Facebook Shops, così le Pmi accedono all’ecommerce sui social

Per le piccole e medie imprese che vendono online, l’ultima novità introdotta da Facebook può rappresentare una valida opportunità per incrementare il giro d’affari e conquistare una maggiore visibilità in rete, conquistando così nuove fette di mercato. L’ultimo passo compiuto verso l’e-commerce dal social network più famoso del mondo è infatti Facebook Shops. Si tratta di una nuova funzione disponibile anche in Italia che ha l’obiettivo “di rendere lo shopping sempre più immediato e consentire a chiunque, dal piccolo imprenditore al marchio globale, di usare le nostre app per connettersi con i propri clienti”, spiega la società. Per molte realtà commerciali che si sono dovute confrontare con le limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria, e che hanno dovuto chiudere i negozi fisici, potrebbe essere una buona occasione.

Come funziona

Gli Shops funzionano così: le imprese possono creare un negozio online e i clienti vi potranno accedere sia su Facebook sia su Instagram. Le aziende avranno la possibilità di avere delle vetrine gratuite e personalizzabili, oltre che selezionare i prodotti da inserire nel catalogo virtuale. Gli utenti potranno poi trovare i Facebook Shops sulla pagina Facebook o sul profilo Instagram di un’azienda, oppure scoprirli nelle storie o negli annunci pubblicitari. Negli Stati Uniti si potrà anche fare un acquisto direttamente sull’app, non solo sul sito dell’azienda, e molto probabilmente questa opzione arriverà anche in altri Paesi. Se, come ha lasciato intendere Facebook, gli Shops arriveranno su tutte le piattaforme del gruppo – comprese quindi WhatsApp e Messenger – i venditori avranno accesso con un solo catalogo a una platea potenziale di tre miliardi di persone. Ancora, pare che Facebook stia testando nell’ambito di questo progetto la possibilità di collegare i programmi fedeltà di alcuni esercizi commerciali al proprio profilo social. Insomma, la visibilità sarà massima.

Vendite nelle dirette

Le funzioni degli Shops sono però anche a vantaggio del cliente. Ad esempio, chi è interessato a un prodotto potrà chiedere consigli a un commesso – come avviene nel mondo reale – rivolgendo domande o inviando un messaggio attraverso WhatsApp, Messenger o Instagram Direct. Ma si potranno fare acquisti anche durante le dirette: con il Live Shopping si potrà comprare un prodotto durante una presentazione video, come in una televendita. Anche gli influencer potranno taggare i prodotti durante i video. Con questa novità, il colosso di Zuckerberg si spinge sempre più verso un nuovo modello economico: dal leisure al business dello shopping, un po’ come i big Amazon ed eBay.

Serenità e percezione del tempo sconvolte dalla quarantena

Non siamo “solo” rimasti in casa per due mesi, accantonando la nostra normale vita a favore di una quotidianità costretta fra le mura domestiche. Il lockdown, infatti, ha avuto ripercussioni significative anche sulla nostra psiche e sulla nostra emotività. Ad affermarlo, e i dati non sorprendono, è uno studio dell’Università di Padova appena pubblicato.

Notti poco magiche

La ricerca mette in luce che il confinamento nel perimetro di casa – pur necessario per contrastare i contagi – ha comportato un forte impatto psicologico, economico e sociale sulla qualità di vita delle persone, ovviamente in gran parte negativo. Ma c’è di più: per alcuni italiani è stata messa a rischio la salute psico-fisica. Nicola Cellini del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova, in pool con altri ricercatori, psicologi ed esperti, ha analizzato la qualità del sonno in un campione di 1.310 persone tra i 18 e 35 anni ponendo a confronto la settimana 17-23 marzo (la seconda di lockdown completo) e la prima di febbraio (dall’1 al 7, cioè sette giorni in cui non vi era nessuna restrizione sul territorio italiano). Tra le principali evidenze messe in luce dallo studio, pubblicato sulla rivista ufficiale della European Sleep Research Society, il “Journal of Sleep Research Research”, ci sono il netto peggioramento della qualità del sonno, ma anche un’alterazione dei ritmi sonno-veglia e una percezione del tempo distorta. I motivi di questo fenomeno? Tutti connessi all’isolamento: in quarantena non abbiamo potuto fare normale attività fisica, esporci alla luce solare, mantenere vive le relazioni sociali mentre abbiamo avuto timori per la salute nostra e dei nostri cari e per la situazione economica. A queste tensioni si è aggiunto un netto incremento dell’utilizzo dei media digitali, che potrebbero aver fatto crescere ancora di più lo stato di ansia.

I primi segnali della depressione

Inutile negare che una simile esperienza possa aver generato delle difficoltà in moltissimi italiani. Lo conferma Cellini all’Ansa: “Lo studio ha messo in luce dati allarmanti sulla salute mentale: il 24.2% (24.95% dei lavoratori, 23.73% degli studenti) del nostro campione ha mostrato sintomi da moderati a estremamente severi di depressione, il 32.6% di ansia e uno su due (49.47% dei lavoratori, 51.6% degli studenti) sintomi di stress. Abbiamo inoltre evidenziato un grande cambiamento nel ritmo sonno-veglia; vi è un dato identico sull’orario in cui il campione va a dormire mentre si è registrato che i lavoratori si sono svegliati molto più tardi durante il lockdown”.   

Aziende, le strategie dei manager a livello globale per contrastare l’emergenza

Tre manager su quattro (il 73%) a livello globale prevedono che il coronavirus avrà un impatto sull’economia globale nei prossimi 12 mesi. Non sorprende che l’emergenza sanitaria, stando alle risposte dei dirigenti, porterà a un calo dei consumi e a interruzioni nella catena logistica. Lo rivela un recentissimo sondaggio condotto da EY su oltre 2.900 top manager in 46 paesi, contenuto della XXII edizione del Global Capital Confidence Barometer (CCB). In particolare, il 52% delle aziende starebbe mettendo in atto azioni per cambiare il proprio assetto e il 41% delle società si è già attivata nell’accelerazione dell’automazione. Ancora, la quasi totalità delle imprese (95%) si sta preparando per pressioni al ribasso sui margini. Quasi tutti i manager, però, sono concordi nel “muoversi” da subito per rispondere alle criticità dovute all’emergenza Covid-19.

Obiettivo trasformazione in tempi rapidi

Molte società (72%) hanno già avviato importanti iniziative di trasformazione, innescate a seguito della pressione sugli obiettivi di fatturato e per raggiungere i target di redditività, secondo gli intervistati del CCB. La maggior parte (72%) prevede, inoltre, di condurre con più frequenza strategie di revisione del portafoglio di attività. Dopo l’emergenza, i top manager affermano che daranno priorità a considerare nuovi investimenti in ambito tecnologico e digitale (73%) e nell’allocazione di capitale all’interno del proprio portafoglio (71%).

Operazioni di fusione e acquisizione per pianificare il futuro

I dirigenti, nonostante la crisi evidente anche ai non addetti ai lavori, si stanno però muovendo per mettere in atto strategie per pianificare il prossimo futuro. Mentre il 54% degli intervistati prevede un periodo di recupero prolungato a “U”, con un’attività economica rallentata fino al 2021, il 38% vede una ripresa più rapida a “V” e un ritorno ai livelli pre-crisi già nel terzo trimestre 2020. Solo l’8% prevede una ripresa a “L”, con un periodo di recessione prolungato fino al ritorno della normale attività economica nel 2022. Con la maggior parte delle aziende che ipotizza una ripresa nel medio termine, l’intenzione di perseguire progetti di fusioni o acquisizioni nei prossimi 12 mesi rimane ai livelli relativamente elevati (54%) osservati nell’ultimo periodo. A seguito dell’emergenza da Covid-19, i dirigenti a livello globale affermano che si concentreranno maggiormente sulla flessibilità delle aziende target di adattarsi a periodi alterni del ciclo economico, nella valutazione delle acquisizioni (38%) e che sono pronti a vedere scendere le valorizzazioni delle transazioni (39%).

Agenzie delle Entrate senza andare allo sportello: le operazioni si fanno via mail o Pec

L’Agenzia delle Entrate punta a rendere più semplice, e veloce, il rapporto con i contribuenti. E lo fa introducendo una serie di procedure che consentono di svolgere numerose operazioni senza recarsi alla sportello, ma accessibili direttamente dal proprio computer. Ottenere il rilascio di un certificato o del codice fiscale, richiedere dei rimborsi, registrare un atto: ora si può fare questo e molto altro in modalità semplificata. I cittadini possono richiedere tali servizi anche tramite e-mail o Pec. Ancora, per rendere questa opportunità ancora più fruibile, sul sito dell’Agenzia delle Entrate è già stata pubblicata una guida in pdf che fornisce indicazioni su come ottenere tutti i servizi direttamente da casa, abilitandosi ai servizi telematici, sfruttando i servizi online senza registrazione, usando la app e contattando il contact center. Molti dei servizi erogati allo sportello sono accessibili direttamente dal sito internet, senza che sia necessaria alcuna registrazione. Per altri occorre, invece, essere in possesso del codice Pin, che può essere richiesto online o attraverso l’app delle Entrate. Oltre alle credenziali dell’Agenzia è possibile accedere ai servizi online tramite SPID, il Sistema Pubblico dell’Identità Digitale, o tramite Carta Nazionale dei Servizi (CNS). La richiesta di abilitazione può essere inviata, firmata digitalmente, tramite Pec. “L’indirizzo Pec deve essere di uso esclusivo del richiedente in modo da garantire la riservatezza della prima parte del codice Pin e della password iniziale che verranno inviati dall’Agenzia. La seconda parte del Pin verrà prelevata direttamente dal richiedente dal sito delle Entrate” precisa l’Agenzia.

Come fare per ottenere il codice fiscale o un suo duplicato

Ad esempio, per ottenere il codice fiscale o un suo duplicato il cittadino può presentare la richiesta, sottoscritta anche con firma digitale, scegliendo uno dei servizi agili a disposizione e allegando la necessaria documentazione via mail o Pec (e sempre il documento di identità). Il certificato di attribuzione arriverà direttamente tramite il canale prescelto. I servizi agili possono essere utilizzati anche per la richiesta di duplicato del codice fiscale/tessera sanitaria, trasmettendo la richiesta firmata e scansionata insieme alla copia del documento d’identità. Stesse modalità anche per la richiesta di attribuzione del codice fiscale a persone non fisiche e, con riferimento ai soggetti non obbligati alla presentazione tramite “ComUnica”, per la dichiarazione di inizio attività, variazione dati o cessazione attività ai fini Iva.

Registrazioni e rimborsi

Se si ha la necessità di registrare un atto, è possibili inviare la documentazione necessaria anche in modalità Pec o email. In questo caso, però, andrà poi depositato “fisicamente” in ufficio un originale dell’atto registrato. Ancora, le richieste di rimborso possono essere inviate tramite Pec o email, attraverso i servizi telematici oppure presentate allo sportello. Alla richiesta effettuata per via telematica deve essere allegata l’eventuale documentazione a supporto e, in ogni caso, la copia del documento di identità. Anche la richiesta di accredito dei rimborsi sul conto corrente, firmata digitalmente, può essere presentata via Pec.

Cosa preoccupa il mondo? Ancora il virus (e le sue conseguenze)

E’ ancora il coronavirus il principale motivo di preoccupazione tra i cittadini a livello globale. L’emergenza sanitaria legata al virus, infatti, supera tutte le altre tematiche nel sondaggio “What Worries the World” condotto da Ipsos. In base ai dati della ricerca, si rileva che ad aprile il Covid-19 è risultato di gran lunga la principale preoccupazione in tutto il mondo ed è al primo posto in 24 dei 28 Paesi esaminati. Alla domanda sulle questioni più importanti che il proprio Paese deve affrontare oggi, il 61% degli intervistati cita proprio il coronavirus, con i punteggi più alti visti in Malesia (85%), Gran Bretagna (77%) e Australia (74%). In 10 anni di vita di questo sondaggio, il “What Worries the World”, non si erano mai visti risultati unanimi così elevati. Le altre tematiche che costituiscono le 5 principali preoccupazioni globali sono la disoccupazione, l’assistenza sanitaria, la povertà/disuguaglianza sociale e la corruzione finanziaria/politica.

I timori in Italia, salute e disoccupazione ai primi posti

In questo quadro, le risposte degli italiani non fanno eccezione, se non per delle piccole variazioni. Così, in media con le risposte globali ottenute, la maggior parte dei rispondenti di casa nostra – con percentuale pari al 68% – cita il Coronavirus come principale preoccupazione del proprio Paese in questo momento, seguita dalla disoccupazione percepita come una problematica seria dal 56% degli italiani. Al terzo posto si colloca la tematica delle tasse e, in questo caso, il dato italiano è estremamente interessante. Sui 28 Paesi partecipanti all’indagine, i cittadini italiani emergono come i più preoccupati per la situazione delle tasse nella propria nazione, indicata come problematica dal 27% dei cittadini rispetto alla media globale dell’11%. I successivi posti sono occupati dall’assistenza sanitaria (26%), dalla povertà/disuguaglianza sociale (24%), dal controllo dell’immigrazione (14%), dalla corruzione finanziaria/politica (13%) e dal crimine/violenza (12%). 

Disoccupazione e assistenza sanitaria le paure nel resto del mondo

Rimanere senza lavoro o non avere accesso alle cure sono le tematiche che mettono in ansia i cittadini di diverse Nazioni del mondo. In base ai dati raccolti da Ipsos, i livelli più alti di preoccupazione per la disoccupazione si registrano in Spagna (60%) e in Sudafrica (58%), seguiti dall’Italia (56%). Questo mese anche l’Australia entra tra i primi 5 Paesi più preoccupati per questo problema (+19 punti da gennaio al 48%), con altri notevoli incrementi negli ultimi tre mesi registrati in Israele (+23-39%) e negli Stati Uniti (+11-24%). I maggiori livelli di preoccupazione per l’assistenza sanitaria sono emersi in Ungheria (59%), insieme alla Polonia (51%) e al Brasile (46%).

Effetti collaterali del Coronavirus: in mezza Italia forti cali nelle connessioni Internet via smartphone

Molti italiani se ne saranno accorti sulla propria pelle, o meglio sulla propria connessione da smartphone: durante il lockdown la velocità di Internet è precipitata in numerose aree. A confermare questa sensazione, che è invece realtà, arriva il rapporto mensile di OpenSignal sullo stato delle connessioni nel nostro paese, coincidente con l’inizio del periodo di lockdown. Lo scenario che emerge è che l’Italia è spaccata a metà, con cali della tenuta della rete molto più accentuati fuori dalle grandi aree urbane.

Calo di velocità medio del 7,2%

Stando alle rilevazioni contenute nel rapporto relativo a marzo 2020, le velocità di download da smartphone sono diminuite in media del 7,2% nelle aree urbane, molto meno che nelle aree suburbane o rurali dove è stato rilevato un down rispettivamente del 12,2 e 13,7%. Per la classificazione del territorio, OpenSignal si è basata sul grado di urbanizzazione fornito dall’Istat, che raggruppa tutti i comuni italiani in tre tipi di aree: scarsamente popolate (zone rurali), densità intermedia (città, periferie e piccole aree urbane) e densamente popolate (città e grandi aree urbane), insieme alla suddivisione geografica per macro regioni  (centro, isole, nord est, nord ovest e sud). I dati evidenziano che nel nord est i cali sono stati contenuti, pari a circa il -2,6%, mentre il resto delle altre regioni c’è stato un abbassamento del 10%. Nelle zone suburbane si è registrata una variazione negativa pari a circa il 10% in almeno 4 delle 5 macro regioni, con il dato negativo più importante nelle isole. Stessa cosa al sud Italia in cui è stato registrato un calo del 13,2% passando da 22,2 Mbps a 19,2 Mbps, mentre le regioni del nord ovest sono passate da 27,1 Mbps a 23,7 Mbps, pari ad un calo del 12,6%. Più sensibile il calo nelle isole: OpenSignal riferisce di rallentamenti della velocità fino al 22,3% rispetto a febbraio.

Colpa di smartworking e didattica a distanza?

Appare pressoché certo che l’istituzione di una zona rossa a tutta l’Italia possa aver contribuito alle difficoltà di connessione. Gli analisti spiegano che i cali possano attribuirsi alla congestione della rete, dovuta all’altissimo numero di dispositivi collegati sia per lo smartwork sia per la didattica a distanza, due fenomeni esplosi proprio a marzo. In questo scenario c’è anche un aspetto positivo: gli operatori italiani hanno saputo “tenere botta” fornendo un servizio giudicato sempre al di sopra della sufficienza. Una prova superata, quindi, in una situazione inimmaginabile e mai sperimentata prima.

Zoom Fatigue, c’è già l’effetto collaterale delle videoconferenze

Un surplus di videoconferenze può portare a una serie di disturbi reali: si tratta di una vera e propria forma di affaticamento dovuta a un eccesso di attenzione alle parole più che alla comunicazione non verbale. Un fenomeno che ha già un nome, Zoom Fatigue, riferendosi alla app più famosa del momento per riunioni e meeting. Certo, meno male che ci sono queste soluzioni tecnologiche per svolgere incontri, lezioni e briefing a distanza, in un periodo in cui le relazioni interpersonali fisiche sono pressoché impossibili. Però, anche questa comodità ha un effetto collaterale.

Osservare troppo affatica il cervello

Come riporta un articolo apparso sulla versione internazionale del National Geographic, strumenti come questi sottraggono alle conversazioni con altre persone molto dell’aspetto non verbale, ‘costringendo’ a prestare fin troppa attenzione alle parole. “Stiamo sperimentando un sovraccarico di messaggi non verbali”, ha commentato Jeremy Bailenson, direttore del Virtual Human Interaction Lab della Stanford University. 

Bailenson ha spiegato che la videochat rovescia le norme dell’interazione sociale: “Il comportamento che di norma riserviamo alle nostre relazioni più strette, come guardarsi negli occhi per lungo tempo e osservare il volto dell’altro da vicino, è diventato improvvisamente il modo in cui interagiamo con conoscenze casuali, colleghi e persino sconosciuti”. Ad esempio, quando partecipiamo a una riunione in videochat con altre otto persone, per tutto il tempo stiamo costantemente a osservare questi otto individui: una modalità che non seguiremmo durante una riunione in una normale sala meeting. Inoltre, con così tante piccole caselle da guardare, la visualizzazione della galleria Zoom rende difficile concentrarsi veramente su una sola persona. Tutti quegli stimoli possono essere faticosi, se non stressanti, per il cervello.

L’importanza dei segnali non verbali

Lo stesso vale per la mancanza di segnali non verbali, come il linguaggio del corpo. Quando si conversa con qualcuno di persona, si notano – anche inconsciamente –  aspetti come la postura, i gesti e i suoni del respiro. Quando questi segnali non ci sono o sono più difficili da cogliere, il cervello deve lavorare di più per comunicare correttamente. Andrew Franklin, esperto di Cyber ​​Psicologia presso la Virginia Norfolk State University, ha commentato: “Per chi è veramente dipendente da questi segni non verbali, può essere un grosso problema non averli”. Insomma, la videoconferenza può non essere la soluzione giusta per tutti. Però, in alcuni casi è un toccasana: come per chi soffre di problemi dello spettro autistico, che può preferire le riunioni online a quelle di persona perchè si genera meno confusione e parla una persona alla volta.

Fake news, aumentano ancora quelle sul coronavirus. Ma gli utenti sono più consapevoli

L’emergenza legata al Covid-19 – oltre a tutti gli effetti ben noti sulle nostre vite – ne ha provocato uno singolare: il sensibile aumento delle fake news relative a questo delicato argomento. Lo rivela l’Agcom, Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, nel secondo numero del suo Osservatorio sulla disinformazione online – Speciale Coronavirus. Ad aprile, l’attenzione attribuita dalle fonti di disinformazione al coronavirus rimane elevata (37% del totale, nella settimana dal 13 al 19 aprile), pur attestandosi su valori inferiori rispetto a quelli registrati tra il 10 e il 20 marzo. Un trend decrescente si osserva anche per l’offerta di informazione, mentre torna ad aumentare l’incidenza della disinformazione sul totale delle notizie online relative al coronavirus (con un valore compreso tra il 5% e il 6%). Questo ultimo dato significa che le fake news continuano a rappresentare una percentuale significativa del monte totale delle notizie.

Complotti e teorie

Lo studio ha analizzato il contenuto testuale di tutti gli articoli di disinformazione sul coronavirus, mettendo in luce l’emergere di alcune narrazioni prevalenti sull’epidemia, quali i rischi, le teorie complottiste e la cronaca, imperniate su una comunicazione basata sull’utilizzo ricorrente di termini scelti proprio per smuovere le emozioni negative. Gli utenti, però, sembrano aver acquisito una maggiore consapevolezza in merito. Così, dopo aver raggiunto valori molto elevati nelle settimane più critiche dell’emergenza, si registra una diminuzione delle ricerche effettuate in rete sul coronavirus, così come delle interazioni dei cittadini sui social con i contenuti inerenti all’argomento. Scende anche il tempo speso nella visione di video online sul tema.

Crescita dell’informazione online

In linea generale, durante l’epidemia, in Europa si riscontra un’impennata dei consumi dei servizi di comunicazione online. Nelle settimane dell’emergenza, l’Italia è il Paese che mostra i tassi di crescita più elevati sia per la fruizione di informazione online, sia per l’utilizzo di social network e siti e app di messaggistica. C’è un altro fenomeno decisamente preoccupante, sempre legato al virus, che riguarda l’Europa a livello globale. Nei primi mesi del 2020 si rileva un notevole incremento di minacce e attacchi informatici, molti dei quali fanno leva sull’aspetto socio-psicologico della pandemia in atto. In particolare, dall’inizio dell’anno, sono “nati” ben 16.000 nuovi domini internet legati al Covid-19: se la maggior parte di questi hanno finalità pulite, un ragguardevole 20% di questi siti ha invece scopi fraudolenti. Così, oltre che con il virus naturale, ci troviamo a combattere anche con i virus informatici.

Lockdown, boom per console e accessori per il gaming

La diffusione del Covid-19 sta costringendo da diverse settimane gli italiani a rimanere in casa. E da quanto emerge dalle ricerche GfK questo sta portando a una maggiore fruizione di contenuti legati all’intrattenimento. In particolare, il tempo dedicato al gaming online, su mobile e su pc, è cresciuto del 9%. In molti stanno approfittando della situazione anche per acquistare nuovi dispositivi per giocare in casa. Nel periodo compreso dal 2 al 29 marzo 2020 GfK ha registrato un picco di vendite del comparto gaming, e gli accessori per console, come i gamepad, i gaming seats, e gli stearing wheel. Positivo anche il trend dei pc portatili per il gaming, che crescono di oltre il 30% rispetto all’anno precedente. 

La vendita delle console sale del 67%, +31% pc portatili

Più in particolare, in Italia durante il periodo del lockdown le vendite di console sono aumentate del 67%, quelle dei gamepad, i controller per videogiochi, registrano una crescita del 24% a valore, i gaming seats, le sedie e poltrone per il gaming, del 478%,  e  i volanti per il gaming (stearing wheel) del 104%, riporta Corriere Comunicazioni. E se tra il 21 febbraio e il 22 marzo c’è stato un incremento del 9% del tempo dedicato al gaming online è dal 2 marzo che si registra la maggiore impennata. Secondo GfK è molto positivo anche il trend dei pc portatili per il gaming, con una crescita delle vendite, rispetto allo stesso periodo del 2019, del 20% a valore e del 31% a unità.

“Il digitale diventa un alleato per interagire in maniera attiva nonostante l’isolamento”

Nei giorni scorsi la società di analisi ha anche fatto il punto in merito all’uso del digitale da parte degli italiani. “Se la tv e altri mezzi tradizionali consentono di rompere l’isolamento informativo e di intrattenimento classico – sottolinea GfK – il digitale diventa un alleato per interagire in maniera attiva nella condizione senza precedenti di isolamento in casa che stanno vivendo gli italiani”.

Complessivamente, nota GfK, il tempo dedicato agli strumenti digitali è cresciuto del 7%. A fare da traino l’esigenza informativa, specialmente nella prima fase dell’emergenza sanitaria, con una crescita del 45% del tempo dedicato ai siti di informazione quotidiana.

Social network +31%, streaming e on demand +13%

Aumenta in maniera esponenziale anche il tempo dedicato a tutte quelle attività che si scontrano con i limiti imposti dai decreti, come fare la spesa online (124% il tempo di navigazione sui siti della Gdo), ma anche coltivare le proprie relazioni sociali a distanza (+31% l’utilizzo dei social network). Anche l’intrattenimento online sta vivendo una forte espansione, con una crescita del 13% degli streaming video e musicali, incluse le piattaforme video on demand.

Tecnologia, come sono cambiate le abitudini digitali durate la quarantena

La ormai lunga quarantena imposta agli italiani dall’emergenza sanitaria “ha determinato un mutamento nella percezione dell’utilità della tecnologia e anche delle abitudini della popolazione mondiale”, sottolinea l’esperto di social media Vincenzo Cosenza in un’analisi pubblicata sul suo blog vincos.it. In particolare, l’esperto evidenzia sei diverse tipologie di servizi legati al mondo tech che hanno registrato un autentico exploit durante il lockdown. Si tratta di e-commerce, informazione, lavoro e scuola, intrattenimento, social, messaggistica. Un altro dato interessante è che la fruizione digital, probabilmente per il fatto che si sta quasi tutti a casa, ha registrato un sensibile calo attraverso il mobile a favore della navigazione in rete da desktop, che invece segna un deciso aumento.

Chi sale: su social, messaggistica e videochiamate

“A marzo – scrive l’esperto – Facebook ha fatto registrare 41 milioni di accessi unici da desktop (+43% su febbraio). Cresce anche Twitch, il sito di giochi in streaming, che totalizza 25 milioni di visite (+25%). L’app più scaricata è stata TikTok (oltre 1,6 milioni di volte, +50%) seguita da Instagram (oltre 1,1 milioni)”. Anche se confinati nelle loro case, gli italiani non rinunciano però ai rapporti sociali e a “chiacchierare”, seppur a distanza, con amici e parenti. Non sorprende che in queste settimane la chat preferita dagli italiani si confermi WhatsApp, unica a crescere in termini di tempo di utilizzo (55 minuti a persona). La chat più scaricata è Messenger (1,6 milioni di download a marzo), seguita da Telegram (1,5 milioni). Tra le principali novità del mese di marzo spicca sicuramente il debutto di Houseparty con 1 milione di download e una crescita di utenti giornalieri dell’8000%. Un gran numero di nostri connazionali si è avvicinato per la prima volta ad alcuni servizi digitali: ad esempio, riporta l’analisi, il 57% ha usato per la prima volta tool per la scuola da remoto e il 42% le videoconferenze per uso professionale (dato più alto rispetto a quello di Francia e Germania). Ma è alta anche la percentuale di chi, in questa situazione, si è avvicinato a corsi on line per tenere in forma sia il corpo sia la mente (rispettivamente 38% e 22%). Sul fronte dell’intrattenimento, Youtube stacca e di molto tutte le altre piattaforme simili.

Videoconferenze, le app più scaricate

L’app per videoconferenze più scaricata dagli italiani è Zoom (oltre 2,3 milioni di volte) anche quella che ha subito il maggiore incremento di utenti giornalieri insieme a Hangouts Meet. Ma la più utilizzata dagli italiani resta Skype, usata quotidianamente da oltre 300.000 utenti Android, seguita da Zoom (120.000). L’esperto prefigura anche uno scenario di cosa accadrà quando potremo man mano ritornare alla nostra vita normale: “l’utilizzo di molti servizi si attenuerà, ma alcune abitudini rimarranno perché l’ostacolo psicologico all’utilizzo è stato rimosso, anche se forzatamente”.