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La politica dell’irresponsabilità

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Il governo scende in piazza contro i giudici e la "sinistra sovietica". Di Pietro chiede l'impeachment per Napolitano. E l'irresponsabilità domina la politica italiana.

In questi giorni concitati, scanditi da richieste di impeachment e decreti interpretativi, una sparuta minoranza di “saggi” ha invocato un gesto di responsabilità da parte del governo e delle opposizioni. Parole inattuali, urlate nel deserto.

Il Pd è da tempo incapace di dettare l’agenda politica e si trova stretto nella morsa tra due opposti – in fondo simili: berlusconiani e dipietristi. Ha convocato, senza troppa convinzione, una grande manifestazione per il prossimo sabato a cui dovrebbero partecipare anche i radicali e l’Idv. Ma la linea politica da portare in piazza appare poco chiara e suscita diversi interrogativi. Ad esempio, riusciranno Bersani e compagni a placare l’ira di Di Pietro e dissuaderlo dal prendere di mira il capo dello Stato, dopo aver usato parole di fuoco contro di lui? Un interrogativo non da poco, visto e considerato che il successo della manifestazione si misurerà anche sulla capacità dei leader del centrosinistra di colpire Berlusconi e preservare Napolitano. In altri termini, il Pd vorrebbe agire da partito responsabile ma non ha né la forza né l’autorevolezza per farlo. È irresponsabile alla maniera dei bambini: fa quasi tenerezza se non fosse per l’indisponenza di alcuni dei suoi esponenti. In questo quadro, è più che probabile che a brillare nella piazza romana saranno i toni “irresponsabili” degli uomini di Di Pietro. Un’altra debacle per l’immagine del Pd targato D’Alema…pardon, Bersani.

Ma veniamo al principe degli irresponsabili, nel senso etimologico del termine: colui che non ha mai colpe, ovvero Silvio Berlusconi. In una conferenza stampa incendiaria ieri non ha ammesso il dilettantismo del Pdl romano e ha attaccato a testa bassa i giudici e la “sinistra sovietica”, entrambi in combutta per impedire alla destra di presentare le liste. Berlusconi, d’altronde, non avrebbe mai potuto riconoscere l’inefficienza del Pdl, pena un appannamento della sua immagine di uomo del fare. Oggi ha rincarato la dose: «Vogliono fare una grande porcheria», ha dichiarato il premier alla manifestazione elettorale a sostegno di Renata Polverini. E poi una nuova sceneggiata, in cui il premier si paragonava al leggendario pugile Primo Carnera e lanciava nuove accuse alla “magistratura politicizzata” che avrebbe “scandito la campagna elettorale”. Il premier sta lavorando a quello che sa fare meglio: scaldare gli animi in vista della manifestazione del 20 o del 21 (anche nel Pdl ultimamente l’incertezza regna sovrana). Ma al di là delle date, la manifestazione del Pdl metterà in scena il paradosso di un governo che scende in piazza. E contro chi? Contro tutte quelle istituzioni che la Costituzione ha previsto al fine di imbrigliare le tentazioni tiranniche di un eventuale demagogo. E, più in generale, contro la forma dello Stato di Diritto, quando regola la sostanza incarnata da una presunta volontà generale. Un gesto di irresponsabilità colossale.

Ad ogni evidenza, in questo clima è impossibile fare politica. L’Italia rimane intrappolata in una battaglia ideologica, dove a vincere è il più abile nello sfruttare la retorica del nemico interno, del “partito che odia” e che rema contro “l’amore”, versione berlusconiana del “bene comune”. In un paese del genere non attecchisce una politica che si nutre di idee e di fatti, in un giusto mix tra idealismo e pragmatismo. Una vera e propria utopia, di questi tempi. E a queste latitudini.




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