Smart working “Bene, ma non solo per le emergenze”: la parola all’esperto

Lo smart working è una modalità di lavoro adottata sempre più spesso dalle aziende di tutto il mondo e, in concomitanza con l’emergenza legata al Coronavirus, è stato adottato a tempi di record da tantissime imprese. Questo anche perché – oltre l’esigenza stretta – un recente decreto del Governo ha permesso di attivarlo in molteplici casi senza tutti gli adempimenti previsti di norma dalla legge. “E’ un atto correttissimo quello adottato dal Governo, a patto che non sia una scorciatoia e che non serva solo per gestire le emergenze”: sono le dichiarazioni rilasciate da Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, in una intervista rilasciata   all’Adnkronos/Labitalia. “In questa fase di emergenza – spiega Corso – sicuramente si velocizza l’attivazione dello smart working, ma non si può prescindere dall’importanza di un accordo di responsabilità datore di lavoro-dipendente”. Come a dire che “In pratica il lavoratore si ‘prende’ l’autonomia di operare da casa, in perfetta flessibilità, e in cambio l’azienda ne misura i risultati. Il lavoratore è comunque subordinato, anche se lavora ‘da casa’, e quindi deve dare conto del raggiungimento degli obiettivi”.

L’importanza vitale del lavoro a distanza

Aggiunge ancora Corso che la possibilità di utilizzare lo smart working consente di assorbire, almeno in parte, l’impatto del Coronavirus, consentendo di lavorare a distanza senza bloccare completamente il Paese. “Certo, non tutte le realtà aziendali sono uguali” precisa il responsabile scientifico. “Questi giorni stanno mettendo in luce delle differenze sostanziali tra chi riesce comunque a mantenere l’operatività normale e chi, invece, non riesce ad inserire nell’organizzazione aziendale questo nuovo modello di lavoro. Anche perché non si può pretendere che, da un momento all’altro, il dipendente lavori da remoto. Non è così semplice: non è sufficiente un pc e una connessione Internet. Ci si deve allenare al coordinamento con il datore di lavoro e con un team di riferimento, nel caso si lavori su un progetto a più mani”.

Un monito per il futuro

Quindi va ovviamente bene cercare di far fronte all’emergenza con lo smart working, ma questa modalità andrebbe applicata consapevolmente anche nel normale, quotidiano svolgersi delle attività aziendali. Una forma di garanzia anche “Nel caso, ad esempio, che ci sia un black out dei mezzi di trasporto o il rinvio dell’orario di un certo lavoro da consegnare, così da essere pronti a lavorare lontano dal posto di lavoro e a un orario diverso” puntualizza Corso. “Lo smart working è, quindi, uno scambio di flessibilità che deve inserirsi nella normale gestione dell’organizzazione aziendale, a prescindere dalle emergenze”.

La nuova solidarietà? E’ digitale

Obiettivo, non lasciare indietro nessuno. In questi momenti complicati a causa del Coronavirus, è nata una forma di solidarietà che permette a tutti, ma proprio a tutti, di continuare a lavorare, di studiare, di informarsi e, perché no, anche di divertirsi pur restando a casa. Con questo scopo è infatti partito – in concomitanza con l’attuazione delle prime zone rosse, quelle del Lodigiano e di Vo nel Veneto – il portale solidarietà digitale promosso da Agid, Agenzia per l’Italia digitale, e il Ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione. Aperto a tutti e davvero ricco di opportunità, il portale dimostra come la tecnologia possa sostenere milioni di italiani e, con essi, le loro attività quotidiane.

Presenti all’appello i colossi di Tlc e tante realtà del web

Il portale raccoglie le offerte messe a punto per l’emergenza da compagnie telefoniche, editori e aziende di tlc di ogni categoria. Sulla pagina web, in continuo aggiornamento, si trovano le opportunità a disposizione per leggere gratis giornali, libri e riviste, rigorosamente in formato digitale su tablet, smartphone e pc, insieme alle agevolazioni – minuti e giga gratis – regalate dagli operatori mobili e dai colossi come Microsoft, Ibm, Cisco e Amazon a cittadini e aziende alle prese con il lavoro agile. E nei prossimi giorni le possibilità saranno ulteriormente ampliate. Solo per citare qualche esempio, raccolte sul portale si trovano le offerte di Tim, Vodafone e WindTre per la telefonia, e quelle delle aziende di tlc per il telelavoro. Treccani, Amazon e Skuola.net sono disponibili con pacchetti e assistenza per la didattica a distanza, altre piattaforme allo streaming di contenuti di intrattenimento mentre alcuni editori come Mondadori e Condé Nast propongono e-book e abbonamenti online gratuiti alle riviste, così come alcuni giornali come La Repubblica, La Stampa o Il Riformista. Insomma, ogni categoria può trovare in questo “contenitore” un vero e proprio kit di sopravvivenza in tempi di isolamento forzato fra le mura di casa.
L’inedito “supporto” di PornHub Oltre a queste formule di promozioni, assistenza e gratuità, si aggiunge un’iniziativa di solidarietà davvero inedita. E’ infatti sceso in campo anche il sito PornHub, tra i più famosi portali pornografici del web. Come riporta l’Ansa, il sito a luci rosse ha annunciato l’iniziativa “Forza Italia, we love you!”, che dà agli italiani accesso gratuito alla versione a pagamento del sito. E soprattutto donerà la propria percentuale dei proventi della piattaforma ModelHub per sostenere il Belpaese. Anche questa è solidarietà.

Università italiane, otto dipartimenti fra i migliori al mondo

Prendiamoci qualche soddisfazione, almeno ogni tanto. L’Italia, anche in questi giorni bistrattata sui media esteri, dimostra invece di avere una marcia in più, almeno per quanto riguarda la qualità della formazione universitaria. La notizia: otto dipartimenti universitari italiani sono risultati tra i primi dieci al mondo, due in più rispetto allo scorso anno. L’ottimo piazzamento degli atenei del Belpaese arriva dalle nuove classifiche universitarie mondiali 2020 messe a punto da QS Quacquarelli Symonds che ha studiato 13.138 programmi universitari in 1368 atenei che si trovano in 83 località in tutto il mondo.

Le eccellenze made in Italy

Tra le eccellenze del Paese ci sono l’Università La Sapienza – Dipartimento di Storia e Storia Antica – che si è classificato al II posto nel mondo; e il Politecnico di Milano, che è al VI posto al mondo per Arte e Design e VII a livello globale per Architettura. A livello europeo l’Italia si classifica quarta come miglior sistema universitario in Europa, superata solo da Francia,Paesi Bassi e Germania oltre che dalla Svizzera (europea ma non parte dell’Ue). Con queste performance, è strano scoprire che il nostro paese – in merito alle prestazioni in quattro settori: reputazione accademica, occupabilità dei laureati, impatto sulla ricerca e sua produttività – è vincente in Europa solo per quanto riguarda il secondo parametro, ovvero l’occupabilità dei laureati. Su questo fronte ci piazziamo infatti al secondo posto, alle spalle della Francia. I nostri laureati insomma piacciono molto per la preparazione che hanno ai datori di lavoro che li assumono; però i numeri relativi agli altri tre parametri vedono l’Italia perdere posizioni.

Il Mit, l’Istituto di tecnologia del Massachusetts è leader mondiale

L’ateneo che si colloca la primo posto mondiale di questa classifica del sapere è stabilmente il Mit, l’Istituto di tecnologia del Massachusetts. L’università americana si conferma leader globale in 12 materie, più di qualunque altro paese al mondo; segue l’Università di Harvard in testa su 11, e l’Università di Oxford su 8. Ma il sistema di istruzione superiore degli Stati Uniti è in regressione: il numero dei primi 50 programmi offerti dalle università americane è sceso da 806 del 2018 a 769 di quest’anno. Al contrario, i programmi universitari del Regno Unito hanno registrato un miglioramento complessivo da un anno all’altro, con più aumenti (306) che diminuzioni (238). “La Brexit non sembra aver ancora messo a repentaglio le prestazioni di ricerca delle università britanniche”, commenta Ben Sowter, direttore della ricerca di QS, il quale aggiunge che “Dopo cinque anni di incessante miglioramento, i nostri dati ci dicono che c’è un rallentamento dei progressi della Cina. Tuttavia, la loro traiettoria è ancora superiore a quella delle università americane”.

Impianti osmosi inversa

L’assunzione di acqua per il nostro organismo è essenziale per mantenerci ben idratati e per eliminare le tossine che ogni giorno nostro malgrado accumuliamo. Assumere costantemente acqua assume maggiore importanza per alcune categorie di persone, quali ad esempio gli anziani o le donne in stato interessante. Nel corso dei nove mesi i liquidi che la donna si ritrova ad avere in circolo nel corpo aumentano di più di otto litri! Una donna in dolce attesa quindi, per il bene proprio e del proprio bambino, dovrebbe bere almeno due litri di acqua al giorno. I medici consigliano un’acqua che sia batteriologicamente pura, che contenga minerali sufficienti a garantirne il fabbisogno e che, soprattutto, sia priva di nitrati. I nitrati costituiscono un rischio altissimo sia per la donna che per il bambino che porta in grembo, in quanto innescano un processo ossidativo dannoso sull’emoglobina, rendendola metaemoglobina, quindi incapace di trasportare ossigeno ai tessuti; per eliminarli basterebbe filtrare l’acqua che prendiamo dal rubinetto ma filtrandola si andrebbero ad eliminare anche quei minerali di cui invece si ha bisogno in quello stato.

Per non incappare in tali rischi, la maggior parte delle future mamme preferisce acquistare acqua in bottiglia, indipendentemente dal costo che andrà ad affrontare nei mesi di gravidanza, certamente superiore al costo del quotidiano pre-stato interessante. Ma chi ci assicura che l’acqua in bottiglia sia veramente buona e salutare come dice di essere? Come sciogliere dunque i dubbi che sorgono in questo particolare periodo della vita di una donna?

E’ possibile mettersi al sicuro in un modo solo: installare in casa un impianto osmosi inversa di IWM, ovvero un prodotto International Water Machines. Un investimento a lungo termine, durevole anche oltre il periodo di gravidanza e per tutta la famiglia, che, cosa non da meno, consente un risparmio altrettanto considerevole nel tempo. Una soluzione che permette di avere in casa, direttamente dal proprio rubinetto, acqua pura come appena raccolta dalla sorgente e soprattutto oligominerale. Tutte le informazioni su questa azienda leader nel trattamento delle acque potabili possono essere reperite comodamente sul sito IWM, altrimenti basta chiamare il numero verde 800 800 813 per avere a propria disposizione gentilezza, preparazione e celerità

Ict, la carbon footprint del settore è solo dell’1,4%

La tecnologia, spesso sotto attacco da parte dei suoi detrattori, ogni tanto può ribellarsi all’attribuzione di colpe ingiustificate. E lo fa a suon di dati e numeri, incontestabili. Adesso la risposta del settore Ict è arrivata all’accusa (poi smentita dai fatti, o meglio dalle analisi) che lo accusa di essere uno principale responsabili dell’emissione di Co2 nell’atmosfera. Ovvero, di essere un potente “motore” di inquinamento, in tempi in cui tutta l’opinione pubblica è sempre più sensibile agli effetti del climate change.

Lo studio che ribalta le carte in tavola

Adesso a mettere in chiaro le cose arriva una recentissima ricerca commissionata da Ericsson. E i risultati sono a dir poco sorprendenti: le emissioni di carbonio prodotte dalle tecnologie corrispondono all’1,4% delle emissioni totali di gas serra. E questo nonostante la continua crescita del traffico di dati: tra il 2010 e il 2020, il traffico dati si è decuplicato (superando i 2500 milioni di terabyte), con una crescita verticale negli ultimi cinque anni. L’impronta ambientale dell’Ict, invece, è rimasta stabile. Lo studio di Ericsson ha illustrato tutti i dati nel dettaglio, e soprattutto ha messo in evidenza che la ‘carbon footprint’ del ciclo di vita totale del comparto dell’Information technology (Ict) è pari a circa 730 milioni di tonnellate di Co2.

Molto meno inquinante rispetto ad altri settori

La ricerca condotta dalla società, inoltre, confronta le emissioni prodotte dall’intero settore Ict con quelle di altri comparti. In particolare il focus è sull’aviazione, e mette in evidenza che nel 2015 le emissioni prodotte dalla combustione di carburante nell’aeronautica sono state di circa 800 milioni di tonnellate di Co2. Si legge a questo proposito nell’analisi, ripresa dall’Ansa: “Pertanto l’Ict potrebbe essere paragonato all’aviazione ma solo per il consumo di carburante e senza tener conto delle emissioni generate da altre attività, come la fabbricazione di aeroplani, il funzionamento degli aeroporti, lo smaltimento dei velivoli. In realtà, le emissioni di un viaggio transatlantico andata e ritorno sono pari a quelle generate dall’uso di uno smartphone per 50 anni”.

Questione di percentuali

In questo scenario, ci sono anche altri elementi da tenere in considerazione, sempre in riferimento al parallelismo fra tecnologia e aviazione: “si stima che prodotti e soluzioni Ict siano utilizzate dal 70% della popolazione, mentre solo il 10% si sposta in aereo ogni anno”. Questo significa che, anche se la carbon footprint dei due settori avesse la stessa entità, l’impatto sulla popolazione sarebbe diverso. Insomma, il settore dell’Itc è assolto.

Smart working, i consigli professionali per svolgerlo al meglio

Sono sempre di più le aziende che si orientano verso lo smart working, e non solo come extrema ratio per fronteggiare le emergenze causate dal coronavirus. Il lavoro da casa, insomma, sta sempre più prendendo piede nelle aziende – e anche nella mentalità – come una forma lavorativa del tutto comune e praticata. Ma siamo pronti ad affrontare questo cambiamento nel modo corretto e, soprattutto, più produttivo possibile? Sia oggi in una situazione “estrema” (e per questo il DL del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti cautelative per il coronavirus permette alle imprese di applicare, con effetto immediato, lo smart working senza accordi bilaterali con i collaboratori ) sia in futuro, quando lavorare da casa sarà una pratica condivisa? “Molte aziende hanno optato per lo smart working per tutelare, come è giusto che sia, la salute di dipendenti, collaboratori e clienti. In realtà internazionali e/o innovative, questa prassi è stata adottata già parecchio tempo fa, ma per molte altre si tratta davvero di una novità. Che sia una pratica diffusa o una novità, comunque, ci sono una serie di azioni che permettono di trasformare questa esigenza in un’opportunità” dice Joelle Gallesi, General Manager di Hunters Group, primaria società di head hunting italiana.  Ecco i consigli degli esperti per organizzare al meglio le ore di lavoro lontano dall’ufficio.

Obiettivi chiari e comunicazione efficace

Come in ogni lavoro, è importante aver chiari gli obiettivi a breve termine e concordare le scadenze per la consegna dei lavori che si dovranno gestire durante le ore di attività. “Lo smart working è un metodo di lavoro che si misura in risultati, non in ore lavorate, per cui è importante avere delle ‘unità di misura’ condivise” dicono gli esperti. Altrettanto importante è la comunicazione, che deve essere multicanale (skype, telefono, mail, chat aziendale…) in modo da potersi confrontare e relazionare con gli altri come se si stesse alla propria postazione in ufficio o in riunione.

Gestione dello spazio e del tempo

Anche a casa, occorre ricavarsi un vero e proprio angolo ufficio. Lo spazio organizzato serve infatti a “mettere in ordine” le idee e a facilitare il lavoro. “Una seduta comoda, uno spazio per appoggiare il pc e nessuna distrazione acustica sono alcune delle condizioni necessarie per poter lavorare in serenità e concentrazione” spiegano gli esperti. Allo stesso tempo, serve organizzazione anche per la gestione del proprio tempo, dato che nello smart working si incastrano giocoforza impegni personali e attività professionali. Bisogna imparare a bilanciare i tempi lavorati e i momenti di break. Infine, è importante ricordarsi che lavorare da casa non significa essere reperibili h24: sono fondamentali anche i momenti di totale stacco dal lavoro per essere realmente produttivi.

Gennaio 2020, bilancio positivo per l’import-export

Qualche buona notizia in un periodo particolarmente teso per l’Italia, a causa della psicosi generata dal coronavirus. A mettere un po’ di ottimismo all’interno dello scenario economico ci pensano gli ultimi rilevamenti dell’Istat relativi all’andamento dell’import-export riferiti al mese di gennaio 2020. Nel primo mese dell’anno, infatti, l’Istituto comunica che, per entrambi i flussi commerciali da e verso i paesi extra Ue, si stima un marcato aumento congiunturale, più ampio per le importazioni (+7,2%) rispetto alle esportazioni (+5,4%).

Esportazioni, numeri in positivo per quasi tutti i settori

Per quanto riguarda le esportazioni dal nostro Paese, l’analisi evidenzia che quasi tutti i comparti sono in attivo. Infatti l’incremento congiunturale dell’export riguarda tutti i raggruppamenti principali di industrie, in particolare energia (+13,6%), beni strumentali (+9,5%) e beni di consumo non durevoli (+4,5%). Bene anche per ciò che concerne l’import: l’Istat sottolinea importanti aumenti su base mensile per energia (+13,2%), beni strumentali (+8,9%), beni di consumo non durevoli (+6,0%) e beni intermedi (+2,9%). In controtendenza, segnano un calo gli acquisti di beni di consumo durevoli (-1,1%). In particolare, sembrano tenere meglio i flussi da e per l’Europa, meno invece quelli da e per i Paesi Extra Ue. Nel trimestre novembre 2019-gennaio 2020, la dinamica congiunturale delle esportazioni verso i paesi extra Ue è negativa (-2,7%) e imputabile ai cali registrati per tutti i raggruppamenti principali di industrie, i più ampi per beni strumentali (-4,6%) e beni di consumo durevoli (-3,6%).

Valori in crescita anche su base annua

Allargando lo scenario, dall’analisi risultano in aumento anche le rilevazioni su base annua. A gennaio 2020, le esportazioni sono in netto aumento  (+4,4%). L’incremento è rilevante per energia (+24,5%) e beni strumentali (+10,1%). Le importazioni registrano un aumento tendenziale (+2,3%), determinato da energia (+11,0%), beni di consumo non durevoli (+6,2%) e beni strumentali (+3,8%). Aumenta l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +2.719 milioni per gennaio 2019 a +3.319 milioni per gennaio 2020). Sempre su base annua, risulta in forte aumento a gennaio 2020 l’export verso Turchia (+35,1%), Giappone (+33,1%), paesi OPEC (+16,0%) e Stati Uniti (+9,5%)  mentre registrano cali le vendite di beni verso India (-15,2%), Cina (-11,9%) e paesi MERCOSUR (-4,1%). Gli acquisti da Medio Oriente (+17,3%), Stati Uniti (+15,7%), India (+11,7%), paesi ASEAN (+7,1%) e paesi OPEC (+6,8%), registrano incrementi tendenziali molto più ampi della media delle importazioni dai paesi extra Ue. In diminuzione gli acquisti da paesi MERCOSUR (-32,9%), Russia (-27,4%) e Svizzera (-3,1%).

Lombardia, insieme è meglio: 3.500 imprese messe in rete

L’unione fa la forza. E’ sicuramente così per 3.500 imprese lombarde, che si sono messe in rete per affrontare con maggiore forza le sfide di un mercato sempre più competitivo, e portando a casa quasi 6mila contratti. Ad analizzare questo fenomeno è la Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Ma di quali aziende si parla? Solo per fare alcuni esempi, si tratta di imprese di prodotti naturali italiani che intendono condividere la loro attività di commercializzazione di cibi freschi anche all’estero, di quelle che si affiancano per creare un prototipo di moduli abitativi prefabbricati in legno a basso costo e di rapida realizzazione, di cooperative che insieme puntano a sostenere il diritto alla salute dei lavoratori attraverso l’erogazione di ticket sanitari, di aziende che si accordano per migliorare gli skills dei rispettivi lavoratori e riqualificarli, di imprese che stanno creando un servizio “chiavi in mano” nell’ambito del restauro e della conservazione dei beni culturali. Sono queste, spiega la Camera di commercio in una nota, le realtà che hanno scelto di sottoscrivere un contratto per reti d’impresa, la formula – disciplinata da apposite normative – che permette alle imprese di unire le risorse. 

Cosa è il contratto di rete

La rete rappresenta uno strumento giuridico-economico di cooperazione fra imprese che, attraverso la sottoscrizione di un contratto (detto appunto “contratto di rete”), si impegnano reciprocamente, in attuazione di un programma comune, a collaborare in forme ed ambiti attinenti alle proprie attività,scambiando informazioni e prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica e/o realizzando in comune determinate attività relative all’oggetto di ciascuna impresa. In questo modo è possibile razionalizzare i costi e le procedure organizzative interne.

I numeri in Italia e in Regione

A livello nazionale, sono 34.880 le imprese che hanno stipulato un contratto di rete. Di queste, 3.561 sono in Lombardia (pari al 10% nazionale). Per numero la prima regione è il Lazio con 8.909 imprese coinvolte in reti (26%). A seguire Lombardia (10%), Veneto con 2.751 imprese (8%), Campania con 2.634 (7%) e Toscana con 2.381(6%). Riguardo al tasso di crescita, le imprese coinvolte in contratti di rete sono aumentate in Italia del 49% in 2 anni, passando da 23.369 a 34.880. Per quando concerne la Lombardia, in due anni l’aumento ha toccato il 17%: in testa si colloca Milano (+26%) e Mantova (+25%), seguite da Monza Brianza (+21%) e Bergamo (+17%). In Lombardia, dopo Milano in testa con 1.311 imprese (pari al 37% del totale regionale), si collocano Brescia con 527 imprese (pari al 15% lombardo), Bergamo con 383 imprese (11%), Lecco con 265 imprese (7%) e Monza Brianza con 191 imprese (5%). Nel complesso le imprese coinvolte in reti sono 1.540 tra Milano, Monza Brianza e Lodi, pari al 43% delle aziende lombarde che hanno unito le forze per dare luogo a reti d’impresa.

Servizi, costruzioni e commercio i principali settori

Sempre restando in Lombardia, i settori più coinvolti nei contratti di rete sono quello dei servizi (44% di questa tipologia di imprese), il comparto industriale e artigiano (23%); seguono le costruzioni e il commercio (21%) e l’agricoltura (9%). Per quanto concerne la forma giuridica, prevalgono ampiamente le imprese di capitali (65% delle imprese coinvolte in contratti di rete), seguite dalle imprese individuali (13%) e dalle società di persone (11%).

Work-life blend, per il 70% degli italiani lavoro e vita privata si sovrappongono

Un confine netto tra vita privata e vita professionale? Macché. Gli italiani, in gran parte, hanno perso l’equilibrio tra il tempo da dedicare al lavoro e quello da rivolgere alla propria famiglia e ai propri interessi. La sovrapposizione tra lavoro e vita ha un nome, ovviamente inglese: è il work-life blend, l’esatto contrario del più famoso work-life balance. I numeri sono eloquenti, come rivela l’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine sul mondo del lavoro di Randstad, operatore globale nei servizi per le risorse umane, condotta in 34 Paesi su un campione di 400 lavoratori di età compresa fra 18 e 67 anni per ogni nazione, che lavorano almeno 24 ore alla settimana percependo un compenso economico.  Infatti, ben il 71% dei nostri connazionali risponde a telefonate, email e messaggi di lavoro anche fuori dell’orario di lavoro, al terzo posto in Europa, +6% rispetto alla media globale. E’ significativa anche un’altra percentuale, quella di chi rimane sempre connesso anche durante i periodi di ferie, che tocca il 53%: oltre un lavoratore su due. La colpa di questo atteggiamento? Secondo gli intervistati è da attribuire al datore di lavoro che, per il 59% dei dipendenti, si aspetta che questi ultimi gestiscano questioni professionali anche fuori dall’orario d’ufficio e, secondo il 52%, rispondano durante le ferie e il tempo libero.

Gli italiani i più “disponibili”

La ricerca evidenzia che gli italiani sono fra i più disponibili al mondo a rispondere a telefonate, email e messaggi di lavoro dopo l’orario d’ufficio. Il 71% lo fa quando possibile (in Europa soltanto Portogallo, 72%, e Romania, 74%, sono più solleciti) e ben il 68% lo fa immediatamente, al primo posto in Europa dopo Grecia (71%) e Romania (69%). La modalità è la stessa sia per gli uomini sia per le donne, mentre i lavoratori sotto i 45 anni sono ancora più solerti dei colleghi più “grandi”: rispondono subito nel 70% dei casi contro il 66%.

Il lavoro va anche in vacanza

Per quanto riguarda i periodi di ferie, il 71% dei nostri connazionali non vuole pensare al lavoro (76% uomini contro il 66% delle donne). Oltre un lavoratore su due, però, sceglie di gestire questioni di lavoro mentre è in vacanza perché vuole sentirsi coinvolto e restare aggiornato (53%, ben 10 punti sopra la media globale), soprattutto maschi (56%, contro il 51% delle colleghe) con meno di 45 anni (58%, contro il 47% dei dipendenti senior). Tuttavia, la scelta di essere sempre a disposizione, anche quando ci si trova al mare o in montagna, è dettata – riferiscono gli intervistati – dalle pressioni da parte dei datori di lavoro: il 59% di questi, sempre secondo i dipendenti, si aspetta che i collaboratori si occupino di questioni professionali anche fuori dall’orario d’ufficio.

Italia, torna a cresce il numero delle partite Iva

Il 2019 si è chiuso con un deciso aumento delle richieste di partite Iva. A documentarlo è il Ministero delle Finanze, che, nel suo ultimo osservatorio riferito al quarto trimestre dell’anno passato, segnala che siano state aperte 109.016 nuove partite Iva. Rispetto all’analogo periodo del 2018, questa cifra corrisponde a un ragguardevole aumento del +5,1%.

Molto più al Nord che al Sud e nel settore del commercio

Il documento del Mef rileva poi che, riguardo alla ripartizione territoriale, il 42,7% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 22% al Centro e il 34,7% al Sud e Isole. In base alla classificazione per settore produttivo, il commercio registra sempre il maggior numero di avviamenti di partite Iva con il 22,2% del totale, seguito dalle attività professionali (12,8%) e dall’agricoltura (10,5%).

Due terzi delle nuove aperture sono per persone fisiche 
”La distribuzione per natura giuridica mostra che il 65% delle nuove aperture di partita Iva è stato operato da persone fisiche, il 27,7% da società di capitali, il 4,5% da società di persone” riporta l’osservatorio. La quota dei “non residenti” ed “altre forme giuridiche” rappresenta complessivamente circa il 3% del totale delle nuove aperture. Rispetto al quarto trimestre del 2018, l’aumento complessivo è dovuto quasi esclusivamente alle persone fisiche (+7,3%), mentre le società di capitali (-0,8%), e le società di persone (-10%) registrano diminuzioni; da segnalare il considerevole aumento di aperture da parte di soggetti non residenti (+91,7%).

Istruzione e attività professionali i settori con i maggiori incrementi

Per quanto riguarda la ripartizione fra settori, le differenze percentuali rispetto allo stesso periodo del 2018 sono più significative nei comparti dell’istruzione (+21,4%), delle attività professionali (+14,5%) e delle finanziarie (+11,2%). Le flessioni, invece, riguardano l’agricoltura (-1,9%), i servizi d’informazione (-0,4%) e le attività manifatturiere (-0,3%).

Cresce il numero dei “grandi” che apre Partita Iva

Se è vero che il 42,5% di aperture di nuove Partite Iva è stato richiesto da persone giovani, ovvero fino ai 35 anni di età, sorprende anche il dato – 33,1% – di nuove aperture a opera di soggetti dai 36 ai 50 anni. E proprio in quest’ultima fascia si segnalano gli aumenti maggiori rispetto al quarto trimestre 2018: +39,7%. Stabile invece il dato relativo alla ripartizione di genere di chiede la partite Iva: riferita alle persone fisiche, l’analisi mostra che il 63% delle aperture è stata operata da maschi (dato stabile rispetto allo stesso trimestre del 2018).