| Oltre il velo: le donne e l’Islam |
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| Scritto da Daniele Santoro | |||||
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di D.Santoro
Le polemiche sul burka e quelle più generiche sul velo spingono a introdurre nel dibattito qualche elemento di riflessione.
L’Islam e le donne “Esse [le donne] hanno [verso i mariti] tanti diritti quanti doveri, nei limiti dell’onesto; gli uomini, però, stanno al disopra di esse d’un grado. Iddio è potente e sapiente” (Corano, II, 28). Questo e altri versetti del Corano[1] giustificano l’affermazione per la quale “l’Islam è una religione che ha innalzato la diseguaglianza tra maschio e femmina ad architettura sociale”[2], una disuguaglianza, peraltro, sentita “come intrinsecamente «naturale» e «legittima»”[3]. In altri termini, “la visione islamica si sviluppa secondo un preciso asse gerarchico che prevede l’esplicita, totale e assoluta sottomissione della donna all’uomo”[4]. Questa disparità gerarchica tra maschio e femmina, tuttavia, non è affatto peculiare della visione del mondo islamica, ma trova delle precise analogie nella dottrina dei padri fondatori della chiesa cristiana. A tal proposito, risulta particolarmente utile interrogare sul punto il vero grande ideologo del cristianesimo, Paolo di Tarso. Nella Prima Lettera ai Corinzi, Paolo si esprime nei seguenti termini: “Come in tutte le chiese dei santi, le donne nelle assemblee tacciano; non si permetta loro di parlare, ma stiano sottomesse, come dice anche la legge. Ché se vogliono apprendere qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti. È disdicevole per una donna parlare in assemblea” (1Co, 14, 34-35). Nella Lettera agli Efesini, poi, Paolo è ancor più chiaro: “Le donne siano soggette ai loro mariti come al Signore, poiché l’uomo è capo della donna come anche il Cristo è capo della chiesa, lui, il salvatore del corpo. Or come la chiesa è soggetta al Cristo, così anche le donne ai loro mariti in tutto” (Ef, 5, 22-24). Tali precisazioni sono importanti perché molto spesso si tende a comparare i modi di pensare e le istituzioni del mondo islamico con quelle occidentali spacciando queste ultime come parte della tradizione cristiana. Niente di più falso. Tra la “donna musulmana” e la “donna cristiana” non esiste alcuna differenza di rilievo: entrambe sono considerate inferiori agli uomini e interamente sottoposte all’autorità del maschio. Tanto che Adel Smith ebbe gioco facile a rispondere alle accuse di Oriana Fallaci, per la quale nell’Islam le donne [contano] meno dei cammelli”[5], ricordandole le espressioni misogine con le quali sant’Antonino, arcivescovo di Firenze nel XV secolo, descriveva la donna: “Avidum animal; Bestiale baratrum; Concupiscenza carnis; […] Opifex odii; Prima peccatrix; […] Ruina regnorum”[6], e via insultando. Tornando alla condizione della donna nel mondo musulmano, è importante sottolineare il ruolo svolto da alcune donne nei primi anni della storia islamica. Khadīja, la prima moglie di Muhammad, fu la prima persona ad essere resa partecipe della rivelazione profetica; ،Ā’isha, la seconda e prediletta moglie del Profeta, guidò personalmente numerose battaglie; Fāţima, figlia di Muhammad, diede il nome alla dinastia sciita dei Fatimidi, che fondò al Cairo il califfato omonimo verso la metà del X secolo. Proprio la figura delle moglie del Profeta è di fondamentale importanza nell’analizzare l’istituto della poligamia. Un elemento importante, questo, perché in Occidente vale ancora oggi il pregiudizio che Tommaso d’Aquino così esprimeva nella Summa: “I fondatori di sette eretiche procedettero in modi diversi, come si vede chiaramente in Maometto il quale adescò la gente con la promessa di piaceri che la concupiscenza della carne fa desiderare. E dette anche precetti conformi alle promesse allentando il freno al piacere carnale”[7]. In realtà, Muhammad non fu mai poligamo e, più, in generale, nel mondo islamico ha sempre prevalso la poligamia diacronica, consistente nell’avere più mogli successivamente ma non contemporaneamente, un po’ come avviene in Occidente grazie all’istituto del divorzio. La poligamia sincronica, avere più mogli contemporaneamente, ha avuto rara applicazione ed è stata perlopiù confinata alle classi sociali più abbienti. Il Residente generale in Tunisia Perillier, nel 1938, scriveva quanto segue riguardo alla regione di Orleansville: “Su 37.260 famiglie ne esistono solo 1.746 poligamiche, di cui 1.603 bigame, 120 trigame e 23 quadrigame, cosa che dà una proporzione del 4,7 per cento. Di questi poi i casi di bigamia costituiscono oltre il 90 per cento. La poligamia è quasi inesistente nelle città”[8]. A ciò si aggiunga che l’unico versetto coranico che fa riferimento alla poligamia fornisce a tale istituto un fondamento giuridico tutt’altro che solido: “Se temete di non essere giusti nei riguardi degli orfani, [anche] le donne sposatele, quelle che vi vanno a genio, [solo] a due o tre o quattro alla volta, e se temete di non riuscire ad essere giusti, sposatene una sola o ricorrete alle vostre ancelle: in tal modo vi riuscirà più facile non essere ingiusti” (IV, 5). Oltretutto, tale fenomeno non fu affatto estraneo al mondo cristiano, se si tiene presente che, nella Prima lettera a Timoteo, Paolo è costretto a ribadire che vescovi e diaconi devono essere “mariti di una sola moglie” (1Tm, 2, 12). Il presunto maggiore conservatorismo e oscurantismo dell’Islam rispetto al cristianesimo è poi un mito che può essere smentito soprattutto se si considera il diverso approccio delle due religioni al tema dell’eros. Nell’Islam, “l’esercizio dell’eros è considerato un dovere religioso e civile, purché avvenga all’interno del legame matrimoniale (nikāh) o di un legame tra padrone e schiava (concubinato)”[9]. Assai diversa la situazione nel cristianesimo. Nella già citata Prima lettera ai corinzi, Paolo afferma quanto segue: “è cosa buona per l’uomo non avere contatti con donna; tuttavia, a motivo delle impudicizie, ciascuno abbia la sua moglie, e ogni donna il suo marito. Il marito renda alla moglie ciò che le è dovuto; egualmente anche la moglie al marito. La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie. Non privatevi l’un l’altro, se non di comune accordo, temporaneamente, per attendere alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perché Satana non vi tenti per la vostra incontinenza. Questo vi dico in spirito di condiscendenza, non di comando. Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro. Ai celibi e alle vedove dico che è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non sanno contenersi, si sposino; è meglio sposarsi che ardere!” (1Co, 1-8). Dunque, mentre nell’Islam il rapporto sessuale si configura come esercizio legittimo dell’eros, a patto che abbia luogo nell’ambito di una relazione matrimoniale, nella visione del mondo cristiana il sesso è invece sempre una “cosa non buona”, che può essere giustificata solo al fine di evitare la tentazione del Diavolo[10]. Infine, nonostante le società islamiche siano perlopiù fondate su sistemi patrilineari e patrilocali, esistono importanti eccezioni di matrilinearità e matrilocalità. In alcune zone della Siria e del Libano l’indice di matrilocalità supera il 10 per cento, mentre in Turchia e Iran il tasso nazionale di matrilocalità sta aumentando in modo sostenuto. Lo sciismo, addirittura, “non riconosce pienamente la priorità e i diritti della parentela maschile estesa. In caso d’assenza di figli maschi, le figlie femmine ereditano tutto quello che non spetta alle madri e ai nonni, e i cugini maschi sono del tutto esclusi dalla successione, al contrario di ciò che è ammesso nella zona sunnita, dove l’asaba (parentela maschile) vanta diritti importanti. «E per l’asaba, polvere nei denti»: questo adagio del diritto riassume perfettamente l’attitudine sciita nei confronti del principio patrilineare nel senso più ampio”[11]. Senza contare che in società islamiche periferiche come quella malese e indonesiana, matrilinearità e matrilocalità sono la regola e non l’eccezione.
Oltre il velo Il velo è percepito in occidente come il simbolo dell’inferiorità della donna nel mondo musulmano. A tal proposito, è bene sottolineare che il velo non è un’invenzione dell’Islam, dal momento che era giù in uso nell’Arabia preislamica, dove “era considerato segno di distinzione ed era indossato dalle ragazze giovani ma soprattutto dalle donne di alto lignaggio”[12]. Per di più, il velo non è affatto estraneo alla tradizione cristiana. Sentiamo ancora Paolo: “Voglio che sappiate che capo di ogni uomo è Cristo e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al suo capo. Così ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al suo capo, come se fosse rasa; che se una donna non si copre, si tagli pure i capelli; ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o essere rasa, allora si copra. L’uomo non deve coprirsi il capo, essendo gloria e immagine di Dio, mentre la donna è gloria dell’uomo. Poiché non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare un segno di dipendenza sul capo, a motivo degli angeli” (1Co, 11, 3-10). E infatti, uno dei due versetti del Corano specificatamente dedicati al velo ha per protagonista Maria, madre di Gesù: “E ricorda nel Libro Maria, quando si ritirò nell’angolo orientale della sua casa, - e interpose fra sé e i suoi familiari una cortina [velo]. Noi mandammo a Lei il nostro Spirito, che le si presentò sotto la forma di un uomo perfetto” (XIX, 16-17). Il secondo versetto è invece più esplicito: “O Profeta, dì alle tue mogli e figli e alle donne dei credenti di calarsi addosso un po’ dei loro mantelli; ciò giova a farle distinguere e ad evitare che sia data loro noia; comunque Iddio è perdonatore e misericordioso” (XXXIII, 59). Appare chiaro, come nel caso della poligamia, che anche l’obbligatorietà del velo per le donne trova nel Corano un fondamento giuridico piuttosto incerto. Tuttavia, l’argomento qui non rileva più di tanto. È invece importante focalizzare l’attenzione su alcuni punti. In primo luogo, parlare di “velo” in generale significa parlare del nulla. Nel mondo islamico esistono infatti diversi tipi di velo: si va dall’hijab – fazzoletto che copre orecchie, nuca e capelli ma lascia scoperto il volto – e dall’abaya – mantello diffuso nel Golfo persico che lascia il volto scoperto – al niqab e al burka – tipici, rispettivamente, dell’Arabia Saudita e dell’Afghanistan, che coprono integralmente il volto lasciando libera solo una fessura all’altezza degli occhi e che sono stati oggetto delle reprimende del Parlamento francese e del presidente Sarkozy – passando per il chador, copricapo tipico dell’Iran che può consistere sia in un fazzoletto simile all’hijab sia in un mantello con le caratteristiche del niqab. In secondo luogo, va sottolineato che la questione del velo è oggetto di un intenso dibattito anche all’interno del mondo islamico. La Turchia, per esempio, è da anni attraversata da uno scontro lacerante, sulla questione del velo, tra l’establishment kemalista e i filo-islamici del partito di governo Akp. In Turchia è infatti proibito, per volere del padre della patria Mustafa Kemal, indossare il velo, di qualunque tipo, all’interno dei luoghi pubblici. Lo scontro ha assunto toni drammatici quando la studentessa Leyla Şahin si è rivolta alla Corte europea per i diritti umani chiedendo che le fosse consentito entrare all’università indossando il velo. La risposta negativa della Corte ha suscitato le dure reazioni dei due leader dell’Akp, il primo ministro Erdoĝan e l’allora ministro degli Esteri Gul, entrambe considerate dalla Corte costituzionale turca “violazioni del principio del secolarismo”[13]. Anche in Egitto la questione è oggetto di un dibattito intenso, tanto che l’imam di al-Azhar, la più importante università del mondo islamico, Mohammed Said Tantawi nell’ottobre scorso ha obbligato una studentessa a togliere il niqab e ha promesso di bandire il velo da tutte le scuole che fanno capo all’istituzione religiosa da lui rappresentata. Infine, l’ultimo punto riguarda le ragioni per le quali i governi occidentali, in particolare quello francese guidato dal populista Nicolas Sarkozy, sostenitore di una “laicità positiva” che non si è ancor ben capito in cosa consista, abbiano lanciato campagne propagandistiche contro il velo islamico in generale e il burka in particolare. Si tratta cioè di valutare il peso specifico dei seguenti elementi: laicità, sicurezza, integrazione.
Che fare? Riguardo al primo elemento, la laicità, il dibattito non ha ragione di esistere. Se si intende proibire alle donne islamiche di indossare il velo in nome della laicità degli Stati occidentali, non si è capito che cosa sia la laicità. La laicità, nelle parole di Henri Pena-Ruiz, “riguarda il principio di unificazione degli esseri umani all’interno dello Stato e presuppone una distinzione, nel quadro del diritto, fra la vita privata dell’uomo come tale e la sua dimensione pubblica di cittadino; ed è in quanto uomo privato, nella sua vita personale, che quest’ultimo fa propria una convinzione spirituale, religiosa o meno, e che può sicuramente condividere con altri: ma di ciò il potere pubblico non deve preoccuparsi fino a quando l’espressione delle convinzioni e delle confessioni resta compatibile con il diritto altrui”[14]. Lo Stato laico è dunque uno Stato neutro da un punto di vista confessionale, dal momento che “la dimensione laica non è più pluriconfessionale di quanto sia monoconfessionale: è solo aconfessionale”[15]. Proibire alle donne islamiche di indossare il velo per supposte ragioni di laicità, costituisce in realtà un atteggiamento di monoconfessionalità se non si è disposti, contestualmente, a proibire a donne e uomini “cristiani” di indossare i crocifissi o se non si eliminano tutte le croci di cui sono disseminate le nostre città. Quanto al secondo aspetto, la sicurezza, anche qui la questione è spesso posta in maniera surrettizia. A parte il fatto che, in questo caso, non ci si può che riferire esclusivamente al burka e al niqab, veli che coprono integralmente il volto, ci si potrebbe chiedere quanti sono stati i casi di donne velate che hanno compiuto reati e sono riuscite a farla franca grazie al fatto di avere il volto coperto dal velo e quanti, invece, i casi di omicidi mafiosi perpetrati da killer con il volto coperto da un casco integrale. Se si intende bandire il velo per ragioni di sicurezza, perché non bandire anche i caschi integrali? O i passamontagna? O le mascherine per i medici? O i vetri oscurati dei Suv? Anche la restrizione del divieto ai soli luoghi pubblici non sposta la questione di un millimetro. Che senso ha permettere ad una donna di indossare il velo per strada e poi chiederle di toglierlo se entra in un museo? Posto che, riguardo agli individui di religione islamica, il concetto di sicurezza è indissolubilmente legato alla paura degli attentati terroristici; che tale provvedimento di divieto sarebbe volto dunque a ridurre la possibilità che essi si verifichino; che gli attentati terroristici suicidi sono compiuti da shahid, “martiri” che cercano la morte; che il fenomeno delle “martiri” sia in crescita (come ha ricordato di recente Renzo Guolo su Repubblica), si pensa veramente che chiedere di togliere il velo ad una donna che voglia compiere un attentato suicida in un luogo pubblico riduca le probabilità che tale attentato sia realizzato? Infine, la questione dell’integrazione. Coloro che motivano la loro ostilità nei confronti del velo in termini culturali, senza nascondersi dietro presunte ragioni di laicità e sicurezza, sono i più onesti e sinceri, e meritano quindi la maggiore considerazione. Il ragionamento di costoro suona più o meno così: “Non abbiamo nulla contro il velo in sé. Solo, non ci piace. Ci dà fastidio. Lo percepiamo come estraneo alla nostra tradizione, al codice genetico della nostra cultura. Pensiamo che gli immigrati, se vogliono veramente integrarsi, debbano rispettare le leggi e le tradizioni del paese che li ospita. Dunque, le donne musulmane devono togliersi il velo”. Il ragionamento non fa una grinza. Il problema è che, in società multietniche e multiculturali come lo stanno diventando quelle europee e come lo è sempre stata quella americana, tale ragionamento è insostenibile. Se prendiamo ad esempio l’Italia, si può notare come il 7 per cento della popolazione (circa 4 milioni di persone) sia ormai costituito da immigrati, regolari o irregolari. Tali immigrati provengono per la maggior parte da paesi appartenenti a tradizioni culturali completamente diverse dalle nostre: Romania, Marocco, Albania, Cina. Imporre dall’alto a queste persone dei provvedimenti che, ai loro occhi, appaiono come inutilmente lesivi della loro dignità e del loro patrimonio culturale porterebbe inevitabilmente a pericolose lacerazioni del tessuto sociale, a rivolte e alla creazione di ghetti fuori controllo. In situazione del genere, quando è cioè in atto uno scontro tra culture, esiste una soluzione valida in ogni tempo e in ogni luogo: il dialogo. Anziché produrre inutili verbigerazioni su argomenti dei quali sanno poco o nulla e invece di scatenare dispute teologiche del tipo “velo sì, velo no”, politici e politicanti del Vecchio Continente farebbero meglio ad aprire un confronto serio con le donne musulmane residenti nelle nostre città e con le loro famiglie, in modo da cercare un modus vivendi che vada bene a tutti nel senso che a tutti sia chiesto di rinunciare ad una parte equivalente del proprio patrimonio culturale, delle proprie tradizioni e delle proprie certezze. In tal modo si potrebbero scoprire delle cose interessanti, come ad esempio che in molti casi il velo, anche il detestato burka, è in molti casi un modo per nascondere la miseria, mentre in altri può essere uno strumento per affermare il proprio rifiuto nei confronti di una società, quella occidentale, percepita come estranea ma soprattutto estraniante. In situazioni di questo tipo, l’aumento del benessere economico e il ridursi dell’ostilità, reale o percepita, dell’ambiente circostante possono produrre risultati migliori rispetto alle imposizioni per decreto. La consultazione e il dialogo, se precedono la decisione, sono dei potentissimi strumenti di integrazione.
[1] Si vedano anche IV, 34 e 127.
[2] Giorgio Vercellin, Istituzioni del mondo musulmano, Einaudi, 1966-2002, Torino, pp. 133-134.
[3] Ivi, p. 137.
[4] Ivi, p. 135.
[5] Oriana Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, Rizzoli, Milano, 2001, p. 89.
[6] Adel Smith, L’Islam castiga Oriana Fallaci. Lettera a una vecchia mai cresciuta, Edizioni Alethes, Roma, 2002, pp. 57-58.
[7] Cit. in Ivi, p. 148.
[8] Cit. in Ivi, pp. 150-151.
[9] Ivi, p. 137.
[10] A tal proposito, si noti che mentre nella Bibbia il Diavolo (sotto forma di serpente) tenta Eva (“Ma il serpente disse alla donna: «Voi non morirete affatto! Anzi! Dio sa che nel giorno in cui voi ne mangerete, si apriranno i vostri occhi e diventerete come Dio, conoscitori del bene del male»”, Gn, 3, 4), nel Corano tenta invece Adamo: “Ma il Diavolo lo tentò, dicendogli: «O Adamo, vuoi che ti mostri l’albero dell’Eternità e di un Regno che non perirà?»”, XX, 120).
[11] Youssef Courbage, Emmanuel Todd, L’incontro delle civiltà, Marco Tropea Editore, Milano, 2009, p. 48.
[12] Giorgio Vercellin, cit., p. 169. Il velo, in epoca preislamica, era diffuso non solo in Arabia ma anche nel Vicino Oriente. Nel tempio di Bel a Palmira, infatti, si possono ammirare dei bassorilievi che ritraggono donne velate.
[13] Cfr. Asli Toksabay Esen e H. Tolga Bölükbaşi, “Attitudes of Key Stakeholder in Turkey Towards EU-Turkey Relations: Consensual Discord or Contentious Accord?”, in Nathalie Tocci, (edited by), Talking Turkey in Europe: Towards a Differentiated Communication Strategy, Quaderni IAI, Istituto Affari Internaizonali, English Series, n° 13, December 2008, www.iai.it, p. 181.
[14] Henri Pena-Ruiz, Che cos’è la laicità. Minoranze e comunità nello stato democratico, Marco Editore, Lungro di Cosenza, 2003, p. 5.
[15] Ivi, p. 16.
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