Al posto del capo preferisco un robot

Lo dice una recentissima ricerca: due dipendenti su tre preferirebbero essere guidati da un manager robot piuttosto che da uno in carne e ossa. Lo studio, commissionato dall’azienda tecnologica Oracle a Future Workplace coinvolgendo oltre 8.300 lavoratori in dieci paesi del mondo, Europa compresa (ma Italia esclusa) fornisce risultati quantomeno sorprendenti. Il 64% delle persone si fida di un robot più del proprio capo. E questa tendenza si spiega con l’importanza che l’intelligenza artificiale sta assumendo sempre più, cambiando il rapporto tra persone e tecnologia sul lavoro e  ridefinendo il ruolo che i team e i manager delle risorse umane devono svolgere nell’attirare, trattenere e sviluppare talenti.

AI, sempre più presente nelle nostre vite professionali

L’intelligenza artificiale acquista più rilievo con il 50% dei lavoratori che attualmente utilizza una qualche forma di AI al lavoro rispetto al solo 32% dell’anno scorso. I paesi dove l’AI è stata maggiormente adottata sono la Cina (77%) e l’India (78%); si tratta di valori circa doppi rispetto a Francia (32%) e Giappone (29%). Ma c’è di più: il 65% dei lavoratori che ha a che fare con collaboratori robotici si dice contento e ottimista. In particolare gli uomini, che hanno una visione più positiva dell’AI al lavoro rispetto alle donne, con percentuali rispettivamente del 32% e del 23%.

I lavoratori si fidano dei robot

La crescente adozione dell’intelligenza artificiale al lavoro ha poi un impatto significativo sul modo in cui i dipendenti interagiscono con i loro manager. Il 64% dei lavoratori intervistati ha detto che si fiderebbe di un robot più che del proprio manager e ben il 50%  si rivolge a una macchina anziché al proprio superiore per un consiglio. In particolare, analizzando le risposte espresse nei vari Paesi, si scopre che i dipendenti più fiduciosi nei confronti dell’intelligenza artificiale rispetto ai capi sono quelli di India (89%) e Cina (88%), seguiti da Singapore (83%), Brasile (78%), Giappone (76%), Emirati Arabi Uniti (74%), Australia/Nuova Zelanda (58%), Stati Uniti (57%), Regno Unito (54%) e Francia (56%). Anche in questo caso, sono di più gli uomini (5%) rispetto alle donne (44%) ad essersi rivolti all’AI per problematiche connesse al lavoro.

La tecnologia è meglio

Alla domanda su cosa possono fare i robot meglio dei loro manager, gli intervistati hanno affermato che i robot sono più bravi nel fornire informazioni imparziali (26%), nel mantenimento dei programmi di lavoro (34%), nella risoluzione dei problemi (29%) e nella gestione di un budget (26%). D’altro canto, gli intervistati ammettono che i manager “umani” sono più capaci delle macchine di comprendere i loro sentimenti (45%), di formarli (33%) e di creare una cultura del lavoro (29%).

L’Italia si scopre pioniera della robotica. E solo la Lombardia genera 30 miliardi di business

Il nostro Paese sta dimostrando un crescente know how nell’ambito della robotica e dell’intelligenza artificiale. Si tratta infatti di un settore che in Italia coinvolge ben 104 mila imprese dando lavoro a 429 mila addetti e generando 60 miliardi di fatturato annuale. Per quanto riguarda l’ubicazione di questa aziende, la maggior parte si concentra in Lombardia e in particolare a Milano.

Cinque anni di crescita

I dati relativi al comparto, diffusi dalla Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi, parlano di una costante crescita delle aziende specializzate in produzione di software, consulenza informatica, creazione di robot industriali e vendita di computer: +10% in cinque anni a livello nazionale, con un incremento degli addetti, nello stesso periodo, del + 17%.

La mappa italiana della robotica, Milano la numero uno

In Lombardia sono coinvolte 23 mila imprese del settore, con 146 mila addetti e 30 miliardi di fatturato. Più forniti tra i territori italiani, Milano con 12 mila imprese circa e 110 mila addetti, Roma con 11 mila imprese e 63 mila addetti, Napoli con 5 mila imprese e 13 mila addetti, Torino con 5 mila imprese e 25 mila addetti, Brescia con oltre 2 mila imprese e 8 mila addetti. Per quanto riguarda il business, dopo la Lombardia con 30 miliardi di fatturato, si piazzano Lazio con 8 miliardi, Emilia Romagna con 4, Veneto, Piemonte e Toscana con 3 miliardi circa. Per territorio, gli affari più consistenti si registrano a Milano, con 23 miliardi, e a seguire a Roma con 8 miliardi, a Torino con 3 miliardi, a Firenze e Bologna con 2 miliardi rispettivamente.

 “Crescono i settori innovativi nella nostra economia, che diventa sempre più 4.0. Vediamo dai dati crescite a doppia cifra negli ultimi cinque anni, in una realtà sempre più automatizzata e con una intelligenza artificiale che si diffonde rapidamente in ogni ambito non solo professionale e lavorativo, ma anche quotidiano. Si tratta di una importante opportunità dal punto di vista economico e professionale. La crescita di questi settori 4.0 è alla base di una maggiore competitività internazionale del nostro territorio” ha dichiarato Alessandro Spada, consigliere della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, che ha anche attivato un ciclo di incontri sul tema rivolti agli operatori del settore.

I settori legati all’intelligenza artificiale in Lombardia

In Lombardia sono attive 23 mila imprese del comparto con 146 mila addetti, rivelano i dati della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su fonte Registro Imprese al secondo trimestre 2019. I settori più coinvolti sono la produzione di software (11 mila imprese in Lombardia su 46 mila in Italia, di cui 6 mila a Milano) e i servizi informatici (9 mila imprese in regione su 44 mila nazionali, di cui 4 mila a Milano), poi ci sono 2 mila imprese nel commercio in regione su 12 mila in Italia, di cui circa mille a Milano. in Lombardia 23 mila imprese con 146 mila addetti.

Autunno, tempo di cambiare… lavoro: i 6 consigli di LinkedIn

L’autunno è tradizionalmente una stagione in cui il mercato del lavoro è più dinamico ed è perciò un buon momento per dare ulteriore slancio alla propria carriera, a qualsiasi livello, cercando una nuova opportunità lavorativa. Uno dei metodi più utilizzati per trovare un nuovo lavoro o nuove occasioni di business è sicuramente LinkedIn, il più grande network professionale online del mondo, dove, in termini di numero di posti di lavoro sulla piattaforma, l’autunno è proprio uno dei periodi di punta dell’anno. Così il social professionale ha messo in piedi una squadra di esperti delle dinamiche di lavoro, che ha realizzato una sorta di “lista” con i 6 consigli chiave che i professionisti italiani possono seguire con il fine di cogliere al meglio nuove opportunità di lavoro.  

1 Immagine del profilo

Una buona foto profilo aiuta a rendersi più riconoscibili sulla piattaforma, sia ai contatti già consolidati sia per attrarre nuovi possibili “peer” (contatti). La foto non deve essere perfetta, basta che risulti naturale. Dalle ricerca condotte da LinkedIn, è emerso che una buona immagine profilo può portare fino a nove volte in più di richieste di connessione.

2 Posizione aggiornata

E’ decisamente conveniente mantenere aggiornata la propria posizione lavorativa. E’ un elemento che aiuta a raccontare al meglio la propria storia professionale e a far aumentare di 8 volte le richieste di connessione.

3 Formazione e competenze

Formazione accademica e competenze acquisite sul campo andrebbero sempre messe in luce con chiarezza nel proprio profilo di LikedIn. In particolare, è consigliabile inserire almeno 5 competenze di base. Tra l’altro, la piattaforma ha attivato una nuova funzione che consente di valutare le competenze. Per ogni valutazione delle competenze superata, verrà rilasciato un certificato che apparirà sul proprio profilo LinkedIn, in modo che sia subito disponibile per i recruiter.

4 Di che settore sei? 

Aggiungere il settore professionale e industriale di competenza, nonché quello di maggiore interesse, è utile per trovare più facilmente nuove offerte di lavoro, eventi, contenuti formativi su LinkedIn e articoli di settore. 

5 Scrivi dove abiti

Non è una banalità: indicare la località in cui si vive potrebbe valere una crescita professionale. Molte aziende ricercano i talenti in base alla zona e si affidano alla località inserita nel profilo LinkedIn dei professionisti più interessanti.

6 Partecipare ai gruppi di discussione

Partecipare attivamente ai gruppi di discussione  può aiutare i professionisti a mettersi in luce con altri professionisti del proprio settore di competenza, creare nuove opportunità di business e trovare un nuovo lavoro.

Over 60 italiani sempre più attivi e ancora al lavoro

Abbandonare il mondo del lavoro quando si diventa “grandi”? Manco per niente. In Italia sono oltre 2 milioni gli over 60 che lavorano. E nella maggior parte dei casi non si tratta di necessità, ma di una libera decisione: ben il 55% degli over sixty lo fa per per scelta, anche se potrebbe smettere. Questo identikit del mercato del lavoro degli ultrasessantenni è il frutto di una ricerca di BVA Doxa, che rivela che solo il 15% dei senior indica i motivi economici come la motivazione principale a rimanere nel mondo del lavoro. Uno su 3 lavora ancora perché non può smettere, ma, se potesse, opterebbe per la pensione, anche se la maggior parte del campione è attivo, in salute e continua a guardare al futuro.

Non cala “la voglia di restare aggiornati”

Lavorare, però, per molti senior resta un modo per sentirsi giovani. Ben il 50% degli intervistati ha infatti dichiarato che per restare attivi professionalmente è necessario mantenere viva “la voglia di imparare e di restare aggiornati”, mentre il 45% afferma che serve “guadagnare dimestichezza con la tecnologia” e il 41% sostiene che così si può “creare un legame tra i giovani e le diverse generazioni”. Il 12% degli over 60 italiani crede di avere ancora “tanto da dare”. In sintesi, a 60 anni ci si sente ancora perfettamente vitali e capaci. Un approccio in linea con uno dei nuovi trend già evidenziati da BVA Doxa in una recente indagine secondo cui in Italia si inizia a sentirsi vecchi addirittura a 70 anni. Solo in Finlandia vi è la stessa percezione. Nel resto del mondo la percezione di inizio della vecchiaia scatta in media con il 56esimo compleanno.

Tecnologia strumento fondamentale

La tecnologia non spaventa la fascia di popolazione più grande, anzi: è uno strumento che potrebbe migliorare la qualità della vita. Oltre il 50% degli over 60 italiani trova che possa portare impieghi utili e concreti in ambiti come la sicurezza in casa, fuori casa, la salute e, non ultimo, il mondo del lavoro. Nel dettaglio: per gli attuali lavoratori senior “la tecnologia migliora la qualità del lavoro” (77%), “ottimizza i tempi necessari per svolgere le attività lavorative” (60%) e “permette di fare cose che altrimenti non si riuscirebbero a fare” (58%).

Non si smette mai di imparare

Per affrontare i cambiamenti, poi, gli over 60 dichiarano che sia necessario mantenersi al passo con i tempi. Le eventuali difficoltà in ambito lavorativo si sono avute per varie ragioni, a cominciare  dalla scarsa dimestichezza con le nuove tecnologie (38%), direttamente correlata alla “mancanza di una formazione adeguata da parte dell’azienda per l’uso dei nuovi strumenti” (31%). A seguire “il crescente utilizzo dell’inglese o di altre lingue non conosciute” (35%) e il “doversi rimettere ad imparare” (36%) connesso alla inadeguatezza delle competenze acquisite negli anni. Proprio per questo, il 74% del campione vorrebbe partecipare a corsi per l’apprendimento delle nuove tecnologie e il 49% desidera un maggior coinvolgimento nei momenti di incontro e confronto aziendale.

Studio Ipsos: Google, Amazon e Whatsapp sono i marchi più influenti

E’ Google il primo della classifica fra i The Most Influential Brands 2019, lo studio annuale che Ipsos, intervistando 4.550 italiani, realizza per scoprire quali siano i marchi in grado di influenzare maggiormente la vita delle persone. Sul podio, alle spalle del colosso di Mountain View, ci sono Amazon e Whatsapp. Alle loro spalle, marchi di primissimo piano come, nell’ordine, PayPal, Microsoft, YouTube, Samsung, FaceBook, Mulino Bianco e Visa. Rispetto all’anno scorso, la composizione del podio è invariata, mentre FaceBook è scesa dal quinto all’ottavo posto, forse per effetto dello scandalo Cambridge Analytica.

Esce Ikea (nel 2018 decima e ora tredicesima) mentre arriva il Mulino Bianco, unica azienda italiana del food presente nella top ten (nel 2018 solo diciannovesima). Instagram è al quarto posto per la Generazione Z (15- 21 anni), ma non compare in nessun’altra top ten per fasce di età. Netflix è al decimo posto per la Gen Z e alla sesta posizione per i Millennial (22-35). Nutella che pur non comparendo nel ranking generale, è al sesto posto per la GenZ, al nono per i Millennial e al decimo per i Boomers, cioè le persone tra i 53 e i 71 anni. 

I parametri che decretano il “potere”

Sono Trustworthy (fiducia, affidabilità), Engagement (coinvolgimento), Leading Edge (innovazione, capacità di far tendenza), Corporate Citizenship (impegno e ruolo sociale), Presence (presenza) i cinque fattori presi in esame da Ipsos per determinare l’influenza di una marca. Anche nel ranking MIB 2019 i fattori che più pesano nel far sì che un brand venga considerato influente dai consumatori sono la capacità dell’azienda di saper coinvolgere (30%), la sua propensione all’innovazione (27%) e la fiducia e il senso di affidabilità delle persone rispetto al brand (26%). Non stupisce quindi che nella top ten siano presenti ancora una volta tutti i big della digital economy e del tech.

Aumenta il peso dell’impegno sociale

Tra i cambiamenti più significativi all’interno delle opinioni espresse dagli intervistati spicca la crescita costante verso tematiche universali, quali ad esempio l’ambiente, i diritti umani e la gender equality. L’opinione pubblica e in generale le persone iniziano a chiedere alla politica, alle istituzioni, ai decison makers e quindi anche alle aziende, un’assunzione di responsabilità verso questi temi.  A riprova di questa tendenza in atto, nell’edizione 2019 dello studio ben il 60% degli italiani afferma infatti di sentire il bisogno di aziende che svolgano un ruolo attivo in ambito sociale, culturale e politico. Ai brand si chiede di prendere posizione senza temere le conseguenze: lo pensa il 62% degli intervistati d’accordo nell’affermare che se un’azienda sceglie di prendere una posizione forte su un tema sociale o politico non deve temere di perdere consenso o parte della clientela. Anzi, il 79% crede che sia possibile per una marca sostenere una buona causa e guadagnare allo stesso tempo.

Facebook, Corte Ue: stretta sui contenuti considerati equivalenti a quelli illeciti

Arriva una sentenza della Corte Ue che potrebbe rendere più complicato il controllo sui contenuti dei social media. In estrema sintesi, la Corte si è espressa affermando che prestatori di servizi di hosting come Facebook sono tenuti a rimuovere anche i contenuti identici o equivalenti a un contenuto già giudicato illecito. Sempre l’organismo europeo ha motivato la decisione sostenendo che una richiesta simile da parte della magistratura non viola le disposizioni della direttiva europea sul commercio elettronico e può applicarsi a livello mondiale nell’ambito del diritto internazionale. Ovvero, un giudice Ue può imporre che un contenuto venga rimosso o bloccato anche a livello internazionale.

Il caso da cui è partito tutto

Questa sentenza è il frutto di un iter che prende il via dall’azione legale intentata dall’austriaca Eva Glawischnig-Piesczek, presidente del gruppo parlamentare dei Verdi, contro Facebook Ireland dinanzi ai giudici austriaci. “L’esponente verde aveva chiesto di ordinare a Facebook di cancellare un commento pubblicato da un utente lesivo del suo onore nonché affermazioni identiche o dal contenuto equivalente” riporta l’Ansa, spiegando i fatti. “E la Corte suprema austriaca aveva chiesto alla Corte di giustizia Ue di interpretare la direttiva sul commercio elettronico per capire come applicare la norma”. Quindi, i giudici possono ingiungere a un prestatore di servizi di hosting, anche nel caso in cui “non sia responsabile delle informazioni memorizzate qualora non sia a conoscenza della loro illiceità”, di cancellare le informazioni illecite o di disabilitare l’accesso alle medesime. Tuttavia, nella sentenza “i giudici comunitari ricordano però anche che la normativa Ue vieta di imporre a un prestatore di servizi di hosting di sorvegliare, in via generale, le informazioni da esso memorizzate o di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite. Tutto ciò premesso, la Corte ha quindi sentenziato che un giudice di uno Stato membro può ingiungere a un prestatore di servizi di hosting di rimuovere le informazioni da esso memorizzate e il cui contenuto sia identico a quello di un’informazione precedentemente dichiarata illecita o di bloccare l’accesso alle medesime, qualunque sia l’autore della richiesta di memorizzazione di siffatte informazioni. Inoltre, la magistratura nazionale può chiedere di rimuovere le informazioni oggetto dell’ingiunzione o di bloccare l’accesso alle medesime a livello mondiale, nell’ambito del diritto internazionale pertinente, di cui spetta agli Stati membri tener conto”.

La risposta di Facebook

“Speriamo che i tribunali adottino un approccio proporzionato e misurato, per evitare di limitare la libertà di espressione” ha commentato Facebook attraverso una nota. Che riporta ancora: “Questa sentenza  solleva interrogativi importanti sulla libertà di espressione e sul ruolo che le aziende del web dovrebbero svolgere nel monitorare, interpretare e rimuovere contenuti che potrebbero essere illegali in un determinato Paese. Su Facebook abbiamo già degli standard della Comunità che stabiliscono ciò che le persone possono e non possono condividere sulla nostra piattaforma e un processo in atto per limitare i contenuti che violano le leggi locali”. E ancora: “Questa sentenza si spinge ben oltre, mina il consolidato principio secondo cui un Paese non ha il diritto di imporre le proprie leggi sulla libertà di parola ad un altro Paese. Inoltre, apre la porta ad obblighi imposti alle aziende del web di monitorare proattivamente i contenuti per poi interpretare se sono ‘equivalenti’ a contenuti ritenuti illegali. Per ottenere questo diritto i tribunali nazionali dovranno prevedere definizioni molto chiare su cosa significhino ‘identico’ ed ‘equivalente’ concretamente”.

Corporate Social Responsibility, sconosciuta per 8 italiani su 10

Quanto sanno gli italiani di CSR, ovvero Corporate Social Responsibility? A dire la verità, non moltissimo, anche se comunque vorrebbero essere informati sui comportamenti di responsabilità sociale dei brand che utilizzano. Entrando più nel merito, scopriamo che la CRS è conosciuta solo dal 20% degli italiani, che dichiara di sapere esattamente di cosa si tratta. Una percentuale non particolarmente alta, emersa da un’indagine BVA Doxa volta a misurare il livello di conoscenza e il valore attribuito alle politiche di CSR di aziende e istituzioni. Sebbene in questi ultimi mesi i temi relativi a sostenibilità sociale e ambientale siano divenuti decisamente più “caldi”, l’argomento è per certi versi ancora un mistero per 8 italiani su 10.

Un po’ di scetticismo unito a un alto grado di interesse

Anche chi conosce perfettamente il significato di CSR mostra qualche segnale di scettismo. Fra chi infatti sa cosa sia la CSR il 47% – circa una persona su due – ritiene che le attività di CSR “siano operazioni di facciata e non concrete”. D’altro canto, è ampia anche la percentuale di chi si interessa al tema, malgrado il contesto di limitata conoscenza e valorizzazione delle attività specifiche di CSR. Il 33% degli italiani, infatti, ritiene “molto importante” essere messo al corrente della condotta di responsabilità sociale dei brand di cui è cliente. La percentuale sale all’84% considerando anche chi ritiene questa informazione “abbastanza importante”. 

L’interpretazione dei ricercatori

“Il quadro delineato dalla ricerca BVA Doxa mostra un atteggiamento disincantato da parte degli italiani nei confronti della CSR” ha commentato Simone Pizzoglio, Head of Finance & Utilities di BVA Doxa che ha curato la ricerca. “Ma i risultati emersi non devono essere interpretati come un disinteresse tout court, quanto piuttosto come una scarsa conoscenza della materia e dell’impatto che la responsabilità sociale delle imprese avrà sulla nostra società negli anni a venire”. E ha aggiunto: “La CSR sta diventando una scelta ineludibile per le imprese e per le istituzioni, nonché un elemento reputazionale essenziale in grado, da un lato, di determinare il successo di brand e prodotti e, dall’altro, di promuovere il ruolo attivo delle aziende nel miglioramento dell’intera società”. 

Come superare lo scetticismo

Per vincere quel fondo di scetticismo che aleggia nell’opinione pubblica, esiste una strada definita. “Occorre implementare strategie e obiettivi che siano lineari e concretizzarli con azioni tangibili e coerenti” ha precisato Pizzoglio. “In questo percorso, la comunicazione gioca un ruolo fondamentale: le iniziative vanno ‘raccontate’ piuttosto che ‘celebrate’. Servono dati certi su quanto fatto, come e perché e con quali risultati». Gli ambiti d’intervento potenziali sono numerosi: ambiente, diritti umani, tutela del lavoro, welfare e molto altro ancora. 

Tradimento e smartphone: un report svela le app “pericolose”

I nostri telefoni sono sempre più depositari della nostra vita: attraverso i device, infatti, conserviamo e tracciamo tutte le nostre abitudini. Comprese quelle “a rischio”, tradimenti inclusi. Per avvalorare questa tesi, arriva ora un report condotto da Anstel Telecomunicazioni, che ha svelato quali siano le App, apparentemente innocue, che possono invece svelare possibili tradimenti. Partendo dal fatto che, oggi, in circa il 40% delle cause di separazione in Italia, WhatsApp è presente come prova. Ma le applicazioni che potrebbero salire sul banco degli imputati sono molte di più: ecco a quali fare particolare attenzione, considerato che le app possono scambiare una quantità enorme di informazioni sui posti frequentati, i siti visitati e raccogliere moltissime tracce digitali…

Google Maps e le altre con la geolocalizzazione

Non far sapere dove ci si trova è una delle prime regole da rispettare se non ci si vuole far beccare. Ecco perché tra le app causa di litigi e guai di coppia spicca Google Maps (e tutti gli altri sistemi di navigazione): se la geolocalizzazione è attiva, vengono registrati in Cronologia tutti gli spostamenti degli ultimi mesi del telefono, inclusi nomi di ristoranti, alberghi e locali pubblici.Per lo stesso principio anche le app dedicate allo sport possono rivelare informazioni riguardo gli spostamenti, poiché la geolocalizzazione è usata per tracciare le performance dei runner.

Occhio ai messaggi

Se WhatsApp è oramai utilizzata  dalla maggior parte della popolazione, e per questo accessibile e “rischiosa”, esistono delle altre app di messaggistica più discrete. Tra i sistemi di messaggistica alternativi spiccano Viber e Telegram, che sembrano lo strumento più utilizzato in questo momento da chi vuole tenere private le proprie conversazioni. La ragione? Sono meno diffuse e conosciute dal grande pubblico e consentono di cancellare automaticamente i messaggi dopo pochi minuti.

Fenomeno in crescita tra i più giovani

Forse perché più digitali rispetto alle generazioni precedenti, i giovanissimi sono capaci di “manipolare” la loro doppia vita virtuale. Ad esempio, tra i ragazzi è in forte aumento il trend di creare profili falsi sui social per poter comunicare con eventuali ammiratori sfuggendo al radar del partner. In molti casi il profilo falso è utilizzato per testare l’affidabilità del partner stesso e metterlo alla prova facendo avances ed invitandolo ad un finto incontro.

Crescono anche i reati

La mania di controllo, unita alla gelosia, fa sì che le persone – anche inconsapevolmente – commettano dei reati per cercare di scoprire cosa nasconda il partner sul proprio device. Ad esempio, installando software spia su telefoni altrui, un comportamento per cui è stato recentemente condannato un uomo di 57 anni.

Acquistare sui social media, solo il 31% dei consumatori si fida

Più del 90% dei consumatori ha timore di acquistare sui social media, ma quasi un terzo li utilizza per fare compere online. La maggior parte dei consumatori è preoccupata soprattutto per la sicurezza dei pagamenti (59%), la qualità dei prodotti (56%), la sicurezza dei dati personali (55%), e l’acquisto di un prodotto falso (47%).

Si tratta dei risultati del report di MarkMonitor, società del gruppo Clarivate Analytics, specializzata nella protezione dei brand aziendali. La ricerca è stata condotta dalla società di sondaggi Vitreous World su un campione di 2.603 consumatori di cinque paesi (Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti), per valutare esperienze e opinioni sullo shopping online, la sicurezza e il ruolo dei brand.

Il timore della contraffazione e la reputazione del brand

Secondo la ricerca i timori riguardo agli acquisti sui social media sembrano giustificati. Il 31% dei consumatori sostiene di aver involontariamente comprato prodotti contraffatti e, tra questi, il 23% ha effettuato l’acquisto sui social.

Inoltre, il 63% dei consumatori crede che i brand, i marketplace online e le piattaforme di social media non facciano abbastanza per proteggerli dai contraffattori, dalle frodi e dai criminali informatici.

In ogni caso, il fattore che più influenza la decisione di acquisto è la reputazione del brand (55%), seguita dalle valutazioni di altri utenti (48%) e dal livello di gradimento di amici e familiari (34%). Per quasi un quarto degli intervistati (23%) gioca un ruolo importante anche il suggerimento da parte di celebrità e influencer.

Il 66% ha fiducia nelle informazioni fornite e il 30% paga con la carta di credito

La ricerca ha rivelato inoltre che i consumatori si fidano di alcuni aspetti dello shopping sui social media. Due terzi (66%) degli acquirenti non dubita delle informazioni mostrate dai siti di shopping sui social media, mentre il 30% non ha problemi a utilizzare la propria carta di credito per effettuare un acquisto. 

Gli intervistati hanno dichiarato che i prodotti comprati più frequentemente sui social media sono abbigliamento, accessori elettronici e per la casa, mentre non comprerebbero mai altre categorie di beni o servizi come gioielli (27%), prenotazione delle vacanze (27%), prodotti per la salute (26%) e biglietti per eventi (24%).

Le aziende devono salvaguardare gli acquirenti e la propria reputazione

“Indipendentemente da dove decidano di fare acquisti online, i consumatori rimangono il principale bersaglio dei contraffattori e si aspettano dai brand e dalle piattaforme social una maggiore attenzione verso la sicurezza”, afferma Chrissie Jamieson, Vicepresidente Marketing di MarkMonitor. Per salvaguardare gli acquirenti e la propria reputazione le aziende quindi devono includere anche le piattaforme di social media nelle strategie di protezione del brand online. “Molte piattaforme social si sono già attivate per difendersi dalla vendita di prodotti contraffatti – continua Jamieson – e stanno costantemente migliorando le proprie strategie per rilevare e denunciare i falsi, ma i consumatori ritengono che tutte le parti interessate debbano fare di più in futuro”.

Italia, paese gentile con i visitatori: siamo i quarti in Europa

Gli italiani sono universalmente riconosciuti come persone amabili e accoglienti e anche le ultime classifiche non fanno eccezione. Arriva infatti un’indagine che ha monitorato le risposte fornite dai viaggiatori a fine vacanza per scoprire quali siano i paesi più amichevoli con i visitatori. Tra le domande più ricorrenti, oltre a un giudizio su alloggio, cibo e posti visitati, c’’è anche quella sulla gentilezza delle persone e la disponibilità ad accogliere gli stranieri: e qui l’’Italia e gli italiani ne escono più che bene. Infatti, secondo il motore di ricerca di voli e hotel Jetcost, il nostro è uno dei paesi più accoglienti d’Europa: almeno così la pensa il 67% dei turisti. La Francia, invece, è vista come la meno ospitale. Lo studio ha coinvolto 3.500 persone, tutte di età superiore ai 18 anni e che fossero andate in vacanza almeno due volte negli ultimi tre anni.

Le nazioni più “carine” e quelle meno

In assoluto lo scettro del luogo più amichevole va ai Paesi Bassi, considerato una terra di persone cortesi dal 73% del campione. Seguono poi Portogallo (70%), Spagna – (69%) e al quarto posto l’Italia, con il 67% dei voti. Al contrario, i paesi europei giudicati più inospitali o “ostili” per i turisti sono risultati la Francia, l’Ungheria e la Svizzera.

Cosa piace dell’Italia

Oltre alla posizione positiva in classica, è interessante scoprire quali siano le motivazioni che hanno portato i viaggiatori europei a dare una valutazione positiva allo Stivale e alla sua gente. Le risposte più votate sono state, nell’ordine: “Sono stati molto accoglienti e amichevoli” 49%; “Hanno cercato di iniziare una conversazione con me” 38%; “Sorridevano tutti e facevano battute” 30%; “Hanno cercato di insegnarmi le loro abitudini” 25%; “Mi hanno invitato ad assaggiare i loro piatti tipici” 17%.

E cosa invece piace agli italiani

Per quanto riguarda i turisti italiani e le loro vacanze in Europa (500 intervistati), il 62% ha dichiarato che quando viaggia all’estero ama fare amicizia con la gente del posto, anche se la stragrande maggioranza (75%) ha detto che preferisce parlare con un connazionale (probabilmente per difficoltà linguistiche) piuttosto che con uno straniero. Solo il 17% preferirebbe non avere a che fare con altri italiani. Da Jetcost hanno commentato: “Non sorprende che l’Italia sia tra i paesi più amichevoli d’Europa, il senso dell’umorismo degli italiani, la semplicità, la solarità e la cordialità sono ben note in tutto il mondo. Ma è interessante notare che agli italiani piace fare amicizia con gli stranieri quando sono all’estero, anche se molti preferiscono ancora unirsi ai propri connazionali”.