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Israele vuole bombardare l’Iran (e gli arabi sono d’accordo)

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di D.Santoro

Sul nucleare iraniano gli USA sono impotenti. Teheran lo sa e agisce di conseguenza. Israeliani e arabi la pensano allo stesso modo.

Il nucleare

La questione del nucleare iraniano affonda le sue radici negli anni Cinquanta, quando lo shah Mohammed Reza Pahlavi inizia a sviluppare i primi programmi. Alla fine del decennio successivo, il programma nucleare iraniano ottiene l’appoggio degli Stati Uniti, che iniziano a fornire a Teheran le tecnologie necessarie per svilupparlo. Nell’ottica di accedere a tecnologie ancora più sofisticate, l’Iran firma nel 1970 il Trattato di non proliferazione nucleare, ma negli stessi anni Settanta comincia anche a sviluppare progetti per l’ottenimento del nucleare militare acquistando miniere d’uranio in Africa, comprando uranio debolmente arricchito e stringendo accordi con Israele per sviluppare la componente missilistica del progetto. Il salto di qualità avviene nel 1977, quando USA e Iran firmano un accordo per il quale Washington si impegna fornire a Teheran gli impianti di arricchimento dell’uranio, considerando nel proprio interesse nazionale disporre di un avamposto strategico dotato di armi nucleari in Medio Oriente e nel Golfo Persico. La Rivoluzione khomeinista del 1978-79 interrompe bruscamente tali progetti, ma solo per pochi anni. Già nel 1987, quando è ancora in corso la guerra Iran-Iraq, Teheran stringe infatti accordi con Islamabad, Pechino e Mosca per proseguire lo sviluppo del programma nucleare. Il nucleare iraniano, tuttavia, è diventato oggetto di dibattito e preoccupazione sulla scena internazionale solo nel 2002, quando alcuni oppositori iraniani in esilio rivelano l’esistenza di due siti, Arak e Natanz, all’interno dei quali si svolgono attività che gli stessi oppositori definiscono “sospette”[1]. L’esistenza e la potenziale pericolosità di un programma nucleare militare iraniano accanto a quello civile viene confermata non solo da Stati Uniti e Israele, ma anche dall’Aiea, che già allora avvertiva che Teheran, nel giro di alcuni anni, si sarebbe potuta dotare della bomba atomica. Quando nel 2005 il sindaco ultraconservatore di Teheran Mahmoud Ahmadinejad viene eletto alla presidenza della Repubblica iraniana, il nucleare persiano diventa una delle questioni più scottanti di politica internazionale, dando il via ad una serie di negoziati, minacce e dimostrazioni di forza proseguite fino ad oggi. La novità introdotta da Ahmadinejad, che ha fatto aumentare esponenzialmente il livello di pericolosità di un eventuale sviluppo del nucleare militare da parte di Teheran, è stata la continua riaffermazione della volontà del regime degli ayatollah di procedere ad una completa e definitiva istruzione del “Piccolo Satana”, lo stato di Israele. La sintesi di queste due volontà, quella di sviluppare il nucleare militare e quella di distruggere Israele, è un programma politico capace, se attuato, di far implodere l’intero Medio Oriente catalizzando, di conseguenza, l’attenzione e la preoccupazione del mondo intero.

Da questa breve, e necessariamente incompleta, storia del nucleare iraniano emergono chiaramente due elementi fondamentali. Il primo è che il programma nucleare militare è un progetto “nazionale” iraniano. Come si è visto, gli ayatollah non hanno fatto altro che proseguire gli ambiziosi disegni dello shah, volti a fare dell’Iran una potenza regionale capace di estendere la sua influenza dall’Asia Centrale al Medio Oriente arabo (stesso obiettivo attualmente perseguito dai mullah). Ciò che è cambiato con il 1979 è la percezione esterna del nucleare iraniano. Come è ovvio, se il nucleare dello shah rappresentava per americani e occidentali un fattore di stabilizzazione in un’area comunque periferica nel confronto con l’URSS, il nucleare degli ayatollah rappresenta invece un fattore di destabilizzazione nella regione più pericolosa del mondo. Una regione per di più strategicamente fondamentale per l’America, che vi schiera i tre quarti delle sue truppe. Il programma atomico iraniano, poi, e questo è il secondo elemento, non è “nazionale” solo in senso diacronico, cioè nel senso che si registra una certa continuità tra gli obiettivi dello shah e quelli degli ayatollah, ma anche in senso sincronico, cioè nel senso che non sussistono significative differenze di opinioni tra i vari gruppi in lotta per il potere a Teheran. Come ha scritto efficacemente John C. Hulsman: “Nonostante i neoconservatori la pensino diversamente, una delle scomode verità della crisi nucleare è che gli studenti iraniani filodemocratici vogliono la bomba atomica al pari del tanto vituperato governo di Ahmadi-Nejad. Per evidenti motivi nazionalistici o in nome della libertà di decisione in campo strategico, tutte le forze politiche in Iran sono favorevoli al programma nucleare. Persino un beniamino dell’Occidente, come l’ex premier Mousavi, da tempo sostenitore del programma atomico, ha denunciato il possibile accordo con l’Aiea per attaccare Ahmadi-Nejad sul piano interno”[2].

 

Il negoziato e l’America di Obama

George W. Bush, almeno nel suo primo mandato, era seriamente intenzionato a farla finita una volta per tutte con il regime antiamericano degli ayatollah. Non volendo tuttavia rischiare un attacco militare diretto, preferì sviluppare una strategia diversa consistente, com’è noto, nell’invasione dell’Iraq. L’obiettivo di Bush e dei suoi strateghi era quello di fare dell’Iraq un pivot intorno al quale far ruotare la strategia basata sulla dottrina neocon della “esportazione della democrazia”. In altri termini, un Iraq democratico e, soprattutto, filo-americano, avrebbe rappresentato, nelle menti dei falchi neocon, un potentissimo strumento di indebolimento e destabilizzazione delle autocrazie mediorientali – dal regime iraniano degli ayatollah a quello siriano di Bashar al-Asad – provocandone la caduta e la sostituzione con regimi democratici fedelmente subordinati a Washington. Le cose non sono andate proprio così. A differenza di quanto immaginavano gli strateghi ex-trozkisti dell’amministrazione Bush, i popoli del Medio Oriente non erano affatto in spasimante attesa di diventare americani. Tutt’altro.

Preso atto dei fallimenti di Bush, Obama ha coraggiosamente cercato di invertire la rotta. Purtroppo, senza successo. La “politica della mano tesa”, enunciata nel discorso di auguri agli iraniani e ai capi della Repubblica islamica per il Nowruz (capodanno iraniano) del 20 marzo si è risolta in un fallimento. Khamenei e soci hanno infatti respinto al mittente le aperture diplomatiche con il “colpo di stato elettorale” del 12 giugno. Da allora, “in modo molto simile a Mr. Micawber, il famoso personaggio di Dickens, Obama sembra restare, incredibilmente, in attesa che accada qualcosa”[3]. Il 25 settembre, in occasione del G20 di Pittsburgh, Obama ha provato a lanciare la riscossa, annunciando al mondo, affiancato da Gordon Brown e Nicolas Sarkozy, che l’Occidente era a conoscenza di un impianto nucleare segreto nei pressi della città santa di Qom, che, a detta dei servizi segreti americani, sarebbe stato costruito per scopi molto diversi dallo sviluppo del nucleare civile. Una settimana dopo, il 1° ottobre, sono iniziati a Vienna i negoziati tra l’Iran e i paesi del 5+1 (i membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania). Durante tali negoziati, sono state avanzate svariate proposte per risolvere la controversia del nucleare iraniano. Gli americani hanno proposto a Teheran di inviare l’80 per cento delle sue riserve di uranio in Russia, dove sarebbero state arricchite in modo tale da essere utilizzabili in campo civile ma non per sviluppare ordigni nucleari, e poi in Francia, per esser trattate in modo da renderne possibile l’applicazione in campo medico. Gli iraniani hanno prima tergiversato, poi fatto finta di accettare e infine rinviato la decisione. A quel punto, l’Aiea ha proposto agli ayatollah di inviare le scorte di uranio iraniane in Turchia, paese tendenzialmente filo-occidentale ma che vanta stretti rapporti di collaborazione con Teheran, in cambio di una quantità equivalete di uranio russo già pronto per essere utilizzato in campo civile ma non adatto alla costruzione di armi atomiche. Di nuovo, gli iraniani hanno prima tergiversato, poi fatto finta di accettare e infine rinviato la decisione. Un atteggiamento, questo, reso possibile dal fatto che la carota (sostegno allo sviluppo del nucleare civile e possibilità di svolgere un ruolo di potenza regionale in cambio della rinuncia al programma nucleare militare) non è accompagnata da un bastone in grado di esaltarne la desiderabilità. In altri termini, gli americani non hanno alcun mezzo per costringere gli ayatollah a comportarsi secondo i parametri da essi stessi stabiliti.

Lo strumento con il quale gli occidentali pensano di costringere Teheran a cambiare atteggiamento sono infatti le sanzioni. Nicolas Sarkozy a Pittsburgh era stato abbastanza chiaro: se Teheran non adempie alle nostre richieste entro la fine del 2009 – queste più o meno le parole di Sarkozy – lo colpiremo con sanzioni durissime. Il problema delle sanzioni, tuttavia, è che per essere efficaci devono non solo riguardare un aspetto vitale dell’economia del paese colpito, ma hanno anche bisogno di essere implementate con un vasto consenso internazionale. Nel caso dell’Iran, le sanzioni riguarderebbero la benzina, punto debole del regime, dal momento che l’Iran, pur essendo uno dei principali esportatori mondiali di petrolio e gas naturale, è costretto ad importare il 40 per cento del suo fabbisogno di benzina a causa della carenza e dell’inadeguatezza degli impianti di raffinazione. Il problema, però, è che tra le grandi potenze solo gli Stati Uniti e, forse, la Francia sarebbero disponibili ad applicare le sanzioni con serietà e coerenza. La Germania, primo partner commerciale dell’Iran, se ne guarda bene: Angela Merkel non era al fianco di Obama, Borwn e Sarkozy a Pittsbrugh, e solo qualche tempo dopo, parlando di fronte al Congresso americano, ha definito “inaccettabile” il programma atomico degli ayatollah. Un’occasione nella quale sarebbe stato difficile dire qualcosa di diverso. I cinesi, poi, soprattutto dopo gli ultimi screzi con Washington relativi al caso Google e alla vendita di armi a Taiwan, hanno annunciato in modo chiaro e diretto la loro indisponibilità a partecipare al programma di sanzioni contro Teheran. I russi Medvedev e Putin, infine, giocano al poliziotto buono e al poliziotto cattivo. Medvedev si è dichiarato d’accordo con gli americani sulle sanzioni, Putin no. E non ci vuole molto a capire chi comanda sul serio. Come se non bastasse, il presidente venezuelano Hugo Chavez ha dichiarato di essere disponibile ad inviare all’Iran tutta la benzina necessaria per sopperire alle carenze provocate dalle eventuali sanzioni americane.

Agli Stati Uniti, dunque, rimarrebbe solo l’alternativa del diavolo: bombardare l’Iran o accettare la bomba iraniana. In realtà, tale alternativa non sussiste: gli americani non possono nemmeno lontanamente pensare di bombardare l’Iran. La “guerra invincibile” in Afghanistan, la “War of Choice”[4] in Iraq, la probabile implosione del Pakistan e la deriva di Yemen e Somalia rendono tale soluzione assolutamente impraticabile. E gli ayatollah lo sanno.

 

Israele vuole bombardare l’Iran (e gli arabi sono d’accordo)

Se agli americani sembra non rimanere altra alternativa che accettare passivamente lo sviluppo della bomba iraniana, legati mani e piedi come sono dalla disastrosa politica mediorientale di Bush e dal rifiuto di Obama di prendere atto delle dure realtà della politica estera, Israele non ha alcuna intenzione di attendere che ayatollah e pasdaran si dotino degli ordigni nucleari necessari per portare a compimento il progetto di cancellare lo Stato ebraico dalle carte geografiche. Fino a questo momento, il governo Netanyahu ha seguito con grande pazienza, e con sfiducia altrettanto grande, gli sterili esercizi diplomatici della Casa Bianca. Non si tratta, tuttavia, di un’attesa passiva: il governo israeliano ha infatti concesso a Obama di poter raccontare favole al resto del mondo fino alla primavera di quest’anno. In assenza di un accordo internazionale accettabile per Israele entro quella data, Gerusalemme deciderà in autonomia come reagire alla minaccia nucleare iraniana. A questo proposito, è bene focalizzare l’attenzione su tre elementi. Il primo è l’effettiva volontà di Teheran di dotarsi dell’arma atomica; il secondo è invece relativo alle possibilità di successo di un eventuale attacco preventivo israeliano; il terzo, infine, riguarda il ruolo dei paesi arabi moderati.

Per ciò che riguarda il primo punto, gli analisti sono piuttosto concordi nell’affermare che l’Iran oggi disponga di tutto il necessario per dotarsi della bomba atomica tranne la decisione politica di realizzarla. Come scriveva un paio d’anni fa Alessandro Politi, “non è irrealistico pensare che, tenuto conto dei precedenti a livello globale, il governo iraniano abbia deciso di mantenere il controllo tecnologico sull’arricchimento [dell’uranio] come un modo per creare una deterrenza in corso, che significa arrivare alla soglia del processo di costruzione della bomba, senza però oltrepassarla”[5]. In altri termini, Teheran potrebbe raggiungere l’obiettivo (ristabilire la deterrenza) con la sola minaccia (realistica e credibile) di potersi dotare dell’atomica senza tuttavia realizzarla sul serio, evitando così di dover fronteggiare i costi e le responsabilità che ne conseguirebbero. Un altro punto fondamentale riguarda i vantaggi (o gli svantaggi) derivanti da un eventuale attacco nucleare iraniano ad Israele. Come notava recentemente il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoĝlu, il problema, con le armi nucleari, è che queste non sono abbastanza intelligenti “da conoscere la distanza tra Tel Aviv e Gerusalemme”[6], che è di appena 25 km. Davutoĝlu si riferisce al fatto che un attacco atomico iraniano ad Israele non potrebbe non coinvolgere gli arabi palestinesi che risiedono a Gerusalemme e nella West Bank. Se l’obiettivo di Teheran è quello di ritagliarsi un ruolo da potenza regionale nel Medio Oriente e in particolare nel mondo arabo, l’uccisione di un numero inevitabilmente alto di palestinesi con le arme atomiche non sarebbe certo un buon biglietto da visita. E neppure potrebbe essere giustificato dagli eventuali danni inferti a Israele e alla sua popolazione.

Sul secondo punto, l’efficacia di un eventuale attacco israeliano volto a distruggere gli impianti nucleari iraniani, le opinioni sono divergenti. Tuttavia, vale la pena di sottolineare quanto sostenuto da Anthony Cordesman, rispettato esperto americano di sicurezza nazionale. A parere di Cordesman, secondo quanto riportato dal corrispondente militare del Jerusalem Post, Israele “probabilmente concentrerebbe un eventuale attacco su tre obiettivi – il reattore di Bushehr, l’impianto di Natanz e l’installazione ad acqua pesante di Arak. Il centro di arricchimento vicino a Qom, così come campi dell’aviazione iraniana, silos di missili e lanciarazzi, potrebbero essere anch’essi aggiunti alla lista. Sebbene Natanz sia pesantemente fortificato e costruito in un bunker sotterraneo, Cordesman ha detto che Israele sarebbe in grado di utilizzare alcuni dei missili GBU-28 «bunker buster» acquistati dagli Stati Uniti, per penetrare la struttura. Egli ha anche ventilato la possibilità che l’intelligence israeliana abbia messo le mani su progetti americani, europei e russi di armi più avanzate rispetto ai GBU-28. La valutazione fatta dall’establishment della difesa in Israele è che le conseguenze derivanti da un tale attacco sarebbero tre volte superiori a quelle della seconda guerra in Libano, della Prima Guerra del Golfo e degli attacchi contro l’ambasciata israeliana e il centro ebraico in Argentina nel 1990, messi insieme”[7]. In altri termini, un attacco israeliano potrebbe riuscire a distruggere gli impianti nucleari iraniani, ma il prezzo da pagare sarebbe altissimo: l’implosione geopolitica dell’intero Medio Oriente. È molto probabile, infatti, che a Teheran, anziché pensare a come sferrare un attacco atomico contro Israele, stiano preparandosi alle contromosse da mettere in atto nel caso di un attacco preventivo del “Piccolo Satana”. La strategia iraniana, dunque, non consisterebbe nel dotarsi della bomba atomica per poi attaccare Israele, ma nell’arrestarsi sulla soglia del processo di costruzione degli ordigni nucleari, indurre Israele all’attacco e poi scatenare l’inferno. Potendo a quel punto contare sul sostegno dell’opinione pubblica mediorientale, che per Teheran rappresenta la posta in palio dell’intera partita.

In questo proliferare di ipotesi, teorie e strategie, una cosa sembra essere piuttosto chiara, e cioè che in caso di attacco israeliano all’Iran i regimi arabi moderati si schiererebbero dalla parte di Israele. Come ha chiarito il consigliere e portavoce del primo ministro israeliano Mark Regev, “sul regime iraniano esiste un sentimento comune tra Israele e i suoi vicini arabi. Per molti anni c’è stato un conflitto tra israeliani e arabi. E per molti anni abbiamo avuto una percezione diversa. Durante la guerra fredda molti paesi arabi erano schierati dalla parte dei sovietici, mentre noi stavamo con l’Occidente. Nella seconda guerra mondiale molti arabi stavano con l’Asse, noi ovviamente no. Questa è la prima volta in almeno ottant’anni che sia noi israeliani sia i nostri vicini arabi abbiamo la medesima percezione riguardo alla provenienza della minaccia: l’Iran”. La minaccia rappresentata dalle mire egemoniche di Teheran sull’intero Medio Oriente è infatti ancora ben impressa nella memoria dei regimi arabi moderati. Soprattutto dell’Arabia Saudita, che negli anni Ottanta dovette fronteggiare uno dei più importanti tentativi di “esportazione” della Rivoluzione islamica da parte di Khomeini, culminato durante lo hajj del 1987 in violenti scontri che produssero oltre 400 morti. Se Teheran si dotasse dell’arma atomica, i paesi arabi (e la Turchia, che però sulla questione del nucleare iraniano ha una posizione particolare che non è possibile qui approfondire) sarebbero costretti a fare altrettanto. In tal caso, le conseguenze sarebbero le stesse di un eventuale attacco israeliano: l’implosione del Medio Oriente. Oppure, sarebbero costretti a rifugiarsi sotto l’ombrello americano, rendendo ancora più esplicita la dipendenza e la subordinazione a Washington e regalando così a Teheran la leadership del mondo arabo.

 

Gli scenari che si prospettano, dunque, sono essenzialmente due. Entrambi poco allegri: “un bombardamento israeliano, con tutti i suoi conseguenti effetti disastrosi sul piano geopolitico, o la trionfante affermazione dell’Iran come potenza nucleare, e la probabile corsa alle armi atomiche nella regione, con la Siria, l’Egitto, l’Arabia Saudita e la Turchia che cercheranno di emulare Teheran mentre Israele starà a guardare con crescente apprensione e la credibilità dell’America e dell’Occidente andrà completamente in fumo. Con tanti saluti a tutti i bei discorsi”[8]. E alle utopie di Obama.

 

 

 

 

[1] Cfr. Renzo Guolo, La Via dell’Imam. L’Iran da Khomeini a Ahmadinejad, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 149 ss.

 

[2] John C. Hulsman, “No He can’t”, Limes 6/2009, “Pianeta India”, p. 255. Mousavi, nell’aprile scorso, ha dichiarato al Financial Times che “la deterrenza [è] il principio fondamentale sul quale costruire la fiducia tra l’Iran e gli altri paesi” (cit. in Fabrizio Maronta, “Mousavi vs Mousavi”, Limes 4/2009, “La rivolta d’Iran nella sfida Obama-Israele”, pp. 67-68).

 

[3] John C. Hulsman, cit., p. 254.

 

[4] L’espressione è di Richard N. Haass ed è definita da Zbigniew Brzezinski come una guerra “nella quale gli Stati Uniti cercano di modificare le caratteristiche di altri stati e giustificano l’entrata in guerra sulla base di ambizioni ideologiche e fini morali” (Zbigniew Brzezinski, “A Tale of Two Wars. The Right War in Iraq and the Wrong One”, Foreign Affairs, Volume 88, Number 3, May/June 2009, p. 148 ss.

 

[5] Alessandro Politi, “Turkey and the Paradoxes of Evolving Geopolitics”, in Giovanni Gasparini, (edited by), Turkey and European Security, Quaderni IAI, English Series, n° 8, February 2007, Istituto Affari Internazionali, http://www.iai.it/pdf/Quaderni/Quaderni_E_08.pdf, p. 45 ss.

 

[6] “Address by Turkish Foreign Minister of Republic of Turkey Ahmet Davutoĝlu at the SETA”, Friday, 18 December 2009, transcribed by Hailey Cook, http://www.turkishweekly.net/news/94008/address-by-turkish-foreign-minister-of-republic-of-turkey-ahmet-davutoglu-at-the-seta.html.

 

[7] Yaakov Katz, “Come spring, Israel will have to decide on Iran”, http://www.jpost.com/.

 

[8] John C. Hulsman, cit., p. 258.




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