L’ufficio del futuro? Silenzioso, luminoso e a contatto con la natura

Il benessere delle persone, in un perfetto bilanciamento tra salute psicologica, fisica e professionale, è sempre più al centro delle scelte delle grandi aziende di tutto il mondo. In sintesi, il welfare si concentra sulle esigenze dei singoli collaboratori affinché i luoghi di lavori siano sempre più salubri e piacevoli e, di conseguenza proattivi al fine una maggiore produttività. Un recente articolo de The Wall Street Journal, il celebre quotidiano americano, evidenzia proprio come diverse multinazionali internazionali si stiano adeguando a questo trend, affinché il dipendente possa esprimere i suoi bisogni relativi alla qualità della vita lavorativa allo scopo di aumentare la produttività. Lo spazio lavorativo è l’ambiente in cui il lavoratore passa più ore al giorno: proprio da questa apparentemente banale osservazione nasce la necessità di adeguare gli uffici del presente – e ancor più quelli del prossimo futuro – agli standard di work life balance. Gli elementi clou su cui si basa questa evoluzione sono essenzialmente silenzio, privacy, contatto ravvicinato con la natura e la luce naturale, come sottolinea il rapporto Wewelfare.it.

Cosa hanno già fatto i “colossi”

American Airlines Group Inc., di cui fa parte la famosa compagnia aerea,  ha pensato soprattutto al benessere fisico dei dipendenti. Così ha fatto progettare delle speciali scrivanie che rispondessero all’esigenza dei propri lavoratori di avere più spazio per le gambe. Expedia Group Inc, altro big della rete specializzato in turismo, prima di costruire la sua nuova sede di Seattle ha realizzato in città un piccolo ufficio con l’obiettivo di effettuare prove relative al design delle luci, alle scelte dell’arredamento e al piano di suddivisione degli uffici: grandi porte scorrevoli a vetri che vengono aperte sull’esterno quando il meteo lo permette, e una sala conferenze a forma di nave con un muro di finestre che affacciano su Elliot Bay.

Ma McDonald’s a Walmart

Ma ci sono esempi ancora più “personalizzati” e adattabili alle esigenze di ogni dipendente. Ad esempio McDonalds’s Corp. – sì, proprio la celebre catena di ristoranti a stelle e strisce – ha creato un’app che permette ai singoli impiegati di agire sulla temperatura del proprio posto di lavoro personalizzandola a seconda dei propri gusti e delle proprie sensazioni. Walmart, multinazionale statunitense proprietaria dell’omonima catena di negozi al dettaglio, ha iniziato a costruire quest’estate un campus di 10 edifici, percorsi camminabili, un centro ricreativo per bambini, una palestra e un albergo. Il tutto per far star bene i propri lavoratori: perché un dipendente felice produce di più.

Consumatori e imprese, a fine anno sale la fiducia

Il 2019 si chiude con qualche spiraglio di ottimismo da parte di cittadini e imprenditori. In base ai dati raccolti a dicembre 2019, l’Istat stima un miglioramento sia dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 108,6 a 110,8) sia dell’indice composito del clima di fiducia delle imprese ( da 99,2 a 100,7). L’aspetto più positivo dell’analisi è che tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori mostrano miglioramenti: il clima economico registra un incremento da 116,5 a 120,7, il clima personale cresce da 105,8 a 106,8, il clima corrente aumenta da 106,8 a 108,8 e il clima futuro passa da 110,2 a 112,2. Con riferimento ai consumatori, l’indice di fiducia recupera parzialmente la caduta dello scorso mese riportandosi leggermente al di sotto del livello raggiunto a ottobre 2019. La dinamica positiva dell’indice è condizionata da opinioni sulla situazione economica dell’Italia e da giudizi sulla situazione personale in deciso miglioramento. Dal lato dei consumatori si tratta di una risalita dell’indice dopo due segni meno consecutivi, per le imprese si tratta del secondo segno più consecutivo che permette all’indice di ritrovare i livelli massimi dallo scorso luglio, quando si arrivò a quota 101.

Ottimismo anche per le imprese

Per quanto riguarda le imprese, in tutti i settori i giudizi sul livello degli ordini e della domanda sono in miglioramento, mentre gli imprenditori sono più cauti per quanto riguarda le relative attese che sono in aumento con decisione soprattutto nelle costruzioni e nei servizi. Sempre in merito al mondo delle imprese,  l’indice di fiducia mostra segnali di lieve miglioramento nel settore manifatturiero (da 99,0 a 99,1), mentre i settori nei quali la crescita è più sostenuta sono le costruzioni (da 137,1 a 140,1), i servizi (da 99,7 a 102,2) e il commercio al dettaglio (da 108,3 a 110,9).

I settori che vedono “rosa”

Più in particolare, nell’industria manifatturiera da un lato migliorano i giudizi sugli ordini, dall’altro peggiorano sia i giudizi sulle scorte di prodotti finiti sia le attese di produzione. Nelle costruzioni, l’evoluzione positiva dell’indice è trainata dal miglioramento sia dei giudizi sugli ordini sia delle attese sull’occupazione. Per quanto concerne i servizi di mercato, l’incremento dell’indice riflette una dinamica positiva di tutte le componenti; nel commercio al dettaglio si assiste ad un deciso miglioramento dei giudizi sulle vendite e sulle scorte di magazzino a cui si uniscono attese sulle vendite in diminuzione. Tra i circuiti distributivi analizzati, si segnala che l’aumento della fiducia è diffuso prevalentemente alla grande distribuzione. Per il commercio al dettaglio si tratta del livello massimo da due anni.

Star Wars, quando l’ultimo capitolo della saga nasconde un cyber attacco

Star Wars: The Rise of Skywalker, l’ultimo capitolo della sega cinematografica di George Lucas, rappresenta uno dei film più attesi in ogni angolo del mondo. Appena arrivato nelle sale, quello che si preannuncia un blockbuster ha già un seguito di fan in delirio. Ma, insieme agli appassionati di ogni età, il film ha scatenato la fantasia anche dei criminali informatici,  che hanno ideato degli stratagemmi “spaziali” per ingannare gli utenti e colpirli con attacchi malware. “Quest’anno l’ultimo capitolo della saga ha attirato l’attenzione degli attaccanti addirittura prima della stessa premiere, come dimostrano la comparsa online di siti web fraudolenti legati al film o le presunte versioni digitali free della pellicola che hanno invaso il web ancora prima dell’uscita nelle sale cinematografiche” fanno sapere gli esperti di Kaspersky.

Occhio alle versioni free

Le persone sono sempre tentate dalla possibilità di godersi uno spettacolo gratis, cercando di scaricare i film da Internet. E questa è un’occasione interessante per i criminali del web. I tracker per i file .torrent e le piattaforme illegali di streaming rappresentano una grande minaccia per la sicurezza digitale degli utenti: possono, infatti, ospitare al loro interno dei file malevoli, celati sotto forma di file che portano il nome di film famosi. E l’ultimo episodio di Star Wars è stato subito preso di mira dai cyber criminali. I ricercatori di Kaspersky hanno rilevato oltre 30 siti web malevoli e profili sui social media che solo in apparenza erano simili a quelli ufficiali del film (il numero effettivo di questi siti potrebbe essere anche molto più alto), canali che sostenevano di poter mettere a disposizione degli utenti l’ultimo film della saga prima dell’uscita ufficiale. Questi siti possono anche carpire i dati delle carte di credito, inseriti dagli utenti sprovveduti come processo per la registrazione sui vari portali.

Le tecniche del Black Seo

I nomi dei domini dei siti web utilizzati per la raccolta fraudolenta di dati personali o la diffusione di file malevoli solitamente cercano di richiamare in qualche modo il titolo ufficiale del film, fornendo anche descrizioni dettagliate e vari contributi a supporto; in questo modo fanno credere agli utenti che quegli siano davvero collegati al film ufficiale. Questa pratica sfrutta il “Black SEO”, l’insieme di tecniche che permette ai cybercriminali di promuovere siti web malevoli (che in realtà sono veicoli per il phishing) tra i principali risultati dei vari motori di ricerca. E poi i criminali informatici utilizzano anche account su Twitter e altri social media attraverso i quali distribuiscono collegamenti alle pagine potenzialmente pericolose.

Cosa fare e non fare

Per proteggersi da questi attacchi serve innanzitutto buonsenso. In prima battuta, occorre prestare attenzione alle date di uscita ufficiale di un film nelle sale cinematografiche, sulle piattaforme di streaming, in TV, su DVD o attraverso altre fonti. Poi, ma questo vale sempre, non bisogna mai cliccare su link sospetti e serve verificare l’estensione dei file che vengono scaricati: anche in caso di download da una fonte che si ritiene essere affidabile e legittima, controllare che il file abbia sempre un’estensione di tipo .avi, .mkv, .mp4 o altre, mai quella .exe. Infine, oltre a aggiornare periodicamente i sistemi di sicurezza informatica sui propri dispositivi, prima di scaricare qualsiasi cosa – film o altro – sarebbe opportuno verificare l’autenticità del sito web.

Italiani e web: 39 milioni di italiani connessi alla rete nel 2019

Cresce in Italia l’utilizzo di Internet, però ancora una larga fascia della popolazione ha competenze digitali basse. Per fornire qualche numero, nel corso del 2019 38 milioni 796 mila persone di 6 anni e oltre (il 67,9% della popolazione) hanno navigato almeno una volta in Rete nell’arco di tre mesi: si tratta di un incremento di 812mila unità in più rispetto all’anno precedente. Nel nostro Paese aumenta soprattutto la quota di internauti che si collegano a Internet quotidianamente (dal 51,3 al 53,5%). I giovani si confermano i più assidui utilizzatori della Rete (oltre il 90% dei 15- 24enni), ma la diffusione comincia a essere significativa anche tra i 65-74enni, tra i quali la quota di internauti raggiunge il 41,9%. Sono solo alcuni dei dati Istat contenuti nel report su “Cittadini e Ict”. 

La banda larga per tre famiglie su quattro

La percentuale di famiglie italiane che possono contare sull’accesso a Internet è del 76,1% e di queste il 74,7% dispone di una connessione a banda larga. Una cifra che, nelle aree metropolitane, sale a toccare il 78,1%. Tra le famiglie resta un forte divario digitale da ricondurre soprattutto a fattori generazionali e culturali. La quasi totalità delle famiglie con almeno un minorenne dispone di un collegamento a banda larga (95,1%); tra le famiglie composte esclusivamente da persone ultrasessantacinquenni tale quota scende al 34,0%.

Le ragioni di chi non ce l’ha

La maggior parte delle famiglie senza accesso a Internet da casa indica come principale motivo la mancanza di capacità (56,4%) e il 25,5% non considera Internet uno strumento utile e interessante. Seguono motivazioni di ordine economico legate all’alto costo dei collegamenti o degli strumenti necessari (13,8%), mentre il 9,2% non naviga in Rete da casa perché almeno un componente della famiglia accede a Internet da un altro luogo.

Un italiano su due fa shopping on line

Indipendentemente dal dispositivo utilizzato, le attività più diffuse sul web sono quelle legate all’utilizzo di servizi di comunicazione che consentono di entrare in contatto con più persone contemporaneamente.

Più della metà degli utenti di Internet di 14 anni e più ha acquistato online (57,2%, pari a 20 milioni 403 mila persone); in particolare, il 36,1% ha ordinato o comprato merci o servizi negli ultimi 3 mesi, il 12,1% nel corso dell’anno e il 9,0% più di un anno fa. I dati Istat rivelano inoltre che fra la popolazione di 14 anni e più, il 91,8% ha utilizzato lo smartphone, il 43,3% accede tramite PC da tavolo, il 27,2% utilizza il laptop o il netbook. Segue chi si avvale del tablet (25,7%) mentre il 6,1% utilizza e-book, smart watch o altri dispositivi mobili.

La luce blu di tablet e telefonini? Non è vero che fa male al sonno

Ci hanno sempre detto che la luce blu, quella emessa dagli schermi di tablet e telefonini, fosse un’acerrima nemica del buon sonno. Ebbene, ora arriva il contrordine: non ci sono connessioni fra emissioni luminose e qualità del sonno. Anzi: potrebbe addirittura fare bene. A dirlo è uno studio dell’Università di Manchester, pubblicato su ‘Current Biology’, che sostiene che l’uso di luci tenui e fredde di sera e di luci più calde di giorno potrebbe essere più utile per la nostra salute.

Good news per la Generazione Z

Si tratta questa di un’ottima notizia per i nativi digitali, gli appartenenti alla Generazione Z, i ragazzi tra i 13 e i 20 anni e primi al mondo a essere davvero mobile first. Per questi giovani, infatti, la compagnia di smartphone e tablet è assolutamente normale, dall’alba alla notte. E ora anche la convinzione che la lucetta blu dei device sia dannosa, soprattutto prima di dormire, decade clamorosamente. Quella del crepuscolo è una luce allo stesso tempo più scura e più blu di quella diurna, dicono i ricercatori. E il nostro orologio biologico – spiega un approfondimento dell’Ansa – utilizza entrambe queste caratteristiche per individuare i momenti più appropriati per dormire e svegliarsi. Le attuali tecnologie progettate per limitare la nostra esposizione serale alla luce blu, ad esempio modificando il colore dello schermo sui dispositivi mobili, potrebbero quindi inviarci messaggi contrastanti, sostengono gli studiosi. Questo perché i piccoli cambiamenti di luminosità prodotti dagli schermi sono accompagnati da colori più simili a quelli del giorno.

Ragazzi, non solo immersi nel virtuale

Eppure i giovanissimi della Generazione Z, sebbene immersi nel mondo digitale, non disdegno affatto quello reale. Lo rivela una ricerca, realizzata da ZooCom attraverso stories instagram tra la community di ScuolaZoo:  i ragazzi continuano a preferire l’acquisto dei regali di Natale presso negozi fisici (40%) piuttosto che solo online (8%). L’80% si reca nei centri commerciali per vivere l’esperienza delle feste, tra canzoni e luccicanti addobbi. E, a sorpresa, la GenerazioneZ legge più di quella dei Millennial e acquista saggi e romanzi.

Un negozio sempre aperto

Ovviamente, l’online è una strada sempre aperta, a tutte le ore. Il 54% degli intervistati dichiara di acquistare sia in negozio sia online. La GenZ sceglie l’online per comprare prodotti di difficile reperibilità e sfruttando gli sconti pre-natalizi, la piattaforma preferita è Amazon (86%). La scelta del regalo inizia online: il 48% conferma di affidarsi a quello che vede sui social e si lascia ispirare da ciò che pubblicano i loro brand e influencer preferiti. Per la scelta finale però sono sempre fondamentali i consigli dei commessi nei negozi fisici (57%), degli amici (55%) e della famiglia (38%).

Italiani, popolo di sognatori e di… incerti

Il futuro fa paura agli italiano, che manifestano una crescente sensazione di incertezza. Ben il 69% dei nostri connazionali si trova a convivere con questo sentimento – l’incertezza rispetto al futuro, appunto – mentre un considerevole 17% si dichiara pessimista e solo un 14% è ottimista sul domani. E’ quanto emerge dai dati del Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese.

Nuvole e qualche schiarita nel sentiment dei cittadini

Oggi il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è bloccata. Il 63% degli operai crede che in futuro resterà fermo nella condizione socio-economica attuale, perché è difficile salire nella scala sociale. Il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso. Infine, gli italiani hanno dovuto rinunciare perfino ai due pilastri storici della sicurezza familiare, il mattone e i Bot, di fronte a un mercato immobiliare senza più le garanzie di rivalutazione di una volta e a titoli di Stato dai rendimenti infinitesimali. Sono questi i motivi, unitamente alla rarefazione della rete di protezione di un sistema di welfare pubblico,

Stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro

Sempre in merito al futuro, secondo il 74% nei degli intervistati nei prossimi anni l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione, e il 26% è sicuro che è in arrivo una nuova recessione. Di contro, non si è fermata la corsa alla liquidità: +33,6% di contante e depositi bancari nel decennio 2008-2018 (contro il -0,4% delle attività finanziarie complessive delle famiglie). È il segno di un legame profondo con il contante che rinvia alle sue valenze psicologiche, oltre che funzionali. Il 44,8% degli italiani prevede un futuro sereno per la propria famiglia, mentre la percentuale scende al 21,5% con riferimento al destino del Paese. Secondo gli italiani si dovrebbero favorire gli investimenti privati con incentivi e sgravi fiscali per le imprese (64,9%), ridurre degli impedimenti burocratici (17,2%), rafforzare degli investimenti pubblici (17,9%).

Uno Stato d’ansia
Nel corso dell’anno, il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso. E secondo il 69% l’Italia è ormai un Paese in stato d’ansia (il dato sale al 76% tra chi appartiene al ceto popolare). E’ quanto si legge nel Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. Lo dimostra anche il consumo di ansiolitici e sedativi, aumentato del 23%, e il fatto  che il 75% degli italiani non si fida più degli altri. Questo perché  il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni), il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato con qualcuno per strada.

Lo shopping di lusso? Influenzato dal digitale

Il digitale ha cambiato completamente i modi e le mode di tutte le persone. Anche quando si fanno acquisti. In particolare, la diffusione delle grandi piattaforme digitali ha impattato fortemente sui consumi dei luxury shoppers, ovvero gli acquirenti di prodotti di lusso. A rivelare abitudini e usi di questa precisa fascia di consumatori alto-spendenti è una recente ricerca commissionato da Facebook e condotta da Ipsos su un campione di 4.500 persone, di età compresa tra i 18 e i 65 anni, in 6 mercati – Stati Uniti, Francia, Italia, Regno Unito, Hong Kong e Giappone. Lo studio, il primo di questo tipo commissionato da FB, ha evidenziato come la maggior parte dei touch-point che guidano l’intera esperienza di acquisto di prodotti di lusso sia digitale. L’indagine ha analizzato le piattaforme utilizzate, il comportamento e il percorso di acquisto dei clienti luxury con un focus sulla Next Generation, che comprende la Generazione Z (fino ai 22 anni) e i Millennials (23-34 anni), e sui consumatori alto-spendenti, ovvero persone che hanno fatto acquisti per almeno 10.000 dollari nell’ultimo anno. 

Social media sempre più presenti nei processi

In base ai dati, si scopre che i luxury shoppers sono molto attivi sui social media. I “compratori di lusso” italiani, rivela l’indagine, nel 96% dei casi utilizzano Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp ogni giorno; circa l’80% delle vendite di beni di lusso a livello globale è influenzato dal digitale, mentre in Europa il 50% dei consumatori di beni di lusso ha trovato ispirazione grazie ai prodotti Facebook. Ritornando in Italia, i processi di acquisto dei beni di lusso vedono l’utilizzo di un’app della famiglia Facebook nel 53% dei casi.

Cresce lo shopping on line, anche dei top brand

Certo, a oggi circa l’80% dei prodotti di lusso viene ancora acquistato nelle boutique e nei punti vendita fisici, ma lo shopping online, anche per queste tipologie di prodotti, è in forte crescita. Addirittura, le scelte di acquisto sono influenzate – nell’80% dei casi – dalle interazioni online. E’ interessante notare poi che i clienti alto-spendenti (38%) secondo lo studio sono più propensi a fare acquisti online rispetto al resto dei consumatori di beni di lusso (24%). Come scrive l’Agi, il digitale diventa un alleato anche nella fase decisionale: in Europa il 77% di chi acquista capi di moda di lusso consulta, infatti, lo smartphone mentre si trova in negozio. In questo contesto, secondo lo studio Ipsos, il 42% dei processi di acquisto a livello globale coinvolge almeno un’app della famiglia Facebook, una percentuale che sale al 64% per i consumatori alto-spendenti e al 65% per la Next Generation. In Italia, le app della famiglia Facebook vengono utilizzate nel processo di acquisto dal 53% degli intervistati e, nello specifico, dal 63% degli alto-spendenti e dal 78% della Next Generation: con questi numeri, lo Stivale è il primo tra i paesi dell’Ue per l’utilizzo delle app di casa Facebook nei processi di acquisto del lusso

Ragazzi italiani, lo smartphone già a 10 anni: e il sonno ne fa le spese

I ragazzi, anche quelli giovanissimi, mettono a rischio la qualità del loro sonno a causa dello smartphone. Ecco uno dei principali dati emersi dall’indagine ‘Adolescenti e Stili di Vita’, realizzata da Laboratorio Adolescenza e Istituto di Ricerca Iard. La ricerca, condotta con l’Associazione Culturale Pediatri e l’Osservatorio Permanente Giovani ed Alcol, si è svolta tra 2018 e 2019 su oltre 2.000 studenti di terza media. Emerge che circa il 60% dei ragazzini  ha avuto il suo primo cellulare tra i 10 e gli 11 anni e oltre il 28% prima dei 10. Precoce anche l’uso dei social: il 54% inizia infatti tra gli 11 e i 12, e il 12% prima dei 10 anni. Tutto questo spesso senza utilizzare alcuno strumento di protezione del proprio profilo social. “L’essere costantemente in vetrina e psicologicamente dipendenti dal giudizio degli altri – afferma Maurizio Tucci, Presidente di Laboratorio Adolescenza – li rende insicuri al punto di modificare il modo di comunicare tra loro”. Tra i social calano Facebook e Ask Fm, mentre aumentano Instagram, Snap Chat, Telegram e This Crush. WhatsApp è praticamente ‘incorporato’.

Lettura e sport, cosa sono?

Il 34% dei maschi non legge alcun libro (non scolastico) e un ulteriore 38% ne legge al massimo 1 o 2 all’anno. Le cose vanno un po’ meglio tra le ragazze dove c’è un 18% che riferisce di leggere più di 6 libri all’anno. Il trend, rispetto alle rilevazioni degli anni precedenti, è comunque in costante diminuzione. Viceversa aumentano i sedentari: 1 su 4 non pratica alcuna attività sportiva oltre le due ore settimanali a scuola (era 1 su 5 nel 2017). E questa volta il dato che riguarda le ragazze è peggiore (30% non pratica attività sportiva). La “scusa” più gettonata per giustificare la loro sedentarietà (36% dei maschi e 41% delle femmine) è “non ho tempo”, ma esiste anche un triste 4% di maschi e un 7% di femmine che attribuisce la cosa a problemi economici.

Sonno in pericolo Solo il 6,8% del campione intervistato afferma di dormire almeno 9 ore per notte (il giusto a quell’età), mentre il 20% dorme addirittura meno di 7 ore. D’altra parte andando a letto tra le 22 e le 23 (55%) o dopo le 23 (28%), di tempo per riposare adeguatamente, specie se si è in periodo scolastico, ne resta poco. “Ritardare più del dovuto il momento di andare a dormire – spiega Maria Luisa Zuccolo, responsabile del Gruppo di lavoro adolescenza dell’Associazione Culturale Pediatri – può determinare la comparsa di un vero disturbo del ritmo sonno-veglia dovuto alla mancata sincronizzazione tra ritmo interno (tentativo di dormire in un momento incompatibile col proprio orologio interno) e ritmo imposto dalle esigenze sociali (alzarsi per andare a scuola). Secondo i pochi dati disponibili in letteratura le frequenza di problema, chiamato Sindrome da fase del sonno ritardata, nella popolazione adolescenziale è stimata tra il 7-16%, ma rilevamenti empirici e, soprattutto, i dati di questa ricerca ci descrivono una situazione decisamente più allarmante”. Naturalmente il telefonino, con annesso mondo social, è l’immancabile compagno di sonno e insonnia degli adolescenti. La maggioranza degli intervistati non lo spegne prima di andare a dormire e spesso anche nel corso della notte, messaggia con gli amici. E gli effetti si vedono, perché cambia la quantità e la qualità del sonno di chi dice di spegnerlo prima di andare a letto, rispetto a chi dice di tenerlo acceso ma silenziato o, soprattutto, di lasciarlo acceso e non silenziato. Afferma di dormire meno di sette ore a notte il 14,7% di quelli che lo spengono e il 32,9% di quelli che lo lasciano acceso; così come tra chi lo tiene acceso aumenta la percentuale di chi fa fatica a prendere sonno (69,2% vs 61%)

Le Pmi italiane che vendono su Amazon hanno creato 18mila posti di lavoro

Amazon si è rivelato una risorsa per le piccole e medie imprese di casa nostra? Stando ai numeri, pare proprio di sì. Le Pmi italiane che vendono su Amazon.it, infatti, hanno dato vita a oltre 18mila posti di lavoro per supportare lo sviluppo della loro attività. Le cifre sono importanti: nel 2018 hanno raggiunto quota 12mila unità le aziende italiane che vendono su Amazon: si tratta di una crescita annua del 20%. Quasi il 30% di queste attività ha sede al Sud, il 25% al Nord-Ovest, quasi il 20% al Centro, il 15% al Nord-Est e il 10% nelle Isole. I dati sono stati diffusi da Amazon.

Tutte queste PMI hanno realizzato vendite all’estero per oltre 500 milioni di euro nel 2018, con un percorso di crescita di oltre il 50% anno su anno. La maggior parte di queste vendite all’estero proviene dal Centro (30%), seguito dal Nord-Ovest (25%), Nord-Est (20%), dalle Isole (15%) e infine dal Sud (10%).

Supporto digitale per le piccole

“Da anni Amazon fornisce supporto alle piccole e medie imprese italiane per aiutarle a sviluppare le proprie competenze digitali, per consentire loro di aumentare le proprie vendite, anche all’estero, e per creare nuovi posti di lavoro sul territorio” dice Mariangela Marseglia, VP Country Manager di Amazon.it e Amazon.es. “L’e-commerce rappresenta oggi, in Italia, il 7,3% delle vendite al dettaglio online e ammonta a 31,6 miliardi di euro. In Europa, l’e-commerce vale l’11%, mentre in Cina il 21%. Se l’Italia raggiungesse la percentuale europea crescendo solo del 3,7%, ci sarebbero ulteriori 16 miliardi di euro provenienti dalle vendite online da cui le PMI potrebbero trarre vantaggio”.

Un’avventura iniziata 20 anni fa

Amazon ha iniziato circa 20 anni fa ad aprire i negozi ai partner di vendita più piccoli. Nel 1999, riporta la nota della società, il 3% delle vendite su Amazon proveniva dai partner di vendita: questo numero è salito al 58% nel 2018, dopo anni di ingenti investimenti in tecnologia, infrastrutture e strumenti di vendita che hanno aiutato le Pmi a sviluppare il loro business. “La suite di strumenti messi a disposizione delle aziende per supportarle nella crescita include i servizi di logistica, il customer service nella lingua locale e la traduzione di centinaia di milioni di prodotti messi in vendita ogni anno dalle piccole e medie imprese presenti su Amazon. Per rendere possibile tutto questo, Amazon ha investito oltre 55 miliardi di euro in Europa e solo in Italia, dal 2010, 1,6 miliardi di euro in posti di lavoro, infrastrutture, real estate, servizi e contenuti” precisa il comunicato.

In attesa di Expo Dubai 2020, vola l’export lombardo negli Emirati

Il “ponte” fra Expo Milano 2015 ed Expo Dubai 2020 sta dando ottimi frutti, almeno per quanto riguarda l’internazionalizzazione dell’export delle Pmi lombarde. A dirlo è la mappa dell’export lombardo negli Emirati Arabi Uniti per settore, realizzata dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e da Promos Italia, la struttura del sistema camerale a supporto dell’internazionalizzazione e da Unione Artigiani Milano e Monza Brianza. La mappa è disponibile sia in italiano sia in inglese sul sito di Promos Italia. In particolare, i prodotti più esportati dalla regione sono macchinari, moda, chimica e apparecchi elettrici, ma sono in forte crescita i settori artigianali legati al design (+27%) e al legno (+18,3%) Prime in Lombardia Milano, Bergamo, Varese (+6,6%) e Monza Brianza.

Un business da 272 milioni di euro

Macchinari, moda, chimica e apparecchi elettrici: sono i prodotti lombardi più esportati negli Emirati Arabi Uniti, complessivamente 272 milioni di euro su 600 milioni di export nei primi sei mesi del 2019. In crescita i settori della chimica (+10,9%) con 90 milioni di export, ma anche degli altri prodotti del manifatturiero legati alle produzioni artigiane, tra cui mobili e design (+27%) con 50,5 milioni e del legno (+18,3%) con 12 milioni, dei computer e apparecchi elettronici (+14,4%) con 32 milioni, dei mezzi di trasporto (+31%) con 26 milioni e degli alimentari (+5.8%) con oltre 16 milioni e mezzo di euro. Tra le province Milano prima con 312 milioni di export, +2,6%, seguita da Bergamo con 60 milioni circa, Varese con 59 milioni (+6,6%) e Monza Brianza con 52 milioni. Rispetto al 2018 cresce di più l’export da Sondrio, +67%, e da Lecco, +47,1%.

Nel manifatturiero Bergamo risulta prima per alimentari (4 milioni) e per prodotti in metallo insieme a Lecco (rispettivamente 17,5 e 14,5 milioni), Milano per moda (77 milioni), legno (6 milioni), prodotti chimici e apparecchi elettrici (39 milioni), farmaceutici (4 milioni), articoli in gomma (9 milioni), computer (23 milioni), macchinari (56 milioni) e altri prodotti manifatturieri (30 milioni), Varese prima per mezzi di trasporto (17 milioni) mentre Monza Brianza è seconda per altri prodotti manifatturieri (8 milioni) tra cui mobili e design.

Lombardia prima regione italiani negli scambi con gli Emirati

La Lombardia prima regione italiana nei rapporti commerciali con gli Emirati con un quinto del totale italiano che è di 2,6 miliardi nei primi sei mesi del 2019. È seguita dalla Toscana con 484 milioni e dal Veneto con 358 milioni. Tra le province prime Arezzo con 352 milioni e Milano con 332 milioni. Vengono poi Roma, Vicenza, Bologna, Siracusa e Firenze. Altre 4 lombarde si piazzano tra le prime venti: Bergamo ottava con 67 milioni, Varese nona con quasi 60 milioni (+6,8%), Monza Brianza dodicesima con 53 milioni e Brescia tredicesima con 51 milioni.