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Cosa (in parte) Nostra

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di D.Felice

La mafia non è solo un fatto nostro, per questo è un nostro dovere sociale parlarne.

Finalmente da un po' di tempo la stampa nazionale, il Governo e (in parte) gli italiani tutti si stanno interessando alla cancrena mafiosa che assilla la Calabria. Era ora. Ci vuole molto clamore attorno a questo fenomeno perché cambino seriamente le cose. Parliamone tutti, parliamone tanto. E facciamo della 'ndrangheta quello che è: un male, quel tipico pidocchio in testa che ti fa venire l'ansia di dover eliminare a colpi di shampoo perché non si moltiplichi.

Quel pidocchio che fa vergognare quello che lo porta indosso, e che fa preoccupare quelli che gli stanno vicino perché consapevoli che potrebbe saltare anche sopra loro.

Il punto è questo, ed è necessario che tutti quanti lo abbiano ben presente, altrimenti il gioco non varrà mai la candela: la 'ndrangheta è un fenomeno che nasce in Calabria ad alto tasso di diffusione nel mondo. Ossia, oggi ce l'ho io, domani la puoi avere anche tu.

Quello di noi calabresi è il ruolo più importante in questa lotta al pidocchio: siccome ce l'abbiamo, siamo quelli chiamati ad individuarlo ed a debellarlo.

Nel momento dell'individuazione dobbiamo fare tutto da soli. La fase del vittimismo è finita nel momento stesso in cui l'opinione pubblica ha posto lo sguardo su di noi. La 'ndrangheta c'è, e si vede. E' piccola ed infima, e si tiene nascosta. Ma ogni volta che si sveglia è pronta a darci prurito. Un pidocchio, appunto. Non è accettabile la politica del "finché non mi tocca non me ne preoccupo", che fa un po' parte di tutti noi calabresi, soprattutto perché è realmente difficile da vedere anche per noi. Ammettere che c'è ed è un problema è il primo passo, e lo abbiamo già fatto sputtanandola ai quattro venti. Ora siamo alla fase successiva, ma sempre rimessa a noi: farla vedere agli altri, mettendoli in grado di comprenderla.

"Amico caro, ho un pidocchio..è proprio qui, lo vedi?". Grattarsi in silenzio non serve a nulla.

Per farla veder agli altri bisogna metterci la faccia, tutta per intero. Bisogna rischiare di sentirsi chiamare "pidocchiosi", pur sapendo che non è una colpa. Ma è un rischio da correre, perché dietro questo rischio c'è una responsabilità verso lo Stato che non possiamo farci mancare. In questo momento, quando gli occhi iniziano ad essere puntati su di noi, appare sbagliato nascondere il problema. Fingere che la 'ndrangheta sia una cosa che esiste ma non ci infastidisce, è condannarsi a morte. Il nostro ruolo, ora, è quello di alzare la mano e fare sapere a tutti che c'è il rischio di contagio: perché il pidocchio si moltiplica sulla testa di quello che non vuole ammettere di averlo.

E' una responsabilità sociale e da calabresi so che saremo bravissimi a farla nostra. Come ha fatto il siciliano vent'anni fa, così ora faremo noi. Perché senza questo passo gli altri, i non calabresi (pensate sono circa sei miliardi di persone!), non potranno davvero capire. Penseranno, come hanno fatto finora, che questo inutile pidocchio sia solo un piccolo inquilino fra i capelli nostri, che prude solo noi. Sappiamo bene quanto sia sbagliato. Quanto male possiamo farci non alzando la voce ora? Lascio questa risposta scontata al lettore, non me ne voglia.

Alziamo la voce e votiamo. Si, avete capito bene: votiamo. Prima di mettere la croce sulla scheda elettorale, il calabrese che si è seccato di avere questo scomodo inquilino addosso si faccia solo una domanda: quale di tutti questi galantuomini è pulito? Noi siamo chiamati a fare una cosa che il resto degli italiani (per ora) non sanno fare: lasciare stare il simbolo e guardare all'uomo. Il pidocchio è apolitico, per lui quel che conta è nutrirsi. E allora noi votiamo responsabilmente: il partito non conta in questa Calabria, ce lo ha mostrato bene l'On. Angela Napoli. Per una volta facciamo questa cosa e diamo voce a chi ci ispira davvero serenità. E per favore, niente commenti fascio-comunisti che qui c'è in gioco qualcosa di enorme che va ben oltre la nostra piccola Calabria. Il nostro voto pulito oggi renderà pulito il voto di altri italiani, in altre regioni, domani.

Nella fase di debellamento, invece, non dobbiamo restare soli. Perché il pidocchio abbiamo detto che non va solo individuato, ma anche debellato. La battaglia si sposta così su livelli più alti, diventa battaglia di Stato. Perché una cosa che si sente spesso in giro è proprio l'assenza dello Stato. In parte un luogo comune che favorisce la mafia. Di fatto lo Stato c'è e c'è sempre stato. Ha spesso mandato i suoi uomini migliori e continua a farlo. Quello in cui è sempre mancato è stato nel "partecipare" al problema. Finché la 'ndrangheta verrà combattuta come fosse una cosa solo nostra, radicalmente calabrese, non la si batterà mai. Quello che manca nell'intervento dello Stato è la consapevolezza di andare a combattere una cosa di tutti, un pidocchio che non fa differenza fra regioni e stati nazionali. Questa assenza di considerazione da parte dello Stato è in parte colpa nostra, perché per natura abbiamo sempre avuto poca fiducia nelle istituzioni e siamo restii a farci guardare dentro casa, ed in parte colpa dello Stato, perché non è mai voluto andare oltre i propri interessi politico-elettorali. Da qui nasce l'invito fatto sopra: alzare la voce e farlo votando per cambiare il sistema che da anni vige in Calabria e fa così tanto piacere alla 'ndrangheta. Noi non possiamo stare inermi ad aspettare l'intervento dello Stato e lo Stato non può permettersi di restare inerme di fronte alla voce levata in aria dai calabresi. Funziona così, mettiamocelo in testa, perché lo Stato non è una cosa "terza" rispetto alla Calabria. Lo Stato siamo noi, come ho già avuto modo di dire.

La 'ndrangheta ci sguazza in questa incomprensione fra le due parti.

La 'ndrangheta non è un problema limitato alla Calabria ed ha sedi ed interessi ovunque. Questo la rende forte, finché può lavorare nel silenzio, ma molto debole non appena si sveglia l'opinione pubblica. Perché a quel punto la maglia di interessi che ha allargato resta esposta agli occhi di tutti, tutti consapevoli del male che rappresenta. E non essendo più arroccata nei paesini sperduti delle montagne calabresi, diventa raggiungibile, scoperta. Per questo tocca a noi svegliare lo il Governo e gli altri. Per noi stessi, perché da soli non la potremmo debellare, e per tutti gli altri, per fargli capire che è un problema che abbiamo tutti. Se il commerciante calabrese non paga, ma quello lombardo si, il pidocchio non farà altro che cambiare testa su cui nutrirsi.

Sbaglia, dunque, il calabrese che non vuole accettare l'interesse dell'opinione pubblica al problema, e sbagliano gli italiani quando lasciano solo il calabrese pensando di essere lontani dal pidocchio.

Come ho detto sopra, lo Stato c'è, almeno per quanto riguarda i cardini della lotta alla mafia. Persone come Giuseppe Pignatone e Nicola Gratteri, rispettivamente Procuratore e vice-Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, oppure come Salvatore Vitiello, procuratore della Repubblica di Lamezia Terme, sono soggetti tanto temuti dalla 'ndrangheta da portarla ad esporsi. Bene così. Perché in Calabria nessuno vuole magistrati proclamati come eroi, salvo poi lasciarli soli a morire. Piuttosto preferiamo avere tutto il clamore possibile attorno ai pidocchi, quello si, in modo da farli esporre, stanarli tutti.

In Calabria non ci scapperà il magistrato morto, come tutti affermano (quasi fosse un motivo di gloria), finché saremo bravi a lasciare che l'opinione pubblica si nutra di notizie sulla mafia invece che di proclami epici sui magistrati. L'errore fatto diciotto anni fa con i giudici siciliani non può ripetersi. Ecco perché, scusatemi se sono ripetitivo, ora più di prima spetta a noi calabresi mantenere attenta l'opinione pubblica. Per celebrare processi piuttosto che eroi. E mantenerla attenta significa aprirsi al dialogo con chi di questo male non ne capisce, o pensa di non doverne capire. Significa anche farsi conoscere, fare capire che non è una cosa che ci appartiene, far vedere che non ne siamo assuefatti e conniventi.

Non lasciamoci soli.

E non lasciamo che il resto d'Italia finisca per assuefarsi silenziosamente. Perché la 'ndrangheta è già ovunque da tempo, e non si ferma. E questo è solo grazie al silenzio ed al disinteresse che la circonda e la protegge. Perché dobbiamo fare bene attenzione alla enorme differenza che il fenomeno ha nella società italiana. Bisogna fare attenzione ad un particolare: quando il commerciante del sud paga il pizzo, sa di contribuire ad un sistema che rovina la sua terra; al contrario, quando il commerciante del nord paga il pizzo, pensa di contribuire ad un sistema malato che rovina il Sud, come fosse una cosa che lo tocca solo momentaneamente nel portafoglio e non piuttosto socialmente.

Se invece gli aprissimo gli occhi, capirebbe che ogni pizzo pagato al Nord viene speso in un malaffare al Nord. Perché quando l'impresa pidocchio-mafiosa vince una gara d'appalto al nord, non se ne va più. Mette radici, inizia ad allargare i suoi affari fino a quando non pretenderà di avere l'assessorato ai Lavori Pubblici come ciliegina sulla torta.

Occorre fare molta attenzione a questo, perché mentre al Sud sappiamo cosa sia la mafia e, ironia della sorte, potenzialmente sappiamo dove va a parare quando si muove, invece nel resto d'Italia non c'è questa attenzione e consapevolezza. Eccetto gli addetti ai lavori, ossia magistrati e forze dell'ordine, il cittadino medio lombardo pensa ancora che la mafia sia una cosa non sua. In questo modo la mafia prolifica, si fa forte, ed in ultimo torna a colpire da noi in modo più grave di prima. Ignorare cosa sia la mafia o pensare che sia solo limitata ad alcune regioni, è davvero solo un suo errore di valutazione dell'italiano medio? Vogliamo credere che sia solo razzismo ignorante o forse il problema è che c'è ancora troppo silenzio perché sia realmente chiaro a tutti questo male?

Spetta a noi, tutti, aumentare l'attenzione, permettere l'interessamento degli altri, fare capire il problema e, a quel punto, spostare il fronte della battaglia su tutti gli altri. Perché è vero che fa rabbia sapere che la 'ndrangheta è vista come una cosa nostra quando ovviamente non lo è, ma abbaiando contro chi non ci capisce non arriveremo molto lontano.

E' un cammino in cui i primi passi tocca a noi farli in modo corretto, per aprire la strada, ed il resto verrà da se. Non sono io a dirlo, ma coloro che da anni combattono la mafia in Calabria. I nostri giudici, per nulla propensi ad essere visti come martiri.

Quindi ben venga tutta l'attenzione possibile e ben vengano tutti i calabresi decisi a richiamarla questa benedetta attenzione, ciascuno con i suoi modi e le sue idee. Non fermiamoci ora e zittiamo quanti ancora oggi, dopo un secolo di soprusi, solo per congenita fobia sociale preferiscono grattarsi in silenzio. E' tempo di fare nostra tutta la Calabria ed offrirla agli altri, con quel senso di ospitalità che il mondo ci invidia.

E non resteremo soli.

Parole chiave: Mafia, 'Ndrangheta, Calabria, Gratteri, Pignatone.



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Dario Felice  - Uno spunto..   |2010-02-09 14:21:18
http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/1
0_febbraio_9/insider-trading-mafia-borsa-promotori -rizzuto-1602430227438.shtml
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