Google sempre più accessibile, per tutti

L’accessibilità è un diritto, anche quando si parla di tecnologia. Ecco perché Google è da sempre attento alle difficoltà delle persone con disabilità, un’attenzione che si esplica nella continua ricerca di soluzioni pensate per rendere l’uso dei dispositivi tech più semplice per tutti e funzionale alla vita quotidiana. Così il colosso di Mountain View ha recentemente presentato diverse novità che vanno proprio in questa direzione. Il mondo della disabilità – sia essa cognitiva, della vista, dell’udito, del movimento o di altra forma – è tanto vario quanto sono uniche le persone che lo rappresentano. L’OMS ha stimato che si tratti del 15% della popolazione globale. Ed è quindi fondamentale progettare strumenti che siano il più possibile inclusivi e alla portata di tutti, con l’obiettivo di creare una società più equa.

Criticità emerse durante il lockdown

Il periodo del lockdown, caratterizzato dall’utilizzo “salvifico” delle tecnologia, ha però fatto emergere diverse criticità per alcune fasce di popolazione. Ad esempio, da quando le mascherine sono diventate un accessorio fisso, per le persone con disabilità dell’udito che si affidano alla lettura labiale è diventato più difficile interagire. App come Trascrizione istantanea e Amplificatore sono diventate particolarmente utili, ha specificato Google, come riporta Italpress. Perchè la prima mostra in tempo reale sullo schermo dello smarphone quello che viene detto, mentre la seconda amplifica e adatta i suoni e le voci intorno. Altrettanto interessante la soluzione pensata per aiutare le persone con disabilità visive ad avere una maggiore autonomia nel quotidiano. Puntando lo smartphone in una qualsiasi direzione, Lookout offre una descrizione vocale dell’ambiente e degli oggetti visualizzati grazie a modelli di intelligenza artificiale. Solo per fare un esempio, l’app permette di distinguere gli ingredienti per una ricetta in cucina, i diversi prodotti in un supermercato oppure le banconote per fare un pagamento e ricevere il resto. Lookout è disponibile in italiano e la sua capacità di riconoscere gli oggetti si sta ampliando nel tempo. Sempre per chi ha una disabilità visiva, è disponibile in Italia anche la funzionalità di descrizione immagini su Chrome.

L’input del Googler italiano

Un Googler italiano, Lorenzo Caggioni, è il “motore” che sta dietro lo sviluppo del dispositivo DIVA. Un bottone intelligente che permette di interagire con l’Assistente Google senza dover usare la voce. DIVA permette a chi porta una forma di disabilità cognitiva o motoria di svolgere alcune attività frequenti con maggiore autonomia. Il progetto di Lorenzo, presentato nel 2019, ha originato nuove sperimentazioni in Google su come rendere più accessibile la tecnologia a chi porta una disabilità cognitiva. Da qui è nato Action Blocks, disponibile in italiano sui telefoni Android: serve a semplificare al massimo i procedimenti necessari per portare a termine un’attività sullo smartphone e a trasformarli – con l’Assistente Google – in un unico pulsante digitale attivabile con un semplice tocco.

Mise, ecco come le Pmi possono accedere al bando Digital Trasformation

Le Pmi possono accedere ad agevolazioni per il loro passaggio alle nuove tecnologie. Il Ministero dello Sviluppo economico ha infatti pubblicato il decreto che definisce i termini e le modalità di presentazione delle domande di agevolazione per il bando “Digital Transformation” destinato alle piccole e medie aziende italiane. Per questa misura sono stati stanziati 100 milioni di euro dal Decreto Crescita, con l’obiettivo di favorire la trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi delle micro, piccole e medie imprese, attraverso l’applicazione di tecnologie avanzate previste nell’ambito di Impresa 4.0 e di quelle relative a soluzioni tecnologiche digitali di filiera.

A chi è rivolto

Come si legge in una nota pubblicata dal Mise, possono beneficiare delle agevolazioni le Pmi che, alla data di presentazione della domanda, abbiano le seguenti caratteristiche: iscritte come attive nel Registro delle imprese; operano in via prevalente o primaria nel settore manifatturiero e/o in quello dei servizi diretti alle imprese manifatturiere e/o nel settore turistico e/o nel settore del commercio; hanno conseguito, nell’esercizio cui si riferisce l’ultimo bilancio approvato e depositato, un importo dei ricavi delle vendite e delle prestazioni pari almeno a euro 100.000; dispongono di almeno due bilanci approvati e depositati presso il Registro delle imprese; non sono sottoposte a procedura concorsuale e non si trovano in stato di fallimento, di liquidazione anche volontaria, di amministrazione controllata, di concordato preventivo o in qualsiasi altra situazione equivalente secondo la normativa vigente. Le Pmi in possesso di questi requisiti, si legge, “possono presentare, anche congiuntamente tra loro, purché in numero comunque non superiore a dieci imprese, progetti realizzati mediante il ricorso allo strumento del contratto di rete o ad altre forme contrattuali di collaborazione, compresi il consorzio e l’accordo di partenariato in cui figuri, come soggetto promotore capofila, un DIH-digital innovation hub o un EDI-ecosistema digitale per l’innovazione, di cui al Piano nazionale Impresa 4.0”.

Cosa finanzia

I progetti ammissibili alle agevolazioni devono essere diretti alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi dei soggetti proponenti mediante l’implementazione di tecnologie abilitanti individuate dal Piano nazionale impresa 4.0. (advanced manufacturing solutions, addittive manufacturing, realtà aumentata, simulation, integrazione orizzontale e verticale, industrial internet, cloud, cybersecurity, big data e analytics); tecnologie relative a soluzioni tecnologiche digitali di filiera. A tal fine i progetti devono prevedere la realizzazione di: attività di innovazione di processo o di innovazione dell’organizzazione, ovvero investimenti. I progetti di spesa devono, inoltre, essere realizzati nell’ambito di una unità produttiva dell’impresa proponente ubicata su tutto il territorio nazionale, prevedere un importo di spesa non inferiore a 50.000 e non superiore a 500.000 euro; essere avviati successivamente alla presentazione della domanda di accesso alle agevolazioni e prevedere una durata non superiore a 18 mesi dalla data del provvedimento di concessione delle agevolazioni.

Quali e sono e come accedere alle agevolazioni

Le risorse finanziarie per la concessione delle agevolazioni ammontano a 100.000.000 di euro. Spiega il Mise: “Per entrambe le tipologie di progetto ammissibili a beneficio le agevolazioni sono concesse sulla base di una percentuale nominale dei costi e delle spese ammissibili pari al 50%, articolata come segue: 10% sotto forma di contributo; 40% come finanziamento agevolato. Il finanziamento agevolato deve essere restituito dal soggetto beneficiario senza interessi a decorrere dalla data di erogazione dell’ultima quota a saldo delle agevolazioni, secondo un piano di ammortamento a rate semestrali costanti posticipate scadenti il 31 maggio e il 30 novembre di ogni anno, in un periodo della durata massima di 7 anni. Le domande di accesso alle agevolazioni, concesse mediante procedura valutativa a sportello di cui all’art. 5 d.lgs. n. 123/98, potranno essere presentate esclusivamente tramite procedura informatica, a partire dalle ore 12.00 del 15 dicembre 2020.

Social media: essere se stessi aiuta il benessere psicologico

Sii te stesso, anche sui social. Sembra essere questo il consiglio più prezioso per bilanciare in maniera corretta vita reale e vita virtuale, all’insegna della Life Balance. Insomma, la verità – anche sui social – ripaga in benessere a livello psicologico: lo afferma un nuovissimo studio pubblicato sulla rivista Nature Communications. “Con questa ricerca volevamo scoprire come gli utenti dei social media decidano se presentarsi in modo autentico, idealizzato o socialmente desiderabile. E abbiamo rilevato che gli individui più autentici sui social media sono quelli che vantano un più alto livello di benessere soggettivo” ha detto Erica Bailey della Columbia University e autore principale dello studio. L’analisi è interessante anche per i numeri: si stima che quasi 4 persone su 5 usino un qualche social e che i tre quarti di questi lo facciano su base quotidiana. Ovviamente, l’impatto di questa abitudine sulla psiche individuale può essere rilevante.

Analizzati oltre 10.000 profili

Il team di scienziati ha perciò analizzato i profili Facebook di 10.560 utenti, monitorando anche attività come mettere like e aggiornamenti di stato, al fine di valutare i tratti della loro personalità. Più nel dettaglio, gli autori hanno studiato l’autenticità delle informazioni postate su Facebook dal campione esaminato, confrontando il quadro psicologico emerso dall’analisi di questa attività con i risultati ai test standard di personalità cui ciascun volontario è stato sottoposto. I partecipanti hanno anche compilato un questionario ad hoc per misurare il proprio benessere psichico, chiamato test ‘Life Satisfaction’. Ebbene è emerso che quanto più l’attività su Facebook era in linea coi risultati ai test di personalità, maggiore era il benessere psichico riscontrato con il test Life Satisfaction. Nella seconda parte dello studio, poi, gli esperti hanno chiesto a una piccola parte del campione di scrivere post autentici sul social ed hanno visto che questa attività si associa a un aumento del benessere psichico riportato da ciascuno.

Auto-idealizzarsi non fa bene

Naturalmente, tutti tendiamo a mostrare sui social solo gli aspetti migliori delle nostre vite, delle nostre passioni e anche del nostro aspetto. Ma questo “comportamento auto-idealizzante a volte può portare a conflitti psicologici interni, provocando forti reazioni emotive e persino ansia o depressione” spiegano i ricercatori. Addirittura, alcune fra le persone coinvolte nel test ha sostenuto che la cura sia la chiusura degli account social. Ma i ricercatori sono di un altro avviso:  si può benissimo rimanere “psicologicamente sani ed emotivamente stabili anche rimanendo sui social, a condizione di essere più autentici”.

Tecnologia indossabile, un mercato in ascesa alla faccia del lockdown

Alla faccia della crisi, il mercato della tecnologia indossabile sta vivendo un autentico periodo d’oro. Che siano smartwatch, auricolari, accessori per il fit, questi gadget altamente hi-tech sono i compagni preferiti. E questo trend è tutto in salita: nonostante la pandemia, il mercato della tecnologia da indossare crescerà a cifra doppia nel 2020 e negli anni seguire. In base alle previsioni degli analisti di Idc, auricolari, smartwatch e altri dispositivi indossabili faranno registrare quest’anno consegne globali per 396 milioni di unità, con un incremento del 14,5% su base annua. Insomma, il comparto non sembra minimamente sfiorato dalle difficoltà registrate da quasi ogni settore produttivo in questi mesi decisamente complicati. Anzi, il trend sembra destinato a crescere ancora a livello globale, secondo le previsioni per il futuro fatte dagli analisti.

Domanda stabile anche nel periodo di quarantena

Nei primi sei mesi dell’anno, riporta l’Ansa, “nonostante le aziende abbiano ridotto la produzione e i consumatori siano stati messi in quarantena, la domanda di indossabili è rimasta stabile”, osservano i ricercatori. Il mercato è stato trainato dagli auricolari, con una domanda abbastanza forte da controbilanciare la lieve flessione di smartwatch e bracciali. E la tendenza positiva proseguirà nella seconda metà dell’anno. Già, perché lasciato alle spalle il lockdown più pesante, molte aziende di tutto il mondo si stanno adesso concentrando sul lancio di nuovi prodotti. E i consumatori sembrano estremamente interessati alle ultime novità hi-tech.

Servizi abbinati, i più desiderati oggi e domani

Ma non ci sono solo i dispositivi “singoli” a piacere ai consumatori. Hanno un ottimo riscontro anche i servizi abbinati, come Fitness+ di Apple, Halo di Amazon e Fitbit Premium. Sarà proprio questo, secondo gli analisti, uno dei maggiori trend da tenere d’occhio.

Oltre 630 milioni di device consegnati entro il 2024

In base alle stime degli esperti del settore, questo anomalo 2020 si concluderà comunque con la commercializzazione di 234,3 milioni di auricolari e cuffie smart, pari al 59,2% di tutti gli indossabili. Gli smartwatch rappresentano una larghissima festa del mercato, con 91,4 milioni (23,1%), mentre i bracciali da fitness venduti saranno a fine anno 67,7 milioni (17,1%). E nell’immediato futuro il comparto è destinato a crescere ulteriormente. Sempre stando alle previsioni, nel 2024 le consegne di device indossabili raggiungeranno i 631,7 milioni di unità. Cuffie e auricolari consolideranno la leadership con 396,6 milioni di pezzi, pari al 62,8% del totale. Gli smartwatch consegnati saranno 156 milioni (24,7), i bracciali 74,4 milioni (11,8%).

Occhio alle truffe diffuse attraverso TikTok e Instagram

Sono diverse le truffe che si nascondono nei social media più amati dai giovanissimi, come TiokTok e Instagram. A lanciare l’allarme è Avast, colosso della sicurezza digitale, che ha identificato almeno sette applicazioni che possono trarre in inganno e frodare gli utenti. In particolare, si tratta di app capaci di camuffarsi da giochi, sfondi o download di musica, ma che in realtà fanno pubblicità indesiderata o addebiti fraudolenti. Le truffe sono state individuate sia nei sistemi iOS sia Android. Quello che è particolarmente grave, sottolineano gli esperti, è la promozione di queste app tramite profili dedicati su TikTok e Instagram, piattaforme di social media popolari tra un target molto giovane di bambini e pre adolescenti, che potrebbero non riconoscere alcuni campanelli di allarme che riguardano le app truffa e quindi cadere più facilmente in inganno.

Un business da oltre 500.000 dollari

Come hanno riscontrato i ricercatori, queste app sono state scaricate più di 2.400.000 volte e hanno fruttato ai truffatori più di 500.000 dollari. Alcune delle app sono HiddenAds, un tipo di trojan che si traveste da “applicazione” sicura e utile e che invece monopolizza lo smartphone con annunci continui e indesiderati. Si tratta di applicazione davvero “furbe”, dato che riescono a nascondere la propria icona sul dispositivo, rendendo difficile per gli utenti identificare l’origine degli annunci.

Come difendersi?

Anche se le app malevoli sono insidiose, ci sono delle regole per potersi difendere dalle truffe. In prima battuta, occorre leggere con attenzione le recensioni: le app di adware possono essere difficili da riconoscere, poiché sono spesso camuffate da app di intrattenimento che propongono ad esempio giochi e suonerie. Come riporta Askanews, i segni che un’app potrebbe essere una truffa includono valutazioni basse e recensioni negative. Bisognerebbe poi stare attenti al caso contrario, quando invece le recensioni sono scarse, ma dal tono eccessivamente entusiastico: anche qui, c’è il sospetto di inganno. Infine, un criterio di valutazione è legato ai prezzi: gli utenti dovrebbero valutare ciò per cui stanno pagando e se il prezzo di un’app ha senso considerando ciò che offre. Molte di queste applicazioni fraudolente infatti offrono funzionalità di base o non realistiche a prezzi troppo elevati, posto che giochi e funzionalità come queste sono spesso offerte gratuitamente da altri sviluppatori. Naturalmente (anche se non lo facciamo quasi mai…) andrebbero controllate le autorizzazioni: prima di scaricare le app, gli utenti dovrebbero verificare le autorizzazioni richieste e valutare se hanno senso per il corretto funzionamento dell’app stessa. Insomma, se l’inganno è “furbo”, gli utenti devono esserlo di più e sapersi proteggere.

Videogame, più gettonati dei film in streaming e Tv

Sportivi sì, ma davanti a uno schermo. Gli italiani sono dei veri fan degli sport competitivi, specie quelli che si possono praticare… sui videogiochi. E il lockdown, che ha bloccato per tanto tempo le attività fisiche tradizionali, non ha fatto altro che aumentare tale tendenza. Che i nostri connazionali siano dei patiti di queste attività è confermato dal nuovo rapporto presentato da Iidea, l’associazione nazionale di categoria, in collaborazione con Nielsen: nel 2019 gli appassionati in Italia sono aumentati del 20% attestandosi su 1,4 milioni. Non solo: nei primi mesi del 2020 la crescita è stata ancora maggiore.  

Raddoppiato il tempo per i giochi

Come si legge nel report, da gennaio a giugno gli appassionati hanno quasi raddoppiato il tempo dedicato ai videogiochi per Pc (+48%) e console (+42%), più di quanto sia successo con tv e film in streaming (+45%). Il 38% degli “avid fan”, appassionati che seguono i videogiochi competitivi almeno una volta al giorno, ha guardato esports in sostituzione degli sport tradizionali. “Questa forma di intrattenimento – ha spiegato il presidente di Iidea, Marco Saletta – ha ricevuto un’ulteriore spinta alla crescita come fenomeno di massa grazie all’attenzione ad esso dedicata nel corso dei primi 6 mesi del 2020 da parte di media più generalisti e canali televisivi che in passato erano orientati alla sola trasmissione di eventi sportivi più tradizionali”. I dati diffusi dall’associazione – estrapolati da un’indagine condotta su un campione di 1.500 persone tra i 16 e i 40 anni – evidenziano la popolarità degli esports, un fenomeno trasversale che appassiona in egual misura uomini (51%) e donne (49%) con un livello di istruzione medio-alto e un’età media di 29 anni.

Più giocatori al Sud e nelle Isole

Un’altra informazione singolare che scaturisce dal report è legata alle differenze geografiche: si scopre infatti che ben il 36% dei fan di queste attività si concentra nelle regioni del Sud e nelle Isole. E per quanto riguarda il tempo trascorso con questa passione? In media i fan dedicano 6,5 ore alla settimana alla fruizione di eventi esports, contro le 5 del 2018 (+35%). Il numero di fan che spendono oltre cinque ore la settimana a guardare eventi esports, inoltre, è aumentato del 18% rispetto alla rilevazione del 2019. Oltre agli esports, musica e cinema sono i loro principali interessi.

PC e smartphone i dispositivi preferiti

I motivi che portano gli appassionati a seguire il mondo delle competizioni videoludiche sono l’intrattenimento, il voler migliorare le proprie abilità in un determinato videogioco o guardare un videogame prima di acquistarlo. I generi più seguiti sono gli sportivi e gli sparatutto, seguiti dai battle royale (Fortnite su tutti). I dispositivi più utilizzati sono personal computer (62%) e smartphone (47%), seguiti dalle app per Smart TV, tra cui YouTube (31%).

Tecnologia di consumo, il mercato resiste agli effetti della pandemia

Nonostante le difficoltà oggettive di questi mesi, legate alla pandemia, il mercato globale della tecnologia di consumo ha retto bene al colpo. A livello internazionale, le vendite dei Technical Consumer Goods (TCG) hanno registrato un calo solo del 5,8%. Si tratta di una flessione decisamente contenuta rispetto alla gran parte dei settori merceologici pesantemente colpiti dagli effetti dell’emergenza sanitaria. A tracciare l’identikit del comparto TCG è stata GfK, in occasione di IFA 2020 a Berlino.

I principali trend del mercato Tech

Secondo quanto emerge dallo studio internazionale GfK Consumer Pulse, l’83% delle persone ha modificato i propri comportamenti di acquisto durante l’emergenza Covid-19. Tra marzo e giugno 2020, il 78% dei consumatori si dichiarava preoccupato per il Coronavirus, mentre oggi l’85% si preoccupa per le conseguenze economiche della pandemia.

Anche con le difficoltà che hanno caratterizzato la prima parte del 2020, il mercato della Tecnologia di consumo ha dimostrato una certa resilienza, registrando un calo delle vendite abbastanza contenuto: -5,8% a valore nei primi sei mesi dell’anno. In questo periodo senza precedenti, infatti, molti consumatori hanno fatto ricorso alla tecnologia per affrontare la crisi.

Italia: a luglio il mercato cresce del +4,5%

Il nostro Paese ha mandato segnali positivi per l’ambito Tech: le ultime rilevazioni GfK – aggiornate al mese di luglio 2020- mostrano una crescita del +4,5% a valore rispetto allo stesso periodo del 2019. Dall’inizio dell’anno, il mercato italiano della Tecnologia di consumo risulta in calo del -1,4% a valore; un dato che fa ben sperare per i prossimi mesi.

Nuovi bisogni di tecnologia

Nelle prime settimane della pandemia, le vendite di TCG hanno registrato un calo significativo a livello internazionale – per effetto anche della chiusura temporanea dei negozi – e gli acquisti si sono concentrati sui prodotti necessari. Durante il lockdown, però, le persone hanno anche vissuto nuove esperienze all’interno delle mura domestiche – smart working, intrattenimento, pulizia ecc… – che hanno generato nuovi bisogni, contribuendo a sostenere il mercato della tecnologia. I trend che hanno guidato gli acquisti durante la prima parte dell’anno sono stati la semplificazione, le performance, lo shopping senza barriere, la salute e l’igiene. Tutte tendenze che continueranno ad essere centrali anche nella fase “New Normal”. In primis, lo smart working e la didattica a distanza hanno spinto le persone ad attrezzarsi per gestire la continuità lavorativa e formativa in casa. Di conseguenza, il settore IT e Office è cresciuto complessivamente, a livello internazionale, del +17,2% a valore nei primi sei mesi del 2020, mentre il comparto Office è cresciuto del +12,1%. Molto positivo anche il comparto Gaming, con un crescita del +55% delle vendite di PC portatili e del +62% dei monitor con caratteristiche Gaming nei primi sei mesi del 2020.

La Generazione Z si disconnette o riduce il tempo online

I giovani si disconnettono, e disattivano i propri account sui social. Lo ha già fatto un quinto dei 18-24enni a livello globale e addirittura un quarto in alcuni Paesi, mentre un terzo sta limitando l’utilizzo dello smartphone durante la giornata. Nonostante il lockdown abbia portato a un aumento dell’attività online il 17% dei GenZers negli ultimi 12 mesi ha disattivato i propri account, una tendenza particolarmente evidente in tutta Europa, e che va dal 34% della Finlandia al 30% della penisola iberica. Anche l’Italia presenta un dato sopra la media. Da noi hanno disattivato un profilo il 25% degli utenti tra i 18 e i 24 anni. A livello globale, il 31% ha limitato il proprio tempo trascorso online, o a guardare lo smartphone, in Italia, il 35%. Insomma, la Generazione Z sta riducendo la quantità delle proprie attività online. È quanto rivela l’ultimo sondaggio della Digital Society Index, condotto da Dentsu Aegis Network su oltre 5.000 GenZers in tutto il mondo.

Il 44% adotta misure per ridurre la quantità di dati condivisi online

Quasi la metà, il 43% a livello globale e il 44% in Italia, ha adottato misure per ridurre la quantità di dati condivisi online, come cancellare la cronologia delle ricerche o rinunciare ai servizi di geolocalizzazione. Misure che indicano una forte consapevolezza da parte dei GenZers di come possano essere utilizzati i loro dati e degli impatti negativi percepiti della tecnologia sulla società.

Più della metà di loro (58%), infatti, non si fida delle aziende tecnologiche a causa delle preoccupazioni sull’utilizzo dei propri dati. La probabilità di abbandonare un’azienda che possa usare male, o possa perdere i nostri dati, per gli italiani è del 68%.

Preoccupati per la propria salute mentale

Quattro giovani su dieci (37%), poi, credono che i social media abbiano un impatto negativo sul dialogo politico nel proprio Paese, un’opinione più alta in Ungheria (56%), in Australia (50%) e negli Stati Uniti (48%). In Italia la quota è pari al 43%. Per i giovani però destano grande preoccupazione anche i problemi di salute mentale. Quasi la metà della GenZen ritiene che l’utilizzo della tecnologia abbia un impatto negativo sul proprio benessere psico-fisico. Ciò è particolarmente avvertito in paesi come Spagna (59%), Australia (55%) e Francia (53%).

Ottimismo nei confronti delle nuove tecnologie

Nonostante queste preoccupazioni dallo studio risulta però che i GenZers sono fiduciosi che la tecnologia, in futuro, produrrà più effetti positivi che negativi, riporta Ansa. Due terzi (62%) sono ottimisti sul fatto che le tecnologie digitali aiuteranno a risolvere le sfide più urgenti, e questo sentimento si fa sentire maggiormente a Hong Kong (78%), Polonia, Finlandia e Messico (75%).

La metà dei GenZers ritiene inoltre che AI e robotica creeranno opportunità di carriera per loro nei prossimi 5-10 anni. Ma quasi tre quarti (72%) della Generazione Z ritiene che le aziende dovranno dimostrare come l’uso che fanno della tecnologia avvantaggerà la società nel prossimo decennio.

Da Google una nuova estensione Chrome per una pubblicità più trasparente

Migliorare la privacy degli utenti e la trasparenza nella pubblicità online è l’obiettivo di Google, che ha introdotto una nuova estensione per il browser Chrome che offre maggiore visibilità e maggiore controllo sui dati utilizzati per personalizzare gli annunci online.

“A causa della complessità dell’ecosistema delle pubblicità online e del gran numero di entità che vi prendono parte – si legge sul blog della compagnia di Mountain View – spesso non è chiaro agli utenti perfino quali siano le società coinvolte in relazione agli annunci che vedono”.

La nuova estensione mostra quindi informazioni dettagliate su tutte le inserzioni caricate in una pagina web, e si affianca alla voce “Perché questo annuncio?”, che ogni giorno viene selezionata da 15 milioni di utenti per sapere perché Google mostra loro quella pubblicità, o per scegliere di smettere di vedere quell’inserzione. Nei prossimi mesi poi, riporta Ansa, arriverà anche una nuova funzione chiamata “About this ad”, cioè “in merito a questa pubblicità”, che mostrerà agli utenti il nome verificato dell’inserzionista di ogni annuncio.

La versione iniziale mostra solo le informazioni sugli annunci pubblicati da Google  

Insomma, nello stesso giorno in cui il colosso di Internet accelera sulla rimozione dei cookies di terze parti arriva Ads Transparency Spotlight, l’estensione che mostra il numero di annunci caricati su una pagina, gli inserzionisti e le aziende di tecnologia pubblicitaria presenti, oltre ai dati personali. La versione iniziale di Ads Transparency Spotlight mostra però soltanto informazioni sugli annunci pubblicati da Google che hanno implementato lo Schema di divulgazione degli annunci di Google e non altri annunci di terze parti. Questo schema è progettato per aiutare tutti gli inserzionisti a rivelare come stanno usando le informazioni personali degli utenti, come dichiarato anche sulla pagina Github di Google.

Un collegamento alla politica sulla privacy di ogni azienda

Oltre a evidenziare le informazioni sugli annunci, l’estensione mostra tutte le società e i servizi con una presenza sulla pagina, comprese le reti di distribuzione dei contenuti o i fornitori di analisi. Fornisce quindi un collegamento alla politica sulla privacy di ogni azienda, mostrando come ogni protagonista sulla scena raccoglie e memorizza i dati dell’utente. Occorre precisare che l’estensione potrebbe funzionare in modo diverso nelle diverse regioni al di fuori degli Stati Uniti. Molti in Europa potrebbero vedere gli inserzionisti e il numero di annunci, ma non informazioni di tracciamento personale.

Eliminare i cookie di terze parti e una nuova tecnologia di blocco degli annunci

L’estensione fa parte di una spinta di Google per aumentare la trasparenza degli annunci e probabilmente per impedire ulteriori leggi orientate alla privacy come il GDPR dell’Unione europea. Allo stesso tempo, Google sta cercando di sostituire l’attuale sistema di annunci eliminando gradualmente i cookie di terze parti e introducendo una nuova tecnologia di blocco degli annunci che filtra le pubblicità che hanno comportamenti inappropriati. Inoltre, Google ha introdotto una serie di modifiche a Chrome per impedire agli ad-blocker di funzionare efficacemente, al fine di aiutare i siti che fanno affidamento sulla pubblicità.

Dopo l’emergenza, nuove abitudini d’acquisto per 16,4 milioni di italiani: exploit dell’online

Le abitudini d’acquisto sono cambiate, complice – ancora una volta – l’effetto del Coronavirus. L’emergenza sanitaria ha portato con sé anche profondi cambiamenti nelle consuetudini degli italiani e degli europei, che hanno modificato, ad esempio, il loro modo di fare acquisti. A dirlo è nuovo report realizzato dalla società di consulenza globale Alvarez&Marsal in collaborazione con Retail Economics e basato su un campione di 6.000 consumatori appartenenti a 6 paesi europei: Italia, Germania, Gran Bretagna, Francia, Spagna e Svizzera.

L’online è il canale che si rafforza di più

A causa del lockdown, l’online ha vissuto un exploit notevolissimo, anche in Italia. Il rapporto prevede che il le vendite on line in Europa nel corso del 2020 vedranno una crescita del giro d’affari totale fino a  13,6 miliardi di euro. Alto il business anche nel nostro Paese, tradizionalmente la “Cenerentola” in questo mercato: in Italia l’incremento sarà di 1,5 miliardi, in Gran Bretagna di 5 miliardi e in Francia di 3 miliardi. “Più di quattro consumatori su dieci in tutta Europa hanno indicato di aver acquistato online per la prima volta, a causa del Covid, qualcosa che in precedenza avevano comprato solo in negozio. Questa percentuale sale al 55% per i consumatori in Italia e Spagna, nazioni più colpite dall’emergenza sanitaria” spiega il report, come riporta l’Ansa. E la gran parte dei consumatori – 16,4 milioni di persone – ha dichiarato che cambierà in modo permanente le proprie abitudini d’acquisto: ciò significa che il canale digitale è destinato a guadagnare ulteriore quote di mercato.

Cosa hanno acquistato gli italiani?

In tempi di lockdown, i nostri connazionali hanno concentrato i loro investimenti sopratutto sull’alimentare, che in questo mesi ha messo a segno un notevole +15%. In negativo le spese considerate velleitarie, come i vestiti, le scarpe, i mobili e anche i libri. Ha invece tenuto tutto il settore dell’elettronica di consumo e quello degli attrezzi per poter continuare a fare ginnastica anche a casa.

In Italia ancora grandi margini di crescita

Come dicevamo, in Italia la penetrazione dell’online ha valori ancora relativamente bassi specie se raffrontata con altri Paesi Europei. Secondo il rapporto, il nostro Paese ha registrato una penetrazione dell’ecommerce del 6,3% nel 2019: ma tale valore è destinato a crescere con stime che parlano dell’8,3% per quest’anno con un previsionale per il 2021 del 9,5%. E nel resto d’Europa? La Spagna fa peggio di noi: in base ai dati disponibili, passerà dal 5,3% del 2019 al 7,3% nel 2020 al 7,6% nel 2021. Le campionesse dei consumi online sono invece la Gran Bretagna, che quest’anno salirà al 24% (+4% rispetto al 2019), seguita a distanza dalla Germania, con un 13,9% per il 2020.