Milano, Monza Brianza e Lodi: economia rallentata, ma non si molla. Nate 12mila imprese

Milano non molla, e resiste agli effetti della crisi innescata dalla pandemia. E non solo: il capoluogo meneghino risponde con una certa vitalità. Infatti, pur in un periodo complicato come quello attuale, nel primo semestre del 2020 sono nate oltre 12mila imprese. Certo, la situazione non è facile e l’emergenza sanitaria ha determinato l’inversione del pluriennale trend di crescita dell’economia milanese. In particolare, le previsioni per la fine del 2020 del PIL indicano un calo pari al 7,1% per la Lombardia, al 7,7% per Milano, al 5,8% per Monza Brianza e al 5,4% per Lodi. I dati sono contenuti nel rapporto “Milano Produttiva”, realizzato dal Servizio Studi Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Il Rapporto, giunto alla sua 30esima edizione, contiene tutti i dati economici relativi a Milano, Monza Brianza e Lodi.

L’impatto del lockdown

L’impatto del coronavirus è immediatamente misurabile anche attraverso il dato relativo alle nuove iscrizioni al Registro Imprese, anche se non mancano segnali positivi: nonostante lockdown e pandemia sono 12.370 le imprese nate tra gennaio e giugno del 2020 a Milano, Monza Brianza e Lodi. Anche se il numero è incoraggiante, si tratta comunque di 5mila “nuove nate” in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La variazione percentuale tra le nuove iscritte del primo semestre 2020 e le nuove iscritte del primo semestre 2019 si attesta a -28,6%. Il saldo a giugno è negativo, con le cancellazioni che superano le iscrizioni: -80 imprese. A Milano città però, ed è un trend che fa ben sperare, il saldo è – seppur di poco – positivo: +306 imprese.

Ordini cancellati e liquidità, i veri problema delle imprese del territorio

La prima conseguenza negativa della pandemia per l’industria manifatturiera è la cancellazione degli ordini dai clienti (39,1% a Lodi, 36,7% a Milano). Lo stop degli ordini è il primo problema anche per le imprese dei servizi di Milano e Monza. Circa un terzo delle imprese artigiane di Milano e Monza denuncia problemi di liquidità. Le chiusure forzate hanno colpito soprattutto il commercio (40% a Milano) che denuncia anche le maggiori difficoltà organizzative (19,4% a Monza). Oltre il 70% delle imprese dell’industria e dell’artigianato ha fatto ricorso ad ammortizzatori sociali, attorno al 60% per commercio e servizi. Poco meno del 10% ha ridotto l’organico; le imprese hanno preferito rinviare le assunzioni previste (21,6% delle imprese dei servizi di Milano) o in misura minore non rinnovare i contratti in essere.

L’andamento economico per settori

Per tutti i comparti economici c’è stato, e non è una sorpresa, un rallentamento. In particolare, si registra una significativa flessione della produzione industriale nei primi tre mesi dell’anno in Lombardia (-10,1%) e a Monza Brianza (-12%), meno marcato il calo che si registra a Milano (-7,5%) e a Lodi (-5,4%), con cadute più leggere rispetto alla media d’Italia  (-11,7%). Nel primo trimestre 2020 il fatturato del commercio registra invece in Lombardia (-7,2%), a Milano (-6,7%) e a Monza Brianza (-6,4%) una flessione più ampia rispetto all’Italia (-4,0), mentre le perdite sono più contenute a Lodi (-2,2%). Per i servizi il trimestre iniziale dell’anno ha mostrato una perdita del fatturato più marcata nei territori della Lombardia (-9,6%), rispetto al dato nazionale (-7,2%). Il dato di Milano (-8,8%) è lievemente inferiore al trend regionale (- 9,6%).

Discipline Stem le più richieste dalle aziende: ma mancano i giovani talenti

I talenti Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics) sono sempre più richiesti dalle aziende, che eppure non riescono a trovare i profili adeguati. I numeri: circa un’impresa su quattro – il 23% per la precisione – non è riuscita a reperire la figura Stem richiesta nel momento del bisogno. Lo rivela un recentissimo studio condotto dall’Osservatorio Fondazione Deloitte in collaborazione con Swg sulla formazione tecnico-scientifica in Italia. “Nonostante le aziende siano sempre più a caccia di profili Stem e siano anche disposte e remunerarli più della media, in Italia solamente 1 studente universitario su 4 è iscritto a queste facoltà e queste risorse non mostrano un incremento significativo negli anni”, ha commentato il presidente della Fondazione Deloitte, Paolo Gibello. In particolare, nel nostro paese si assiste a una mancanza importante di ingegneri della meccanica, dell’automazione e dell’informazione.

Poco appeal specie per le ragazze

Questo fenomeno è veramente penalizzante, anche perché le discipline Stem saranno sempre più richieste dalle aziende. Ma perché i ragazzi non si orientano verso queste materie? In base allo studio, si scopre che i giovani italiani sono ancora poco attratti dalle tematiche Stem e il 29% confessa di non sentirsi a proprio agio percependole troppo difficili per le proprie capacità. E queste discipline allontanano ancora di più le ragazze, creando un autentico gender gap. Le studentesse italiane si dichiarano meno interessate e meno sicure sulle materie tecnico-scientifiche dei loro coetanei, eppure le iscritte a facoltà Stem (circa un quarto del 27% degli universitari Stem) “riescono a laurearsi meglio e in meno tempo dei colleghi maschi”.

Le materia del futuro

“Le materie Stem sono il futuro: saranno, infatti, le discipline tecniche e scientifiche a plasmare il mondo di domani. Le imprese se ne sono accorte da anni, ma non è accaduto lo stesso tra i giovani italiani, che, nella maggioranza dei casi, continuano a puntare su una formazione non Stem” ha aggiunto Paolo Gibello. “Per questo, come Fondazione, abbiamo deciso di dare vita a un Osservatorio e di indagare le motivazioni delle scelte dei giovani. I risultati che emergono ci fanno capire che l’Italia ha tutto il potenziale per invertire il trend e porsi all’avanguardia del settore dell’istruzione e della ricerca anche in ambito Stem. È una grande sfida per tutto il sistema Paese e siamo orgogliosi di portare il nostro contributo. Come mostrato dallo studio emerge la necessità di intervenire nei tre principali momenti della vita di uno studente: partendo dalla fase di orientamento all’interno del panorama scolastico, passando per il vissuto durante gli anni della formazione, arrivando infine, all’ingresso del mondo del lavoro e alle prospettive per il futuro. Per questo riteniamo che debbano essere approfondite le dinamiche sottostanti le scelte dei giovani, le criticità del sistema scolastico e accademico, nonché del passaggio all’ambiente professionale, per tracciare chiare linee di indirizzo e di concreta progettualità”.

L’estate senza stranieri costa 12 miliardi al turismo

Gli effetti del blocco degli arrivi turistici dai Paesi extracomunitari per i divieti, la diffidenza dei cittadini provenienti dall’Unione europea e il permanere dell’isolamento fiduciario e della sorveglianza sanitaria costeranno cari all’industria turistica italiana. Secondo un’analisi Coldiretti/Ixè un’estate senza stranieri in vacanza costa 12 miliardi di euro al sistema turistico nazionale, per le mancate spese in alloggi, alimentazione, trasporti, divertimenti, e shopping.

Un vuoto che non viene colmato dalla svolta patriottica degli italiani

Lo scorso anno sono stati oltre 16 milioni i cittadini stranieri che hanno visitato il nostro Paese durante i mesi di luglio, agosto e settembre. Quest’anno “rischiano di essere praticamente azzerati dalle preoccupazioni e dai vincoli resi necessari per affrontate l’emergenza coronavirus”, ribadisce l’associazione.

“Si tratta di un vuoto pesante che non viene purtroppo compensato dalla svolta patriottica degli italiani, che per il 93% ha scelto di trascorrere le vacanze in Italia, la percentuale più elevata da almeno 10 anni”, continua la Coldiretti.

Secondo l’analisi, si evidenzia che sono 34 milioni i cittadini del Belpaese che hanno deciso di andare in ferie per almeno qualche giorno nell’estate 2020, con un calo del 13% rispetto allo scorso anno, riporta Adnkronos.

Alberghi in difficoltà per la scelta di alloggiare nelle case

“La novità di quest’estate – continua l’associazione – sta anche nel fatto che 1 italiano su 4 (25%) ha scelto una destinazione vicino casa, all’interno della propria regione di residenza, nonostante il via libera agli spostamenti su tutto il territorio nazionale e all’estero”.  Se la spiaggia resta la meta preferita, cresce il turismo di prossimità, “con la riscoperta dei piccoli borghi e dei centri minori delle campagne italiane – spiega Coldiretti – in alternativa alle destinazioni turistiche più battute, mentre crollano le presenze nelle città”.

La stragrande maggioranza degli italiani in viaggio però ha scelto di alloggiare in case di proprietà, di parenti e amici, o in affitto. Questo crea difficoltà agli alberghi, ma “segnali incoraggianti – riferisce ancora l’associazione – arrivano per i 24mila agriturismi”.

Viene a mancare anche l’effetto promozionale sul Made in Italy

Spesso situati in strutture familiari e in zone isolate della campagna, con un numero contenuto di posti letto e a tavola, e ampi spazi all’aperto, gli agriturismi “sono forse i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza”, precisa Coldiretti. Ma l’estate senza turisti stranieri impatta sull’intero indotto turistico, a partire dall’alimentazione, “dai gelati alle pizze, dai ristoranti ai bar, che in Italia – secondo la Coldiretti – pesa circa 1/3 dell’intero budget delle vacanze dei turisti per i pasti, ma anche per l’acquisto di souvenir”. Ai danni diretti si aggiungono quindi quelli indiretti, perché viene a mancare anche l’effetto promozionale sui prodotti Made in Italy.

Il 62,5% degli italiani è pessimista sul futuro

Da marzo a oggi la paura non si è attenuata, e gli italiani esprimono il loro timore paventando la possibilità che il “peggio” debba ancora arrivare, presumibilmente dopo l’estate. Il 62.5% degli italiani teme per il proprio futuro e per il proprio benessere. Un sentimento che pervade in modo netto e trasversale tutte le categorie politiche e sociali, e che è figlio dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 trasformatasi, nel corso dei mesi, in emergenza economica. È quanto risulta da un sondaggio di Euromedia Research per l’agenzia di stampa Italpress, diffuso a fine giugno 2020. Secondo lo studio, il 52.2% degli italiani teme che in autunno la situazione economica precipiterà in gravi e grandi crisi occupazionali, mentre il 36.6% immagina una lenta ripresa del nostro sistema economico pur tra problemi e fattori di criticità.

Una spaccatura evidente nell’elettorato italiano

Solo il 4.1% del campione manifesta ottimismo, intravedendo una piena ripresa delle nostre attività. In questo caso appare evidente una spaccatura nell’elettorato italiano. Gli elettori delle forze che sostengono il Governo Conte si dicono infatti convinti, o quanto meno speranzosi, che l’autunno non condurrà a un disastro economico, mentre gli elettori appartenenti alle forze di opposizione, e in modo particolare all’area di centrodestra, mostrano tutto il loro pessimismo e scetticismo circa i rischi di natura economica, che giungeranno a colpire imprese e lavoratori nei prossimi mesi.

Un italiano su due non crede che i consumi siano in ripresa

A conferma del sentimento dominante tra molte fasce della popolazione, sempre secondo il sondaggio, un italiano su due non crede che i consumi, in questa fase di post-lockdown, siano in ripresa, contro il 38.4% del campione, che al contrario, intravede un raggio di luce nella domanda di beni. Anche in questo caso sono gli elettori di centrodestra a denunciare il deficit di consumi, mentre l’elettorato che sostiene la maggioranza di Governo, pur dividendosi nel merito, è più ottimista rispetto alla modalità e alle esperienze di acquisti dei cittadini.

Nelle intenzioni di voto il centrodestra è in vantaggio rispetto ai partiti di Governo

Nelle intenzioni di voto registrate a giugno, la compagine di centrodestra, seppur in leggera contrazione, si dimostra quindi ancora in vantaggio rispetto ai partiti di Governo. La situazione, in ogni caso, disegna un’opposizione con la Lega ancora primo partito e Fratelli d’Italia “statico” dopo l’importante crescita dei mesi scorsi. PD e M5S si confrontano per la seconda posizione del ranking del voto col partito di centrosinistra ancora in vantaggio sul pentastellato. Ma, si sa, in politica tutto può cambiare velocemente.

Timbracartellini e rilevamento presenze in azienda

Un timbracartellini è lo strumento perfetto per consentire ai dipendenti poter marcare il proprio ingresso e l’uscita dai locali all’interno dei quali si svolgono le attività lavorative. In particolar modo, i timbracartellini proposti da Cotini Srl rappresentano la soluzione perfetta sia per grandi aziende con un numero elevato di dipendenti che per realtà più piccole. I modelli Puma e Cobra-R ad esempio, sono semplici ed hanno un costo contenuto. Sono perfetti per tutte quelle realtà aziendali in cui le condizioni ambientali sono particolarmente difficili come ad esempio ambienti in cui si registra la presenza di parecchia polvere.

Un modello adatto ad ogni tipo di necessità

Vi sono modelli con orologio analogico e numeri arabi di colore bianco su sfondo nero, che consentono una facile lettura dell’orario. Vi sono poi dei modelli automatici con stampa programmabile, ideali ad esempio per bolle di lavorazione, validazione e protocollo documenti. A disposizione vi sono inoltre i timbracartellini con display LCD che consentono una visualizzazione dell’orario chiara anche a distanza, e che includono inoltre anche 50 cartellini. Questo modello, che si chiama Puma, contrassegna l’orario con un asterisco nel caso in cui ci sia ritardo, così da facilitare anche il lavoro dell’ufficio del personale che dovrà prenderne nota.

Vi sono dunque timbracartellini di ogni tipo e tutti in grado di andare a risolvere necessità specifiche, sia per quel che riguarda il numero di dipendenti che dovranno usufruirne, che per quanto riguarda la facilità di lettura a distanza che per la personalizzazione dei risultati.

Uno strumento imprescindibile anche per la sicurezza

Grazie a strumenti di questo tipo, è molto più semplice andare a regolamentare gli ingressi e le uscite dei propri dipendenti dai locali aziendali e tenere traccia di orari, spostamenti e numero delle presenze attualmente in essere. È una possibilità molto importante soprattutto quando si verificano delle emergenze per le quali è necessario evacuare rapidamente l’Intero edificio e si ha necessità di conoscere in maniera rapida il numero di dipendenti presenti all’interno dei locali. 

Covid-19, solo il virus è riuscito a frenare le frodi creditizie

C’è voluto un virus per fermare le frodi creditizie. A dirlo è Crif, che nel suo ultimo Osservatorio sulle Frodi Creditizie e i furti di identità rende noto che nel 2019 in Italia i casi rilevati siano stati oltre 32.300, per un danno stimato che supera i 150 milioni di euro. Una somma enorme, causata proprio dai furti di identità e dei dati personali e finanziari di ignari individui che consentono di effettuare acquisti o di ottenere crediti, senza poi ovviamente rifondere quanto dovuto. Il report mette poi in luce che, rispetto al 2018, l’anno scorso il numero di frodi è risultato in crescita del 19,7%, anche se è leggermente diminuito l’importo medio “sottratto” (-5,9%, attestatosi a circa 4.650 euro).

Nel 2020 qualcosa è cambiato

Se nei primi due mesi dell’anno in corso il fenomeno sembrava ancora in aumento a ritmi del +5%, poi è successo l’inimmaginabile. Il lockdown, con la chiusura temporanea di quasi tutte le attività commerciali e le persone costrette in casa, ha portato un netto calo di questo tipo di crimine: -12,8% nel secondo bimestre del 2020. 

Non si può abbassare la guardia

“Quello delle frodi creditizie perpetrate attraverso un furto di identità è un fenomeno in continua evoluzione, con le organizzazioni criminali che si avvalgono di tecniche sempre più sofisticate” ha detto Beatrice Rubini, direttore della linea Mister Credit di Crif. “Questo determina anche un costante incremento del numero dei casi, cresciuti in modo significativo anche nel 2019 e nei primi mesi del 2020. Solamente a marzo e aprile si è registrata una battuta d’arresto, chiaramente riconducibile alle misure disposte per mitigare la diffusione della pandemia da Covid-19 con la conseguente chiusura di moltissimi esercizi commerciali. Non è però assolutamente il caso di abbassare la guardia perché, con la ripresa della normale operatività, è probabile che i casi tornino a crescere. Per altro, in questi mesi caratterizzati dal lockdown un numero crescente di persone ha fatto ricorso all’e-commerce e questo ha determinato un’impennata di frodi perpetrate sulle carte di credito”.

Cosa viene acquistato e l’identikit delle vittime

L’osservatorio precisa che tra le forme tecniche di credito in cui si registra il maggior numero di eventi fraudolenti spiccano i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi (quali auto, moto, articoli di arredamento, elettronica ed elettrodomestici, energie rinnovabili, ecc), che rappresentano la metà del totale e presentano un importo del ticket medio pari a 5.500 euro. Al secondo posto ci sono le frodi sulle carte di credito e a seguire i prestiti personali. Per quanto riguarda il tipo di bene acquistato fraudolentemente in rapporto all’erogato, le categorie più colpite sono quelle del travel/entertainment, i consumi e l’elettronica/ informatica/telefonia. Per quanto riguarda il profilo delle vittime, per la maggior parte si tratta uomini (61,2%), della fascia under 30 (23,8% del totale) e tra i 41 e 50 anni (23%).

Agenzie delle Entrate, già pagati 2,9 miliardi di euro per il Contributo a fondo perduto

Dal 15 giugno 2020, giorno di inizio della possibilità di fare domanda sul canale dell’Agenzia delle Entrate, in circa tre settimane sono arrivate oltre 1,2 milioni di domande per richiedere il Contributo a fondo perduto. C’è tempo fino al 13 agosto – o fino al 24 in caso di eredi – per accedere a questa facilitazione messa a disposizione di artigiani e piccole medie imprese colpite dagli effetti della crisi sanitaria. In base ai dati diffusi dall’Agenzia, sono già stati raggiunti oltre 890 mila ordinativi di pagamento per un importo complessivo 2,9 miliardi di euro. Le somme sono accreditate direttamente sui conti correnti di imprese, commercianti e artigiani.

Le richieste per tipologia di attività

Quali sono le attività maggiormente “sofferenti” e che quindi hanno chiesto il contributo? L’Agenzia delle Entrate, in una nota, informa che sono quasi 343 mila le domande presentate dal “commercio all’ingrosso e al dettaglio e riparazione di autoveicoli e motocicli”, oltre 164 mila quelle relative ai “servizi di alloggio e di ristorazione”, 162 mila le istanze provenienti dal comparto “lavori di costruzione”. Hanno raggiunto quota 143 mila quelle delle “attività manifatturiere”, mentre sono 42mila le istanze delle “agenzie di viaggio”, 40 mila quelle del “trasporto e magazzinaggio”, più di 35 mila quelle delle “attività immobiliari”.

Dalla Lombardia il maggior numero di domande

Per quanto riguarda le richieste suddivise su base regionale, si legge che, sul totale di oltre 1,2 milioni di istanze ricevute, 207.200 provengono dalla Lombardia, a cui seguono la Campania, che con 110.577 domande supera quota 100mila, e il Lazio (105.010). Fra le altre regioni spiccano l’Emilia Romagna (94.457), la Toscana (89.704), il Piemonte (83.496), la Puglia (78.768) e il Veneto (106.442) e la Sicilia (79.356). Le domande provengono in maniera pressoché omogenea da tutto il territorio nazionale.

Come calcolare il contributo

Per ottenere il contributo a fondo perduto sono necessari due requisiti: uno, aver conseguito nel 2019 ricavi o compensi non superiori a 5 milioni di euro; due, che l’ammontare del fatturato e dei corrispettivi del mese di aprile 2020 sia inferiore ai due terzi dell’analogo ammontare del mese di aprile 2019. Ci sono però due eccezioni, una che riguarda i titolari che hanno iniziato l’attività a partire dal 1° gennaio 2019 (il contributo spetta allora a prescindere dal calo del fatturato) e l’altra per chi ha domicilio fiscale o sede operativa situati nel territorio di Comuni colpiti da eventi calamitosi (sisma, alluvione, crollo strutturale), ancora in emergenza al 31 gennaio 2020. Il contributo si calcola in base alla differenza fra il fatturato e i corrispettivi del mese di aprile 2020 e il valore corrispondente del mese di aprile 2019, con specifiche percentuale. Come spiega l’Agenzia delle Entrate, le percentuali sono: “20% se i ricavi e i compensi dell’anno 2019 non superano la soglia di 400mila euro; 15% se i ricavi e i compensi dell’anno 2019 non superano la soglia di 1 milione di euro; 10% se i ricavi e i compensi dell’anno 2019 non superano la soglia di 5 milioni di euro Il contributo è comunque riconosciuto per un importo non inferiore a 1.000 euro per le persone fisiche e a 2.000 euro per i soggetti diversi dalle persone fisiche”.

Italiani, la solidarietà è digital

Gli italiani hanno il cuore grande, e non è solo un modo di dire: nel 2019 oltre 8 nostri connazionali su 10 (per la precisione l’82%) hanno effettuato donazioni a favore di enti benefici. In particolare, le offerte sono rivolte verso le categorie “Salute e ricerca” (54%) ed “Emergenza e protezione civile” (32%), anche se molte persone affermano di sostenere più di una realtà. Si scopre poi che la gran parte degli italiani generosi è pure attenta: il 71%  dice di non donare a enti che non permettono di verificare come vengano utilizzate le donazioni e i risultati raggiunti, mentre per i giovani è importante anche il coinvolgimento con l’associazione che si vuole sostenere. Ma l’evidenza più significativa, specchio dei tempi, è che crescono sempre di più le donazioni effettuate online: anche se il contante resta la modalità preferita (40%), sale la percentuale di quelle effettuate sul web, che nel 2018 hanno rappresentato il 22% del totale. Sono questi alcuni dati emersi dallo studio “Donare 3.0”, condotto da BVA Doxa con Paypal Italia e Rete del Dono.

Baby Boomer e Gen X i più attivi nella beneficienza

A livello generazionale, tra i donatori più attivi in Italia si trovano i Baby Boomer (87%), seguiti dalla Gen X (82%) e dai Millennial (79%). Chi dona continua a preferire il contante (40%) rispetto alle donazioni online (22%), anche se queste ultime confermano il trend di crescita già rilevato nel 2018. Crescono rispetto al 2018 anche i donatori “saltuari” (40%), con molti più italiani che scelgono di effettuare una donazione in occasioni particolari. Se la donazione è “digital”, il mezzo mobile viene scelto dal 36% degli italiani, mentre l’uso del PC per le donazioni scende dal 60% del biennio 2017-2018 al 46% del 2019, evidenziando l’importanza dei device mobili.

Donazioni ed engagement per i giovani

Lo studio ha poi approfondito le modalità scelte dai donatori più giovani, effettuando interviste mirate a un pool di donatori e prospect under 40. Secondo quanto rilevato da BVA Doxa, i giovani donatori non si limitano al dono, ma sono alla ricerca di una relazione più profonda con l’organizzazione selezionata. “Donano nella misura in cui trovano sia spazio per dialogo, sia trasparenza e chiarezza sul progetto di raccolta fondi che li coinvolgerebbe. Ciò conferma che lavorare in un’ottica di donor journey fa la differenza. Chi dona vuole entrare nel merito ed essere coinvolto in prima persona” spiega l’analisi. Insomma, per le fasce più giovani anche nella solidarietà l’engagement riveste un ruolo fondamentale.

Dopo l’emergenza, nuove abitudini d’acquisto per 16,4 milioni di italiani: exploit dell’online

Le abitudini d’acquisto sono cambiate, complice – ancora una volta – l’effetto del Coronavirus. L’emergenza sanitaria ha portato con sé anche profondi cambiamenti nelle consuetudini degli italiani e degli europei, che hanno modificato, ad esempio, il loro modo di fare acquisti. A dirlo è nuovo report realizzato dalla società di consulenza globale Alvarez&Marsal in collaborazione con Retail Economics e basato su un campione di 6.000 consumatori appartenenti a 6 paesi europei: Italia, Germania, Gran Bretagna, Francia, Spagna e Svizzera.

L’online è il canale che si rafforza di più

A causa del lockdown, l’online ha vissuto un exploit notevolissimo, anche in Italia. Il rapporto prevede che il le vendite on line in Europa nel corso del 2020 vedranno una crescita del giro d’affari totale fino a  13,6 miliardi di euro. Alto il business anche nel nostro Paese, tradizionalmente la “Cenerentola” in questo mercato: in Italia l’incremento sarà di 1,5 miliardi, in Gran Bretagna di 5 miliardi e in Francia di 3 miliardi. “Più di quattro consumatori su dieci in tutta Europa hanno indicato di aver acquistato online per la prima volta, a causa del Covid, qualcosa che in precedenza avevano comprato solo in negozio. Questa percentuale sale al 55% per i consumatori in Italia e Spagna, nazioni più colpite dall’emergenza sanitaria” spiega il report, come riporta l’Ansa. E la gran parte dei consumatori – 16,4 milioni di persone – ha dichiarato che cambierà in modo permanente le proprie abitudini d’acquisto: ciò significa che il canale digitale è destinato a guadagnare ulteriore quote di mercato.

Cosa hanno acquistato gli italiani?

In tempi di lockdown, i nostri connazionali hanno concentrato i loro investimenti sopratutto sull’alimentare, che in questo mesi ha messo a segno un notevole +15%. In negativo le spese considerate velleitarie, come i vestiti, le scarpe, i mobili e anche i libri. Ha invece tenuto tutto il settore dell’elettronica di consumo e quello degli attrezzi per poter continuare a fare ginnastica anche a casa.

In Italia ancora grandi margini di crescita

Come dicevamo, in Italia la penetrazione dell’online ha valori ancora relativamente bassi specie se raffrontata con altri Paesi Europei. Secondo il rapporto, il nostro Paese ha registrato una penetrazione dell’ecommerce del 6,3% nel 2019: ma tale valore è destinato a crescere con stime che parlano dell’8,3% per quest’anno con un previsionale per il 2021 del 9,5%. E nel resto d’Europa? La Spagna fa peggio di noi: in base ai dati disponibili, passerà dal 5,3% del 2019 al 7,3% nel 2020 al 7,6% nel 2021. Le campionesse dei consumi online sono invece la Gran Bretagna, che quest’anno salirà al 24% (+4% rispetto al 2019), seguita a distanza dalla Germania, con un 13,9% per il 2020.

Cybercrime, record ad aprile: scuola, finanza e sanità i settori più colpiti

Non è stato solo il il virus Covid-19 a mettere in pericolo gli italiani, ma pure quelli informatici. Durante l’emergenza sanitaria, infatti, nel nostro Paese si è registrato un picco di attacchi informatici, che hanno toccato il record lo scorso aprile. Ad affermarlo è il primo rapporto sulle minacce informatiche nel 2020 in Italia elaborato dall’Osservatorio sulla Cybersecurity di Exprivia, che evidenzia come da gennaio ad aprile siano raddoppiati di mese in mese il totale di attacchi, incidenti e violazioni della privacy a danno di aziende e privati.

Attacchi soprattutto al comparto Education e alle piattaforme Cloud 

In base ai dati del rapporto, si scopre che oltre il 45% delle campagne criminali sono state indirizzate a soggetti multipli e non classificabili. Tra gli ambiti identificati più colpiti nei mesi presi in esame quello dell’Education (in particolare università e scuole), oggetto del 16% degli attacchi e quello delle piattaforme Cloud, particolarmente sotto stress per il lavoro da remoto con il 14%. ‘Finanza’ (10% degli attacchi totali) e ‘Sanità’ con il 5% sono gli altri due settori che hanno registrato un numero significativo di attacchi. Sicuramente a questo fenomeno ha contribuito  l’incremento dello smart working, della didattica a distanza e di una maggiore connessione ai social network durante il lockdown.

Primo danno, il furto dei dati

Secondo l’Osservatorio, il 59% degli episodi ha provocato come danno il furto dei dati, superando di gran lunga sia la perdita di denaro (9% dei casi) che la violazione della privacy (18%). Per un attacco su quattro però non è stata identificata la tecnica adottata, oppure è sconosciuta, “evidenziando così l’impellente necessità di elaborare adeguati sistemi di protezione” spiega il report. Ancora, l’analisi spiega che tra le tecniche già note, quella più utilizzata per sferrare gli attacchi è stata il phishing (nel 30% dei casi), una truffa che inganna l’utente attraverso messaggi ingannevoli via e-mail per accedere a dati finanziari. Oltre il 20% degli attacchi, invece, è avvenuto tramite malware – software o programmi informatici malevoli – che hanno fatto leva sull’effetto Coronavirus per attrarre e ingannare gli utenti più sprovveduti.

Controllare per proteggersi

Come sempre, valgono poche, semplici regole per mettersi al riparo da simili attacchi: innanzitutto controllare – fin dalla grammatica –  i messaggi di posta elettronica e ovviamente l’indirizzo del mittente; inserire i propri dati sensibili solo in siti che utilizzano protocolli cifrati; verificare che l’indirizzo URL sia esattamente quello del sito che si vuole visitare e non uno “fotocopia”; verificare le recensioni dei siti sui quali si hanno dei dubbi.