| Francia: da nazione politica a nazione culturale? |
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| Scritto da Michele Cento | |||||
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di M.Cento
La vicenda del burqa fa luce sulla piega pericolosa che l’idea di nazione sta intraprendendo in Francia. Che cos’è una nazione? «È il plebiscito di tutti i giorni», osservò nel 1882 il grande intellettuale francese Ernest Renan. Una definizione dall’alto valore simbolico che enfatizza l’elemento soggettivistico e squisitamente politico insito nella concezione francese di nazione. In altri termini, nella riflessione francese è storicamente minoritaria l’idea che un uomo appartenga a una nazione sulla base di fattori oggettivi, quali la condivisione di caratteri culturali (lingua, religione, ecc.) o biologico-naturali (razza, sangue, ecc.). Si è francesi perché si è scelto di essere tali, mediante un atto di riconoscimento in un patrimonio comune di valori eminentemente politici e costituzionali. La formulazione di Renan poggiava d’altro canto su una tradizione di pensiero consolidata. Nel Contratto sociale (1762) Jean-Jacques Rousseau utilizzava il termine «nazione» per indicare quei cittadini che si identificano nella repubblica retta dalla «volontà generale». E nel celebre pamphlet Che cos’è il Terzo Stato? (1789) l’abate rivoluzionario Sieyès definiva la nazione come «un corpo di associati che vive sotto la legge comune ed è rappresentato da una stessa legislatura». Come è evidente, si tratta di accezioni “inclusive” del concetto di nazione che puntano a far rientrare nella cittadinanza individui appartenenti a tradizioni culturali eterogenee. Non a caso le osservazioni di Renan erano funzionali a quella “battaglia delle idee” volta a delegittimare l’annessione dei territori (un tempo sotto la giurisdizione francese, sebbene in larga parte germanofoni) dell’Alsazia-Lorena da parte del neonato Reich tedesco, che invece, tramite l’autorevole voce di Treitsschke, sottolineava la natura prettamente culturale dell’idea di nazione. Appare pertanto singolare che nella nazione europea dove più è radicato il “patriottismo costituzionale” l’attuale presidente François Sarkozy abbia deciso di vietare il burqa, simbolo culturale per eccellenza del mondo islamico. Certo, si tratta di un caso limite: è chiaro che il burqa è un indumento che umilia la condizione della donna, limitandone la “libertà corporea”. Ma è altrettanto chiaro che per molte donne islamiche indossare il burqa o altro genere di veli è un’opzione culturale con cui esse mantengono un legame intenso con la propria civiltà di origine. E vietare per legge un’opzione culturale contraddice il pluralismo dei valori che riteniamo essere la più importante conquista della società occidentale. Tuttavia, al di là delle contingenze e della lacerazione che tale dilemma provoca nelle coscienze di noi liberali occidentali, le sorti del burqa in terra di Francia ci interessano perché ci conducono a una riflessione più ampia sulla piega insidiosa che l’idea di nazione sta intraprendendo negli ultimi anni. Prendendo in esame il pensiero di Alain de Benoist, uno degli esponenti di punta della Nouvelle Droite (Nuova Destra) francese, si può constatare come la concezione “inclusiva” di nazione tenda a restringersi in maniera pericolosa. E vietare il burqa si traduce di fatto in un’esclusione delle donne islamiche più strettamente praticanti dall’arena della cittadinanza. De Benoist mira a veicolare un’immagine della Francia intesa non più appunto come una Grande Nation che accoglie tra le sue braccia gli individui che credono nella libertà, nell’uguaglianza e nella fratellanza, ma come una piccola patria, chiuse al suo interno, sospettosa e refrattaria all’incontro con l’altro. Il sincretismo viene bandito, in favore di comunità culturali pure e omogenee. A parole De Benoist appoggia una tutela complessiva delle identità culturali dei vari popoli, ma di fatto la sua “narrazione” favorisce affermazioni comunitarie patologiche. Non soltanto perché il suo comunitarismo onnicomprensivo snatura e mette in crisi la libera individualità dei singoli uomini che compongono la società. Ma soprattutto perché enfatizzando differenze culturali per lo più artificiali – come hanno sapientemente dimostrato Eric Hobsbawm ed Ernest Gellner – elimina un terreno di incontro e confronto tra gruppi di estrazione culturale sì diversa ma che condividono molto di più di quanto immaginino. È da questo milieu intellettuale che le politiche culturali di Sarkozy traggono la loro linfa vitale? Puoddarsi. Il pensiero della Nouvelle Droite ha certamente fatto breccia in Francia soprattutto perché si è saldato a quelle logiche antiglobalizzazione che esercitano un fascino potente Oltralpe. Tuttavia, la politica delle “piccole patrie” va contro il corso della storia, che è sempre più la vicenda di una interdipendenza reciproca tra i popoli. Erigere barriere culturali tra di essi significa soltanto fomentare occasioni di conflitto, che sempre più si ammantano di motivazioni ideologiche e nazionalistiche, come Mary Kaldor (ma in fondo, e forse con maggiore acume, anche il compianto Samuel P. Huntington) ha messo in luce nel suo studio su “Le nuove guerre”. In un contesto internazionale che sarà segnato da sempre maggiori flussi migratori, dovuti inevitabilmente all’emergere di crisi climatiche e ambientali e alle conseguenti ripercussioni demografiche, alimentare “scontri di civiltà” è controproducente e rischia per giunta di ipotecare una auspicabile convivenza pacifica tra individui di estrazione culturale differente. Concludo dunque con la convinzione che l’unica strada percorribile per avviare un vero processo di integrazione culturale sia quella individuata da Renan più di un secolo fa: la nazione come “plebiscito di ogni giorno” a favore di un progetto politico e istituzionale incarnato dallo stato di diritto. Ma concludo anche con il timore che un eventuale “plebiscito” (leggi referendum) sul divieto di costruire moschee sotto il sole italico potrebbe appoggiare le farneticazioni dell’omologo padano, sia pure meno raffinato, di De Benoist: Roberto Calderoli.
Bibliografia
De Benoist, A., Identità e comunità, Guida, Napoli 2005. Huntington, S. P., Lo scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 2008. Kaldor, M., Le nuove guerre, Carocci, Roma 2007. Tuccari, F., La nazione, Laterza, Roma-Bari 2000.
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