| Musulmani d’America: American Muslims o Muslim Americans? |
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| Scritto da Francesca Cadeddu | |||||
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di F.Cadeddu
Il pluralismo americano vince e convince. Uno sguardo sulla comunità islamica nell’era post 9/11.
As-Salāmu `Alaykum. Il 4 giugno 2009 Barack Obama ha esordito così davanti alla folta platea dell’Università del Cairo, portando, oltre al suo saluto, quello della comunità musulmana statunitense. Con questo discorso, l’esplicito intento del Presidente fu quello di riallacciare i rapporti con gli Stati arabi e con il mondo musulmano, troppo spesso demonizzato durante la precedente amministrazione. “Sono venuto qui a Il Cairo per ricercare un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani nel mondo, basato sia sull’interesse reciproco e il mutuo rispetto che sulla verità che Stati Uniti e Islam non sono esclusivi e non hanno bisogno di essere in competizione. Infatti, essi si sovrappongono, e condividono principi comuni – principi di giustizia e progresso; tolleranza e dignità di tutti gli esseri umani”. Obama ha voluto così sancire il nuovo inizio, riprendendo le sue radici musulmane che in campagna elettorale aveva lasciato scivolare in secondo piano.
E’ chiaro che dopo l’11 settembre i rapporti non potevano che peggiorare, lo shock che gli attentati hanno creato non riusciva a lasciare spazio alla comprensione reciproca, costruendo un muro dettato dalla rabbia e, diciamolo, dall’ignoranza reciproca. Ma se, come dice Friedman sulle colonne del New York Times, l’era dell’11 settembre è finita, e gli americani vivono ormai in una fase ‘post’, di cui l’elezione di Obama sarebbe uno dei segnali, forse dobbiamo sforzarci anche di guardare come vive e si relaziona con la società quell’un per cento di popolazione adulta musulmana.[1] Infatti, secondo i sondaggi effettuati sul tutto il territorio statunitense, gli americani musulmani ritengono di essere ampiamente assimilati nella società, sono felici di come vivono, e appaiono moderati su molte delle tematiche che hanno diviso musulmani e ‘occidentali’ nell’ultimo decennio. [2]
Dei 2.35 milioni di musulmani presenti in territorio americano[3], il 65% non è nato negli Stati Uniti e il 18% è arrivato in territorio americano tra il 2000 e il 2007: tre su quattro hanno tra i 18 e i 49 anni. In modo forse sorprendente, del restante 35% di native-born, ben due terzi si sono convertiti all’Islam soltanto da adulti. Pur essendo quindi principalmente immigrati, e considerato che circa la metà di loro si definisce prima musulmano e poi americano, sono decisamente americani nell’atteggiamento, nei valori e nelle attitudini.
Un primo sguardo sull’assimilazione: quasi la metà dei musulmani americani ritengono che sia giusto che gli immigrati adottino gli usi e i costumi americani, a fronte di un quarto di loro che invece ritiene sia meglio preservare le differenze. Anche se chi non è nato negli Stati Uniti risulta un po’ meno soddisfatto, ben otto intervistati su dieci sono ben felici della vita che hanno negli States, soprattutto nella fascia di età più giovane, compresa tra i 18 e i 30 anni. Questo potrebbe derivare dalla più facile assimilazione delle fasce giovani all’interno della società piuttosto che alla diversità degli usi dei Paesi islamici di provenienza, ma è forse da attribuire a questa diversità il motivo per cui gli immigrati scelgono e si instaurano in comunità che ritengono ‘eccellenti’ o ‘buoni’ luoghi per vivere. La questione sulla comunità è controversa, perché la percezione del ‘gruppo’ nell’intervistato può non essere dettata dalla comune cittadinanza, infatti bisogna considerare anche che circa la metà degli intervistati riferisce di avere tutti o quasi tutti gli amici di religione musulmana, soprattutto le donne (56%).
L’analisi sulla condizione delle donne riporta che il 69% (formato soprattutto da persone che ritengono che la religione sia un aspetto molto importante della loro vita) ritiene che la religione islamica riservi un uguale trattamento per gli uomini e le donne, e solo un quarto di loro ritiene invece che gli uomini godano di condizioni migliori. Peraltro sono proprio le donne, nella misura di quasi tre quarti, a sostenere che l’Islam tratta allo stesso modo entrambi i sessi. La metà del campione si dichiara inoltre molto o comunque abbastanza preoccupato per la possibilità che una donna che indossa l’ hijab possa essere maltrattata perché identificata come musulmana, anche se coloro che lo indossano abitualmente (43%) lo sono in misura minore e quasi la metà delle donne musulmane non lo indossa mai.
Dal punto di vista economico, come dice Obama nel suo discorso, “I musulmani americani hanno arricchito gli Stati Uniti”. I sondaggi ci dicono come la parte musulmana della popolazione attiva realizza un guadagno annuale assolutamente in linea con il resto della popolazione: il 41%, a fronte del 44% su scala nazionale, ha introiti pari o superiori ai 55 mila dollari. Senza sorpresa quindi, capiamo perché la stragrande maggioranza di loro ritiene che nella società in cui vivono lavorare tanto è la strada per il successo e per progredire nella scala sociale. Insomma, rientrano in pieno nella middle class giovane, rampante e che vive secondo l’American way of life: decisamente mainstream!
Indubbiamente liberal su questioni come l’entità e le finalità del governo (circa un quarto preferirebbe un governo più esteso e attivo nella tutela dei poveri) , ma allo stesso tempo tendenzialmente conservatori per ciò che riguarda, ad esempio, l’omosessualità, i musulmani americani supportano l’idea di un governo che in modo deciso protegga la moralità. Votano democratico (anche se un quarto non ha la cittadinanza, quindi non vota) e non hanno apprezzato l’operato di George W. Bush nel secondo mandato (si ricorda che i dati risalgono al 2007).
Certo, la vita dopo l’11 settembre non è facile: il 53% di loro pensa che sia più difficile essere musulmani in America dopo l’attacco al World Trade Center e che il governo abbia riservato un trattamento diverso ai musulmani in tema di sorveglianza. Inoltre, circa quattro su dieci sotto i trent’anni di età dichiarano di aver subito violenze verbali e fisiche, di essere stati trattati con sospetto e presi di mira dalla polizia in quanto musulmani. Se quindi può essere vero che l’atteggiamento del governo e della società è cambiato, è anche vero che il 73% di tutto il campione non si è mai sentito vittima di discriminazione come musulmano negli Stati Uniti. In proposito può essere utile notare che proprio la popolazione under 30 è quella che esprime un più forte senso di identità musulmana, e più incline a sostenere che gli attacchi suicida possono essere talvolta giustificati, nonostante otto persone su dieci credano che non siano mai giustificabili. E’ però utile forse guardare alla coincidenza tra il sentirsi prima musulmano e poi americano con la giustificazione degli attacchi suicida: il 13% di coloro che si ritengono prima di tutto musulmani ritiene che tali attacchi, finalizzati alla difesa dell’Islam dai suoi nemici, possano essere spesso giustificati.Tra coloro che si sentono primariamente americani, solo un 4% è della stessa opinione. In entrambi i casi però la stragrande maggioranza sostiene che gli attacchi non possano essere parte di una strategia.
Come risulta evidente dai dati appena riportati, i musulmani americani si dividono non solo in sciiti e sunniti, ma anche per i modi diversi di vivere la loro religione nella società. Considerato poi che l’Islam non ha un solo capo, dopo l’11 settembre è stato difficile rispondere in modo univoco alla paura diffusa. I tentativi quindi di trovare una strada che porti all’integrazione sono tanti, e mirano non solo a ‘preparare’ la società americana all’integrazione con la comunità musulmana, ma anche ad aiutare quei musulmani che con difficoltà gestiscono la loro fede e la loro cittadinanza.
I musulmani prima di essere musulmani, sono cittadini. Come tali hanno dei doveri nei confronti della società in cui vivono ma hanno il diritto di godere delle libertà accordate a tutti i cittadini in quanto tali. Ma cosa vuol dire essere cittadino americano?Ovviamente, non esiste una definizione. Ma se guardiamo alla storia made in USA possiamo sostenere che la cittadinanza americana si sia sviluppata facendo perno su questioni valoriali, sulla responsabilità, sull’individualismo e sull’ambizione di poter costruire una città sulla collina che possa essere a tutti d’esempio. Dal 1787, ciò che rende un cittadino americano è la fedeltà alla sua Costituzione: nessun accenno ad una dimensione ‘etnica’, nessun riferimento alla ‘civiltà’. E i dati parlano chiaro. Anche coloro che si sentono primariamente musulmani hanno comunque lo stile di vita, l’etica del lavoro e l’atteggiamento nei confronti del terrorismo di chi non solo condivide delle regole, ma le fa proprie.
Negli Stati Uniti la percentuale di popolazione musulmana è troppo ridotta perché si possano ipotizzare alcuni possibili punti di rottura. Se così fosse, però, la capacità di integrazione di una società che dal paradigma White-Anglo-Saxon-Protestant è passata alla triade protestanti – cattolici - ebrei di herberghiana memoria ci lascia immaginare che in virtù dell’American way of life anche la religione musulmana godrebbe di un uguale riconoscimento. O si è forse macchiata di un indelebile peccato originale? [1] I dati qui riportati si riferiscono ad una ricerca effettuata da The Pew Forum on Religion and Public Life nel 2007, su un campione di 1.050 musulmani individuato su circa 60 mila intervistati. [2] E’ovvio come all’interno della comunità musulmana sia necessario fare delle differenze per i musulmani afro-americani, soprattutto per le questioni che più vanno a tangere la discriminazione razziale, ma per evitare un’analisi frammentaria in questa sede saranno considerati nel loro insieme. [3] La stima è approssimativa, considerato che il Governo americano non traccia una mappa censitaria delle religioni sul proprio territorio.
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