Effetti collaterali del Coronavirus: in mezza Italia forti cali nelle connessioni Internet via smartphone

Molti italiani se ne saranno accorti sulla propria pelle, o meglio sulla propria connessione da smartphone: durante il lockdown la velocità di Internet è precipitata in numerose aree. A confermare questa sensazione, che è invece realtà, arriva il rapporto mensile di OpenSignal sullo stato delle connessioni nel nostro paese, coincidente con l’inizio del periodo di lockdown. Lo scenario che emerge è che l’Italia è spaccata a metà, con cali della tenuta della rete molto più accentuati fuori dalle grandi aree urbane.

Calo di velocità medio del 7,2%

Stando alle rilevazioni contenute nel rapporto relativo a marzo 2020, le velocità di download da smartphone sono diminuite in media del 7,2% nelle aree urbane, molto meno che nelle aree suburbane o rurali dove è stato rilevato un down rispettivamente del 12,2 e 13,7%. Per la classificazione del territorio, OpenSignal si è basata sul grado di urbanizzazione fornito dall’Istat, che raggruppa tutti i comuni italiani in tre tipi di aree: scarsamente popolate (zone rurali), densità intermedia (città, periferie e piccole aree urbane) e densamente popolate (città e grandi aree urbane), insieme alla suddivisione geografica per macro regioni  (centro, isole, nord est, nord ovest e sud). I dati evidenziano che nel nord est i cali sono stati contenuti, pari a circa il -2,6%, mentre il resto delle altre regioni c’è stato un abbassamento del 10%. Nelle zone suburbane si è registrata una variazione negativa pari a circa il 10% in almeno 4 delle 5 macro regioni, con il dato negativo più importante nelle isole. Stessa cosa al sud Italia in cui è stato registrato un calo del 13,2% passando da 22,2 Mbps a 19,2 Mbps, mentre le regioni del nord ovest sono passate da 27,1 Mbps a 23,7 Mbps, pari ad un calo del 12,6%. Più sensibile il calo nelle isole: OpenSignal riferisce di rallentamenti della velocità fino al 22,3% rispetto a febbraio.

Colpa di smartworking e didattica a distanza?

Appare pressoché certo che l’istituzione di una zona rossa a tutta l’Italia possa aver contribuito alle difficoltà di connessione. Gli analisti spiegano che i cali possano attribuirsi alla congestione della rete, dovuta all’altissimo numero di dispositivi collegati sia per lo smartwork sia per la didattica a distanza, due fenomeni esplosi proprio a marzo. In questo scenario c’è anche un aspetto positivo: gli operatori italiani hanno saputo “tenere botta” fornendo un servizio giudicato sempre al di sopra della sufficienza. Una prova superata, quindi, in una situazione inimmaginabile e mai sperimentata prima.

Zoom Fatigue, c’è già l’effetto collaterale delle videoconferenze

Un surplus di videoconferenze può portare a una serie di disturbi reali: si tratta di una vera e propria forma di affaticamento dovuta a un eccesso di attenzione alle parole più che alla comunicazione non verbale. Un fenomeno che ha già un nome, Zoom Fatigue, riferendosi alla app più famosa del momento per riunioni e meeting. Certo, meno male che ci sono queste soluzioni tecnologiche per svolgere incontri, lezioni e briefing a distanza, in un periodo in cui le relazioni interpersonali fisiche sono pressoché impossibili. Però, anche questa comodità ha un effetto collaterale.

Osservare troppo affatica il cervello

Come riporta un articolo apparso sulla versione internazionale del National Geographic, strumenti come questi sottraggono alle conversazioni con altre persone molto dell’aspetto non verbale, ‘costringendo’ a prestare fin troppa attenzione alle parole. “Stiamo sperimentando un sovraccarico di messaggi non verbali”, ha commentato Jeremy Bailenson, direttore del Virtual Human Interaction Lab della Stanford University. 

Bailenson ha spiegato che la videochat rovescia le norme dell’interazione sociale: “Il comportamento che di norma riserviamo alle nostre relazioni più strette, come guardarsi negli occhi per lungo tempo e osservare il volto dell’altro da vicino, è diventato improvvisamente il modo in cui interagiamo con conoscenze casuali, colleghi e persino sconosciuti”. Ad esempio, quando partecipiamo a una riunione in videochat con altre otto persone, per tutto il tempo stiamo costantemente a osservare questi otto individui: una modalità che non seguiremmo durante una riunione in una normale sala meeting. Inoltre, con così tante piccole caselle da guardare, la visualizzazione della galleria Zoom rende difficile concentrarsi veramente su una sola persona. Tutti quegli stimoli possono essere faticosi, se non stressanti, per il cervello.

L’importanza dei segnali non verbali

Lo stesso vale per la mancanza di segnali non verbali, come il linguaggio del corpo. Quando si conversa con qualcuno di persona, si notano – anche inconsciamente –  aspetti come la postura, i gesti e i suoni del respiro. Quando questi segnali non ci sono o sono più difficili da cogliere, il cervello deve lavorare di più per comunicare correttamente. Andrew Franklin, esperto di Cyber ​​Psicologia presso la Virginia Norfolk State University, ha commentato: “Per chi è veramente dipendente da questi segni non verbali, può essere un grosso problema non averli”. Insomma, la videoconferenza può non essere la soluzione giusta per tutti. Però, in alcuni casi è un toccasana: come per chi soffre di problemi dello spettro autistico, che può preferire le riunioni online a quelle di persona perchè si genera meno confusione e parla una persona alla volta.

Tecnologia, come sono cambiate le abitudini digitali durate la quarantena

La ormai lunga quarantena imposta agli italiani dall’emergenza sanitaria “ha determinato un mutamento nella percezione dell’utilità della tecnologia e anche delle abitudini della popolazione mondiale”, sottolinea l’esperto di social media Vincenzo Cosenza in un’analisi pubblicata sul suo blog vincos.it. In particolare, l’esperto evidenzia sei diverse tipologie di servizi legati al mondo tech che hanno registrato un autentico exploit durante il lockdown. Si tratta di e-commerce, informazione, lavoro e scuola, intrattenimento, social, messaggistica. Un altro dato interessante è che la fruizione digital, probabilmente per il fatto che si sta quasi tutti a casa, ha registrato un sensibile calo attraverso il mobile a favore della navigazione in rete da desktop, che invece segna un deciso aumento.

Chi sale: su social, messaggistica e videochiamate

“A marzo – scrive l’esperto – Facebook ha fatto registrare 41 milioni di accessi unici da desktop (+43% su febbraio). Cresce anche Twitch, il sito di giochi in streaming, che totalizza 25 milioni di visite (+25%). L’app più scaricata è stata TikTok (oltre 1,6 milioni di volte, +50%) seguita da Instagram (oltre 1,1 milioni)”. Anche se confinati nelle loro case, gli italiani non rinunciano però ai rapporti sociali e a “chiacchierare”, seppur a distanza, con amici e parenti. Non sorprende che in queste settimane la chat preferita dagli italiani si confermi WhatsApp, unica a crescere in termini di tempo di utilizzo (55 minuti a persona). La chat più scaricata è Messenger (1,6 milioni di download a marzo), seguita da Telegram (1,5 milioni). Tra le principali novità del mese di marzo spicca sicuramente il debutto di Houseparty con 1 milione di download e una crescita di utenti giornalieri dell’8000%. Un gran numero di nostri connazionali si è avvicinato per la prima volta ad alcuni servizi digitali: ad esempio, riporta l’analisi, il 57% ha usato per la prima volta tool per la scuola da remoto e il 42% le videoconferenze per uso professionale (dato più alto rispetto a quello di Francia e Germania). Ma è alta anche la percentuale di chi, in questa situazione, si è avvicinato a corsi on line per tenere in forma sia il corpo sia la mente (rispettivamente 38% e 22%). Sul fronte dell’intrattenimento, Youtube stacca e di molto tutte le altre piattaforme simili.

Videoconferenze, le app più scaricate

L’app per videoconferenze più scaricata dagli italiani è Zoom (oltre 2,3 milioni di volte) anche quella che ha subito il maggiore incremento di utenti giornalieri insieme a Hangouts Meet. Ma la più utilizzata dagli italiani resta Skype, usata quotidianamente da oltre 300.000 utenti Android, seguita da Zoom (120.000). L’esperto prefigura anche uno scenario di cosa accadrà quando potremo man mano ritornare alla nostra vita normale: “l’utilizzo di molti servizi si attenuerà, ma alcune abitudini rimarranno perché l’ostacolo psicologico all’utilizzo è stato rimosso, anche se forzatamente”.   

WhatsApp e Messenger, chiamate di gruppo aumentate del 1000%

Da quando sono costretti a stare a casa, gli italiani non vogliono rinunciare alla socialità, seppur a distanza. Ecco che allora ricorrono a ogni possibile soluzione tecnologica e la più semplice e alla portata di tutti – anche dei nonni – è quella di utilizzare le videochiamate di WhatsApp e Messenger. La forma, evidentemente, è ultra gradita, tanto che le chiamate di gruppo sui due social sono aumentate, in termini di tempo, di oltre il 1.000%. Lo ha reso noto Facebook in un post firmato da due vicepresidenti, Alex Schultz e Jay Parikh.

Esplosione social e dirette live

Nelle ultime settimane, quando l’emergenza sanitaria ha previsto restrizioni più severe, per gli italiani il tempo speso nelle app di Facebook, ovvero Instagram, WhatsApp e Messenger, è aumentato fino al 70% secondo i dati diffusi in un blogpost da Alex Schultz, vice president di Analytics, e Jay Parikh, vice president di Engineering. Le visualizzazioni dei Live su Instagram e Facebook sono raddoppiate in una settimana. La messaggistica è cresciuta di oltre il 50%.

Un fenomeno improvviso e nuovo da gestire

Durante l’emergenza legata al coronavirus, Facebook sta facendo “tutto il possibile per mantenere le app veloci, stabili e affidabili. I nostri servizi sono stati costruiti per resistere ai picchi durante eventi come le Olimpiadi o la notte di Capodanno. Tuttavia, questi eventi si verificano raramente e abbiamo tutto il tempo per prepararci”, sottolineano spiegando come la crescita di utilizzo dovuta al Covid-19 è senza precedenti per tutto il settore, e “stiamo registrando nuovi record di utilizzo quasi ogni giorno”. Secondo Schultz e Parikh “mantenere la stabilità durante questi picchi di utilizzo è più impegnativo del solito ora che la maggior parte dei nostri dipendenti lavora da casa”.

Il commento di Mark Zuckerberg

Anche Mark Zuckerberg, fondatore e numero uno di Facebook, qualche giorno fa ha parlato dell’exploit delle app del social dovuto al Covid-19, e si è augurato che la rete possa reggere tutto questo traffico. “Al momento la situazione non è fuori controllo – ha detto Zuckerberg in una conference call – ma dobbiamo davvero assicurarci di avere un’infrastruttura al di sopra di questa situazione per poter continuare a fornire il livello di servizio di cui le persone hanno bisogno un momento come questo”. E ha aggiunto: “In termini di statistiche stiamo riscontrando livelli di utilizzo molto elevati in tutti i paesi che sono stati colpiti. Non solo di WhatsApp anche di Facebook Messenger. Il picco normale per noi è Capodanno, giorno in cui praticamente tutti vogliono mandare messaggi e fare un selfie da inviare alla loro famiglia ovunque si trovino. E siamo oltre quel picco di Capodanno”, ha concluso il ceo di Facebook.

Coronavirus ed e-commerce: quando la digitalizzazione fa la differenza

Tra gli effetti del coronavirus, ce n’è uno che potrebbe indicarci la direzione delle modalità di consumo e soprattutto fornire alle aziende importanti spunti in termini di digitalizzazione. Già, perché l’emergenza sanitaria ha messo in luce quanto sia strategico, soprattutto per le imprese del comparto alimentare e dei beni di prima necessità, saper essere presenti e attive su tutti i canali digitali. Lo ha detto in una recente intervista all’Ansa la sales director di Kooomo, nota piattaforma tra quelle specializzate nell’e-commerce, Anastasia Sfregola. “L’acquisto online dei generi alimentari dovuto all’effetto scorte ha trovato impreparati i reparti e-commerce principalmente delle catene delle grande distribuzione che non avevano mai fronteggiato una situazione simile. Basti pensare che Esselunga in Italia in pochi giorni ha visto crescere la richiesta di spesa online dall’1% al 20%” ha dichiarato la manager.

Generi alimentari, richieste a +81%

Un’impennata confermata dai dati Nielsen sulle vendite online dei prodotti alimentari, ricorda la manager, in aumento nelle ultime tre settimane dell’81% rispetto allo scorso anno, con un incremento del 30% rispetto al periodo che ha preceduto l’esplosione dell’emergenza. “Una notizia che va letta sotto due angolazioni”, precisa Sfregola, “perché se il digitale rappresenta una risorsa indispensabile per gestire situazioni di emergenza, è proprio in circostanze come queste che s’impone un ragionamento su quali scelte fare nei processi di trasformazione”. Secondo la manager, “alla filiera agroalimentare, che si è trovata nel mezzo di una mole di richieste senza precedenti, serve una tecnologia diversa, pronta a sostenere una quantità di ordini più grandi”.

Una nuova era digitale

Seppur inaspettato e sicuramente tragico, questa sorta di test sul campo ha messo però in evidenza quanto sia importante per le imprese prepararsi e attivarsi in funzione di una nuova era digitale. Un imperativo categorico per le realtà che trattano beni primari. Infatti la situazione contingente ha portato sul web un pubblico vastissimo, che questa modalità di acquisto non l’aveva mai considerata. A maggior ragione, quando l’emergenza sarà conclusa, saranno essenziali le strategie che i brand sapranno mettere in atto per offrire anche ai nuovi utenti esperienze personalizzate e di valore. Il vero assett, naturalmente, sarà la qualità della tecnologia adottata e la capacità di rimodulare il proprio business verso la multicanalità. Con la capacità di spostare e gestire velocemente le attività a seconda delle esigenze: sarà questa una delle lezioni del virus che, probabilmente, cambierà il mondo.

Smart working “Bene, ma non solo per le emergenze”: la parola all’esperto

Lo smart working è una modalità di lavoro adottata sempre più spesso dalle aziende di tutto il mondo e, in concomitanza con l’emergenza legata al Coronavirus, è stato adottato a tempi di record da tantissime imprese. Questo anche perché – oltre l’esigenza stretta – un recente decreto del Governo ha permesso di attivarlo in molteplici casi senza tutti gli adempimenti previsti di norma dalla legge. “E’ un atto correttissimo quello adottato dal Governo, a patto che non sia una scorciatoia e che non serva solo per gestire le emergenze”: sono le dichiarazioni rilasciate da Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, in una intervista rilasciata   all’Adnkronos/Labitalia. “In questa fase di emergenza – spiega Corso – sicuramente si velocizza l’attivazione dello smart working, ma non si può prescindere dall’importanza di un accordo di responsabilità datore di lavoro-dipendente”. Come a dire che “In pratica il lavoratore si ‘prende’ l’autonomia di operare da casa, in perfetta flessibilità, e in cambio l’azienda ne misura i risultati. Il lavoratore è comunque subordinato, anche se lavora ‘da casa’, e quindi deve dare conto del raggiungimento degli obiettivi”.

L’importanza vitale del lavoro a distanza

Aggiunge ancora Corso che la possibilità di utilizzare lo smart working consente di assorbire, almeno in parte, l’impatto del Coronavirus, consentendo di lavorare a distanza senza bloccare completamente il Paese. “Certo, non tutte le realtà aziendali sono uguali” precisa il responsabile scientifico. “Questi giorni stanno mettendo in luce delle differenze sostanziali tra chi riesce comunque a mantenere l’operatività normale e chi, invece, non riesce ad inserire nell’organizzazione aziendale questo nuovo modello di lavoro. Anche perché non si può pretendere che, da un momento all’altro, il dipendente lavori da remoto. Non è così semplice: non è sufficiente un pc e una connessione Internet. Ci si deve allenare al coordinamento con il datore di lavoro e con un team di riferimento, nel caso si lavori su un progetto a più mani”.

Un monito per il futuro

Quindi va ovviamente bene cercare di far fronte all’emergenza con lo smart working, ma questa modalità andrebbe applicata consapevolmente anche nel normale, quotidiano svolgersi delle attività aziendali. Una forma di garanzia anche “Nel caso, ad esempio, che ci sia un black out dei mezzi di trasporto o il rinvio dell’orario di un certo lavoro da consegnare, così da essere pronti a lavorare lontano dal posto di lavoro e a un orario diverso” puntualizza Corso. “Lo smart working è, quindi, uno scambio di flessibilità che deve inserirsi nella normale gestione dell’organizzazione aziendale, a prescindere dalle emergenze”.

La nuova solidarietà? E’ digitale

Obiettivo, non lasciare indietro nessuno. In questi momenti complicati a causa del Coronavirus, è nata una forma di solidarietà che permette a tutti, ma proprio a tutti, di continuare a lavorare, di studiare, di informarsi e, perché no, anche di divertirsi pur restando a casa. Con questo scopo è infatti partito – in concomitanza con l’attuazione delle prime zone rosse, quelle del Lodigiano e di Vo nel Veneto – il portale solidarietà digitale promosso da Agid, Agenzia per l’Italia digitale, e il Ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione. Aperto a tutti e davvero ricco di opportunità, il portale dimostra come la tecnologia possa sostenere milioni di italiani e, con essi, le loro attività quotidiane.

Presenti all’appello i colossi di Tlc e tante realtà del web

Il portale raccoglie le offerte messe a punto per l’emergenza da compagnie telefoniche, editori e aziende di tlc di ogni categoria. Sulla pagina web, in continuo aggiornamento, si trovano le opportunità a disposizione per leggere gratis giornali, libri e riviste, rigorosamente in formato digitale su tablet, smartphone e pc, insieme alle agevolazioni – minuti e giga gratis – regalate dagli operatori mobili e dai colossi come Microsoft, Ibm, Cisco e Amazon a cittadini e aziende alle prese con il lavoro agile. E nei prossimi giorni le possibilità saranno ulteriormente ampliate. Solo per citare qualche esempio, raccolte sul portale si trovano le offerte di Tim, Vodafone e WindTre per la telefonia, e quelle delle aziende di tlc per il telelavoro. Treccani, Amazon e Skuola.net sono disponibili con pacchetti e assistenza per la didattica a distanza, altre piattaforme allo streaming di contenuti di intrattenimento mentre alcuni editori come Mondadori e Condé Nast propongono e-book e abbonamenti online gratuiti alle riviste, così come alcuni giornali come La Repubblica, La Stampa o Il Riformista. Insomma, ogni categoria può trovare in questo “contenitore” un vero e proprio kit di sopravvivenza in tempi di isolamento forzato fra le mura di casa.
L’inedito “supporto” di PornHub Oltre a queste formule di promozioni, assistenza e gratuità, si aggiunge un’iniziativa di solidarietà davvero inedita. E’ infatti sceso in campo anche il sito PornHub, tra i più famosi portali pornografici del web. Come riporta l’Ansa, il sito a luci rosse ha annunciato l’iniziativa “Forza Italia, we love you!”, che dà agli italiani accesso gratuito alla versione a pagamento del sito. E soprattutto donerà la propria percentuale dei proventi della piattaforma ModelHub per sostenere il Belpaese. Anche questa è solidarietà.

Smart working, i consigli professionali per svolgerlo al meglio

Sono sempre di più le aziende che si orientano verso lo smart working, e non solo come extrema ratio per fronteggiare le emergenze causate dal coronavirus. Il lavoro da casa, insomma, sta sempre più prendendo piede nelle aziende – e anche nella mentalità – come una forma lavorativa del tutto comune e praticata. Ma siamo pronti ad affrontare questo cambiamento nel modo corretto e, soprattutto, più produttivo possibile? Sia oggi in una situazione “estrema” (e per questo il DL del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti cautelative per il coronavirus permette alle imprese di applicare, con effetto immediato, lo smart working senza accordi bilaterali con i collaboratori ) sia in futuro, quando lavorare da casa sarà una pratica condivisa? “Molte aziende hanno optato per lo smart working per tutelare, come è giusto che sia, la salute di dipendenti, collaboratori e clienti. In realtà internazionali e/o innovative, questa prassi è stata adottata già parecchio tempo fa, ma per molte altre si tratta davvero di una novità. Che sia una pratica diffusa o una novità, comunque, ci sono una serie di azioni che permettono di trasformare questa esigenza in un’opportunità” dice Joelle Gallesi, General Manager di Hunters Group, primaria società di head hunting italiana.  Ecco i consigli degli esperti per organizzare al meglio le ore di lavoro lontano dall’ufficio.

Obiettivi chiari e comunicazione efficace

Come in ogni lavoro, è importante aver chiari gli obiettivi a breve termine e concordare le scadenze per la consegna dei lavori che si dovranno gestire durante le ore di attività. “Lo smart working è un metodo di lavoro che si misura in risultati, non in ore lavorate, per cui è importante avere delle ‘unità di misura’ condivise” dicono gli esperti. Altrettanto importante è la comunicazione, che deve essere multicanale (skype, telefono, mail, chat aziendale…) in modo da potersi confrontare e relazionare con gli altri come se si stesse alla propria postazione in ufficio o in riunione.

Gestione dello spazio e del tempo

Anche a casa, occorre ricavarsi un vero e proprio angolo ufficio. Lo spazio organizzato serve infatti a “mettere in ordine” le idee e a facilitare il lavoro. “Una seduta comoda, uno spazio per appoggiare il pc e nessuna distrazione acustica sono alcune delle condizioni necessarie per poter lavorare in serenità e concentrazione” spiegano gli esperti. Allo stesso tempo, serve organizzazione anche per la gestione del proprio tempo, dato che nello smart working si incastrano giocoforza impegni personali e attività professionali. Bisogna imparare a bilanciare i tempi lavorati e i momenti di break. Infine, è importante ricordarsi che lavorare da casa non significa essere reperibili h24: sono fondamentali anche i momenti di totale stacco dal lavoro per essere realmente produttivi.

Il Coronavirus “attacca” in rete: le minacce informatiche nascoste dietro questo temi

Sui giornali, sui social, in TV e alla radio si parla quasi esclusivamente del Coronavirus, il virus cinese che sta spaventando il mondo. E, visto che tutti cercano informazioni in merito, quale posto migliore di Internet per reperire dati e notizie? Attenzione, però: i criminali informatici – evidentemente sempre sul “pezzo” – stanno utilizzando contenuti relativi al Coronavirus per trarre profitto dagli utenti meno attenti. Ad affermarlo è una recente ricerca di Kaspersky che, in una sola settimana, ha scovato ben  32 file dannosi diffusi come documenti legati al Coronavirus. In particolare gli analisti hanno riscontrato email di spam che propongono maschere filtranti antismog affermando che sono in grado di proteggere gli utenti dal virus e da altre infezioni trasmesse per via aerea.

Fare leva sui timori

Gli esperti di Kaspersky hanno trovato queste mail di spam che offrono maschere capaci di proteggere dal virus con “un’efficacia del 99.99%”. Quando un utente sprovveduto e incuriosito riceve questo messaggio, è invitato a cliccare su un link all’interno della mail. In questo modo viene reindirizzato a una pagina di destinazione che contiene delle offerte relative a queste maschere e invita l’utente a fornire i dettagli della propria carta di credito per effettuare l’acquisto. Poiché il sito web che ospita l’URL non è collegato al prodotto pubblicizzato, “esiste un’alta probabilità che l’utente non riceva l’ordine, perda il denaro speso o in alcuni casi riceva un prodotto che non garantisce le funzionalità presentate” dicono dalla società di sicurezza.

Attenzione anche ad alcuni documenti

Nei giorni scorsi, le tecnologie di rilevamento di Kaspersky avevano anche messo in luce dei file dannosi che si presentavano come documenti legati al Coronavirus, malattia virale sotto i riflettori in queste settimane che, a causa della sua natura pericolosa, sta occupando le prime pagine dei media. I file dannosi scoperti si presentavano sotto forma di file pdf, mp4 e docx. Al contrario di quanto realmente contenuto nei file, il nome dato ai documenti suggeriva che si trattasse di istruzioni video su come proteggersi dal virus, di aggiornamenti sulla minaccia e persino di procedure di rilevamento del virus. Attenzione, però: “questi file contengono una serie di minacce tra cui Trojan e worm, in grado di distruggere, bloccare, modificare o copiare i dati, oltre che di interferire con il funzionamento dei computer o delle reti. Se non si dispone di una soluzione di sicurezza informatica, cliccando sul link verrà scaricato ed eseguito sul dispositivo un malware” avverto gli esperti. Quindi, attenzione non solo a lavarsi le mani per proteggersi dai contagi, ma anche agli attacchi informatici!

Le indicazioni dei boss di Facebook: “Internet è cambiato, servono nuove regole”

Il mondo della tecnologia è cambiato e di conseguenza dovranno cambiare anche le regole del web. A dirlo è stato proprio il responsabile della comunicazione di Facebook, Nick Clegg, durante un suo intervento alla Luiss di Roma. Come riporta l’Ansa, il manager del colosso di Menlo Park ha dichiarato apertamente che “Facebook è consapevole delle proprie responsabilità e dei propri errori. Vogliamo collaborare con l’Ue e i governi del mondo su privacy, portabilità dei dati, linguaggio d’odio e integrità nella comunicazione politica. Internet è entrato in una nuova fase, servono nuove regole. Sono un tecno-ottimista, credo che la tecnologia possa rendere il mondo migliore”.

La portabilità dei dati

Naturalmente, durante l’incontro all’università capitolina non sono mancate osservazioni e dubbi in merito alle nuove norme da mettere in atto, anche dopo i fatti di Cambridge Analytica. “Capisco che alcuni legislatori riflettano, specialmente dopo Cambridge Analytica, ma il mio messaggio alla nuova commissione e al nuovo Parlamento Ue è questo: mettiamoci al lavoro su nuove regole” ha spiegato Clegg. Che ha poi aggiunto: “Una delle aree in cui dovremmo lavorare insieme, rapidamente, è la portabilità dei dati se vogliamo un Internet aperto e competitivo dove i nuovi servizi possano competere con grandi piattaforme come Facebook. C’è una tendenza in Europa a pensare che i ‘Big data’ siano una cattiva cosa e che siano cattive le compagnie che hanno come modello di business l’aggregazione dei dati su larga scala. Il business di Facebook è meno misterioso di quello che si pensi: recapitiamo agli utenti annunci pubblicitari basati sui dati che sono disposti a condividere con noi”.

Il ruolo dei legislatori per l’Ue Per Clegg, il giusto bilanciamento tra le regole che governano la condivisione dei dati e la privacy “lo devono trovare i legislatori eletti democraticamente, in Europa e nel mondo, non società private come Facebook”. “Facebook ha agito per affrontare importanti questioni etiche e sociali e ha apportato cambiamenti negli ultimi anni. Abbiamo triplicato il numero di persone, arrivando a oltre 35.000, che lavorano per proteggere la nostra piattaforma e ora siamo in grado di eliminare milioni di account falsi ogni giorno”. E, a breve, ha sottolineato, annunceremo i membri “del nostro nuovo consiglio di sorveglianza indipendente, una novità istituzionale che giudica in modo indipendente controversie sul ritiro o meno dei contenuti dalla nostra piattaforma”. Ancora, il responsabile della comunicazione ha sottolineato come il ridimensionamento dei colossi del web non porti nessun beneficio alle aziende europee. “Pur comprendendo l’impulso politico dei decisori europei sulle società tecnologiche Usa, questi dovrebbero capire che il ridimensionamento della Silicon Valley non è una ricetta per il successo delle aziende europee. Il prossimo Google o Alibaba potrebbe nascere in Europa se ci sono le condizioni per le aziende tecnologiche di prosperare. L’Ue sia pioniera come ha fatto per la privacy con il Gdpr, servono nuove regole e anche il mercato unico digitale, non serve spezzettare le aziende di successo. I legislatori si impegnino per creare le giuste condizioni per il settore tecnologico e completino il grande progetto di un mercato unico digitale, un mercato senza confini, fatto da decine di milioni di consumatori. Una cattiva regolamentazione potrebbe portare l’Europa indietro di anni, con il rischio di soffocare la nascita di nuove imprese europee”.