Cybersecurity: in Italia è l’email il mezzo di attacco principale 

Nel 2021 l’Italia ha dovuto affrontare una serie di minacce informatiche, di cui le principali sono sottrazioni di informazioni finanziare, estorsione doppia e attacchi alle catene di fornitura. Stando al Rapporto annuale 2022 di Yoroi, agenzia di cybersecurity parte di TinextaCyber, il vettore principale di violazione malware nel nostro Paese resta la posta elettronica. È in questo modo infatti che si diffondono le email di phishing, ovvero le comunicazioni fraudolente che mimano istituti, banche e aziende reali per convincere le persone a cliccare su link malevoli. Ma le email possono anche essere vettore di spear phishing, una tecnica ancora più sofisticata che rischia di trarre in inganno anche gli utenti più esperti.

Possibile incremento di attacchi provenienti da gruppi appoggiati da Mosca

Secondo Yoroi i primi obiettivi dei cybercriminali sono i dati finanziari. E come evidenziato già nel 2020, gli analisti di Yoroi individuano nei trojan bancari i principali malware diffusi in Italia nel 2021.
I paesi da cui provengono il totale delle minacce sono gli Stati Uniti, la Cina e la Russia, ma a seguito della guerra in corso in Ucraina è lecito aspettarsi un incremento importante degli attacchi provenienti dai gruppi appoggiati da Mosca.

I documenti Ms Office sono il vettore di consegna dei malware più rilevante

“Per il quinto anno di fila, le mail malevole rappresentano una parte rilevante dei cyber-attacchi – spiegano gli esperti di Yoroi -. Esaminando la telemetria raccolta dall’infrastruttura di monitoraggio del nostro Cyber Security Defence Center, possiamo confermare che i documenti di Microsoft Office sono il vettore di consegna dei malware più rilevante”.
Per far fronte alle minacce nel prossimo futuro, secondo Yoroi, è necessario compiere significativi sforzi di miglioramento nella gestione delle ‘cyber-crisis’, diventando capaci di sviluppare politiche aziendali e tecnologiche di protezione e prevenzione, riporta Ansa.

Comprimere gli allegati all’interno di un file di archivio

La strategia più utilizzate dagli attaccanti per sfruttare il vettore email sono le campagne di spam malevolo denominate malspam, configurate per colpire singoli individui e piccole organizzazioni, ad esempio, tramite mail di finte fatture con documenti Office malevoli. I documenti di Microsoft Office sono il vettore di consegna del malware più rilevante, nonché il modo più comune per diffondere il primo stadio della catena di infezione del malware. Infatti, i documenti Microsoft Word (35%) e i fogli di calcolo Excel (33,2%) rappresentano il 68,2% di tutti gli allegati maligni intercettati dai servizi Yoroi di email Protection, si legge su lineaedp.it. Una delle ultime tattiche adottate dai cyber criminali è quella di comprimere gli allegati all’interno di un file di archivio (zip, gzip o rar, 7zip) e crittografarli con una password menzionata all’interno del corpo della mail. Un metodo abbastanza semplice, ma molto efficace, e su cui gli avversari fanno sempre più riferimento.

Internet: accesso universale, sicuro e veloce essenziale per la crescita economica del Paese

Internet come motore dello sviluppo di un paese. E’ questo il principale dato che emerge dall’edizione 2022 del Broadband Index di Cisco, uno studio condotto ogni anno su quasi 60.000 lavoratori di trenta Paesi (fra cui l’Italia) chiamati a rispondere sulla qualità della banda larga domestica. In sintesi, la crescita sociale ed economica di una nazione è legata a doppio filo con un accesso universale, affidabile e veloce a internet: lo pensano tre lavoratori su quattro. Tra i dati emersi dall’analisi, si scopre inoltre che  il 40% della forza lavoro italiana fa affidamento sulla connessione internet domestica per lavorare da casa o gestire la propria attività, il 42% dei nostri connazionali interpellati usa una tecnologia mobile per connettersi da casa, il 28% usa la fibra ottica e il 49% è connesso alla sua rete broadband per 7 o più ore al giorno.

Il lavoro ibrido dipende da una connessione internet di qualità

Secondo l’indagine Cisco, il 71% dei lavoratori italiani (75% a livello globale) ritiene che i servizi in banda larga debbano essere migliorati per supportare un modello di lavoro ibrido di qualità, mentre il 73% pensa che sia importante la qualità e l’affidabilità della connessione internet.

Per comprendere quanto una connessione ad alte prestazioni sia rilevante, basti pensare che il 79,5% del campione italiano ha dichiarato di fare un utilizzo casalingo di internet in banda larga per più di 4 ore al giorno, e il 49% addirittura per 7 ore o più. Percentuali che sono di poco inferiori a quelle registrate a livello globale, dove otto utenti su 10 (l’84%) usano la connessione in banda larga domestica per più di quattro ore, e il 54,6% per più di 7 ore.

Il Broadband Index 2022 di Cisco ha fatto emergere anche altri elementi interessanti. Come ad esempio il fatto che nel 56% dei nuclei familiari di cui fanno parte gli interpellati, tre o più persone usano internet contemporaneamente (il 60% a livello globale). Per far fronte a queste necessità di connessione il 42% afferma di usare qualche tipo di tecnologia mobile, compreso l’uso dei propri smartphone come hub verso la rete 4G o 5G, mentre il 28% usa la banda larga su fibra ottica. 

Obiettivo upgrade

Non solo: il 34% degli interpellati italiani (e il 43% a livello globale) prevede di fare nei prossimi 12 mesi un “upgrade” dei servizi internet di cui dispone, per poter così disporre di un livello di connessione più avanzato.

Ma non è tutto. La connettività è sempre più importante anche per quelle piccole realtà che non hanno a disposizione le stesse risorse delle grandi aziende, dato che secondo lo studio il 40% della forza lavoro italiana (e il 48% a livello globale) si affida alla connessione internet domestica quando deve lavorare da casa o per gestire la propria attività.

Ed anche la sicurezza è vitale per il lavoro ibrido, dal momento che questo modello professionale richiede di accedere a applicazioni, servizi e dati da più luoghi e device, su reti pubbliche o private. Le persone ne sono consapevoli, al punto che oltre la metà a livello globale dichiara che sarebbe disposta a pagare di più per una connessione internet in banda larga “più sicura”.

Università telematiche, rischio aumento costi per gli studenti

Le università telematiche potrebbero non essere più vantaggiose a livello di costi Questo a causa dell’approvazione del decreto direttoriale 2711/2021 del Ministero dell’Università che, stabilendo un aumento del personale docente, danneggia di fatto il sistema degli atenei telematici. Un’altra problematica a pochi giorni di distanza dalla loro esclusione ai fondi stanziati con il protocollo d’intesa “PA 100 e lode” firmato dai ministeri della Pubblica Amministrazione e dell’Università a vantaggio delle sole università iscritte alla CRUI. In sostanza, riferisce l’Università Cusano che ha fatto le sue stime in merito, la necessaria assunzione di altri professori per singolo corso di laurea porterebbe le rette universitarie dagli attuali 3.000 euro circa agli oltre 16.000 con punte fino a 20.000 euro. Un esborso enorme richiesto agli studenti, molti dei quali iscritti a una telematica in cerca di una laurea perché già lavoratore – e quindi con tempi difficili da gestire in presenza – o di un master per crearsi solide basi e un’ottima preparazione specialistica. Questi importi sarebbero problematici da sostenere, il che si tradurrebbe inevitabilmente nell’impossibilità per loro di accedere al mondo accademico.

A quanto arriva il costo studente

Allo stesso tempo l’aumento dei docenti porterebbe il costo studente fra gli 8.500 e gli 11.000 euro con pesanti ricadute: alle telematiche non è garantito la stessa modalità di accesso ai fondi statali delle università tradizionali. E questo nonostante siano riconosciute a tutti gli effetti dal ministero dell’Università e della Ricerca. A loro viene riconosciuto un contributo di un centinaio di migliaia di euro contro i circa 10 miliardi di euro che lo Stato, invece, elargisce agli atenei in presenza, statali e privati, facenti parte della CRUI.
Secondo poi i dati in possesso dell’Unicusano, i costi medi espressi dal Mur a pagina 15 del Direttoriale in verità non combaciano con i veri costi sostenuti per i professori ordinari e associati: il costo medio per un professore ordinario non è di 115.000 euro ma circa 158.000 e per un professore associato non è 80.000 ma circa 109.000. Cosa cambia rispetto al passato quindi? Cambia che prima ogni professore poteva avere un numero illimitato di studenti grazie alla semplicità, chiarezza e riproducibilità delle sue lezioni offerte dalla didattica a distanza, oggi per ogni corso viene imposto un numero minimo di professori, ricercatori e tutor per universitario che andrebbe ad aggravare i bilanci di ogni ateneo telematico.

Italiani e shopping online: si acquista sempre più sul web 

Nel corso del 2021 in Italia 9 utenti attivi di Internet su 10 hanno effettuato almeno un acquisto online. E più della metà di loro (52%) ritiene che farà la maggior parte dei propri acquisti online già nel 2022. Questo dato posiziona i consumatori italiani al pari dei consumatori che nel 2022 effettueranno acquisti soprattutto online nel Regno Unito (57%) e in Svezia (52%), ma li posiziona davanti a Paesi come Stati Uniti (43%), Germania (42%), Finlandia (36%), Norvegia (33%) e Austria (32%). Insomma, le abitudini di acquisto degli italiani stanno diventando sempre più digitali. E per il 2022 la maggior parte degli abitanti del nostro Paese sembra intenzionata ad acquistare soprattutto online.

Il 33% dei consumatori digitali effettua già acquisti su base settimanale

Si tratta di alcune evidenze emerse da uno studio commissionato da Klarna, società globale nei servizi di pagamento, bancari e di shopping, che ha coinvolto 16.000 consumatori in 11 Paesi, di cui oltre 1.000 in Italia. Dallo studio risulta poi che il 33% dei consumatori online italiani effettua già acquisti digitali su base settimanale. Tuttavia, permane la preferenza per i negozi fisici, che in Italia rimane più alta rispetto ad altri Paesi, come Regno Unito, Paesi Bassi e Germania.
Questo suggerisce che i retailer online italiani hanno ancora un margine di miglioramento.

I brand devono investire in nuove tecnologie per soddisfare i clienti

Dalla ricerca Klarna emerge inoltre come il 76% degli italiani ritenga che i brand debbano investire in nuove tecnologie per soddisfare le richieste, sempre in evoluzione, dei propri clienti. Ma quali sono gli aspetti da ‘correggere’ nell’esperienza di acquisto digitale? Secondo i risultati della ricerca sono soprattutto la logistica, i resi e i pagamenti a essere percepiti dai consumatori come punti deboli dello shopping online. Il 79% degli intervistati pensa infatti che i retailer debbano migliorare i processi di restituzione, mentre  il 74% è alla ricerca di metodi di pagamento più semplici.

Attesa del rimborso, un deterrente all’acquisto per il 78% degli italiani

A più di un consumatore su 4 (23%) è capitato di dover aspettare un rimborso per oltre 7 giorni, mentre a 3 consumatori su 10 (31%) per più di 3 giorni, riporta Italpress. Non sorprende, quindi, che 8 italiani su 10 (78%) a volte evitino di acquistare online se non sono certi di voler tenere la merce.
Si tratta comunque di un limite che è possibile superare. Tanto che il 75% degli italiani sarebbe più propenso ad acquistare online se avesse la possibilità di pagare l’intero importo solo dopo aver ricevuto la merce.

Twitter, una nuova funzione per superare i 280 caratteri

Twittter dice addio al limite dei 280 caratteri? A quanto pare, sembra che Twitter abbia intenzione di introdurre una nuova funzione, Articles, con cui gli utenti sarebbero liberi dal vincolo imposto al numero di caratteri dei tweet. In questo modo potranno pubblicare sul loro profilo veri e propri blog. Non è chiaro quando Twitter Articles sarà lanciato sul social, ma negli ultimi mesi la compagnia di San Francisco ha introdotto, e spesso eliminato, diverse aggiunte alla propria offerta base. In ogni caso, a suggerire la concretezza all’intenzione è l’insider Jane Manchun Wong, reverse engineer di Twitter, che ha pubblicato sul proprio profilo uno screenshot di Twitter Articles. L’immagine indica che la nuova funzione sarebbe inserita in una sezione a parte dei profili, un po’ come attualmente succede per le audio chat di Twitter Spazi. 

Scompare il limite caratteristico dei cinguettii

Oltre ai già citati Spazi, nel 2020 Twitter aveva lanciato i Fleets, vere e proprie ‘storie’ à la Instagram, che apparivano sulla parte alta del profilo, poi scomparsi l’anno successivo.
Di fatto, con Articles verrebbe meno un limite di caratteri che rappresenta la caratteristica principale del social cinguettante. Del resto, il limite era stato già ritoccato verso l’alto nel 2017, quando per tutti gli utenti dalle 140 battute stabilite dal giorno del lancio nel 2006, si era passati a 280.

Per ora Articles è in fase sperimentale

In ogni caso, per quanto riguarda il limite della lunghezza dei tweet, Articles permetterebbe di comporre messaggi più articolati, non conteggiando immagini o altri file multimediali allegati, e allungando ulteriormente il testo potrebbe quindi trattarsi di un tipo di post differente dai comuni tweet.
Per ora comunque si tratta di funzionalità sperimentali alle quali il social network dell’uccellino sta lavorando, e non ci è dato di sapere se e quando saranno disponibili. Probabilmente è questione di mesi, per ora testate su pochi utenti scelti dal social per verificare l’effettiva utilità delle funzioni in questione. 

In arrivo (forse) anche i “non mi piace”

Ma oltre ad Articles, Twitter starebbe sperimentando anche l’introduzione dei downvote, vale a dire i non mi piace, funzione a cui Facebook ha sempre deciso di astenersi per evitare inutili discussioni. Basti pensare a social network ludici come Ludomedia, dove il tasto non mi piace spesso causa litigi e discussioni varie. Twitter invece starebbe prendendo in considerazione l’idea di esprimere il proprio disappunto a un tweet. Tuttavia, come avviene con i non mi piace su Youtube, gli utenti non potranno conoscere quanti non mi piace ha ricevuto un post. Quindi solo l’autore potrà vederli, in questo modo si evitano non mi piace ingiustificati. Inosmma, Twitter vuole offrire agli utenti la possibilità di esprimere il disappunto ma con criterio.

Passaggio al digitale, così il 71% delle Pmi a livello globale ha resistito alla  pandemia

E’ stato il passaggio al digitale a permettere a quasi due terzi (71%) delle piccole e medie imprese a livello globale di sopravvivere alla scure della pandemia. A dirlo è la quinta edizione del report SMB Trends di Salesforce, realizzata dalla società di ricerca The Harris Poll e che raccoglie le risposte di oltre 2.500 imprenditori e leader di piccole e medie imprese (PMI) in tutto il mondo tra Nord e Sud America, Europa e Sud Est Asiatico. Per quanto riguarda il nostro paese, il 51% dei leader delle PMI intervistati afferma che il supporto della business community è stato importante per il superamento della crisi dovuta alla pandemia, e il 67% afferma che il ruolo del Governo è stato altrettanto determinante.

Sopravvivenza solo con investimenti nel digitale

Con l’arrivo della pandemia, le PMI hanno capito che avrebbero potuto garantirsi un futuro solo facendo forti investimenti in ambito digitale. In moltissimi paesi, Italia compresa, abbiamo visto un vero e proprio cambio di passo. Le aziende sono diventate più digitali e quindi più agili”, commenta Giovanni Crispino, Senior Area Vice President France, Southern Europe Middle East & Africa. “Quando l’emergenza sanitaria sarà finalmente terminata, i benefici risulteranno ancor più evidenti, la situazione sarà completamente nuova e i cambiamenti introdotti rappresenteranno il vero motore della crescita. Insomma un nuovo assetto che renderà le aziende più competitive soprattutto su scala internazionale”.

Digitalizzazione in tempi rapidi

Il report, ripreso da Adnkronos, evidenzia che le piccole e medie imprese hanno dovuto ricorrere in tempi brevissimi all’attivazione di un piano di digitalizzazione.  Molte realtà hanno avuto la necessità di assicurarsi che i propri dipendenti potessero comunicare, collaborare e promuovere le vendite in sicurezza in un nuovo mondo in continua evoluzione. A livello globale, il 71% delle PMI afferma di essere sopravvissuto alla pandemia grazie alla digitalizzazione. In Italia il 63% delle PMI intervistate dichiara che la propria attività non avrebbe potuto sopravvivere alla pandemia senza forti investimenti in ambito tecnologico. Inoltre, sempre in Italia, il 72% delle PMI ha aumentato la presenza online della propria azienda nell’ultimo anno (di cui il 17% in modo significativo). Per le PMI italiane gli investimenti si sono concentrati maggiormente nelle tecnologie a servizio del marketing (35%) e dell’assistenza clienti (31%). D’altra parte, solo il 45% delle PMI era già in possesso di una soluzione CRM. Questa tendenza diventerà sempre più presente anche nell’immediato futuro, dato che le PMI prevedono cambiamenti a lungo termine anche dopo la pandemia.

e-commerce: in Italia +68% nel 2021

Secondo un’analisi condotta da idealo, dopo il 2020, caratterizzato da una crescita record (+99%) per l’e-commerce in Italia, il 2021 è stato un anno di ‘ritorno alla normalità’, sia dal punto di vista dei tassi di crescita sia da quello delle preferenze online degli italiani. E nel 2021 le intenzioni di acquisto hanno mostrato un aumento dell’interesse per lo shopping online del +68%. 

“Un dato importante che conferma come il picco di interesse verso l’e-commerce indotto dalla pandemia non sia stato momentaneo e contingente – commenta all’Adnkronos Dumitru Baltatescu, Country Manager di idealo per l’Italia -, ma abbia generato un reale cambiamento nelle abitudini di acquisto dei consumatori italiani”. 

Per competere con i big serve preparazione

“Questa accelerazione nella digital transformation, da un lato, ha aiutato a far crescere la consapevolezza negli strumenti online a disposizione per risparmiare, e dall’altro, a far capire che mondo online e offline possono coesistere e supportarsi – sottolinea Baltatescu -. Questo non lo hanno capito solo i consumatori, ma anche tante aziende italiane che nel 2021 si sono lanciate sul mercato digitale, dopo aver colto la necessità di cambiare strategia per far fronte al calo delle vendite offline. Bisogna però essere coscienti che come in ogni altro settore non ci si può improvvisare, e che per competere con i big dell’e-commerce serve preparazione”.

Categorie merceologiche: Elettronica e Abbigliamento le più gettonate

Un recente sondaggio di idealo conferma come durante eventi come il Black Friday solo il 10% dei consumatori online ha acquistato sui siti web medio-piccoli, a fronte di oltre il 56% che ha acquistato dai grandi marketplace. Quanto alle categorie merceologiche, nell’anno appena concluso Elettronica e Abbigliamento tornano a essere le categorie protagoniste nelle preferenze online degli italiani, rappresentando oltre due terzi del totale delle intenzioni d’acquisto. In particolare, 47% per Elettronica, 11% per Sport & Outdoor e 10% per Moda e Accessori.

Smartphone: per gli acquisti gli e-shopper usano il filtro prezzo

Di fatto, però, gli smartphone sono in assoluto i prodotti più desiderati online nel 2021. Questo nonostante il loro aumento dei prezzi, pari a oltre il +10%. Un aumento dovuto, in parte, alle carenze di chip su scala mondiale. Su 100 utenti online, circa 7 e-shopper hanno utilizzato il filtro prezzo nelle loro ricerche per acquistare uno smartphone, e quasi la metà imposta un range tra i 100 e i 300 euro, concentrandosi su modelli non più vecchi di due anni. Questo per sfruttare il naturale deprezzamento che anche i cellulari fanno registrare dopo il loro lancio.

I prezzi dei nuovi modelli di smartphone, infatti, scendono in media del 5% già dopo tre mesi dal loro lancio, ma è dopo sei/sette mesi che si possono fare gli affari migliori, in quanto dopo quel periodo i prezzi scendono in media del 10%.

Italiani e digitale nel 2021: meno social, più dispositivi indossabili

Nell’ultimo anno è parzialmente diminuito il fascino di social media mentre è aumentato quello dei device digitali. Le piattaforme social restano comunque una fonte di informazione per una larga fetta della popolazione mentre lo smartphone si conferma lo strumento presellò per lo shopping online. E i contenuti streaming non hanno età, dato che i video on demand piacciono e vengono fruiti anche dagli over 65. Ecco, in estrema sintesi, le principali evidenze contenute nell’ultima Digital Consumer Trends Survey 2021 di Deloitte, una indagine basata su oltre 2 mila interviste a persone tra i 18 e i 75 anni.

Il 22% ha abbandonato almeno un social media

Il 73% dei nostri connazionali in possesso di uno smartphone, riferisce la ricerca ripresa da Ansa, ha utilizzato piattaforme social o app di messaggistica su base giornaliera. Però un altro 22% ha invece deciso di utilizzare almeno una piattaforma, sia in versione definitiva sia temporaneamente. Le ragioni di questo disamore, riporta l’indagine, sono sostanzialmente tre: l’essersi stancati dei contenuti (35%), la presenza eccessiva di fake news (25%) e le preoccupazioni per la propria privacy (21%). A fronte di questo parziale dietrofront, però, ci sono altri aspetti da considerare. Nello specifico, avverte la ricerca, i social media sono però diventati una fonte primaria per accedere alle notizie per una quota significativa di utenti (23%), poco al di sotto del risultato raggiunto dai media più tradizionali, come i giornali cartacei e i siti di notizie. Ma la Tv, riporta una nota diffusa da Ansa, resta la fonte più citata, con il 37% che la identifica come canale preferito di informazione. Nel 2021 in Italia sono saliti dal 40 al 63% gli utenti che fruiscono costantemente di contenuti video in streaming on demand (Svod), ed è cresciuta in modo rilevante la penetrazione dei servizi Video on demand tra gli ‘over 65’.

Lo shopping on line è via smartphone

Un altro dato interessante che si scopre dalla survey è che gli italiani apprezzano lo shopping online, in particolare attraverso il cellulare. Quattro italiani su 5 dichiarano di utilizzare lo smartphone per acquistare un prodotto online, per lo più almeno una volta al mese. Un’altra tendenza in decisa crescita è poi quella dei dispositivi indossabili: se nel 2017 solo il 10% possedeva uno smartwatch, nel 2021 questa percentuale è salita al 25%; mentre 1 su 5 ha un braccialetto per il fitness. E il principale utilizzatore è la Gen-Z, cioè gli individui nati tra il 1997 e il 2010.

L’IoT nel 2030 secondo McKinsey

L’Internet delle cose sarà sempre più presente nella nostra vita. E secondo lo studio di McKinsey ‘The Internet of Things: Catching up to an accelerating opportunity’, entro il 2030 potrebbe generare tra i 5500 e i 12.600 miliardi di dollari a livello globale. Ma se da una parte c’è cautela sullo sviluppo di fabbriche intelligenti, smart city e veicoli autonomi, dall’altra sembra esserci stata un’accelerazione nelle case, negli uffici, e nella salute. Nonostante le stime al ribasso, l’applicazione dell’IoT nelle fabbriche resta la più promettente in termini economici (vale 1.400-3.300 mila miliardi di dollari, circa un quarto del totale), dove permetterebbe di trovare quello che McKinsey chiama ‘il sacro Graal dei tecnici’: la manutenzione predittiva.

Agricoltura, salute e città

Se l’agricoltura di precisione permetterebbe di produrre di più con meno risorse, aumentando la resa del 15-20%, la seconda applicazione dell’IoT per valore generato (550-1.760 miliardi) è la sanità.
Nel 2030 il monitoraggio e il trattamento delle malattie potrebbe arrivare a valere il doppio rispetto alle applicazioni legate al benessere. I pazienti potranno utilizzare apparecchiature che rilevano e comunicano dati ai medici, lanciando allarmi in caso di anomalie. L’impatto economico dell’IoT sulle città potrebbe invece essere di 1000-1700 miliardi di dollari. Dal monitoraggio della qualità dell’aria alla riduzione degli sprechi, dalla sicurezza all’energia, la fetta più consistente dell’IoT in città sarebbe però generata dalla ‘gestione del traffico centralizzata e adattiva’. 

Al supermercato e in casa 

L’IoT cambierà anche il modo di comprare. Già nei prossimi due anni più della metà delle catene di vendita al dettaglio potrebbe avere casse automatiche, con una copertura fino al 90% nel 2030.
McKinsey prevede però che ‘la chiave della futura esperienza’ sarà legata alla personalizzazione: offerte su misura in tempo reale, sconti, e consigli dedicati. Con telecamere e reti neurali poi ognuno potrebbe fornire informazioni sui suoi gusti. Tecnologie come questa potrebbero aumentare la spesa in negozio del 20-30%. L’IoT in casa, invece, se dal punto di vista economico ha ricadute potenziali contenute (400-800 miliardi di dollari, il 7-8% del totale), ha un impatto enorme su come le persone trascorrono tempo e spendono denaro. Verrà utilizzato per automatizzare le faccende domestiche, per l’intrattenimento e il risparmio energetico.

Al lavoro

Un ufficio in cui tutto è connesso renderebbe più efficiente la gestione degli spazi: le informazioni raccolte su movimenti e attività dei dipendenti permetterebbero di progettare meglio la configurazione degli spazi, e la realtà aumentata migliorerebbe la condivisione, anche da remoto.
Gli stessi principi, applicati sui cantieri, potrebbero aumentare la produttività del 5-10% e ridurre il costo delle materie prime del 5-9%. Come dimostra McKinsey, riporta Agi, sono molti i fattori che potrebbero accelerare o frenare lo sviluppo dell’IoT. Quelli che il report chiama ‘abilitatori’ (il valore percepito, la tecnologia e la connettività) e le ‘barriere’: le imprese si concentrano troppo poco su progetti di trasformazione. E poi ci sono cybersecurity e privacy, senza le quali l’IoT si trasforma da opportunità in rischio. 

Il mondo cambia e Instagram annuncia le novità per il 2022

“Dovremo ripensare a cosa sia davvero Instagram – ha dichiarato Adam Mosseri, capo del social network del gruppo Meta, già Facebook – perché il mondo cambia velocemente e noi dobbiamo cambiare insieme a lui”. In un video intervento su Twitter Mosseri ha presentato tutte le novità del social per il 2022. Novità che riguardano le Stories, i Reel a la parivacy. Di fatto però il focus di Instagram resterà sui video anche per l’anno appena iniziato, un genere di post su cui Instagram ha puntato molto nell’ultimo biennio soprattutto per fronteggiare le app concorrenti, come TikTok, che sui video brevi ha fondato parte del suo successo. Nel suo video messaggio Mosseri ha spiegato come nel 2022 Instagram porterà la durata delle Stories da 15 a 60 secondi, ed erediterà una serie di funzioni proprio da TikTok, come i commenti nei Reel, i mini filmati simili alle storie, ma ai quali l’app dedica un menu a sé, e la sintesi vocale del testo per i video.

Più opportunità di guadagnare per i creator, ma occhio alla privacy  

Nei prossimi mesi per i creatori di contenuti ci saranno maggiori opportunità di monetizzazione, ma un altro punto su cui Instagram ha intenzione di intervenire è una migliore gestione della privacy.
Quest’ultimo aspetto è una risposta ai problemi evidenziati nel corso del 2021 dovuti alle rilevazioni della ex product manager nel dipartimento di integrità civica di Facebook, Frances Haugen, e ai Facebook Papers, che hanno sollevato molti dubbi sul lavoro dei prodotti capitanati da Mark Zuckerberg nel preservare l’incolumità digitale e la salute dei più giovani. A riguardo, una prima mossa è stata l’introduzione su Instagram di ‘prendi una pausa’, la funzione per ridurre il tempo passato sull’app.

Maggiore tutela dei minori: arriva la funzione parental control

Mosseri, a fine novembre 2021, aveva infatti testimoniato dinanzi al Senato Usa, e poco dopo la società si era detta pronta a fornire maggiore trasparenza sui dati riguardo alle modalità d’uso della piattaforma da parte dei minori. Instagram nel 2022 introdurrà quindi la funzione parental control, per offrire ai genitori una visione più chiara delle attività dei figli online, riferisce Il Giorno.

Migliorare il sistema di messaggistica

Mosseri ha proseguito dichiarando che un altro aspetto importante su cui l’azienda vuole lavorare è il sistema di messaggistica, il punto cardine della comunicazione tra aziende e creator. Ulteriore conferma, si legge su hdblog.it, arriva anche sull’imminente possibilità di scegliere un feed cronologico a scapito di quello algoritmico, e in generale sulla necessità di ridare agli utenti maggior controllo sull’esperienza social. Insomma, le novità di Instagram anticipate da Mosseri per il 2022 sono nella maggior parte dei casi più indicazioni e direzioni da prendere piuttosto che funzioni specifiche. Ma quello che emerge è la volontà di dare una ‘svecchiata’ al social, nell’ottica di restare il più possibile al passo con i tempi e le tendenze sempre in costante evoluzione.