Le indicazioni dei boss di Facebook: “Internet è cambiato, servono nuove regole”

Il mondo della tecnologia è cambiato e di conseguenza dovranno cambiare anche le regole del web. A dirlo è stato proprio il responsabile della comunicazione di Facebook, Nick Clegg, durante un suo intervento alla Luiss di Roma. Come riporta l’Ansa, il manager del colosso di Menlo Park ha dichiarato apertamente che “Facebook è consapevole delle proprie responsabilità e dei propri errori. Vogliamo collaborare con l’Ue e i governi del mondo su privacy, portabilità dei dati, linguaggio d’odio e integrità nella comunicazione politica. Internet è entrato in una nuova fase, servono nuove regole. Sono un tecno-ottimista, credo che la tecnologia possa rendere il mondo migliore”.

La portabilità dei dati

Naturalmente, durante l’incontro all’università capitolina non sono mancate osservazioni e dubbi in merito alle nuove norme da mettere in atto, anche dopo i fatti di Cambridge Analytica. “Capisco che alcuni legislatori riflettano, specialmente dopo Cambridge Analytica, ma il mio messaggio alla nuova commissione e al nuovo Parlamento Ue è questo: mettiamoci al lavoro su nuove regole” ha spiegato Clegg. Che ha poi aggiunto: “Una delle aree in cui dovremmo lavorare insieme, rapidamente, è la portabilità dei dati se vogliamo un Internet aperto e competitivo dove i nuovi servizi possano competere con grandi piattaforme come Facebook. C’è una tendenza in Europa a pensare che i ‘Big data’ siano una cattiva cosa e che siano cattive le compagnie che hanno come modello di business l’aggregazione dei dati su larga scala. Il business di Facebook è meno misterioso di quello che si pensi: recapitiamo agli utenti annunci pubblicitari basati sui dati che sono disposti a condividere con noi”.

Il ruolo dei legislatori per l’Ue Per Clegg, il giusto bilanciamento tra le regole che governano la condivisione dei dati e la privacy “lo devono trovare i legislatori eletti democraticamente, in Europa e nel mondo, non società private come Facebook”. “Facebook ha agito per affrontare importanti questioni etiche e sociali e ha apportato cambiamenti negli ultimi anni. Abbiamo triplicato il numero di persone, arrivando a oltre 35.000, che lavorano per proteggere la nostra piattaforma e ora siamo in grado di eliminare milioni di account falsi ogni giorno”. E, a breve, ha sottolineato, annunceremo i membri “del nostro nuovo consiglio di sorveglianza indipendente, una novità istituzionale che giudica in modo indipendente controversie sul ritiro o meno dei contenuti dalla nostra piattaforma”. Ancora, il responsabile della comunicazione ha sottolineato come il ridimensionamento dei colossi del web non porti nessun beneficio alle aziende europee. “Pur comprendendo l’impulso politico dei decisori europei sulle società tecnologiche Usa, questi dovrebbero capire che il ridimensionamento della Silicon Valley non è una ricetta per il successo delle aziende europee. Il prossimo Google o Alibaba potrebbe nascere in Europa se ci sono le condizioni per le aziende tecnologiche di prosperare. L’Ue sia pioniera come ha fatto per la privacy con il Gdpr, servono nuove regole e anche il mercato unico digitale, non serve spezzettare le aziende di successo. I legislatori si impegnino per creare le giuste condizioni per il settore tecnologico e completino il grande progetto di un mercato unico digitale, un mercato senza confini, fatto da decine di milioni di consumatori. Una cattiva regolamentazione potrebbe portare l’Europa indietro di anni, con il rischio di soffocare la nascita di nuove imprese europee”.

A tavola con le “bufale”, italiani vittime di fake news sull’alimentazione

Le fake news non risparmiano nessuno, soprattutto quando si tratta di alimentazione. Le “bufale” imperversano sulle tavole degli italiani, tanto che oltre la metà (58%) confessa di aver creduto almeno qualche volta nell’ultimo anno a una notizia sull’alimentazione poi rivelatasi falsa. E un terzo (37%) di loro l’ha anche condivisa sui social, contribuendo alla diffusione delle bufale alimentari. E sono le persone con almeno un diploma, appartenenti a una fascia economica media, a cascarci più spesso. La conferma arriva dall’indagine condotta dal Centro di ricerca dell’università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Cremona Engage Minds Hub, svolta all’interno del progetto Craf (Cremona Agri-Food Technologies), avviato dall’università Cattolica nell’ambito di Cremona Food-Lab, realizzato con il contributo di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo.

Un impatto importante non solo sulle tasche, ma anche sulla salute

“La diffusione delle fake news alimentari ha un impatto importante non solo sulle tasche degli italiani, ma anche sulla loro salute – sottolinea Guendalina Graffigna, direttrice del Centro di ricerca Engage Minds Hub e conduttrice della ricerca -. I consumatori che ne sono più spesso preda, infatti, tendono a fare acquisti alimentari diversi rispetto agli altri e risultano maggiormente vittime delle mode. In particolare i cibi ‘senza’ o ‘con aggiunta di’ tendono a essere preferiti e considerati più salutari, indipendentemente dalle effettive proprietà nutrizionali, da chi è più soggetto al potere persuasivo delle fake news”.

Si abbocca per distrazione, disorientamento o narcisismo

Dall’indagine emergono gli identikit delle tre categorie, che indipendentemente dal livello di istruzione, credono maggiormente alle fake news sul cibo, i “distratti”, i “disorientati”, e i “narcisi”. I primi, i “distratti”, rappresentano il 42% di quanti abboccano alle fake news. Poco attenti alle loro scelte alimentari hanno uno stile di vita poco sano, ma sembrano non problematizzarlo e non dichiarano intenzione di migliorarlo. Tendono a provare le nuove mode alimentari, ma più per esperimento che per un vero piano di innovazione. Non hanno un regime alimentare coerente e razionale.

In cerca di indicazioni autorevoli, ma poco critici verso le fonti di informazione

Seguono i disorientati (33%), molto proattivi nella ricerca di informazioni in campo alimentare perché si dichiarano preoccupati per la loro salute, e di indicazioni autorevoli, spesso si lasciano influenzare dall’opinione altrui, soprattutto di amici e parenti. Sono aperti alle novità del mercato alimentare, ma non sono soddisfatti del loro regime alimentare e del loro stile di vita, e dichiarano di essere fortemente intenzionati a cambiarlo. Infine i narcisi (25%). Ricercano abbastanza spesso informazioni sull’alimentazione per mantenere uno stile di vita sano. Sono soddisfatti del loro stile alimentare e generalmente più tradizionali nelle scelte di consumo, ma non problematizzano le convinzioni in materia di salute e alimentazione. Per questo appaiono meno critici verso le fonti di informazione. Sono talvolta integralisti nelle scelte alimentari, spesso basate su argomentazioni valoriali e politiche.

Italiani fan del “mangiare fuori”: 86 miliardi di euro investiti in conti di ristoranti e bar

Gli italiani amano pranzare e cenare fuori casa. E questo nonostante gli anni di crisi: per molti nostri connazionali, evidentemente, non si risparmia sul ristorante. A dirlo sono gli ultimi dati stimati dalla Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) nel rapporto Ristorazione 2019 in cui la federazione analizza l’andamento del settore. Gli abitanti dello Stivale, rende noto la federazione, nel 2019 hanno lasciato in conti 86 miliardi di euro (+0,7%), un trend che in 11 anni, dal 2008 è aumentato di 5,5 miliardi in valore (+7,2%). La percentuale è ancora più significativa se si considera che, sul totale della spesa per il mangiare pari a 239 miliardi di euro nel 2019, il 36% è rappresentato proprio dal ‘fuori casa’. Scende invece la spesa per le provviste a casa, che negli ultimi 11 anni si è abbassata di circa 9 miliardi.

Oltre 1.300 euro a testa per mangiare fuori

Ogni italiano investe, in media, 1.362 euro l’anno per mangiare fuori casa. Ciò significa che amiamo spendere in consumazioni al bar, in pizzeria, al ristorante. A “pesare” su queste cifre sono anche i fan del bar: ogni giorno 5,4 milioni di italiani fanno colazione al bancone spendendo in media tra i 2 e i 3 euro per caffè, cappuccino e cornetto. Inoltre, per il pranzo durante la settimana consumato al bar la media è tra i 5 e i 10 euro per il 67,6% degli italiani. E ancora per un pranzo nel weekend 10,7 milioni di italiani almeno 2 volte al mese spendono tra i 16 e i 30 euro. Quando invece vanno al ristorante, i nostri connazionali prediligono i prodotti del territorio: sette consumatori su dieci prestano attenzione alla provenienza delle materie prime e il 54% vuole conoscere le origini dei piatti. Un’ulteriore tendenza che emerge dal rapporto Fipe è che i consumatori sono sempre più sensibili alla sostenibilità anche durante le scelte fuori casa: 7 su 10 sono attenti alle politiche green adottate dai ristoranti, il 37,7% verifica se è disponibile la doggy bag contro gli sprechi di cibo e il 36,7% chiede prodotti provenienti da allevamenti sostenibili.

Il rischio “abusivismo commerciale”

Il trend in crescita degli esercizi della ristorazione non è però esente da pericoli. Paninoteche, kebab, e “finti” take away sono aumentati del 54,7% negli ultimi 10 anni nei centri storici delle grandi città del nord e minacciano gravemente bar e ristoranti tradizionali, rileva la Fipe, al punto che nel settore si riscontra un elevato tasso di mortalità imprenditoriale. Dopo un anno chiude il 25% dei ristoranti; dopo 3 anni abbassa le serrande quasi un locale su due, mentre dopo 5 anni le chiusure interessano il 57% di bar e ristoranti. La Fipe parla di una concorrenza “fuori controllo” spesso associata ad “abusivismo commerciale”. .

Tecnologia di consumo: nel 2020 ci sarà una crescita del 2,5%

Sono tutte positive le previsioni per la tecnologia di consumo a livello globale. Dopo un 2019 statico per questo settore, l’anno appena iniziato fa ben sperare: lo dicono le analisi presentate da GfK in occasione dell’ultimo CES di Las Vegas. La società di ricerche stima infatti una crescita del +2,5% nel 2020 per il mercato globale della tecnologia di consumo. Quest’anno il giro d’affari dovrebbe raggiungere i 1,05 trilioni di euro a livello mondiale. La crescita sarà trainata da telecomunicazioni (+3%), piccoli elettrodomestici (+8%) e grandi elettrodomestici (+2%). Il mercato Tech & Durables dovrebbe quindi registrare performance positive ovunque, ma sarà soprattutto la regione Asia-Pacifico il mercato più importante, con una quota pari al 43% del fatturato globale.

La diffusione del 5G

In base alle stime presentate alla fiera americana, la diffusione del 5G riporterà alla crescita il settore delle telecomunicazioni, che rappresenteranno oltre il 43% del mercato, per un giro d’affari pari a 454 miliardi di euro a livello globale. La domanda di smartphone sarà trainata dalla Cina e dai Paesi emergenti dell’Asia. Innovazione, performance e premium continueranno ad essere i principali trend che influenzeranno le decisioni di acquisto. Nel 2020 i consumatori presteranno ancora maggiore attenzione alla convenienza, alla salute e al benessere. Anche per questo, continuerà a crescere la domanda di piccoli elettrodomestici, sia nei Paesi sviluppati che in quelli emergenti. Un altro tema centrale per i consumatori sarà la sostenibilità ambientale, anche nell’ambito dei prodotti tecnologici.

Cosa vogliono i consumatori del 2020

“Nel 2020 i consumatori saranno ancora più informati, più digitali e più esigenti e questo porterà ad una crescita di tutti i prodotti che offrono esperienze appaganti” spiega la previsione di GfK. Prestazioni elevate, innovazione e design ricercato sono le caratteristiche più apprezzate dai consumatori, come dimostrano i trend positivi di prodotti come i TV Oled (+19% a valore), i PC portatili per il gaming (+15%) e gli aspirapolvere senza fili (+23%). Gli smartphone con schermo grande almeno 6″ hanno rappresentato il 73% delle vendite nei primi nove mesi del 2019, mentre i modelli dotati di telecamere posteriori con più di 20MP hanno raggiunto una quota pari al 26% del mercato totale.

Vita più facile

Ma c’è di più, ed è una tendenza davvero trasversale e che non risparmia il mercato della tecnologia: circa la metà dei consumatori è disposta spendere di più per prodotti che semplificano la vita. E il trend trova conferma nel sempre maggiore successo di prodotti come i robot aspirapolvere (+18% a valore), le lavasciuga (+29%) e gli smartwatch (+48%).

Milano e area metropolitana, in un anno 3mila imprese in più

L’area metropolitana di Milano, sotto il profilo imprenditoriale, sembra godere di ottima salute. In un solo anno, il 2019, le imprese attive sul territorio sono aumentate di 3mila unità, pari a circa un punto percentuale in più sul 2018. Non sorprende che la zona dove si registra il maggiore incremento sia la città (+1,6%), mentre la cosiddetta “cintura” fa segnare un +0,1%. Le cifre emergono da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi sui dati del registro delle imprese relativi alle sedi di impresa attive al terzo trimestre 2019, 2018 e 2015. Nell’area metropolitana sono due milioni gli addetti ed è di circa 500 miliardi il fatturato annuale.

Trend positivo da quattro anni

L’andamento è in positivo da quattro anni, con un +4,6% di nuove imprese sull’intera area metropolitana. La crescita prosegue con maggiore dinamicità a Milano città (+6,7% in quattro anni) rispetto alla cintura (+1,6%) formata dagli oltre cento comuni. Tra i primi comuni con oltre 1.300 imprese, crescono San Donato (+1,6%), Parabiago (+1,5%), Lainate (+1,4%), Legnano (+1%), Sesto San Giovanni (+0,7%).

I comuni più attivi

Il 59,6% delle imprese si concentra nel capoluogo (183 mila) mentre quasi 124 mila hanno scelto di insediarsi nella cintura (il 40% del totale). Tra i primi comuni per numero di imprese attive, dopo Milano (182.610), vengono Sesto San Giovanni (5.522 imprese) e Legnano (5.169). Seguono Cinisello Balsamo (4.801) e Rho (3.650). Tra i primi anche Cologno Monzese (3.414), Paderno Dugnano (3.106), Rozzano (2.504), San Giuliano Milanese (2.462) e Bollate (2.381).

Un territorio che punta su turismo e ristorazione

Per quanto riguarda ristoranti e turismo, per peso del settore alloggio, ristorazione, agenzie di viaggio, considerando oltre cento imprese in totale, i comuni più smart sono Trucazzano (10%, che ha anche tre alberghi), Mediglia e Bellinzago (circa 10%), Bubbiano, Cassinetta, San Colombano (9%). I centri che mostrano una maggiore specializzazione in ristorazione e turismo sono Trucazzano, Cassano, Cuggiono. I più “femminili” con oltre cento imprese, per peso delle imprese guidate da donne, sono San Vittore Olona (24%), Inveruno, Robecchetto, Castano Primo, Cerro al Lambro (23%). A Milano il dato è del 17% in linea con l’area metropolitana.

I centri dove l’imprenditoria è multietnica

I comuni più etnici per peso delle aziende straniere sul totale, con oltre cento imprese, sono Baranzate (48,8%), Pioltello (32%), Lacchiarella e Cinisello (29%) e Sesto (28%). A Milano il peso è del 17% rispetto alla media territoriale del 16%.

Pmi italiane, nei prossimi due anni serviranno 200mila profili tecnici

Sono essenzialmente i profili tecnici quelli che le piccole e medie aziende italiane ricercheranno maggiormente nei prossimi due anni. Un’indicazione preziosa anche per chi deve terminare il proprio percorso di studi e vorrebbe assicurarsi – giocando in anticipo – un posto di lavoro per il futuro. Anche perché si presume che la richiesta da parte delle Pmi supererà il numero di candidati disponibili.

L’analisi dell’universo delle Pmi italiane

Il tessuto produttivo italiano è composto quasi esclusivamente da piccole e medie imprese. Quelle fino a 250 dipendenti sono il 99% del totale, e di queste il 95% sono imprese micro, con meno di 10 addetti. Altro dato importante: il 68% del valore aggiunto del sistema economico italiano proviene proprio dalle piccole e medie imprese (dati Istat). Un vero e proprio pilastro, dunque. Che rischia però nei prossimi anni di non riuscire a mettersi al passo con la rivoluzione digitale. È quanto emerge dall’ultima ricerca BVA Doxa realizzata per conto di Quadrifor dal titolo “Innovazione, digitalizzazione e competenze delle Pmi del terziario”. Obiettivo: raccogliere la voce dei quadri, manager apicali, spesso polifunzionali, che incidono nella definizione della strategia d’impresa. Tanto più che la loro opinione risulta fondamentale rispetto alla verifica di fattibilità dei processi di innovazione e digitalizzazione all’interno delle medie, piccole e piccolissime imprese italiane.

L’evoluzione dello scenario lavorativo nei prossimi  anni

I cambiamenti sono sempre più veloci e serrati, anche nel mondo del lavoro. Entro i prossimi cinque anni il 60% delle attuali competenze saranno obsolete e serviranno sempre più profili altamente specializzati. Non solo. Nei prossimi due anni ci sarà la necessità di assumere ex novo 200 mila profili tecnici, ma  – stando alla ricerca BVA Doxa per Quadrifor – se ne troveranno  sul mercato solo 1 su 3. Le competenze più richieste sono di analisi dei dati (55,7%), di digital marketing (39,8%), di social media management (37,7%) e di cybersecurity (36,0%). Quanto alle abilità meno centrate sulla tecnologia, sono ritenute prioritarie competenze di analisi e valutazione degli scenari, di gestione del lavoro in team, di rafforzamento di tutti quegli elementi di pensiero manageriale che assolvono ad un ruolo più significativo nella predisposizione al cambiamento e all’innovazione. La formazione continua diventa quindi sempre più un fattore competitivo. Resta però il nodo di dove, e come, reperire le risorse necessarie per assicurare una formazione veramente efficace e costante, anche se ricerche come questa mettono in luce le basi su cui fondare i programmi formativi.

L’ufficio del futuro? Silenzioso, luminoso e a contatto con la natura

Il benessere delle persone, in un perfetto bilanciamento tra salute psicologica, fisica e professionale, è sempre più al centro delle scelte delle grandi aziende di tutto il mondo. In sintesi, il welfare si concentra sulle esigenze dei singoli collaboratori affinché i luoghi di lavori siano sempre più salubri e piacevoli e, di conseguenza proattivi al fine una maggiore produttività. Un recente articolo de The Wall Street Journal, il celebre quotidiano americano, evidenzia proprio come diverse multinazionali internazionali si stiano adeguando a questo trend, affinché il dipendente possa esprimere i suoi bisogni relativi alla qualità della vita lavorativa allo scopo di aumentare la produttività. Lo spazio lavorativo è l’ambiente in cui il lavoratore passa più ore al giorno: proprio da questa apparentemente banale osservazione nasce la necessità di adeguare gli uffici del presente – e ancor più quelli del prossimo futuro – agli standard di work life balance. Gli elementi clou su cui si basa questa evoluzione sono essenzialmente silenzio, privacy, contatto ravvicinato con la natura e la luce naturale, come sottolinea il rapporto Wewelfare.it.

Cosa hanno già fatto i “colossi”

American Airlines Group Inc., di cui fa parte la famosa compagnia aerea,  ha pensato soprattutto al benessere fisico dei dipendenti. Così ha fatto progettare delle speciali scrivanie che rispondessero all’esigenza dei propri lavoratori di avere più spazio per le gambe. Expedia Group Inc, altro big della rete specializzato in turismo, prima di costruire la sua nuova sede di Seattle ha realizzato in città un piccolo ufficio con l’obiettivo di effettuare prove relative al design delle luci, alle scelte dell’arredamento e al piano di suddivisione degli uffici: grandi porte scorrevoli a vetri che vengono aperte sull’esterno quando il meteo lo permette, e una sala conferenze a forma di nave con un muro di finestre che affacciano su Elliot Bay.

Ma McDonald’s a Walmart

Ma ci sono esempi ancora più “personalizzati” e adattabili alle esigenze di ogni dipendente. Ad esempio McDonalds’s Corp. – sì, proprio la celebre catena di ristoranti a stelle e strisce – ha creato un’app che permette ai singoli impiegati di agire sulla temperatura del proprio posto di lavoro personalizzandola a seconda dei propri gusti e delle proprie sensazioni. Walmart, multinazionale statunitense proprietaria dell’omonima catena di negozi al dettaglio, ha iniziato a costruire quest’estate un campus di 10 edifici, percorsi camminabili, un centro ricreativo per bambini, una palestra e un albergo. Il tutto per far star bene i propri lavoratori: perché un dipendente felice produce di più.

Consumatori e imprese, a fine anno sale la fiducia

Il 2019 si chiude con qualche spiraglio di ottimismo da parte di cittadini e imprenditori. In base ai dati raccolti a dicembre 2019, l’Istat stima un miglioramento sia dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 108,6 a 110,8) sia dell’indice composito del clima di fiducia delle imprese ( da 99,2 a 100,7). L’aspetto più positivo dell’analisi è che tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori mostrano miglioramenti: il clima economico registra un incremento da 116,5 a 120,7, il clima personale cresce da 105,8 a 106,8, il clima corrente aumenta da 106,8 a 108,8 e il clima futuro passa da 110,2 a 112,2. Con riferimento ai consumatori, l’indice di fiducia recupera parzialmente la caduta dello scorso mese riportandosi leggermente al di sotto del livello raggiunto a ottobre 2019. La dinamica positiva dell’indice è condizionata da opinioni sulla situazione economica dell’Italia e da giudizi sulla situazione personale in deciso miglioramento. Dal lato dei consumatori si tratta di una risalita dell’indice dopo due segni meno consecutivi, per le imprese si tratta del secondo segno più consecutivo che permette all’indice di ritrovare i livelli massimi dallo scorso luglio, quando si arrivò a quota 101.

Ottimismo anche per le imprese

Per quanto riguarda le imprese, in tutti i settori i giudizi sul livello degli ordini e della domanda sono in miglioramento, mentre gli imprenditori sono più cauti per quanto riguarda le relative attese che sono in aumento con decisione soprattutto nelle costruzioni e nei servizi. Sempre in merito al mondo delle imprese,  l’indice di fiducia mostra segnali di lieve miglioramento nel settore manifatturiero (da 99,0 a 99,1), mentre i settori nei quali la crescita è più sostenuta sono le costruzioni (da 137,1 a 140,1), i servizi (da 99,7 a 102,2) e il commercio al dettaglio (da 108,3 a 110,9).

I settori che vedono “rosa”

Più in particolare, nell’industria manifatturiera da un lato migliorano i giudizi sugli ordini, dall’altro peggiorano sia i giudizi sulle scorte di prodotti finiti sia le attese di produzione. Nelle costruzioni, l’evoluzione positiva dell’indice è trainata dal miglioramento sia dei giudizi sugli ordini sia delle attese sull’occupazione. Per quanto concerne i servizi di mercato, l’incremento dell’indice riflette una dinamica positiva di tutte le componenti; nel commercio al dettaglio si assiste ad un deciso miglioramento dei giudizi sulle vendite e sulle scorte di magazzino a cui si uniscono attese sulle vendite in diminuzione. Tra i circuiti distributivi analizzati, si segnala che l’aumento della fiducia è diffuso prevalentemente alla grande distribuzione. Per il commercio al dettaglio si tratta del livello massimo da due anni.

Star Wars, quando l’ultimo capitolo della saga nasconde un cyber attacco

Star Wars: The Rise of Skywalker, l’ultimo capitolo della sega cinematografica di George Lucas, rappresenta uno dei film più attesi in ogni angolo del mondo. Appena arrivato nelle sale, quello che si preannuncia un blockbuster ha già un seguito di fan in delirio. Ma, insieme agli appassionati di ogni età, il film ha scatenato la fantasia anche dei criminali informatici,  che hanno ideato degli stratagemmi “spaziali” per ingannare gli utenti e colpirli con attacchi malware. “Quest’anno l’ultimo capitolo della saga ha attirato l’attenzione degli attaccanti addirittura prima della stessa premiere, come dimostrano la comparsa online di siti web fraudolenti legati al film o le presunte versioni digitali free della pellicola che hanno invaso il web ancora prima dell’uscita nelle sale cinematografiche” fanno sapere gli esperti di Kaspersky.

Occhio alle versioni free

Le persone sono sempre tentate dalla possibilità di godersi uno spettacolo gratis, cercando di scaricare i film da Internet. E questa è un’occasione interessante per i criminali del web. I tracker per i file .torrent e le piattaforme illegali di streaming rappresentano una grande minaccia per la sicurezza digitale degli utenti: possono, infatti, ospitare al loro interno dei file malevoli, celati sotto forma di file che portano il nome di film famosi. E l’ultimo episodio di Star Wars è stato subito preso di mira dai cyber criminali. I ricercatori di Kaspersky hanno rilevato oltre 30 siti web malevoli e profili sui social media che solo in apparenza erano simili a quelli ufficiali del film (il numero effettivo di questi siti potrebbe essere anche molto più alto), canali che sostenevano di poter mettere a disposizione degli utenti l’ultimo film della saga prima dell’uscita ufficiale. Questi siti possono anche carpire i dati delle carte di credito, inseriti dagli utenti sprovveduti come processo per la registrazione sui vari portali.

Le tecniche del Black Seo

I nomi dei domini dei siti web utilizzati per la raccolta fraudolenta di dati personali o la diffusione di file malevoli solitamente cercano di richiamare in qualche modo il titolo ufficiale del film, fornendo anche descrizioni dettagliate e vari contributi a supporto; in questo modo fanno credere agli utenti che quegli siano davvero collegati al film ufficiale. Questa pratica sfrutta il “Black SEO”, l’insieme di tecniche che permette ai cybercriminali di promuovere siti web malevoli (che in realtà sono veicoli per il phishing) tra i principali risultati dei vari motori di ricerca. E poi i criminali informatici utilizzano anche account su Twitter e altri social media attraverso i quali distribuiscono collegamenti alle pagine potenzialmente pericolose.

Cosa fare e non fare

Per proteggersi da questi attacchi serve innanzitutto buonsenso. In prima battuta, occorre prestare attenzione alle date di uscita ufficiale di un film nelle sale cinematografiche, sulle piattaforme di streaming, in TV, su DVD o attraverso altre fonti. Poi, ma questo vale sempre, non bisogna mai cliccare su link sospetti e serve verificare l’estensione dei file che vengono scaricati: anche in caso di download da una fonte che si ritiene essere affidabile e legittima, controllare che il file abbia sempre un’estensione di tipo .avi, .mkv, .mp4 o altre, mai quella .exe. Infine, oltre a aggiornare periodicamente i sistemi di sicurezza informatica sui propri dispositivi, prima di scaricare qualsiasi cosa – film o altro – sarebbe opportuno verificare l’autenticità del sito web.

Italiani e web: 39 milioni di italiani connessi alla rete nel 2019

Cresce in Italia l’utilizzo di Internet, però ancora una larga fascia della popolazione ha competenze digitali basse. Per fornire qualche numero, nel corso del 2019 38 milioni 796 mila persone di 6 anni e oltre (il 67,9% della popolazione) hanno navigato almeno una volta in Rete nell’arco di tre mesi: si tratta di un incremento di 812mila unità in più rispetto all’anno precedente. Nel nostro Paese aumenta soprattutto la quota di internauti che si collegano a Internet quotidianamente (dal 51,3 al 53,5%). I giovani si confermano i più assidui utilizzatori della Rete (oltre il 90% dei 15- 24enni), ma la diffusione comincia a essere significativa anche tra i 65-74enni, tra i quali la quota di internauti raggiunge il 41,9%. Sono solo alcuni dei dati Istat contenuti nel report su “Cittadini e Ict”. 

La banda larga per tre famiglie su quattro

La percentuale di famiglie italiane che possono contare sull’accesso a Internet è del 76,1% e di queste il 74,7% dispone di una connessione a banda larga. Una cifra che, nelle aree metropolitane, sale a toccare il 78,1%. Tra le famiglie resta un forte divario digitale da ricondurre soprattutto a fattori generazionali e culturali. La quasi totalità delle famiglie con almeno un minorenne dispone di un collegamento a banda larga (95,1%); tra le famiglie composte esclusivamente da persone ultrasessantacinquenni tale quota scende al 34,0%.

Le ragioni di chi non ce l’ha

La maggior parte delle famiglie senza accesso a Internet da casa indica come principale motivo la mancanza di capacità (56,4%) e il 25,5% non considera Internet uno strumento utile e interessante. Seguono motivazioni di ordine economico legate all’alto costo dei collegamenti o degli strumenti necessari (13,8%), mentre il 9,2% non naviga in Rete da casa perché almeno un componente della famiglia accede a Internet da un altro luogo.

Un italiano su due fa shopping on line

Indipendentemente dal dispositivo utilizzato, le attività più diffuse sul web sono quelle legate all’utilizzo di servizi di comunicazione che consentono di entrare in contatto con più persone contemporaneamente.

Più della metà degli utenti di Internet di 14 anni e più ha acquistato online (57,2%, pari a 20 milioni 403 mila persone); in particolare, il 36,1% ha ordinato o comprato merci o servizi negli ultimi 3 mesi, il 12,1% nel corso dell’anno e il 9,0% più di un anno fa. I dati Istat rivelano inoltre che fra la popolazione di 14 anni e più, il 91,8% ha utilizzato lo smartphone, il 43,3% accede tramite PC da tavolo, il 27,2% utilizza il laptop o il netbook. Segue chi si avvale del tablet (25,7%) mentre il 6,1% utilizza e-book, smart watch o altri dispositivi mobili.