce, né tantomeno a buon mercato. Per dire le cose come stanno: per avviare un’attività nel nostro paese servono circa 20mila euro e ci possono volere fino a 86 adempimenti burocratici. Numeri che potrebbero scoraggiare anche il più entusiasta aspirante imprenditore. A fotografare le criticità del complicato e oneroso percorso per inaugurare una  propria attività ci ha pensato l’Osservatorio nazionale della Cna “Comune che vai, burocrazia che trovi”. Si tratta di una ricerca che misura l’impatto negativo di procedure lunghe, complesse e costose per avviare un’impresa e che rappresentano il principale freno allo sviluppo economico del Paese.

Le autoriparazioni le attività più “tartassate”

Il massimo della burocrazia, rivela l’Osservatorio della Cna, è riservato alle attività di autoriparazione: per aprire un’officina il complesso apparato della pubblica amministrazione italiana pretende 86 adempimenti che si traducono in quasi 19mila euro di costi da affrontare. La strada è pressoché uguale e altrettanto ardua per chi desidera avviare un’attività imprenditoriale nell’ambito della falegnameria: 78 adempimenti e 19.700 euro di spesa per le pratiche. Le gelaterie superano i bar con 73 adempimenti contro 71. Va un po’ meglio – ma neanche poi tanto – per gli acconciatori, che se la cavano con “solo” 65 pratiche da sbrigare presso 26 enti e un onere stimato di 17.500 euro.

“Lotta alla cattiva burocrazia”

Insomma, dai dati emerge che avvicinarsi all’imprenditorialità è per molti un miraggio e proprio per questa ragione la burocrazia andrebbe snellita e razionalizzata. Con l’obiettivo di rendere tali processi più agili, davanti alla Commissione parlamentare per la semplificazione la vicepresidente di Cna, Stefania Milo, ha ricordato che la Confederazione da tempo sollecita la “lotta contro la cattiva burocrazia”, sebbene qualche passo avanti da parte del legislatore ci sia effettivamente stato. Eppure “nonostante lo sforzo profuso dal Parlamento l’azione di ammodernamento appare ancora inadeguata”. Rimangono elementi di disomogeneità, soprattutto a causa “dell’intreccio dei molteplici centri di produzione normativa” che alimentano sovrapposizioni e ritardi per l’avvio dell’attività di impresa. La vicepresidente inoltre ha evidenziato l’esigenza di fare “un tagliando agli aggiustamenti introdotti sui principali strumenti amministrativi”. Tra questi, riporta Askanews, ci sono la conferenza dei servizi, l’Autorizzazione Unica Ambientale (Aua) che non ha centrato l’obiettivo di economicità amministrativa e con tempi di rilascio ancora troppo lunghi. Così come il Suap (Sportello Unico per le attività produttive) che sconta in molte località l’impossibilità dell’accesso per via telematica nonostante sia un obbligo di legge e che scardina il principio “Once only Suap”. Il Recovery Plan offre l’opportunità irripetibile di realizzare i necessari investimenti in digitalizzazione, innovazione e capitale umano per modernizzare la pubblica amministrazione. Cna guarda con interesse al rilancio dell’Agenda per la semplificazione 2020-2023, “strumento utile per rinnovare la logica ispiratrice delle modifiche più recenti”.

Un anno di scuse digitali: come e perché si mente in smart working

Si mente dal vivo, figuriamoci a distanza. L’anno in smart working che tutti abbiamo vissuto ci ha insegnato a mettere a punto un ricco prontuario di scuse digitali per ritirarci un po’ da un eccesso di iperconnessione.  D’altronde, i numeri di chi negli ultimi 12 mesi ha dovuto lavorare da casa sono impressionanti: a causa dell’emergenza sanitaria, si è passati da circa 570mila impiegati nel 2019 a 6,58 milioni durante il primo lockdown, per poi arrivare verso i 5,35 milioni attuali, come rivela l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. Un vero e proprio esercito di lavoratori confinati fra le quattro mura.

Nuove scuse per evitare le riunioni

In base un sondaggio lanciato da Wiko su Instagram, circa l’86% dei rispondenti conosce un campionario di scuse digitali mentre il 42% ha ammesso di aver mentito almeno una volta per non partecipare a una call o a un meeting on line. Il vero problema, riconosciuto dalla gran parte dei rispondenti, risiede nel fatto che l’home working – pur avendo consentito di proseguire con le proprie attività lavorative – rischia di azzerare i confini fra vita personale e vita professionale. Per questa ragione il 43% dei partecipanti alla survey ammette di sentirsi sempre più in dovere di giustificarsi se non risponde immediatamente a un input. Così si parte con il repertorio delle scuse più frequenti, tutte in linea con la “nuova normalità”.

La colpa? E’ della connessione
Scusa utilizzatissima non solo dai professionisti ma anche dagli studenti non proprio attenti, la connessione traballante è la principale responsabile di una presenza poco… presente. Il 66% dei rispondenti al sondaggio dichiara di aver attribuito proprio alla connessione “scarsa” il fatto di non aver partecipato a un meeting on line, mentre il 67% afferma di aver messo volontariamente il microfono in mute per non rispondere. Se la casa non è in perfetto ordine, adesso si può ricorrere a sfondi più o meno creativi – un escamotage adottato dal 65% degli utenti – mentre i rumori di fondo sono causati dal partner che è in call a sua volta o dai vicini rumorosi. Per non parlare dei corrieri che consegnano proprio in quel momento, costringendo a far tardi: una scusa usata almeno dal 24% degli intervistati. Infine, sono tantissimi coloro che dicono che la propria telecamera funziona male – o non funziona affatto – pur di non doversi vestire e restare invece in pigiama. Eppure, nonostante le scuse, lo smart working pare funzionare: le analisi evidenziano infatti un generale aumento della produttività del lavoro svolto da remoto.

Cosa è un condizionatore Dual split?

Quando si necessita di acquistare un nuovo condizionatore e si cercano delle informazioni sul web, una delle prime cose che saltano all’occhio è che esistono condizionatori mono-split e condizionatori dual-split. Qual è la differenza?

Semplicemente, nell’utilizzare un condizionatore dual-split c’è una unica unità esterna ma due unità refrigeranti in casa, le quali possono essere installate in punti diversi.

I vantaggi del dual-split

I vantaggi di sfruttare la tecnologia dual-split applicata ai condizionatori d’aria sono chiaramente molteplici e fanno sì che questo tipo di acquisto possa essere particolarmente conveniente per quel che riguarda i consumi.

In questa maniera infatti, la resa è massima in quanto si vanno a refrigerare due diversi ambienti con l’azione di un unico motore ottenendo così tutti i benefici relativi alla frescura adoperando però una sola unità esterna (o motore).

Chiaramente è possibile regolare autonomamente ogni singolo split, in base alle proprie necessità con tutta la libertà di poter rinfrescare anche una sola stanza se non si necessita di un’azione combinata. Sarà possibile dunque decidere ad esempio di avviare l’azione rinfrescante in soggiorno durante le ore di urne e in camera da letto la sera, o il contrario.

Meglio un condizionatore mono-split o dual-split?

Non esiste in assoluto una soluzione che sia migliore delle altre, ma come sempre dipende dall’utilizzo che se ne intende fare e dalla cubatura dell’ambiente da rinfrescare.

Chiaramente in caso di ambiente unico, oppure se è necessario rinfrescare un solo ambiente tra tutti quelli presenti, meglio un mono-split. Al contrario, se si desidera rinfrescare due ambienti di casa è meglio optare per il dual-split grazie al quale è possibile anche risparmiare sui costi di installazione, visto che l’unità esterna da montare è una sola.

Esistono sul mercato condizionatori Daikin dual-split con classe energetica A+++, e dunque perfetti per rinfrescare ogni tipo di ambiente ottimizzando i consumi.

Milano, nuovi immobili: prezzi stabili e addirittura in salita

Il residenziale di Milano e del suo hinterland resiste ai colpi della pandemia. O, quantomeno, tengono i prezzi degli immobili di nuova costruzione, a testimoniare di quanto il capoluogo lombardo sia sempre una piazza estremamente ambita, anche in tempi difficili. L’indicazione emerge dalla “Rilevazione dei prezzi degli Immobili sulla piazza di Milano e Provincia”, realizzata dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, in collaborazione con FIMAA Milano Lodi Monza e Brianza, Assimpredil ANCE Milano Lodi Monza e Brianza, Fiaip Lombardia, Anama Milano, ISIVI Milano e altre associazioni di categoria ed ordini professionali del settore. In particolare, gli addetti ai lavori segnalano una domanda sempre più selettiva e attenta alla qualità, anche in uno scenario reso più complesso dall’emergenza sanitaria ed economica.

Quanto costa comprare una casa nuova?

Comprare una casa nuova all’ombra della Madonnina costa in media 5.710 euro al metro quadrato, con una variazione positiva di +1,3% in un anno. La media in centro è di 10.228 euro al mq rispetto a 10.272 euro al mq del 2019, con una leggera flessione dello 0,4%. Nella zona nord, i prezzi passano da 4.268 euro al mq a 4.335 euro al mq, +1,6%. Nel quadrante meridionale si rileva la variazione più importante, con quotazioni che crescono a +5,5%, mentre nella zona ovest di Milano si passa da 5.159 a 5.177 euro al mq, con un incremento dello 0,3%. Cresce anche la zona est, da 4.575 a 4.704 euro al mq, con un incremento dei prezzi pari a +2,8%.

Anche l’hinterland con il segno più

L’andamento positivo non si ferma al perimetro di Milano, ma coinvolge anche i comuni dell’hinterland. Da Cologno Monzese a Bresso, da Cormano a Cusano Milanino, crescono soprattutto a nord e nel quadrante est i prezzi in alcuni centri nell’hinterland milanese, in un contesto che si mantiene comunque all’insegna della stabilità per gli appartamenti nuovi. L’attenzione degli operatori si concentra sulla qualità dei servizi e sulla disponibilità di zone verdi, in un mercato che comincia a riflettere il cambio di paradigma conseguente all’emergenza sanitaria.

Chi sale e chi scende

Anche se i quartieri più costosi si confermano, ovviamente, quelli del centro città, in proporzione mettono a segno incrementi dei prezzi anche zone come Greco, Corvetto, Solari/Napoli, piazza Udine, Forlanini/Mecenate, Musocco – Villapizzone e Lambrate. Mentre i prezzi di vendita delle case nuove tengono, o addirittura crescono, lo stesso non si può dire per gli affitti. Il mercato delle locazioni nelle diverse zone della città vede i prezzi massimi – quelli degli appartamenti pregiati nelle zone più ambite e centrali  – registrare la riduzione di valore più significativa. In centro le quotazioni calano a -11% per i monolocali e a -20% per i bilocali. Nella cerchia dei Bastioni si evidenziano valori in diminuzione di -4% per i monolocali e di -5% per i trilocali. Più stabile il mercato degli affitti in Circonvallazione e nella prima periferia.

Fisco on line con Spid: come cambia l’accesso ai servizi

La nostra vita si sta spostando sempre di più verso il digitale e tutti i servizi, ovviamente, stanno seguendo la medesima direzione. Da diverso tempo l’Agenzia delle Entrate si sta spostando sul web, rendendo più veloce e agevole le comunicazioni e le interazioni con gli utenti. Ora, però, c’è un ulteriore cambio di passo: per accedere a tutti i servizi del Fisco on line dal 1° marzo 2021 serve lo Spid. O meglio: bisognerà usare il Sistema di identità digitale Spid, la Carta d’identità elettronica (Cie) o la Carta nazionale dei servizi (Cns).

Le credenziali di Fisconline in scadenza il 30 settembre 2021

Secondo il Decreto Semplificazione (DL n. 76/2020), dal 1° marzo non è più possibile ottenere le credenziali di Fisconline, cioè quelle proprie dell’Agenzia, e nei prossimi mesi quelle già in uso verranno progressivamente dismesse. Sarà quindi necessario dotarsi di una delle tre modalità di identificazione e autenticazione, Spid, Cie o Cns, riconosciute per i servizi on line di tutte le Pubbliche amministrazioni e che sono già utilizzabili per accedere ai servizi delle Entrate. Pertanto, per chi già utilizza queste modalità per accedere ai servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate, non cambia assolutamente nulla. Cambia invece per gli utenti che ancora usano le credenziali di Fisconline, che potranno ancora essere utilizzate fino al 30 settembre 2021, per poi diventare obsolete e dover essere sostituite dai tre strumenti alternativi (Spid, Cie o Cns). Situazione non molto diversa anche per i liberi professionisti e le imprese, che comunque dovranno adeguarsi: potranno richiedere le credenziali Entratel, Fisconline o Sister, rilasciate dall’Agenzia anche dopo il 1° marzo e fino alla data che sarà stabilita con un apposito decreto attuativo, come previsto dal Codice dell’amministrazione digitale.

Spid, Cie e Cns spiegati in maniera facile

Questi tre acronimi potrebbero preoccupare chi si sente più a proprio agio nel mondo reale rispetto a quello digitale. Tuttavia, non c’è motivo di ansia, e le tre modalità sono relativamente facili da ottenere. Lo Spid è il Sistema Pubblico di Identità Digitale. Consiste di un sistema basato su credenziali personali che, grazie a delle verifiche di sicurezza, permettono di accedere ai servizi online della Pubblica amministrazione e dei privati aderenti. Per ottenere Spid basta scegliere uno dei 9 gestori di identità digitale presenti sul sito (https://www.spid.gov.it/richiedi-spid) e seguire i passi indicati dalle varie procedure ai fini dell’identificazione. Cie è la nuova Carta di identità elettronica, rilasciata dal Comune di residenza, che permette anche in questo caso al cittadino di identificarsi e autenticarsi con i massimi livelli di sicurezza ai servizi online degli enti che ne consentono l’utilizzo, sia Pubbliche amministrazioni che soggetti privati. Prevede un codice Pin. La Cns infine, la Carta Nazionale dei Servizi, permette di accedere agli stessi servizi attraverso un dispositivo, che può essere una chiavetta Usb o una smart card.

Il mercato dell’Intelligenza Artificiale cresce in Italia: vale 300 milioni di euro

Ha segnato un balzo del +15% rispetto al 2019 e oggi vale 300 milioni di euro: è il mercato dell’Artificial Intelligence in Italia, come rivela l’ultima ricerca dell’Osservatorio del Politecnico di Milano. In particolare, emerge che questo specifico settore ha retto bene all’ondata del Covid-19, come sottolinea Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence:”La crisi sanitaria non ha fermato l’innovazione e la crescita del mercato dell’Artificial Intelligence, ma ne ha sicuramente orientato l’attenzione su alcune tipologie di progetti, accelerando ad esempio le iniziative di Forecasting (stima della domanda), Anomaly Detection (individuazione di frodi online), Object Detection (come il riconoscimento dei DPI nelle immagini) e ancora di più di Chatbot e i Virtual Assistant, spinti dallo spostamento online della relazione col cliente. È aumentata anche la maturità delle imprese, con una forte crescita dei progetti pienamente operativi”.

Progetti e investimenti

Il mercato dell’Artificial Intelligence può contare soprattutto sui software, su cui si concentra il 62% della spesa, guidata dalla vendita di licenze di software commerciali e dallo sviluppo di software o algoritmi personalizzati. I servizi coprono il restante 38% del mercato e sono rappresentati principalmente da system integration e consulenza, mentre gli investimenti in hardware sono ancora marginali. I progetti di AI che attirano più investimenti sono gli algoritmi per analizzare ed estrarre informazioni dai dati (Intelligent Data Processing), che coprono il 33% della spesa (+15%). Seguono le soluzioni per l’interpretazione del linguaggio naturale (Natural Language Processing) con il 18% del mercato (+9%), gli algoritmi per suggerire ai clienti contenuti in linea con le singole preferenze (Recommendation System) con un’incidenza del 18% (+15%) e le soluzioni con cui l’AI automatizza alcune attività di un progetto e ne governa le varie fasi (Intelligent Robotic Process Automation), che valgono l’11% della spesa (+15%). Il restante 20% del mercato è suddiviso equamente fra Chatbot e Virtual Assistant (10%), che sono i progetti con la crescita più significativa (+28%), e le iniziative di Computer Vision (10%, +15%), che analizzano il contenuto di un’immagine in contesti come la sorveglianza in luoghi pubblici o il monitoraggio di una linea di produzione. Il settore più attivo come investimenti in soluzioni di AI è la finanza (23%), seguita da energia-utility (14%), manifattura (13%), telco e media (12%) e assicurazioni (11%.

L’AI nelle imprese italiane

In base ai dati dell’Osservatorio, oltre la metà delle 235 imprese medio-grandi analizzate ha attivato almeno un progetto di AI nel corso del 2020. Tuttavia, ci sono divari sostanziali fra le aziende più grandi, dove queste iniziative sono presenti nel 61% dei casi e si concentrano sulla crescita organizzativa e culturale e sulla valorizzazione dei dati e lo sviluppo di algoritmi, e le medie aziende, che appaiono ancora poco mature e hanno progetti attivi solo nel 21% dei casi. Il 91% del campione ha un giudizio positivo sulle iniziative di AI, con risultati sopra (45%) o in linea (46%) con le aspettative, solo il 9% sperava in risultati migliori.

Lotteria scontrini, ecco gli acquisti che… non partecipano

Molto, ma non tutto: per partecipare alla ormai famosa Lotteria degli Scontrini, l’iniziativa messa in campo dal Governo per incentivare sempre di più gli acquisti effettuati attraverso pagamenti elettronici, bisogna sapere cosa si può comprare. O meglio, conoscere quali sono le tipologie di acquisti che danno origine a un biglietto virtuale che potrebbe essere baciato dalla fortuna e quelle che, invece, non possono partecipare. L’Agenzia delle entrate ha pubblicato una serie di frequently asked questions, domande più frequenti, sul sito ufficiale della lotteria, per rispondere a tutti questi dubbi. 

Shopping, cosa non vale

Come riporta Le Legge per Tutti, ci sono delle precise categorie di acquisti che non rientrano nella lotteria e che quindi non servono per cercare di aggiudicarsi un premio. Ad esempio, anche se si paga con carta di credito, di debito, bancomat o comunque con moneta elettronica, il tagliando del parcheggio non dà diritto ad alcun biglietto per la lotteria. Lo stesso discorso vale per il pieno di carburante dal benzinaio, per il quale non c’è alcuna certificazione fiscale tramite memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi. Neanche con le spedizioni dei pacchi postali si partecipa alla lotteria degli scontrini, per lo stesso motivo del pieno di benzina o del ticket parcheggio.

Fuori anche cinema, teatri e musei

Ci sono altre situazioni in cui non è prevista, almeno a oggi, la trasmissione dei corrispettivi e che quindi non valgono ai fini delle estrazioni. Si tratta ad esempio della maggior parte delle attività culturali, come cinema, musei, teatri. Altre spese che non generano biglietti virtuali per tentare la fortuna sono quelle effettuate con buoni pasto e ticket restaurant e quelle in farmacia se nello scontrino è riportato il codice fiscale dell’utente. Significa che, se è stata consegnata al farmacista la propria tessera sanitaria, si avrà diritto alla detrazione fiscale ma non alla lotteria degli scontrini. Viceversa, ricorda Adnkronos, se si è compra un medicinale senza fornire la tessera sanitaria e richiedere la detrazione, si può partecipare alla lotteria con quello scontrino.

Conservare gli scontrini, si o no?

Un altro dubbio diffuso è quello che riguarda la conservazione degli scontrini: vanno fisicamente tenuti oppure no? La risposta è no, non serve conservarli fino all’estrazione dei premi. Le persone che hanno infatti deciso di aderire alla lotteria si sono già dovute registrare  sul sito ufficiale della stessa inserendo il loro codice fiscale per ottenere un codice a barre, lo stesso che va presentato al commerciante all’atto dell’acquisto. Tutti gli scontrini, quindi, verranno memorizzati nell’area privata del sito e da lì sarà facile tenerli sotto controllo.

Social, che passione: 7 italiani su 10 li usano ogni giorno

Sono sempre di più gli italiani che trascorrono il loro tempo sui social network. Per riportare dei numeri, sono addirittura 7 su 10 i nostri connazionali attivi sulle piattaforme social: complessivamente, sono 50 milioni gli utenti che utilizzano Internet quotidianamente, e che sulla rete trascorrono il doppio del tempo rispetto a quello passato davanti alla Tv. Questa fotografia del nostro Paese rispetto ai social e al web è il frutto di “Digital 2021”, il report annuale che analizza lo scenario social e digital a livello locale e globale, realizzato da We Are Social in collaborazione con Hootsuite. L’analisi ha previsto anche un focus sul mercato di casa nostra, dal quale emergono dati davvero interessanti.

Trend in forte crescita

Nel 2020, complice forse il fatto di dover rimanere a casa, in Italia si è registrato un trend in crescita per l’adozione di Internet e dei social: ogni giorno è l’84% della popolazione che accede a Internet (+2% rispetto al 2020) e il 68% quella attiva sui canali social (+6%), utilizzati in maniera diversificata, a scopo di intrattenimento, informazione, condivisione e conversazione. Ma cosa cercano, guardano, ascoltano gli utenti online? In base alla ricerca, soprattutto video (93%), ma sempre di più audio con il 61% che ascolta musica in streaming e il 25% che fruisce di podcast. Senza dimenticare l’aspetto ludico: in Internet le persone giocano, e tanto, con diverse tipologie di dispositivi, come dichiara l’81% degli italiani. YouTube si conferma la piattaforma più utilizzata, seguita da WhatsApp e Facebook.

Canali per ottenere informazioni

Oltre all’aspetto prettamente legato all’entertainment e alla condivisione, gli utenti cercano anche informazioni di oggi tipo, anche riferite ai marchi. Accanto all’utilizzo dei motori di ricerca tradizionali, si registra un 37% degli italiani che si serve di tecnologie di ricerca vocale e un 33% che ricorre ai canali social. “Il 2020 ha accelerato l’evoluzione delle relazioni che le persone hanno con i canali digital e social” hanno dichiarato spiegano Gabriele Cucinella, Stefano Maggi e Ottavio Nava, Ceo We Are Social. “Che si tratti di connettersi con altre persone, di fruire di contenuti audio, di fare acquisti da mobile o di intrattenersi e giocare”.

Cosa succede nel mondo

A livello globale, il report segnala che sono 4,66 miliardi le persone che accedono ad Internet, con un incremento del 7,3% rispetto a gennaio 2020. Gli utenti delle piattaforme social nel mondo hanno toccato quota 4,20 miliardi, con un aumento del 13%, o di 490 milioni di persone. La penetrazione delle piattaforme social si attesta quindi al 53% della popolazione mondiale. In questo caso, le piattaforme più attive sono Facebook, YouTube e WhatsApp.

Wikipedia compie 20 anni e adotta un nuovo codice di condotta

E’ per eccellenza “l’enciclopedia delle enciclopedie”, il luogo del sapere globale e uno dei 15 siti più frequentati a livello mondiale con circa 1,7 miliardi di visitatori al mese. Stiamo parlando di Wikipedia, il sito di tutto lo scibile, che proprio a inizio 2021 ha compiuto 20 anni. E, in concomitanza con questo importante avvenimento, Wikipedia ha adottato un nuovo codice di condotta globale contro abusi, disinformazione e manipolazione delle notizie.

“Documento vincolante per chiunque partecipi ai nostri progetti”

Il nuovo codice è stato rilasciato dalla Wikimedia Foundation, l’organizzazione non profit che amministra l’enciclopedia libera e condivisa, ed è frutto del contributo di circa 1.500 volontari di Wikipedia in rappresentanza di cinque continenti e 30 lingue. Il documento appena adottato ha il preciso obiettivo di contrastare ogni tipo di azione e manipolazione  per distorcere e alterare i contenuti sulla piattaforma. Piattaforma che, è bene ricordarlo, viene gestita in gran parte da volontari che utilizzano informazioni “crowdsourcing”. La scelta di prevedere un codice di condotta di questo tipo arriva inoltre in un periodo in cui c’è una grande pressione sulle piattaforme Internet per arginare le campagne di disinformazione che possono essere utilizzate per fini politici o per promuovere varie forme di violenza.

“Il nostro nuovo codice di condotta è stato sviluppato per la nuova era di Internet, con la premessa che desideriamo che le nostre comunità di contributori siano ambienti positivi, sicuri e sani per tutti – ha dichiarato Katherine Maher, amministratore delegato della fondazione – sarà un documento vincolante per chiunque partecipi ai nostri progetti, fornendo un processo di applicazione coerente per affrontare molestie, abuso di potere e tentativi deliberati di manipolare i fatti”.

Le linee guida per il presente e il futuro

In sintesi, le nuove regole lasciano fuori dalla porta qualsiasi forma di molestia, in particolare modo contrastando il crescente fenomeno dell’hate speech, e mettendo al bando pubblicazione di insulti, minacce o attacchi che prendono di mira caratteristiche personali così come le dichiarazioni che possono rinforzare i pregiudizi sugli stereotipi. Saranno invece favorite le azioni che promuovono inclusione e diversità. “Compito del team al lavoro su Wikipedia è quello di garantire che l’approccio non cambi quanto ha fin qui reso l’enciclopedia ciò che è, continuando a mantenerla libera e frutto di un lavoro collettivo” ha concluso Maher. Ad oggi gli editor volontari nel mondo sono circa 230.000, coordinati da 3.500 amministratori. Per far sì che il codice venga rispettato, sarà sensabilitazata la community e verranno costituite task force dedicate.

Italiani online, 40 milioni di utenti in rete

In Italia cresce sempre più l’utilizzo di Internet, anche se per certi versi il nostro paese risulta la Cenerentola della digitalizzazzione rispetto alle altre nazioni industrializzate. Lo rivela Comscore, che segnala che nella penisola la penetrazione dell’utilizzo di Internet ha raggiunto il 73% nel 2020, con un aumento di 3 punti rispetto all’anno precedente. Si tratta di valori ancora distanti da quelli dei paesi più evoluti come USA (90%) e UK (86%), ma anche dei mercati a noi vicini e simili come la Spagna (84%). Si comprende quindi che esistono in Italia delle zone d’ombra dove l’accesso alla rete ancora non c’è. Però, dove invece si naviga, i numeri sono in salita e dimostrano come i nostri connazionali, specie negli ultimi mesi, abbiamo avuto accesso a un numero sempre maggiore di contenuti e servizi. Complessivamente, sono stati 40 milioni gli italiani online a dicembre 2020.

Le categorie più “visitate”

Il report specifica che nello scorso dicembre sono state 9 (Entertainment, News e Information, Social Network, Retail, Lifestyle, Instant Messaging, Technology, Sport, Health) le categorie di contenuti che hanno fatto registrare un’audience superiore ai 30 milioni di visitatori unici mensili, mentre sono diventate 15 (a fronte delle 7 di dicembre 2019) le singole properties che vantano una reach superiore al 60%. In questo contesto, non sorprende che le categorie di contenuto che hanno registrato un aumento più significativo di audience sono quelle connesse ai cambiamenti generati dalla pandemia e dal lockdown: i visitatori unici della Categoria Education sono incrementati del 69%, quelli della Categoria Government del 60% e quelli della Categoria Salute del 31%. Anche per quanto riguarda le app l’andamento è simile: hanno avuto un exploit, in termini di utilizzatori, quelle per il lavoro (Teams e Zoom) e la didattica a distanza (Google Classroom). Ma sono cresciute pure quelle legate a servizi di pubblica utilità come l’App IO che a dicembre 2020 raggiunge i 9,3 milioni di utilizzatori o Poste ID che arriva a 7 milioni.

Due ore e 46 minuti il tempo trascorso giornalmente in rete

Il tempo trascorso on line, che conferma la passione che gli italiani nutrono nei confronti della rete, a dicembre 2020 si attesta a 2 ore e 46 minuti medi giorno per utente, pari a un  +26% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. L’aumento maggiore, ovvero il 38%, si registra sulle fasce di popolazione più giovane (18-24) che passano mediamente sulla rete 3 ore e 34 minuti al giorno a fronte delle 3 ore e 5 minuti della fascia d’età 25-34 (+29% su dicembre 2019) e delle 2 ore e 35 minuti dei 35+ (+19% su dicembre 2019). Il traffico in App, specifica una nota ripresa da Adnkronos, rappresenta ormai il 73% del tempo totale speso (+ 6 punti percentuali rispetto a dicembre 2019) e sulle properties di Google e Facebook (cui appartengono le App più utilizzate) si trascorre ormai oltre la metà (50,4%) del tempo complessivamente passato sulla rete.  Intrattenimento (18%), Social Network (24%) e Instant Messaging (16%) sono le categorie che insieme assorbono il 58% del tempo passato su Internet dalla popolazione maggiorenne.