Pmi italiane, solo il 9% utilizza l’e-commerce. Ma il 35% ne sta valutando l’adozione entro il 2022

E-commerce, tutte lo conoscono, ancora poche però lo utilizzano: è la fotografia del commercio online da parte della piccole e medie aziende italiane, secondo il recente report Market Watch PMI realizzato da Banca Ifis. Andando direttamente ai numeri, si scopre che solo il 9% delle Pmi ha attivato o usa le piattaforme digitali per vendere i propri prodotti. A livello di settori merceologici, i più innovativi e dinamici sono l’agroalimentare (il 19% delle imprese sfrutta il commercio elettronico), la moda (16%), la chimica e la farmaceutica (16%). 

La pandemia spinge le vendite on line

Tra i dati emersi dall’indagine, non sorprende che nell’ultimo anno ci sia stata una ritrovata spinta verso il canale digitale: il 26% di chi lo utilizza lo ha adottato negli ultimi 12 mesi, individuandolo come uno strumento per poter continuare nella propria attività anche in tempi di restrizioni e chiusure. I numeri confermano comunque che l’e-commerce è una modalità recente: solo un’azienda su tre, infatti, lo utilizza da almeno cinque anni. Perché si sposta l’attività anche sulle piattaforme e-commerce, oltre alla stretta contingenza? Il 57% delle imprese coinvolte sostiene per la volontà di diversificare i canali di acquisto – specie per le aziende che operano nella moda, nella tecnologia e, per quanto riguarda il profilo geografico, nel Nord Est – mentre un altro 53% afferma di rispondere così a una richiesta del mercato.

Expertise interna o esterna?

Il 39% delle PMI che ha attivato un canale di vendita digitale ha investito sulla formazione di risorse già interne all’azienda per gestirlo, una su cinque ha invece assunto personale ad hoc. Mentre l’85% si è rivolta ad operatori specializzati per la gestione della logistica. Il 39% ha scelto poi di affiancare a un proprio applicativo anche un marketplace esterno: nel 64% dei casi si tratta di Amazon, nel 22% di Alibaba. I ricavi dell’e-commerce valgono oggi circa il 9% del fatturato complessivo di una Pmi, un dato che per 6 imprese su 10 è in aumento rispetto a quello generato nel 2019. Il 75% dei ricavi proviene dal mercato domestico e, elemento interessante, il 32% da clienti business, a conferma del fatto che il commercio digitale può essere strategico anche in ottica B2B.

Quali le criticità?

Le aziende che non hanno ancora adottato un canale on line hanno scelto questa strada perché non ritengono (nell’80% dei casi, quasi un plebiscito) questo tipo di vendita adatto ai loro prodotti. Ancora, due aziende su tre lamentano problematiche legate all’aggiornamento dei sistemi informativi e della dotazione tecnologica. Però, è questo è invece un dato positivo, il 35% delle Pmi italiane ha dichiarato di valutare l’apertura di una piattaforma di e-commerce entro i prossimi 12 mesi.

La felicità? Gli hobby come il giardinaggio e il bricolage

Durante i lunghi periodi di lockdown e restrizioni varie gli italiani si sono scoperti appassionati di bricolage, fai da te e soprattutto di giardinaggio. E da queste occupazioni ne hanno tratto benessere e, addirittura, felicità. Lo rivela un sondaggio condotto da YouGov per ManoMano, l’commerce dedicato alla casa e alle attività connesse, mettendo in luce che 1 persona su 2 ha dichiarato di aver praticato attività di giardinaggio o bricolage nell’ultimo anno per staccare la mente dai problemi quotidiani. Certo, non si tratta di passioni per i giovanissimi, e i dati lo confermano: i fan dei lavori in giardino o sul balcone sono soprattutto over 55 anni, perché permettono di impegnare il proprio tempo in maniera attiva. Felicità è data anche dalla soddisfazione provata nel vedere le proprie piante crescere e le creazioni home made prendere vita (48%).

Il gardening piace alle signore del Nord Italia

E’ altissima la percentuale di nostri connazionali che ha dichiarato di essersi cimentata in attività “verdi”, legata alle cura delle piante, ben il 79%. E questa passione cresce con l’aumentare dell’età: chi ha più di 55 anni si dedica più spesso al giardinaggio, soprattutto tra le donne (84% contro un 73% degli uomini) e nel Nord Italia. In particolare, il 51% degli intervistati ha dichiarato di aver coltivato delle piante aromatiche (come basilico e rosmarino) nell’ultimo anno, il 38% ha acquistato delle piante e fiori per arredare la casa e il 35% ha coltivato delle piante da esterno e giardino.

Le informazioni? Dagli amici e dal web

Per imparare sempre di più su questi temi, rivela ancora il sondaggio, i nuovi appassionati hanno scelto canali di informazione diversificati. Se il 48% si affida ai consigli del vivaio, il 38% ha preferito invece seguire il parere di amici e conoscenti. Ma c’è anche chi sceglie il digitale: il 36% degli italiani guarda i video e i tutorial su YouTube mentre il 27% si affida a blog e siti di settore.

Dalle piante al fai da te

Oltre al giardinaggio, i nostri connazionali si sono divertiti con il bricolage: 7 italiani su 10 (71%) hanno preferito attività di fai da te. Ad esempio, il 45% ha imparato ad aggiustare oggetti nell’ultimo anno, il 27% ha occupato il proprio tempo imbiancando la propria casa o decorando le stanze (23%). Il 13% degli uomini ha anche creato nuovi mobili per arredare la propria abitazione, mentre il 22% delle donne, soprattutto tra le più giovani, si è dedicato alla creazione di oggetti e accessori.

Spesa, +45% di acquisti on line in un anno

A un anno dal primo lockdown, è interessante osservare come sono cambiate le abitudini di acquisto degli italiani. E una delle prime evidenze, anche come sensazione, è che la spesa on line sia diventata una pratica estremamente diffusa, molto più che nei mesi antecedenti l’emergenza sanitaria. A tirare le fila del fenomeno, e a tracciarne la portata, è un’indagine condotta da Youthquake, agenzia di data-driven marketing con sede a Milano e Londra, che ha analizzato come sono cambiati i comportamenti dei consumatori nella Grande distribuzione organizzata (Gdo). Il numero più eclatante è sicuramente la crescita del 45% della spesa online, sia che si tratti di consegna a casa sia di ritiro in negozio.

Crescono anche le spese “super”

Un altro elemento che stupisce è l’incremento delle “spesone”, ovvero la spesa super abbondante per fare scorta, che ha messo a segno un aumento intorno al 45%. Come spiegano gli analisti, questo è un “trend dovuto alle limitazioni imposte dalle misure di contenimento della pandemia e che attualmente continua a guidare anche l’acquisto fisico del cliente all’interno dei supermercati”. Le abitudini di acquisto non potevano che risultare influenzate anche dalle variazioni di reddito degli italiani. In molti casi l’indebolimento del potere di acquisto ha comportato per il 34% delle persone una maggior attenzione al prezzo dei singoli prodotti. Un dato che riporta sempre più in auge l’utilizzo di strategie di email marketing. A questo proposito, il 75% degli utenti preferisce un tipo di comunicazione con messaggi diretti come email ed sms, per rimanere sempre informato su promo, offerte e informazioni generali. E le donne, anche in questo caso, rappresentano il pubblico più attivo per quanto riguarda le ricerche.

Si cucina di più ma si spreca di meno

Il report mette infine in luce che il 49% degli italiani cucina di più rispetto al periodo pre pandemia e in generale il 35% delle persone ha dichiarato di mangiare di più, contro il 13% che ha affermato di aver consumato meno cibo. In cucina sono sperimentate nuove ricette, anche etniche, ma soprattutto pizza (52%) e dolci (50%). Una maggiore attenzione alla provenienza dei prodotti usati in cucina ha comportato anche una maggior cura da parte del consumatore verso un’alimentazione sana che si è tramutata in forte attenzione alla filiera dei prodotti alimentari e, più in generale, in un rinnovato interesse verso i prodotti bio e a km0. Infine, si manifesta una maggior sensibilità verso il tema dello spreco alimentare con le coppie (77%) che tendenzialmente sprecano meno cibo rispetto a chi vive da solo e alle famiglie più numerose.

Pubblicità, nel 2021 torneranno a crescere gli investimenti

Potrebbe sembrare un’indicazione riservata a pochi addetti ai lavori, ma invece è un segnale che dovrebbe infondere ottimismo anche in chi non ha nulla a che fare con il settore dell’advertising. Questa è la notizia: nel 2021 gli investimenti pubblicitari torneranno a crescere, e anche in maniera consistente. Nei fatti, significa che le aziende avranno di che investire e che, in base al loro sentiment, la ripresa dell’economia è alle porte. Da sempre, infatti, il mercato pubblicitario rispecchia il mercato dei consumi reali: in questo caso, quindi, si tratta di una buona notizia. I dati dimostrano che la fiducia in un futuro migliore e ormai vicinissimo è in ripresa presso le imprese del nostro paese. A tracciare le previsioni di quello che sarà il mercato pubblicitario italiano per l’anno in corso è l’Upa, l’associazione delle più importanti aziende che investono in pubblicità e in comunicazione in Italia.

Investimenti a +4%, in linea con il Pil

L’associazione stima che il 2021 possa chiudersi con una crescita degli investimenti pubblicitari del 4%, in linea con le aspettative di recupero del Pil. Il dato emerge dalla tradizionale survey effettuata in questi giorni tra gli associati, da cui emerge una ripresa della fiducia da parte degli investitori, pur a fronte di una situazione complessiva non priva di incertezze. Tuttavia, nonostante le ombre, ci sono ampi spiragli di luce all’orizzonte: non accadeva da tempo.

“La pubblicità anticipa le tendenze del mercato”

Se la crescita degli investimenti sarà confermata, quest’anno si assisterà a un parziale recupero della contrazione (-11%) registrata nel 2020 a causa della pandemia. “Dalla nostra survey emerge la volontà delle imprese italiane di continuare a investire in comunicazione per valorizzare le nostre marche”, ha dichiarato Lorenzo Sassoli de Bianchi, presidente Upa. “La previsione di crescita degli investimenti pubblicitari è un segnale positivo poiché, se confermata, potrà senz’altro stimolare la ripresa economica complessiva del Paese. La pubblicità – ha poi aggiunto Sassoli – ha storicamente anticipato le tendenze del mercato, soprattutto sul lato dei consumi, che hanno segnato nel 2020 una decisa contrazione e che, grazie all’auspicata riduzione dei contagi, potranno tornare a crescere. Molto dipenderà, a questo, punto dalla velocità del programma di vaccinazione, vera priorità del Paese”. Insomma, se tutto andrà come deve andare – soprattutto per quanto riguarda il piano vaccinale – le ragioni per essere ottimisti non mancano di certo.

Lotteria scontrini, ecco gli acquisti che… non partecipano

Molto, ma non tutto: per partecipare alla ormai famosa Lotteria degli Scontrini, l’iniziativa messa in campo dal Governo per incentivare sempre di più gli acquisti effettuati attraverso pagamenti elettronici, bisogna sapere cosa si può comprare. O meglio, conoscere quali sono le tipologie di acquisti che danno origine a un biglietto virtuale che potrebbe essere baciato dalla fortuna e quelle che, invece, non possono partecipare. L’Agenzia delle entrate ha pubblicato una serie di frequently asked questions, domande più frequenti, sul sito ufficiale della lotteria, per rispondere a tutti questi dubbi. 

Shopping, cosa non vale

Come riporta Le Legge per Tutti, ci sono delle precise categorie di acquisti che non rientrano nella lotteria e che quindi non servono per cercare di aggiudicarsi un premio. Ad esempio, anche se si paga con carta di credito, di debito, bancomat o comunque con moneta elettronica, il tagliando del parcheggio non dà diritto ad alcun biglietto per la lotteria. Lo stesso discorso vale per il pieno di carburante dal benzinaio, per il quale non c’è alcuna certificazione fiscale tramite memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi. Neanche con le spedizioni dei pacchi postali si partecipa alla lotteria degli scontrini, per lo stesso motivo del pieno di benzina o del ticket parcheggio.

Fuori anche cinema, teatri e musei

Ci sono altre situazioni in cui non è prevista, almeno a oggi, la trasmissione dei corrispettivi e che quindi non valgono ai fini delle estrazioni. Si tratta ad esempio della maggior parte delle attività culturali, come cinema, musei, teatri. Altre spese che non generano biglietti virtuali per tentare la fortuna sono quelle effettuate con buoni pasto e ticket restaurant e quelle in farmacia se nello scontrino è riportato il codice fiscale dell’utente. Significa che, se è stata consegnata al farmacista la propria tessera sanitaria, si avrà diritto alla detrazione fiscale ma non alla lotteria degli scontrini. Viceversa, ricorda Adnkronos, se si è compra un medicinale senza fornire la tessera sanitaria e richiedere la detrazione, si può partecipare alla lotteria con quello scontrino.

Conservare gli scontrini, si o no?

Un altro dubbio diffuso è quello che riguarda la conservazione degli scontrini: vanno fisicamente tenuti oppure no? La risposta è no, non serve conservarli fino all’estrazione dei premi. Le persone che hanno infatti deciso di aderire alla lotteria si sono già dovute registrare  sul sito ufficiale della stessa inserendo il loro codice fiscale per ottenere un codice a barre, lo stesso che va presentato al commerciante all’atto dell’acquisto. Tutti gli scontrini, quindi, verranno memorizzati nell’area privata del sito e da lì sarà facile tenerli sotto controllo.

Social, che passione: 7 italiani su 10 li usano ogni giorno

Sono sempre di più gli italiani che trascorrono il loro tempo sui social network. Per riportare dei numeri, sono addirittura 7 su 10 i nostri connazionali attivi sulle piattaforme social: complessivamente, sono 50 milioni gli utenti che utilizzano Internet quotidianamente, e che sulla rete trascorrono il doppio del tempo rispetto a quello passato davanti alla Tv. Questa fotografia del nostro Paese rispetto ai social e al web è il frutto di “Digital 2021”, il report annuale che analizza lo scenario social e digital a livello locale e globale, realizzato da We Are Social in collaborazione con Hootsuite. L’analisi ha previsto anche un focus sul mercato di casa nostra, dal quale emergono dati davvero interessanti.

Trend in forte crescita

Nel 2020, complice forse il fatto di dover rimanere a casa, in Italia si è registrato un trend in crescita per l’adozione di Internet e dei social: ogni giorno è l’84% della popolazione che accede a Internet (+2% rispetto al 2020) e il 68% quella attiva sui canali social (+6%), utilizzati in maniera diversificata, a scopo di intrattenimento, informazione, condivisione e conversazione. Ma cosa cercano, guardano, ascoltano gli utenti online? In base alla ricerca, soprattutto video (93%), ma sempre di più audio con il 61% che ascolta musica in streaming e il 25% che fruisce di podcast. Senza dimenticare l’aspetto ludico: in Internet le persone giocano, e tanto, con diverse tipologie di dispositivi, come dichiara l’81% degli italiani. YouTube si conferma la piattaforma più utilizzata, seguita da WhatsApp e Facebook.

Canali per ottenere informazioni

Oltre all’aspetto prettamente legato all’entertainment e alla condivisione, gli utenti cercano anche informazioni di oggi tipo, anche riferite ai marchi. Accanto all’utilizzo dei motori di ricerca tradizionali, si registra un 37% degli italiani che si serve di tecnologie di ricerca vocale e un 33% che ricorre ai canali social. “Il 2020 ha accelerato l’evoluzione delle relazioni che le persone hanno con i canali digital e social” hanno dichiarato spiegano Gabriele Cucinella, Stefano Maggi e Ottavio Nava, Ceo We Are Social. “Che si tratti di connettersi con altre persone, di fruire di contenuti audio, di fare acquisti da mobile o di intrattenersi e giocare”.

Cosa succede nel mondo

A livello globale, il report segnala che sono 4,66 miliardi le persone che accedono ad Internet, con un incremento del 7,3% rispetto a gennaio 2020. Gli utenti delle piattaforme social nel mondo hanno toccato quota 4,20 miliardi, con un aumento del 13%, o di 490 milioni di persone. La penetrazione delle piattaforme social si attesta quindi al 53% della popolazione mondiale. In questo caso, le piattaforme più attive sono Facebook, YouTube e WhatsApp.

Wikipedia compie 20 anni e adotta un nuovo codice di condotta

E’ per eccellenza “l’enciclopedia delle enciclopedie”, il luogo del sapere globale e uno dei 15 siti più frequentati a livello mondiale con circa 1,7 miliardi di visitatori al mese. Stiamo parlando di Wikipedia, il sito di tutto lo scibile, che proprio a inizio 2021 ha compiuto 20 anni. E, in concomitanza con questo importante avvenimento, Wikipedia ha adottato un nuovo codice di condotta globale contro abusi, disinformazione e manipolazione delle notizie.

“Documento vincolante per chiunque partecipi ai nostri progetti”

Il nuovo codice è stato rilasciato dalla Wikimedia Foundation, l’organizzazione non profit che amministra l’enciclopedia libera e condivisa, ed è frutto del contributo di circa 1.500 volontari di Wikipedia in rappresentanza di cinque continenti e 30 lingue. Il documento appena adottato ha il preciso obiettivo di contrastare ogni tipo di azione e manipolazione  per distorcere e alterare i contenuti sulla piattaforma. Piattaforma che, è bene ricordarlo, viene gestita in gran parte da volontari che utilizzano informazioni “crowdsourcing”. La scelta di prevedere un codice di condotta di questo tipo arriva inoltre in un periodo in cui c’è una grande pressione sulle piattaforme Internet per arginare le campagne di disinformazione che possono essere utilizzate per fini politici o per promuovere varie forme di violenza.

“Il nostro nuovo codice di condotta è stato sviluppato per la nuova era di Internet, con la premessa che desideriamo che le nostre comunità di contributori siano ambienti positivi, sicuri e sani per tutti – ha dichiarato Katherine Maher, amministratore delegato della fondazione – sarà un documento vincolante per chiunque partecipi ai nostri progetti, fornendo un processo di applicazione coerente per affrontare molestie, abuso di potere e tentativi deliberati di manipolare i fatti”.

Le linee guida per il presente e il futuro

In sintesi, le nuove regole lasciano fuori dalla porta qualsiasi forma di molestia, in particolare modo contrastando il crescente fenomeno dell’hate speech, e mettendo al bando pubblicazione di insulti, minacce o attacchi che prendono di mira caratteristiche personali così come le dichiarazioni che possono rinforzare i pregiudizi sugli stereotipi. Saranno invece favorite le azioni che promuovono inclusione e diversità. “Compito del team al lavoro su Wikipedia è quello di garantire che l’approccio non cambi quanto ha fin qui reso l’enciclopedia ciò che è, continuando a mantenerla libera e frutto di un lavoro collettivo” ha concluso Maher. Ad oggi gli editor volontari nel mondo sono circa 230.000, coordinati da 3.500 amministratori. Per far sì che il codice venga rispettato, sarà sensabilitazata la community e verranno costituite task force dedicate.

Ristoranti e shopping: come sono cambiate le abitudini durante la pandemia

E’ inutile negare che il 2020 abbia comportato cambiamenti profondi alle abitudini di tutti noi, comprese quelle che riguardano gli acquisti. Eppure, non mancano delle sorprese che mettono in luce come il “local” sia una tendenza ormai radicata e quasi accentuata dall’emergenza. Lo rivela Ipsos che in un sondaggio globale ha esplorato il cambiamento delle abitudini di acquisto dei consumatori presso i piccoli negozi e ristoranti durante la pandemia. In linea generale, i consumatori di tutto il mondo riferiscono di mangiare meno frequentemente al ristorante (anche perché diversi paesi sono in lockdown) e fare più spesso acquisti online rispetto alla situazione pre-pandemica. Tuttavia, gli acquisti effettuati a livello locale – da agricoltori, produttori, imprese e ristoranti locali – risultano essere sostanzialmente invariati rispetto a prima della pandemia. A livello globale, il 63% degli intervistati afferma di frequentare i piccoli ristoranti o di proprietà locale meno frequentemente rispetto a prima della pandemia. Tra i 28 Paesi esaminati, il Giappone ha registrato il calo più lieve, con una percentuale pari al 44%, invece, l’Italia si colloca in una posizione intermedia con una percentuale del 60%.

La scelta si sposta sull’asporto e il delivery

Se andare direttamente al ristorante è un’abitudine che per ovvi motivi registra una battuta d’arresto, d’altro canto il 23% dei consumatori di tutto il mondo dichiara di mangiare più sovente cibo da asporto e/o consegnato direttamente a casa da piccoli ristoranti o di proprietà locale; il 45% afferma di usufruire della consegna a domicilio o dell’asporto con la stessa frequenza rispetto a prima della pandemia. In Italia, il 48% delle persone dichiara di consumare cibi da asporto o consegnati direttamente a casa con la stessa frequenza rispetto alla situazione pre-pandemica, in linea con la media globale.

Acquisti in piccoli negozi o online?

A livello globale, la maggior parte degli intervistati (54%) dichiara di non aver modificato la frequenza con cui effettua acquisti di persona presso piccole imprese o locali, e l’Italia non fa eccezione. Per quanto riguarda gli acquisti online, a livello globale meno della metà degli intervistati – il 43% – afferma di fare shopping online più spesso. Il Nord America guida l’aumento globale della frequenza degli acquisti online, con la metà dei consumatori che dichiara di fare acquisti online più sovente. L’Italia, anche in questo caso, si colloca in una posizione vicina alla media globale. Sono però i consumatori con un reddito più elevato (49%) quelli che affermano di aver scelto la modalità online con più frequenza rispetto a prima della pandemia: probabilmente chi ha più disponibilità ha anche più strumenti per comprare sul web.

Exploit dell’online anche per gli alcolici: le bollicine le più ricercate in Italia

A casa? Sì, ma senza rinunciar al piacere di un buon bicchiere di vino, meglio se rigorosamente italiano. Ne sono evidentemente convinti i nostri connazionali, in linea però con tutti gli europei, che nei mesi scorsi hanno fatto shopping online di alcolici in misura doppia rispetto all’anno precedente. In particolare è cresciuta in maniera rilevante la fascia dei giovani consumatori, quelli di età compresa fra i 18 e i 24 anni. A riferirlo è l’ultima ricerca di Idealo – portale internazionale di comparazione prezzi. Ad acquistare alcolici online sono soprattutto gli uomini, la cui percentuale è salita del +100,6% nel 2020, rispetto alle donne, la cui percentuale è comunque cresciuta del +65,3% nello stesso periodo.

Uomini adulti i più interessati al trend

La ricerca mette in luce che, dopo i giovani, le persone maggiormente interessate agli alcolici online sono gli uomini con un’età compresa tra i 35 e i 44 anni (+91,2%) e tra i 25 e 34 anni (+88,8%). Da segnalare, inoltre, la crescita di interesse nella fascia degli over 65, +27,0%, inferiore rispetto quella delle altre fasce d’età ma tre volte superiore rispetto la crescita di interesse verso l’e-commerce in generale, che nel 2020 è aumentata del +9,0% tra gli adulti oltre sessantacinquenni. Altri dati interessanti in merito all’indagine: le ricerche si svolgono soprattutto la domenica sera, intorno alle 21-22, da mobile, forse per farsi coraggio prima del lunedì. Fatto sta che le ricerche serali sono cresciute del 125,1% rispetto al 2019. A livello territoriale le tre regioni in cui l’interesse online verso gli alcolici è cresciuto maggiormente sono il Molise (oltre +200,0%), il Friuli Venezia Giulia (+196,2%) e la Basilicata (+191,1%); quelle cresciute di meno sono, invece, l’Umbria (+76,1%), la Liguria (+41,0%) e, per ultima, la Valle d’Aosta (+39,6%).

Cosa beviamo?

Gli italiani sembrano apprezzare soprattutto il vino, tanti che i prodotti di Bacco hanno segnato un +446,0% di interesse rispetto lo stesso periodo dell’anno scorso. Sul podio si collocano poi cognac e brandy (+247,6%) e vodka (+242,7%). Se in Italia nel 2020 l’interesse online nei confronti degli alcolici è più che raddoppiato (+110,2% rispetto al 2019), c’è però chi ha fatto più di noi: inglesi e spagnoli hanno fatto registrare un aumento di interesse quasi triplicato. Infine, gli italiani confermano il loro amore per le bollicine: noi e gli austriaci abbiamo concentrato le ricerche soprattutto su Spumanti, Prosecco e Champagne, mentre negli altri Paesi si cercano in particolare i Whisky.

Dati rubati in vendita sul dark web, ecco quanto costano

Quanto costano i dati personali sottratti illegalmente e poi messi in vendita sul dark web? Da una manciata di spiccioli a diverse centinaia di dollari, a seconda della tipologia: lo ha rivelato uno studio condotto dai ricercatori di Comparitech, che ha analizzato i prezzi delle carte di credito rubate, degli account PayPal violati e dei documenti su oltre 40 diversi mercati del dark web. Ne è emerso una sorta di tariffario dei dati, differente a seconda dei vari paesi e dell’entità del “pacchetto” di informazioni messo in commercio. Ma come funziona esattamente la vendita di informazioni rubate?

Per un pugno di dollari

E’ sorprendente scoprire quanto poco valgano dei dati che noi riteniamo preziosissimi. Ad esempio negli Stati Uniti, dove le carte di credito sono estremamente diffuse, le credenziali per una rubata costano 1,5 dollari, cifra che sale a 2,5 per la Gran Bretagna. La forbice, a livello globale, va dagli 11 centesimo fino ai 986 dollari: poco, tutto sommato. In linea generale, è l’Europa il mercato con i prezzi più alti per le carte di credito: 8 dollari. Ovviamente, più si spende più si ottiene: ad esempio, con pochi centesimi si ha solo il numero di carta, mentre con investimenti più sostanziosi si hanno anche un nome, una data di scadenza e altre informazioni importanti. E, a proposito di informazioni, il costo medio di una identità rubata è 8 dollari. Ne servono 14 nel Regno Unito, in Turchia e in Israele e 25 in Giappone, Europa ed Emirati Arabi.

Paypal costa di più

Sono cifre maggiori, precisa Comparitech, quella che bisogna prevedere per aggiudicarsi un account Paypal, ovviamente rubato: da 5 a 1767 dollari. Ma perché questa discrepanza di prezzo rispetto alla carte di credito? Il team di esperti spiga che la differenza è dovuta alla possibilità di “ritorno dell’investimento”. Il saldo contabile medio di una carta di credito è 24 volte il prezzo d’acquisto dei suoi dati nel dark web, mentre per quanto riguarda Paypal il saldo è 32 volte. In parole semplici, Paypal costa di più perché ci sono percentualmente più possibilità di trovare una maggior quantità di soldi sul conto.

Il valore dei fullz

In gergo, i  “fullz” sono i pacchetti di informazioni personali, ad esempio con il nome di una persona, la data di nascita, l’indirizzo, il numero di telefono, i numeri di conto e altre informazioni personali che i criminali informatici utilizzano per frodi di identità, inclusa l’apertura di nuove linee di credito a nome della vittima. Anche questi dati sono in vendita sul dark web, con prezzi di vendita che partono da 8 dollari.