Dopo l’emergenza, nuove abitudini d’acquisto per 16,4 milioni di italiani: exploit dell’online

Le abitudini d’acquisto sono cambiate, complice – ancora una volta – l’effetto del Coronavirus. L’emergenza sanitaria ha portato con sé anche profondi cambiamenti nelle consuetudini degli italiani e degli europei, che hanno modificato, ad esempio, il loro modo di fare acquisti. A dirlo è nuovo report realizzato dalla società di consulenza globale Alvarez&Marsal in collaborazione con Retail Economics e basato su un campione di 6.000 consumatori appartenenti a 6 paesi europei: Italia, Germania, Gran Bretagna, Francia, Spagna e Svizzera.

L’online è il canale che si rafforza di più

A causa del lockdown, l’online ha vissuto un exploit notevolissimo, anche in Italia. Il rapporto prevede che il le vendite on line in Europa nel corso del 2020 vedranno una crescita del giro d’affari totale fino a  13,6 miliardi di euro. Alto il business anche nel nostro Paese, tradizionalmente la “Cenerentola” in questo mercato: in Italia l’incremento sarà di 1,5 miliardi, in Gran Bretagna di 5 miliardi e in Francia di 3 miliardi. “Più di quattro consumatori su dieci in tutta Europa hanno indicato di aver acquistato online per la prima volta, a causa del Covid, qualcosa che in precedenza avevano comprato solo in negozio. Questa percentuale sale al 55% per i consumatori in Italia e Spagna, nazioni più colpite dall’emergenza sanitaria” spiega il report, come riporta l’Ansa. E la gran parte dei consumatori – 16,4 milioni di persone – ha dichiarato che cambierà in modo permanente le proprie abitudini d’acquisto: ciò significa che il canale digitale è destinato a guadagnare ulteriore quote di mercato.

Cosa hanno acquistato gli italiani?

In tempi di lockdown, i nostri connazionali hanno concentrato i loro investimenti sopratutto sull’alimentare, che in questo mesi ha messo a segno un notevole +15%. In negativo le spese considerate velleitarie, come i vestiti, le scarpe, i mobili e anche i libri. Ha invece tenuto tutto il settore dell’elettronica di consumo e quello degli attrezzi per poter continuare a fare ginnastica anche a casa.

In Italia ancora grandi margini di crescita

Come dicevamo, in Italia la penetrazione dell’online ha valori ancora relativamente bassi specie se raffrontata con altri Paesi Europei. Secondo il rapporto, il nostro Paese ha registrato una penetrazione dell’ecommerce del 6,3% nel 2019: ma tale valore è destinato a crescere con stime che parlano dell’8,3% per quest’anno con un previsionale per il 2021 del 9,5%. E nel resto d’Europa? La Spagna fa peggio di noi: in base ai dati disponibili, passerà dal 5,3% del 2019 al 7,3% nel 2020 al 7,6% nel 2021. Le campionesse dei consumi online sono invece la Gran Bretagna, che quest’anno salirà al 24% (+4% rispetto al 2019), seguita a distanza dalla Germania, con un 13,9% per il 2020.

Trattamento dei dati personali online: italiani preoccupati, ma al digitale non si rinuncia

Sappiamo che gli italiani, specie in queste ultime settimane, sono diventati sempre più digitali e passano gran parte del loro tempo usando tutte le opzioni possibili, fra internet, app, streaming, e-commerce… Solo nell’ultimo periodo, quello del lockdown, l’utilizzo di strumenti digitali è cresciuto addirittura del 20%. Ma quanti dei nostri connazionali sono adeguatamente informati sul trattamento dei loro dati personali e della loro privacy online? Pochi, a dire la verità. A dirlo è una recente indagine di GfK Sinottica, basata su un campione rappresentativo di italiani con più di 14 anni, che fa emergere alcuni elementi interessanti in merito al rapporto fra italiani e queste tematiche.   

Privacy, questa… “sconosciuta”

Anche se quello della privacy è un argomento noto – con  oltre il 90% degli utenti internet che afferma di conoscere o aver sentito parlare del tema del trattamento dei dati personali online, anche per tutte le questioni emerse intorno all’utilizzo della App Immuni – solo un italiano .su 2 dichiara di essersi informato attivamente a riguardo. Esaminando i dati in base all’età anagrafica, non sorprende che  la metà dei soggetti informati abbia tra i 35 ed i 54 anni. Gli utenti più in là negli anni, invece, sembra avere meno dimestichezza con tali tematiche, mentre i più giovani hanno una conoscenza solo superficiale della privacy online. Però, anche se c’è l’ammissione di saperne poco in merito, i nostri connazionali sono abbastanza preoccupati per la loro privacy: oltre l’80% degli intervistati, infatti, esprime dei timori in merito. Ancora, 2 utenti su 3 dicono di non fidarsi a rilasciare i propri dati su siti web. In generale, gli italiani esprimono anche una certa diffidenza nei confronti di tutti quei soggetti istituzionali e commerciali che sul web trattano dati sensibili.

I timori non frenano l’utilizzo dei servizi via web

Eppure, nonostante un po’ di ansia, gli italiani utilizzano alla grande servizi che richiedono i dati personali: l’indagine rivela che 3 persone su 5 accedono al servizio di Internet Banking e oltre 4 su 5 sono iscritti ad almeno un social network. Insomma, il trattamento dei dati personali e la privacy sono una fonte di lieve preoccupazione, ma non abbastanza da non utilizzare i servizi della rete, anzi. Forse non c’è ancora una piena consapevolezza, nel nostro Paese, di cosa sia potenzialmente rischioso e cosa no. Fatto sta che le tracce digitali sono sempre più numerose: ciò significa che al web no, non si può proprio rinunciare.

Commercio digitale B2B, le aziende italiane scoprono i marketplace

L’ e-commerce cresce fra le aziende italiane: ma, oltre al commercio online destinato al pubblico finale, esistono anche esempi virtuosi di e-commerce B2B, ovvero destinato ad altre imprese. Oggi due imprese italiane su tre in utilizzano i canali digitali in qualche fase o per qualche scopo del processo di acquisto (era il 65% nel 2005) e il 52% delle aziende B2B (o B2B2C) con più di 20 milioni di euro di fatturato ha un canale e-commerce B2B attivo, in crescita del 10% rispetto alla ricerca svolta a fine 2015: l’indagine a cui si fa riferimento è quella condotta da Netcomm, che ha fotografato il grado di digitalizzazione dei processi commerciali tra aziende.

Ancora agli inizi l’esperienza dei marketplace B2B

In base alla ricerca, si rileva che il 40% delle aziende B2B ha attivato un e-commerce con sito proprio, mentre il 18% vende con marketplace. Il 26% di aziende B2B non ha nessuna attività di digital commerce (era il 37% nel 2015), ma buona parte prevede di iniziare a farlo entro un anno. La principale barriera ad un uso più intenso degli strumenti digitali è rappresentata dagli attuali rapporti con i fornitori tradizionali.

“Il fenomeno è già rilevante in Usa e dominante in Asia”

“Lo scenario del commercio digitale B2B vede come nuovi protagonisti i marketplace e i nuovi rivenditori nati specificatamente per il canale digitale. I marketplace B2B, come nel B2C, stanno conquistando una quota di mercato importante e crescente. Il fenomeno è già rilevante in USA e dominante in Asia, molto meno in Europa e in Italia dove la diffusione dei marketplace B2B è solo agli inizi”: queste le parole di Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. “Il livello di conoscenza dei nomi dei principali marketplace B2B è cresciuto significativamente, passando dal 38% nel 2016 al 95% nel 2019, segno che l’interesse degli attori verso questi canali sta aumentando in modo rilevante. Possiamo immaginare che i grandi marketplace B2B, come Alibaba, Amazon Business e eBay giocheranno un ruolo chiave nello sviluppo dell’e-commerce B2B, ma anche che la frammentazione e specificità dei diversi comparti del B2B consentiranno lo sviluppo di molti player generalisti e settoriali”.

Rapporti commerciali avviati attraverso una ricerca on line

Quanto il mercato tradizionale stia cambiando e si stia spostando sempre più sul digitale è confermato dai numeri della ricerca: il 33% delle aziende buyer ha attivato rapporti commerciali con fornitori che sono stati individuati per la prima volta grazie a una ricerca online o altri strumenti digitali e il 15% dei buyer intervistati usa già marketplace B2B per fare acquisti. In particolare, i buyer cercano nell’online una fornitura occasionale e rapida, talvolta perché il proprio canale di riferimento ne è sprovvisto e necessitano di rifornirsi con urgenza. I servizi più desiderati dai buyer sono i cataloghi e le schede prodotto online di qualità, i listini prezzi pubblici e i contratti personalizzati online. Sono quindi propensi a comprare solo da chi mostra immediatamente prezzi e condizioni chiare, o anche da chi offre servizi di consegna rapidi e di qualità.

Facebook, arriva la funzione per gestire (e cancellare) il passato

Alzi la mano chi non vorrebbe fare un leggero make up alla propria bacheca di Facebook: ma finora non è stato agevolissimo eliminare ricordi del passato come foto, frasi, commenti. Magari si desidera cambiare lavoro e vecchi post non appartengono più alla propria vita attuale, così come magari è mutata la situazione sentimentale ed è necessario mettere un po’ d’ordine. Bene, ora cancellare quello che non ci piace più diventa semplice, anche se si vogliono eliminare interi blocchi. “Che tu stia entrando nel mercato del lavoro dopo il college, o stia voltando pagina dopo la fine di una relazione, sappiamo che le cose cambiano nella vita delle persone e vogliamo renderti più facile curare la tua presenza su Facebook per riflettere più accuratamente chi sei oggi”, ha annunciato il social network attraverso un messaggio.

Cosa fa Manage Activity

La nuova funzione si chiama Manage Activity e permette di nascondere o cancellare in blocco i vecchi post fin dall’iscrizione al social. Si tratta di un’opzione che consente di gestire, in un’unica area, tutti i contenuti pubblicati in bacheca. I post che non si vogliono più mostrare, ma che si desidera conservare, possono essere archiviati e recuperati quando lo si desidera. Quelli che invece è meglio che vengano buttati, si possono mettere nel cestino: anche in questo caso ci sarà la possibilità di cambiare idea. I post eliminati verranno infatti conservati per altri 30 giorni prima di essere cancellati per sempre. Ma la funzione più interessante è quella che consente di selezionare diversi post attraverso una sola azione, identificandoli attraverso dei filtri. Quindi, sarà possibile effettuare cancellazioni multiple con un solo clic, senza lunghe operazioni manuali.

Operativo a breve su tutte le versioni 

La funzione Manager Activity al momento è disponibile solo sulle app mobile, sia iOS sia Android, ma a breve – si ipotizza entro qualche settimana – si potrà utilizzare anche sulla versione desktop di Facebook. Per accedervi, bisogna andare su Registro attività dalla propria pagina profilo. Da qui si accede a Gestisci attività: in questa pagina è possibile accedere a I tuoi post, che possono essere così visualizzati. A questo punto, i post possono essere filtrati – ad esempio scegliendo un lasso di tempo o quelli in cui appare una persona  – e successivamente archiviati o cancellati. E’ prevista anche l’opportunità di mettere la spunta a “tutti”, sempre con la possibilità di filtrare i post con i parametri inseriti. Una volta cancellati, i vecchi post non saranno più rintracciabili in nessun modo: e, in molti casi, è davvero meglio così.

Il digital wallet di Libra cambia nome: è Novi

Addio Calibra, benvenuta Novi. Il portafoglio digitale legato alla criptovaluta Libra di Facebook – presentata un anno fa ma non ancora operativa – cambia nome. Lo ha annunciato con un tweet David Marcus, a capo della società, spiegando: “Abbiamo cambiato il nostro nome ma non la nostra missione: creare un WorldWideWallet che faccia funzionare i soldi meglio in tutto il mondo”. La app, al momento non ancora operativa, servirà a trasferire denaro con estrema facilità. Il nuovo nome deriva dalle parole latine ‘novus’ e ‘via’: Novi ha già un sito dedicato, dove è visibile l’interfaccia che avrà il wallet.

Un portafoglio digitale facile da utilizzare

Il portafoglio della società è destinato a contenere le varie valute digitali di Libra, una volta che l’iniziativa guidata da un pool di aziende – tra le quali Facebook – sarà attiva. Secondo i manager del gruppo, il suo utilizzo sarà “facile come l’invio di un messaggio”. Novi – che consente appunto di inviare denaro ad amici e contatti –  sarà una app autonoma ma sarà integrata anche in WhatsApp e Messenger. In sintesi, su Novi sarà possibile accantonare del denaro che sarà poi convertito in Libra: a questo punto, si potrà girarlo ai destinatari prescelti.  Sarà sufficiente selezionare l’ammontare della cifra da inviare, verificare i costi di commissione, e avviare il trasferimento. In più, ogni invio di denaro potrà essere accompagnato da un messaggio. I soldi vengono trasferiti istantaneamente. I soldi possono restare nel wallet o essere convertiti in valuta locale. Inoltre, Novi potrà essere usato per pagare le transazione che prevedono Libra come sistema di pagamento. Al lancio, in base alle indiscrezioni, il cambio sarà previsto con dollaro americano, sterlina o euro. Al momento non si conoscono i costi relativi alle commissioni, ma la società ha dichiarato che anche questi, quando la app sarà operativa, verranno chiaramente esplicitati e non ci saranno “addebiti nascosti”.

La questione sicurezza

Una delle questioni ancora aperte resta però la sicurezza, anche se dalla società fanno sapere che ogni cliente – che non dovrà necessariamente essere iscritto a Facebook – verrà verificato attraverso l’utilizzo di un documento di identità rilasciato dal governo e le protezioni antifrode saranno integrate in tutta l’app. Ancora, è stato annunciato che è prevista l’attivazione di un servizio clienti operativo H24. “La nostra speranza è di introdurre una versione iniziale di Novi in una serie di paesi quando sarà disponibile Libra”, ha concluso Marcus.

Mercato device nel 2020: male, ma non malissimo

Le previsioni lo avevano già anticipato: il 2020 per il mercato degli smartphone e dei tablet sarà un anno negativo, ma non horribilis. Insomma, tra Covid-19, emergenza sanitaria e lockdown poteva andare anche peggio. A dare un quadro dell’andamento dell’informatica di consumo a livello globale è l’ultimo rapporto dei ricercatori di Gartner.

Device, contrazione del 13,6%

In base al rapporto, nell’anno in corso le vendite di pc, tablet e telefoni subiranno una flessione del 13,6% su scala globale, a quota 1,9 miliardi di unità, e il comparto telefonico sarà il più colpito. Le consegne di cellulari diminuiranno del 14,6% scendendo sotto gli 1,5 miliardi di pezzi, mentre gli smartphone registreranno un -13,7% a 1,3 miliardi. Sembra quasi un paradosso, visto che in una situazione anomala come quella del lockdown moltissime persone hanno dovuto convogliare tutte le proprie attività – professionali, scolastiche, sociali – sui device: eppure non è così. Nonostante tutti noi si abbia fatto affidamento sulla tecnologia per sopravvivere all’emergenza, questo non si è tradotto in una maggiore spesa in telefoni o computer. Anzi, il risultato è opposto: l’impatto dell’emergenza sanitaria sull’economia fermerà gli acquisti. Come ha spiegato Ranjit Atwal, senior research director di Gartner, “La minore disponibilità economica farà sì che meno persone cambieranno telefono. Come risultato, il ciclo di vita degli smartphone si allungherà, passando da 2,5 a 2,7 anni”. Una tendenza comunque che era già in atto prima del lockdown.

Poteva andare peggio

Meno sensibile, invece, il calo che subiranno i computer. Il mercato dei pc segnerà sì una flessione, ma questa si fermerà al 10,5%. “Il calo stimato per il mercato dei pc avrebbe potuto essere molto peggiore” precisa Atwal. “Tuttavia, i lockdown imposti dai governi per il Covid-19 hanno costretto le aziende e le scuole a permettere a milioni di persone di lavorare da casa e ad aumentare la spesa per nuovi notebook, Chromebook e tablet per i lavoratori. Le istituzioni scolastiche e i governi hanno inoltre aumentato la spesa per quei dispositivi per facilitare l’e-learning”. Per questo alcune tipologie di prodotto – portatili, tablet e Chromebook – subiranno un calo inferiore alla media.

Meglio in autunno?

In base ai dati degli analisti, il 2020 dovrebbe chiudersi con un numero totale di vendite di device pari a 1,866.992 milioni di pezzi contro i 2,160.583 milioni del 2019. Ma non tutto è perduto, e si guarda – per quanto riguarda il mercato degli smartphone in particolare – all’autunno: per allora ci sarà infatti il 5G e il lancio di una serie di nuovi prodotti di alta gamma (rimandati per colpa del virus) che potrebbero rivoluzionare l’andamento delle vendite. Non resta che aspettare.

Facebook Shops, così le Pmi accedono all’ecommerce sui social

Per le piccole e medie imprese che vendono online, l’ultima novità introdotta da Facebook può rappresentare una valida opportunità per incrementare il giro d’affari e conquistare una maggiore visibilità in rete, conquistando così nuove fette di mercato. L’ultimo passo compiuto verso l’e-commerce dal social network più famoso del mondo è infatti Facebook Shops. Si tratta di una nuova funzione disponibile anche in Italia che ha l’obiettivo “di rendere lo shopping sempre più immediato e consentire a chiunque, dal piccolo imprenditore al marchio globale, di usare le nostre app per connettersi con i propri clienti”, spiega la società. Per molte realtà commerciali che si sono dovute confrontare con le limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria, e che hanno dovuto chiudere i negozi fisici, potrebbe essere una buona occasione.

Come funziona

Gli Shops funzionano così: le imprese possono creare un negozio online e i clienti vi potranno accedere sia su Facebook sia su Instagram. Le aziende avranno la possibilità di avere delle vetrine gratuite e personalizzabili, oltre che selezionare i prodotti da inserire nel catalogo virtuale. Gli utenti potranno poi trovare i Facebook Shops sulla pagina Facebook o sul profilo Instagram di un’azienda, oppure scoprirli nelle storie o negli annunci pubblicitari. Negli Stati Uniti si potrà anche fare un acquisto direttamente sull’app, non solo sul sito dell’azienda, e molto probabilmente questa opzione arriverà anche in altri Paesi. Se, come ha lasciato intendere Facebook, gli Shops arriveranno su tutte le piattaforme del gruppo – comprese quindi WhatsApp e Messenger – i venditori avranno accesso con un solo catalogo a una platea potenziale di tre miliardi di persone. Ancora, pare che Facebook stia testando nell’ambito di questo progetto la possibilità di collegare i programmi fedeltà di alcuni esercizi commerciali al proprio profilo social. Insomma, la visibilità sarà massima.

Vendite nelle dirette

Le funzioni degli Shops sono però anche a vantaggio del cliente. Ad esempio, chi è interessato a un prodotto potrà chiedere consigli a un commesso – come avviene nel mondo reale – rivolgendo domande o inviando un messaggio attraverso WhatsApp, Messenger o Instagram Direct. Ma si potranno fare acquisti anche durante le dirette: con il Live Shopping si potrà comprare un prodotto durante una presentazione video, come in una televendita. Anche gli influencer potranno taggare i prodotti durante i video. Con questa novità, il colosso di Zuckerberg si spinge sempre più verso un nuovo modello economico: dal leisure al business dello shopping, un po’ come i big Amazon ed eBay.

Effetti collaterali del Coronavirus: in mezza Italia forti cali nelle connessioni Internet via smartphone

Molti italiani se ne saranno accorti sulla propria pelle, o meglio sulla propria connessione da smartphone: durante il lockdown la velocità di Internet è precipitata in numerose aree. A confermare questa sensazione, che è invece realtà, arriva il rapporto mensile di OpenSignal sullo stato delle connessioni nel nostro paese, coincidente con l’inizio del periodo di lockdown. Lo scenario che emerge è che l’Italia è spaccata a metà, con cali della tenuta della rete molto più accentuati fuori dalle grandi aree urbane.

Calo di velocità medio del 7,2%

Stando alle rilevazioni contenute nel rapporto relativo a marzo 2020, le velocità di download da smartphone sono diminuite in media del 7,2% nelle aree urbane, molto meno che nelle aree suburbane o rurali dove è stato rilevato un down rispettivamente del 12,2 e 13,7%. Per la classificazione del territorio, OpenSignal si è basata sul grado di urbanizzazione fornito dall’Istat, che raggruppa tutti i comuni italiani in tre tipi di aree: scarsamente popolate (zone rurali), densità intermedia (città, periferie e piccole aree urbane) e densamente popolate (città e grandi aree urbane), insieme alla suddivisione geografica per macro regioni  (centro, isole, nord est, nord ovest e sud). I dati evidenziano che nel nord est i cali sono stati contenuti, pari a circa il -2,6%, mentre il resto delle altre regioni c’è stato un abbassamento del 10%. Nelle zone suburbane si è registrata una variazione negativa pari a circa il 10% in almeno 4 delle 5 macro regioni, con il dato negativo più importante nelle isole. Stessa cosa al sud Italia in cui è stato registrato un calo del 13,2% passando da 22,2 Mbps a 19,2 Mbps, mentre le regioni del nord ovest sono passate da 27,1 Mbps a 23,7 Mbps, pari ad un calo del 12,6%. Più sensibile il calo nelle isole: OpenSignal riferisce di rallentamenti della velocità fino al 22,3% rispetto a febbraio.

Colpa di smartworking e didattica a distanza?

Appare pressoché certo che l’istituzione di una zona rossa a tutta l’Italia possa aver contribuito alle difficoltà di connessione. Gli analisti spiegano che i cali possano attribuirsi alla congestione della rete, dovuta all’altissimo numero di dispositivi collegati sia per lo smartwork sia per la didattica a distanza, due fenomeni esplosi proprio a marzo. In questo scenario c’è anche un aspetto positivo: gli operatori italiani hanno saputo “tenere botta” fornendo un servizio giudicato sempre al di sopra della sufficienza. Una prova superata, quindi, in una situazione inimmaginabile e mai sperimentata prima.

Zoom Fatigue, c’è già l’effetto collaterale delle videoconferenze

Un surplus di videoconferenze può portare a una serie di disturbi reali: si tratta di una vera e propria forma di affaticamento dovuta a un eccesso di attenzione alle parole più che alla comunicazione non verbale. Un fenomeno che ha già un nome, Zoom Fatigue, riferendosi alla app più famosa del momento per riunioni e meeting. Certo, meno male che ci sono queste soluzioni tecnologiche per svolgere incontri, lezioni e briefing a distanza, in un periodo in cui le relazioni interpersonali fisiche sono pressoché impossibili. Però, anche questa comodità ha un effetto collaterale.

Osservare troppo affatica il cervello

Come riporta un articolo apparso sulla versione internazionale del National Geographic, strumenti come questi sottraggono alle conversazioni con altre persone molto dell’aspetto non verbale, ‘costringendo’ a prestare fin troppa attenzione alle parole. “Stiamo sperimentando un sovraccarico di messaggi non verbali”, ha commentato Jeremy Bailenson, direttore del Virtual Human Interaction Lab della Stanford University. 

Bailenson ha spiegato che la videochat rovescia le norme dell’interazione sociale: “Il comportamento che di norma riserviamo alle nostre relazioni più strette, come guardarsi negli occhi per lungo tempo e osservare il volto dell’altro da vicino, è diventato improvvisamente il modo in cui interagiamo con conoscenze casuali, colleghi e persino sconosciuti”. Ad esempio, quando partecipiamo a una riunione in videochat con altre otto persone, per tutto il tempo stiamo costantemente a osservare questi otto individui: una modalità che non seguiremmo durante una riunione in una normale sala meeting. Inoltre, con così tante piccole caselle da guardare, la visualizzazione della galleria Zoom rende difficile concentrarsi veramente su una sola persona. Tutti quegli stimoli possono essere faticosi, se non stressanti, per il cervello.

L’importanza dei segnali non verbali

Lo stesso vale per la mancanza di segnali non verbali, come il linguaggio del corpo. Quando si conversa con qualcuno di persona, si notano – anche inconsciamente –  aspetti come la postura, i gesti e i suoni del respiro. Quando questi segnali non ci sono o sono più difficili da cogliere, il cervello deve lavorare di più per comunicare correttamente. Andrew Franklin, esperto di Cyber ​​Psicologia presso la Virginia Norfolk State University, ha commentato: “Per chi è veramente dipendente da questi segni non verbali, può essere un grosso problema non averli”. Insomma, la videoconferenza può non essere la soluzione giusta per tutti. Però, in alcuni casi è un toccasana: come per chi soffre di problemi dello spettro autistico, che può preferire le riunioni online a quelle di persona perchè si genera meno confusione e parla una persona alla volta.

Tecnologia, come sono cambiate le abitudini digitali durate la quarantena

La ormai lunga quarantena imposta agli italiani dall’emergenza sanitaria “ha determinato un mutamento nella percezione dell’utilità della tecnologia e anche delle abitudini della popolazione mondiale”, sottolinea l’esperto di social media Vincenzo Cosenza in un’analisi pubblicata sul suo blog vincos.it. In particolare, l’esperto evidenzia sei diverse tipologie di servizi legati al mondo tech che hanno registrato un autentico exploit durante il lockdown. Si tratta di e-commerce, informazione, lavoro e scuola, intrattenimento, social, messaggistica. Un altro dato interessante è che la fruizione digital, probabilmente per il fatto che si sta quasi tutti a casa, ha registrato un sensibile calo attraverso il mobile a favore della navigazione in rete da desktop, che invece segna un deciso aumento.

Chi sale: su social, messaggistica e videochiamate

“A marzo – scrive l’esperto – Facebook ha fatto registrare 41 milioni di accessi unici da desktop (+43% su febbraio). Cresce anche Twitch, il sito di giochi in streaming, che totalizza 25 milioni di visite (+25%). L’app più scaricata è stata TikTok (oltre 1,6 milioni di volte, +50%) seguita da Instagram (oltre 1,1 milioni)”. Anche se confinati nelle loro case, gli italiani non rinunciano però ai rapporti sociali e a “chiacchierare”, seppur a distanza, con amici e parenti. Non sorprende che in queste settimane la chat preferita dagli italiani si confermi WhatsApp, unica a crescere in termini di tempo di utilizzo (55 minuti a persona). La chat più scaricata è Messenger (1,6 milioni di download a marzo), seguita da Telegram (1,5 milioni). Tra le principali novità del mese di marzo spicca sicuramente il debutto di Houseparty con 1 milione di download e una crescita di utenti giornalieri dell’8000%. Un gran numero di nostri connazionali si è avvicinato per la prima volta ad alcuni servizi digitali: ad esempio, riporta l’analisi, il 57% ha usato per la prima volta tool per la scuola da remoto e il 42% le videoconferenze per uso professionale (dato più alto rispetto a quello di Francia e Germania). Ma è alta anche la percentuale di chi, in questa situazione, si è avvicinato a corsi on line per tenere in forma sia il corpo sia la mente (rispettivamente 38% e 22%). Sul fronte dell’intrattenimento, Youtube stacca e di molto tutte le altre piattaforme simili.

Videoconferenze, le app più scaricate

L’app per videoconferenze più scaricata dagli italiani è Zoom (oltre 2,3 milioni di volte) anche quella che ha subito il maggiore incremento di utenti giornalieri insieme a Hangouts Meet. Ma la più utilizzata dagli italiani resta Skype, usata quotidianamente da oltre 300.000 utenti Android, seguita da Zoom (120.000). L’esperto prefigura anche uno scenario di cosa accadrà quando potremo man mano ritornare alla nostra vita normale: “l’utilizzo di molti servizi si attenuerà, ma alcune abitudini rimarranno perché l’ostacolo psicologico all’utilizzo è stato rimosso, anche se forzatamente”.