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Turchia, il colpo di Stato di Erdoĝan

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Colpo di stato sventato o ennesimo passo verso l’islamizzazione della Turchia? Che cosa c’è dietro l’arresto dei generali turchi.

I fatti

Circa cinquanta persone, tra cui undici generali e numerosi colonnelli a riposo, sono state arrestate lunedì nell’ambito delle inchieste riguardanti i piani golpisti denominati “Martello” e “Maglio”. Tali piani, sviluppati da militari membri dell’associazione clandestina Ergenenkon, avrebbero avuto l’obiettivo di rovesciare il governo filo-islamico del primo ministro Recep Tayyip Erdoĝan e instaurare una giunta militare con l’obiettivo di “fare pulizia” nel paese.

Tra gli arrestati, ci sono ex membri di primo piano delle forze armate turche (TSK), come l’ex Capo di Stato Maggiore dell’Aviazione Gen. İbrahim Fırtına – già interrogato a gennaio dai pubblici ministeri che indagano su Ergenekon –, l’ex Capo di Stato Maggiore della Marina Amm. Özden Örnek, il suo omologo dell’esercito Ergin Saygun e il generale a riposo Engin Alan – ex Comandante delle forse speciali dello Stato Maggiore che nel 1999 diresse, in collaborazione con i servizi segreti (MİT), un’importantissima operazione volta a catturare il leader del PKK Abdullah Öcalan.

Il primo ministro Erdoĝan ha annunciato l’operazione dalla Spagna, dove si trova in visita ufficiale, spiegando che “le autorità turche hanno sventato un tentativo di colpo di stato militare”.

Il piano “Maglio” è stato scoperto in seguito al rinvenimento di un gran quantitativo di materiale bellico presso la fondazione İstek nel distretto Poyrazköy della città di Istanbul. Tale scoperta, avvenuta nell’ambito delle indagini sull’associazione clandestina Ergenekon, ha condotto all’arresto del Maggiore a riposo Levent Bektaş, nel cui ufficio fu rinvenuto un cd nel quale erano contenuti documenti che rivelavano l’esistenza di una giunta golpista innestata nel Comando della Marina. La giunta aveva elaborato un piano d’azione volto ad uccidere prominenti personaggi “non islamici” per poi far ricadere la colpa degli omicidi eccellenti sui leader dell’AKP, in modo da creare le condizioni ottimali, dal punto di vista del sostegno dell’opinione pubblica, per un nuovo intervento in politica dell’esercito.

Il piano “Martello”, elaborato nel 2003, aveva invece l’obiettivo di far crescere la tensione a livelli insostenibili e dimostrare così l’inadeguatezza di Erdoĝan e dell’AKP nel garantire la sicurezza del paese. Il piano prevedeva, ad esempio,  la collocazione di ordigni esplosivi nelle principali moschee di Istanbul durante la preghiera del venerdì e la crescita costante della tensione con la Grecia, provocata, nelle intenzioni dei presunti golpisti, da ripetute violazioni dello spazio aereo ellenico da parte degli aerei turchi in modo da costringere Atene ad abbatterne almeno uno. Ciò avrebbe creato un clima di paura nel quale sarebbe stato facile per l’esercito agitare la minaccia dei “nemici esterni” e legittimare così la presa del potere.

 

Le radici dello scontro

L’esercito turco si considera erede e custode della tradizione kemalista, basata essenzialmente su sei pilastri: nazionalismo, secolarismo, repubblicanesimo, populismo, statalismo e riformismo. Il ruolo preminente dell’esercito nella società turca è strettamente connesso con quello esercitato dai militari già in epoca ottomana. In particolare, le forze armate turco-ottomane hanno sempre dimostrato un attaccamento non usuale per le forze armate nei confronti dei governi costituzionali. I principali movimenti riformisti che hanno caratterizzato l’ultimo secolo e mezzo di storia turca (i Giovani Ottomani, i Giovani Turchi e poi i kemalisti), infatti, erano composti soprattutto da militari, i quali ne hanno sempre esercitato la leadership. Le riforme costituzionali erano al centro dei programmi politici di tutti e tre questi movimenti: i Giovani Ottomani chiesero ed ottennero dal Sultano Abdulhamid II la proclamazione della prima costituzione ottomana (1876) e l’istituzione del primo parlamento ottomano (1877), entrambi banditi nel 1878; i Giovani Turchi imposero allo stesso Abdulhamid nel 1908 il ripristino della costituzione del 1876 e l’elezione di un nuovo parlamento; Mustafa Kemal, infine, dopo aver condotto con successo la guerra di liberazione nazionale, instaurò una repubblica costituzionale nella quale, ad esempio, le donne ottennero il diritto di voto undici anni prima rispetto a quelle francesi o italiane.

La difesa dei pilastri del kemalismo ha spinto i generali turchi ad intervenire nell’arena politica per ben quattro volte, attraverso altrettanti colpi di stato. I primi tre interventi (1960; 1971-1973; 1980-1983) sono ascrivibili alla tipologia degli interventi di custodia, finalizzati a ripulire il disordine creatosi nel sistema politico per poi ritornare nelle caserme. L’ultimo, il “colpo di stato post-moderno” del 1997, appartiene invece alla tipologia degli interventi di rimozione, volti a sostituire un governo civile con un altro più gradito[1]. Viceversa, i militari turchi non hanno mai dato vita a interventi attraverso i quali esercitare il potere a tempo indeterminato. In altri termini, diversamente dai loro colleghi sudamericani, i generali turchi hanno sempre restituito il potere ai civili e fatto ritorno alle caserme prima che si esaurisse la legittimazione negativa derivante dal fallimento del precedente regime democratico e che fosse quindi necessario basare la legittimità dell’intervento sulla performance[2].

La vittoria del partito filo-islamico AKP nelle elezioni parlamentari del novembre 2002 ha però radicalmente modificato i rapporti di forza nella Repubblica turca. Il colpo di stato del 1997, seguiva a un cambiamento importante nelle percezione della sicurezza e delle minacce agli imperativi del kemalismo da parte dei generali del Consiglio nazionale di sicurezza. A partire dal 1997, infatti, il “conservatorismo religioso” (irtica) aveva sostituito il “terrorismo separatista” di matrice curda come “prima minaccia strategica” nazionale[3], in conseguenza dell’esito delle elezioni parlamentari del dicembre 1995, che avevano visto il Refah Partisi di Necmettin Erbakan (formazione dichiaratamente filo-islamica) conquistare la maggioranza relativa dei voti. Dopo una serie di tentativi volti ad escludere il Refah dalla coalizione di governo, tutti naufragati, nel giugno del 1996 Erbakan divenne primo ministro. Le “attività islamiche” svolte da Erbakan tanto in patria quanto all’estero[4] portarono a un crescendo di tensioni tra il governo e il Consiglio nazionale di sicurezza, che in una riunione del 28 febbraio 1997 pose un primo ultimatum al capo del governo, seguito da quello ben più deciso del 18 giugno che costrinse Erbakan alle dimissioni. Il Refah Partisi fu poi dichiarato illegale il 16 gennaio 1998.

La destituzione di Erbakan e la messa al bando dell’AKP, tuttavia, non ridussero affatto la minaccia rappresentata dal fondamentalismo islamico. Sulle ceneri del Refah nacque infatti una nuova formazione filo-islamica, l’AKP, che trionfò nelle elezioni parlamentari del novembre 2002. In seguito a tali elezioni, la carica di primo ministro fu affidata ad Abdullah Gul, in attesa che il vero leader del partito, Recep Tayyip Erdoĝan, riacquistasse i diritti civili e politici dei quali era stato privato nel giugno del 1998. All’epoca, Erodĝan era sindaco di Istanbul per il Refah e, oltre ad essere privato dei diritti civili e politici, fu arrestato e condannato a dieci mesi di prigione per aver citato un poema di Ziya Gokalp, teorico del nazionalismo turco e ideologo del kemalismo (“i minareti sono le nostre baionette, le cupole i nostri elmetti, le moschee le nostre caserme i credenti i nostri soldati”)[5].

 

L’offensiva dei militari

L’ascesa al potere dell’AKP ha determinato l’inizio una guerra sotterranea tra il governo filo-islamico (presieduto da Erdoĝan a partire dal marzo 2003, quando Gul si fece da parte divenendo ministro degli Esteri) e i vertici militari che, a partire dall’aprile 2007, si è trasformata in uno scontro frontale senza esclusione di colpi.

Il primo scontro è avvenuto in occasione della scadenza del mandato del presidente della Repubblica Ahmet Necdet Sezer. Il 24 aprile 2007 il primo ministro Erdoĝan annunciò che il candidato dell’AKP per la successione a Sezer sarebbe stato Abdullah Gul che, se eletto, sarebbe divenuto il primo presidente della Repubblica filo-islamico della storia della Turchia repubblicana. A quel punto la Corte Costituzionale – dietro pressione dell’esercito, che il 27 aprile pubblicò sul suo sito un comunicato nel quale avvertiva che avrebbe sorvegliato attentamente le elezioni presidenziali e che non sarebbe rimasto inerte di fronte ad una serie minaccia nei confronti del pilastro kemalista del secolarismo – bloccò la candidatura di Gul attraverso una discussa sentenza secondo la quale per l’elezione del presidente, oltre al quorum funzionale previsto dalla Costituzione (la quale all’art. 102.3 stabilisce che al terzo scrutinio basta la maggioranza assoluta dei voti per eleggere il capo dello Stato), sarebbe stato comunque necessario il quorum strutturale dei due terzi dei membri del Parlamento. In altri termini, l’AKP disponeva dei voti necessari per eleggere Gul al terzo scrutinio, ma perché l’elezione fosse valida i deputati del maggiore partito di opposizione, i nazionalisti dell’MHP, avrebbero dovuto prendere parte alle votazioni. Cosa che, dietro pressioni di Ergenekon[6], si rifiutarono di fare. In situazioni di questo tipo, quando cioè non è possibile l’elezione del presidente, la Costituzione prevede che si debba procedere immediatamente allo scioglimento del Parlamento e a nuove elezioni. Ciò che avvenne nel luglio dello stesso anno, quando l’AKP conseguì un risultato clamoroso aumentando i suoi consensi fino a oltre il 46 per cento dei voti. Dopo tale schiacciante dimostrazione di forza, Gul fu nuovamente proposto come candidato ufficiale dell’AKP alla presidenza della Repubblica e questa volta i deputati dell’MHP accettarono di garantire il quorum necessario affinché l’elezione fosse valida, onde evitare l’acuirsi di una crisi istituzionale che aveva già raggiunto livelli elevatissimi e il protrarsi di uno scontro che, se non fosse stato sospeso, avrebbe determinato inevitabilmente un vuoto di potere ai vertici dello Stato potenzialmente pericolosissimo.

L’anno successivo, dopo l’“e-coup” dell’aprile 2007, i generali misero in scena un tentativo di colpo di stato “giudiziario”. Durante un visita ufficiale in Spagna, infatti, il primo ministro Erdoĝan aveva rilasciato delle ambigue dichiarazioni circa il divieto di indossare il velo islamico vigente in Turchia, in seguito alle quali il 14 marzo il pubblico ministero della Suprema Corte d’Appello Abdurrahman Yalçınkaya chiese ufficialmente alla Corte Costituzionale di bandire l’AKP, accusato di essere “un focolaio di attività anti-laiche”. La Corte accettò l’accusa all’unanimità, ma, pur riconoscendo nel verdetto del 31 luglio 2008 che l’AKP era un “centro di attività anti-laiche”, non bandì il partito a causa del mancato raggiungimento del quorum necessario tra i membri della Corte. La decisione di bandire l’AKP richiedeva infatti il consenso di sette giudici su undici, maggioranza mancata per un solo voto.

 

La risposta dell’AKP

Dopo aver incassato l’elezione di Gul alla presidenza della Repubblica e la mancata messa al bando da parte della Corte Costituzionale, l’AKP di Erdoĝan è passato al contrattacco. Già a partire dal gennaio 2008, quando la polizia turca annunciò di avere le prove dell’esistenza dell’organizzazione clandestina Ergenekon, iniziarono i primi arresti di importanti personalità dell’establishment kemalista, realizzati in molti casi con una tempistica che rende l’idea dell’intensità dello scontro in atto. Il 1° luglio 2008, ad esempio, non appena terminata l’audizione del pubblico ministero della Suprema Corte d’Appello Abdurrahman Yalçınkaya da parte della Corte Costituzionale in merito alle “attività anti-laiche” dell’AKP, vennero arrestate 25 persone accusate di far parte di Ergenekon, tra le quali diversi membri di primo piano dell’establishment kemalista.

La strategia dell’AKP, finalizzata a liberarsi della tutela dell’esercito e a sostituire quest’ultimo quale struttura fondamentale del sistema di potere turco, ha però fatto il salto di qualità solo nella primavera scorsa, quando nella notte tra il 25 e il 26 giugno il parlamento di Ankara ha approvato, senza che vi fosse alcun dibattito pubblico e all’insaputa di molti deputati dell’opposizione, una serie di modifiche legislative che sottopongono il personale militare alla giurisdizione civile in caso di crimini quali l’organizzazione di gruppi armati, la violazione di norme costituzionali, il tentativo di rovesciare i governi civili e la minaccia alla sicurezza nazionale. Nel sistema precedente, plasmato dai militari in seguito al colpo di stato del 1980, il personale militare poteva essere giudicato solo da tribunali militari, ai quali erano sottoposti anche i civili in caso di reati di particolare gravità. Una modifica in tal senso era stata più volte richiesta dall’Unione Europea, nonché posta da Bruxelles tra i requisiti necessari per l’ingresso di Ankara nell’UE (i cosiddetti “criteri di Copenaghen”). Tuttavia, come ha notato Gareth Jenkins, c’è “uno stridente contrasto tra la velocità e la decisione con la quale l’AKP ha fatto approvare tali emendamenti e la sua riluttanza a soddisfare un numero incredibilmente alto di altri prerequisiti per ottenere la membership europea”[7]. In realtà infatti, Erdoĝan ha utilizzato le riforme del sistema giudiziario turco come un clava per colpire l’esercito e precipitare il paese in una condizione di paranoia da colpo di stato, per poi presentarsi come l’ultimo baluardo a difesa della legalità di fronte a una casta militare disposta anche a giocare contro gli interessi nazionali del paese pur di riaffermare la sua tutela sullo stesso.

L’ondata di arresti di lunedì è parte integrante di tale strategia, volta ad alimentare “una guerra di logoramento studiata per erodere l’influenza e il prestigio [dei militari] e ad aprire la strada a una graduale islamizzazione dello Stato turco”[8]. È difficile, infatti, che piani golpisti elaborati 7-8 anni fa possano costituire una minaccia attuale per le istituzioni democratiche turche, soprattutto considerando che essi sono precedenti all’“e-coup” del 2007 e al “colpo di stato giudiziario” del 2008, dai quali l’AKP è uscito non solo indenne ma anche più forte di prima. Erdoĝan, quindi, non ha sventato nessun colpo di stato, anzi, il golpista è lui stesso.

Diversamente da quanto sostengono i suoi leader, l’AKP non è un partito “conservatore” che s’ispira alla CDU di Konrad Adenauer, ma un movimento guidato da una visione del mondo basata su di una “premessa distorta per la quale i regimi islamisti e anti-occidentali hanno sempre ragione, anche se sono criminali, come quando uccidono musulmani, [mentre] gli Stati occidentali e i non-musulmani hanno sempre torto, anche se agiscono per autodifesa contro i regimi islamisti”[9]. L’AKP, dunque, “nella sua identificazione con i regimi islamisti e anti-occidentali del Medio Oriente”[10], punta all’instaurazione di una Repubblica islamica in giacca e cravatta, per la creazione della quale è necessario eliminare l’esercito, l’unico ostacolo che ancora si frappone alla demolizione dei pilastri sui quali Mustafa Kemal eresse la Repubblica turca nel 1923.

 

 

[1] Cfr. Leman Basak Ari, Civil-Military Relations in Turkey, Texas State University, Dept. of Political Science, Public Administration, 2007, p. 43.

[2] Samuel P. Huntington, La terza ondata. I processi di democratizzazione alla fine del XX secolo, Il Mulino, Bologna, 1995, p. 69 ss.

[3] Hamit Bozarslan, La Turchia contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2006, p. 88.

[4] Un esempio di tali “attività islamiche” è rappresentato da quanto accaduto il 31 gennaio 1997 a Sincan, sobborgo di Ankara. Il sindaco Refah di Sincan organizzò una celebrazione della Giornata di Gerusalemme (che va in scena in Iran ogni anno per volontà dell’ayatollah Khomeini) durante la quale la folla inneggiò all’Intifada, all’applicazione della shari’a in Turchia e urlò slogan anti-israeliani. Alla celebrazione partecipò anche l’ambasciatore iraniano ad Ankara. Il giorno successivo, l’esercito occupò il sobborgo con i carri armati, arrestò il sindaco di Sincan e rimosse l’ambasciatore iraniano (cfr. Gilles Kepel, Jihad ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, Carocci, Roma, 2001-2004, p. 402).

[5] Hamit Bozarslan, cit., p. 89. Sulle contraddizioni della dottrina kemalista in materia di religione e laicità si possono vedere, tra gli altri, Massimo Introvigne, La Turchia e l’Europa. Religione e politica nell’Islam turco, Sugarco Edizioni, Milano, 2006 e Perry Anderson, Kemalism,http://www.lrb.co.uk/v30/n17/perry-anderson/kemalism.

[6] Ercan Yavuz, “Evidence indicates Ergenekon tried to block presidential election”, Today’s Zaman, 31 July 2008.

[7] Gareth Jenkins, “Who’s couping now?”, Al-Ahram Weekly, 14 November 2009.

[8] Ivi.

[9] Soner Cagaptay, “When Islamist foreign policies hurt Muslims”, The Los Angeles Times, December 7, 2009. Il riferimento è alle parole pronunciate da Erdoĝan in occasione della visita ufficiale del dittatore sudanese Omar Hassan Bashir in Turchia nel novembre 2009: “So che Bashir non ha commesso nessun genocidio in Darfur, perché Bashir è un musulmano e i musulmani non possono commettere genocidi”. In realtà, le Corte Penale Internazionale ha messo Bashir in stato d’accusa e ha emesso un mandato d’arresto nei suoi confronti per i crimini di guerra commessi durante il conflitto in Darfur, costati la vita a 300.000 sudanesi – di cui la maggior parte musulmani.

[10] Id., “Mr. Erdoĝan Visits Washington. The AKP’s Foreign Policy and United States Interests”, Policy Watch, December 3, 2009.




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Commenti
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pamuz   |Author |2010-02-23 18:16:23
dato che tra nemmeno due settimane partirò per istanbul...posso stare
tranquilla???
daniele   |2010-02-25 10:36:40
dipende da che cosa vai a fare a Istanbul... attività sovversive?
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