Le Pmi italiane che vendono su Amazon hanno creato 18mila posti di lavoro

Amazon si è rivelato una risorsa per le piccole e medie imprese di casa nostra? Stando ai numeri, pare proprio di sì. Le Pmi italiane che vendono su Amazon.it, infatti, hanno dato vita a oltre 18mila posti di lavoro per supportare lo sviluppo della loro attività. Le cifre sono importanti: nel 2018 hanno raggiunto quota 12mila unità le aziende italiane che vendono su Amazon: si tratta di una crescita annua del 20%. Quasi il 30% di queste attività ha sede al Sud, il 25% al Nord-Ovest, quasi il 20% al Centro, il 15% al Nord-Est e il 10% nelle Isole. I dati sono stati diffusi da Amazon.

Tutte queste PMI hanno realizzato vendite all’estero per oltre 500 milioni di euro nel 2018, con un percorso di crescita di oltre il 50% anno su anno. La maggior parte di queste vendite all’estero proviene dal Centro (30%), seguito dal Nord-Ovest (25%), Nord-Est (20%), dalle Isole (15%) e infine dal Sud (10%).

Supporto digitale per le piccole

“Da anni Amazon fornisce supporto alle piccole e medie imprese italiane per aiutarle a sviluppare le proprie competenze digitali, per consentire loro di aumentare le proprie vendite, anche all’estero, e per creare nuovi posti di lavoro sul territorio” dice Mariangela Marseglia, VP Country Manager di Amazon.it e Amazon.es. “L’e-commerce rappresenta oggi, in Italia, il 7,3% delle vendite al dettaglio online e ammonta a 31,6 miliardi di euro. In Europa, l’e-commerce vale l’11%, mentre in Cina il 21%. Se l’Italia raggiungesse la percentuale europea crescendo solo del 3,7%, ci sarebbero ulteriori 16 miliardi di euro provenienti dalle vendite online da cui le PMI potrebbero trarre vantaggio”.

Un’avventura iniziata 20 anni fa

Amazon ha iniziato circa 20 anni fa ad aprire i negozi ai partner di vendita più piccoli. Nel 1999, riporta la nota della società, il 3% delle vendite su Amazon proveniva dai partner di vendita: questo numero è salito al 58% nel 2018, dopo anni di ingenti investimenti in tecnologia, infrastrutture e strumenti di vendita che hanno aiutato le Pmi a sviluppare il loro business. “La suite di strumenti messi a disposizione delle aziende per supportarle nella crescita include i servizi di logistica, il customer service nella lingua locale e la traduzione di centinaia di milioni di prodotti messi in vendita ogni anno dalle piccole e medie imprese presenti su Amazon. Per rendere possibile tutto questo, Amazon ha investito oltre 55 miliardi di euro in Europa e solo in Italia, dal 2010, 1,6 miliardi di euro in posti di lavoro, infrastrutture, real estate, servizi e contenuti” precisa il comunicato.

Novità per la cybersecurity nazionale, istituito il CSIRT italiano

La cybersecurity italiana si evolve, e cambia architettura. Sulla Gazzetta Ufficiale è stato infatti pubblicato il decreto con le disposizioni sull’organizzazione e il funzionamento del Computer Security Incident Response Team – CSIRT italiano. In applicazione a quanto previsto dalla Direttiva Nis, ovvero il provvedimento che ha affrontato per la prima volta a livello europeo il tema della cybersecurity, definendo le misure necessarie a conseguire un elevato livello di sicurezza delle reti e dei sistemi informativi, il nuovo decreto istituisce il Computer Security Incident Response Team presso il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS) della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Definire le procedure tecniche per la prevenzione e la gestione degli incidenti informatici

In pratica, secondo il Decreto, il compito del CSIRT è quello di definire le procedure tecniche per la prevenzione e la gestione degli incidenti informatici, riceverne le notifiche, fornire le informazioni per facilitare la gestione efficace dell’evento, e informare gli altri Stati membri dell’Ue eventualmente coinvolti dall’incidente. Oltre a ciò, il CSIRT ha l’obiettivo anche di garantire la collaborazione all’interno della rete CSIRT attraverso l’individuazione di forme di cooperazione appropriate, lo scambio di informazioni e la condivisione di best practices.

Si aggiunge un altro tassello importante dell’architettura nazionale cyber

Si compone quindi un altro tassello importante dell’Architettura Nazionale Cyber, riporta Askanews, che con la collocazione del CSIRT presso il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri favorirà una più efficace gestione tecnica degli incidenti a livello nazionale e internazionale. Questo, grazie alle sinergie garantite dalle altre funzioni già assicurate dal Dipartimento in tale ambito, quali il punto di contatto unico nazionale NIS per la gestione operativa di incidenti transfrontalieri, il Nucleo per la Sicurezza Cibernetica (NSC) per la gestione operativa di incidenti che hanno un impatto sulla sicurezza nazionale. E le attivazioni che deriveranno dal cosiddetto Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica.

Individuate le tempistiche per una piena operatività

Il decreto individua inoltre le tempistiche per una piena operatività del CSIRT. Entro 120 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il DIS, il Ministero dello Sviluppo Economico, e l’AgID sottoscriveranno appositi accordi per assicurare il trasferimento delle funzioni del CERT nazionale e del CERT-PA al CSIRT italiano. Che per lo svolgimento dei propri compiti si avvarrà dell’AgID ai sensi del decreto legislativo NIS. Le disposizioni del decreto istitutivo del CSIRT entreranno invece in vigore entro 180 giorni.

L’hi-tech indossabile vale 41 miliardi di dollari

Nel 2019 la spesa mondiale per smartwatch, auricolari e altri gadget hi-tech indossabili ammonterà a 41 miliardi di dollari. La cifra, stimata dagli analisti di Gartner, salirà a 52 miliardi nel 2020 e a 63 miliardi nel 2021. A trainare il mercato saranno gli smartwatch, per i quali quest’anno si spenderanno 17 miliardi di dollari. E se i marchi leader che detengono la fascia premium del mercato sono Apple Watch e Samsung Galaxy Watch, i prodotti più economici, “come quelli di Xiaomi e Huawei controbilanceranno gli smartphone costosi – spiega l’analista Ranjit Atwal -. Di conseguenza, il prezzo medio degli smartwatch diminuirà del 4,5% tra il 2020 e il 2021”.

Smartwatch, auricolari e visori sul podio dei più venduti

Dopo gli smartwatch al secondo posto tra gli indossabili più venduti ci sono gli auricolari e le cuffie smart, con 7,9 miliardi di spesa. Qui a dominare sono gli AirPods di Apple, seguiti dai Galaxy Buds di Samsung, gli AirDots di Xiaomi, i SoundSport di Bose e dalla new entry Amazon.

Al terzo posto invece si trovano i visori, con 7,2 miliardi di spesa, mentre fuori dal podio si piazzano gli sports watch (4,1 miliardi) e i bracciali da fitness (3,2 miliardi), due prodotti più a buon mercato rispetto agli smartwatch.

Chiude la classifica l’abbigliamento smart: tra scarpe e vestiti, la spesa in questa tipologia di dispositivi da polso nel 2019 si attesterà a 1,1 miliardi di dollari, riporta Ansa.

Nel 2020 aumenterà del 34% anche la spesa per l’acquisto degli indumenti smart

La spesa totale per l’acquisto di indossabili raggiungerà i 52 miliardi di dollari nel 2020, in crescita del 27% rispetto ai 41 miliardi previsti per l’anno in corso. In termini di valore al vertice si trovano quindi gli smartwatch (+34% nel 2020), e secondo le stime nel prossimo biennio sempre più utenti sostituiranno le smartband con uno smartwatch, anche in virtù della riduzione del prezzo medio dell’ultima tipologia di indossabili, che scenderà del -4,5% tra il 2020 e il 2021. Nel 2020 aumenterà del 34% anche la spesa per l’acquisto degli indumenti smart, destinati comunque a restare un prodotto più di nicchia almeno nei prossimi due anni. Come la giacca nata dalla collaborazione tra Google e Levi’s, che ben rappresenta la categoria.

Più precisione, miniaturizzazione e privacy faranno crescere la domanda

Se smartwatch e auricolari guideranno il settore in termini di volumi, rispettivamente con 86 e 70 milioni di unità consegnate entro il prossimo anno, più in generale Gartner individua tre elementi determinanti per la crescita della domanda di wearable nei prossimi anni. Il primo, scrive hdblog.it, è la maggiore precisione dei sensori integrati, il secondo il progresso sul fronte delle miniaturizzazione, che renderà sempre meno invasivo l’utilizzo di un dispositivo progettato per essere indossato, e il terzo gli accorgimenti introdotti per tutelare la privacy. Si tratta infatti di prodotti che possono raccogliere costantemente dati personali.

Dicembre 2019: via agli incentivi per decoder e smart tv

Già stanno entrando in numero sempre più consistente nelle case degli italiani e ora ci sarà un buon motivo in più per acquistare sistemi per smart tv e decoder, le ultime frontiere della fruizione televisiva. Infatti, dal prossimo dicembre, diventeranno effettivi gli incentivi fiscali destinati a chi compra questi apparecchi. La novità è stata confermata al Tavolo TV 4.0 al Ministero dello Sviluppo economico, presieduto dal Sottosegretario Mirella Liuzzi, con i rappresentanti delle autorità competenti in materia, gli operatori televisivi e le associazioni di categoria. Questa novità, insieme a un pacchetto di altre iniziative, sono state attivate dal Ministero per supportare la transizione del sistema radiotelevisivo verso la nuova tecnologia Dvb-T2. Come riporta adnkronos, si allarga così il ventaglio di vantaggi messo in campo dal Ministero per integrare il percorso già avviato lo scorso anno.

Gli interventi sul tavolo dei lavori

Gli addetti ai lavori, i tecnici e gli esponenti della politica si sono così confrontati su diversi temi: i criteri e le modalità di erogazione di indennizzo per le tv locali; il calendario di dettaglio della road map della prima fase dello spegnimento delle reti delle aree tecniche; i prossimi adempimenti di competenza dell’Agcom previsti dalla legge; i contenuti del decreto interministeriale Mise-Mef per l’erogazione dei contributi a favore dei cittadini per l’acquisto di smart tv e decoder di prossima pubblicazione; le prime iniziative da mettere in campo per comunicare ai cittadini il passaggio al Dvb-T2. E’ “fondamentale accompagnare la transizione del sistema radiotelevisivo al Dvb-T2 con opportune campagne e azioni informative coordinate dal Mise, per guidare i cittadini nel cambiamento tecnologico. A tal riguardo, abbiamo invitato gli operatori televisivi a presentare in tempi brevi una proposta per un piano di comunicazione condiviso e unitario” ha detto il Sottosegretario Liuzzi.

Allargare la platea dei cittadini ammessi a usufruire del contributo

Per quanto riguarda gli incentivi per chi acquista decoder e smart tv, questi saranno operativi da dicembre, con la pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale. “E’ nostro obiettivo incrementare gli attuali 151 milioni di euro richiedendo un nuovo finanziamento della misura per allargare la platea dei cittadini ammessi ad usufruire del contributo” ha concluso Liuzzi. Il bonus sarà rappresentato da uno sconto, che dovrebbe avere una durata triennale, e che permetterà ai cittadini meno abbienti di accedere ai nuovi sistemi tv di ultima generazione.

Il food piace online: nove milioni gli italiani che fanno la spesa sul web

Sarà per la praticità del food delivery, sarà che è davvero comodo farsi consegnare la spesa a casa, fatto sta che per gli italiani il cibo si compra sempre più online. Il settore del Food&Grocery registra una delle più alte frequenze di acquisto, circa  7 volte in un anno: negli ultimi 12 mesi, infatti, un terzo degli eshopper italiani ha comprato online beni alimentari e bevande e il 72% degli ordini con consegna in un giorno nell’alimentare è rappresentato dal pasto a domicilio. A rendere note queste cifre è stato Netcomm Focus Ford, l’evento promosso da Netcomm in collaborazione con TuttoFood per esplorare gli ultimi trend e il panorama internazionale in ambito digital food.

Sul piatto 1,6 miliardi di euro 

Nel nostro Paese la crescita degli acquisti online nel food sembra sia inarrestabile. Oggi il comparto vale 1,6 miliardi di euro solo in Italia e registra un incremento del 42% rispetto allo scorso anno. Con questi numeri, si tratta del settore online che nel 2019 cresce con il ritmo più sostenuto, a fronte del +15% dell’e-commerce nel suo complesso. Tuttavia, nonostante la sua dinamicità, il Food&Grocery online ha una incidenza ancora marginale in Italia, pari al 5% sul totale e-eommerce B2C italiano, che vale 31,6 miliardi di euro. Gli acquisti online dei consumatori italiani, su siti sia italiani sia stranieri, in questo settore incidono ancora poco sul totale degli acquisti retail; la penetrazione infatti supera di poco l’1% ed è pari a circa un sesto di quella media dei prodotti (6%). Lo sviluppo deciso del Food Delivery è dovuto alla crescita della copertura nei centri di medio-grandi dimensioni. In questi anni i player hanno investito per attivare il servizio in nuove città e per aumentare l’offerta disponibile. Oggi, infatti, il 93% delle città italiane con popolazione superiore ai 50.000 abitanti è coperto da servizi di consegna a domicilio (era solo il 74% nel 2017) e circa un abitante su due (47%) può ordinare online piatti pronti (nel 2017 il servizio di Food Delivery era accessibile solo a un terzo della popolazione italiana).

L’e-commerce alimentare nel mondo

Lo studio “fotografa” anche l’andamento negli altri paesi del mondo. L’e-commerce alimentare, a livello globale, vale 58 miliardi di euro, dei quali 14,9  in Europa (1,6 miliardi in Italia). Sono oltre 1,5 miliardi le persone che acquistano alimentari online in tutto il mondo, vale a dire due terzi degli acquirenti online a livello globale (oltre 2 miliardi). In Europa sono più di 167 milioni le persone che acquistano food online: in Italia sono 9 milioni, contro i 19 milioni del Regno Unito, i 18 milioni in Germania, i 13,5 milioni in Francia e i 10 milioni in Spagna. Per quanto riguarda la fonte principale utilizzata dagli utenti per acquistare cibi online, al primo posto ci sono le recensioni (30,3%), seguite dai siti web dei brand (25,5%) e dai marketplace (24,8%).

L’Italia si scopre pioniera della robotica. E solo la Lombardia genera 30 miliardi di business

Il nostro Paese sta dimostrando un crescente know how nell’ambito della robotica e dell’intelligenza artificiale. Si tratta infatti di un settore che in Italia coinvolge ben 104 mila imprese dando lavoro a 429 mila addetti e generando 60 miliardi di fatturato annuale. Per quanto riguarda l’ubicazione di questa aziende, la maggior parte si concentra in Lombardia e in particolare a Milano.

Cinque anni di crescita

I dati relativi al comparto, diffusi dalla Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi, parlano di una costante crescita delle aziende specializzate in produzione di software, consulenza informatica, creazione di robot industriali e vendita di computer: +10% in cinque anni a livello nazionale, con un incremento degli addetti, nello stesso periodo, del + 17%.

La mappa italiana della robotica, Milano la numero uno

In Lombardia sono coinvolte 23 mila imprese del settore, con 146 mila addetti e 30 miliardi di fatturato. Più forniti tra i territori italiani, Milano con 12 mila imprese circa e 110 mila addetti, Roma con 11 mila imprese e 63 mila addetti, Napoli con 5 mila imprese e 13 mila addetti, Torino con 5 mila imprese e 25 mila addetti, Brescia con oltre 2 mila imprese e 8 mila addetti. Per quanto riguarda il business, dopo la Lombardia con 30 miliardi di fatturato, si piazzano Lazio con 8 miliardi, Emilia Romagna con 4, Veneto, Piemonte e Toscana con 3 miliardi circa. Per territorio, gli affari più consistenti si registrano a Milano, con 23 miliardi, e a seguire a Roma con 8 miliardi, a Torino con 3 miliardi, a Firenze e Bologna con 2 miliardi rispettivamente.

 “Crescono i settori innovativi nella nostra economia, che diventa sempre più 4.0. Vediamo dai dati crescite a doppia cifra negli ultimi cinque anni, in una realtà sempre più automatizzata e con una intelligenza artificiale che si diffonde rapidamente in ogni ambito non solo professionale e lavorativo, ma anche quotidiano. Si tratta di una importante opportunità dal punto di vista economico e professionale. La crescita di questi settori 4.0 è alla base di una maggiore competitività internazionale del nostro territorio” ha dichiarato Alessandro Spada, consigliere della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, che ha anche attivato un ciclo di incontri sul tema rivolti agli operatori del settore.

I settori legati all’intelligenza artificiale in Lombardia

In Lombardia sono attive 23 mila imprese del comparto con 146 mila addetti, rivelano i dati della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su fonte Registro Imprese al secondo trimestre 2019. I settori più coinvolti sono la produzione di software (11 mila imprese in Lombardia su 46 mila in Italia, di cui 6 mila a Milano) e i servizi informatici (9 mila imprese in regione su 44 mila nazionali, di cui 4 mila a Milano), poi ci sono 2 mila imprese nel commercio in regione su 12 mila in Italia, di cui circa mille a Milano. in Lombardia 23 mila imprese con 146 mila addetti.

Autunno, tempo di cambiare… lavoro: i 6 consigli di LinkedIn

L’autunno è tradizionalmente una stagione in cui il mercato del lavoro è più dinamico ed è perciò un buon momento per dare ulteriore slancio alla propria carriera, a qualsiasi livello, cercando una nuova opportunità lavorativa. Uno dei metodi più utilizzati per trovare un nuovo lavoro o nuove occasioni di business è sicuramente LinkedIn, il più grande network professionale online del mondo, dove, in termini di numero di posti di lavoro sulla piattaforma, l’autunno è proprio uno dei periodi di punta dell’anno. Così il social professionale ha messo in piedi una squadra di esperti delle dinamiche di lavoro, che ha realizzato una sorta di “lista” con i 6 consigli chiave che i professionisti italiani possono seguire con il fine di cogliere al meglio nuove opportunità di lavoro.  

1 Immagine del profilo

Una buona foto profilo aiuta a rendersi più riconoscibili sulla piattaforma, sia ai contatti già consolidati sia per attrarre nuovi possibili “peer” (contatti). La foto non deve essere perfetta, basta che risulti naturale. Dalle ricerca condotte da LinkedIn, è emerso che una buona immagine profilo può portare fino a nove volte in più di richieste di connessione.

2 Posizione aggiornata

E’ decisamente conveniente mantenere aggiornata la propria posizione lavorativa. E’ un elemento che aiuta a raccontare al meglio la propria storia professionale e a far aumentare di 8 volte le richieste di connessione.

3 Formazione e competenze

Formazione accademica e competenze acquisite sul campo andrebbero sempre messe in luce con chiarezza nel proprio profilo di LikedIn. In particolare, è consigliabile inserire almeno 5 competenze di base. Tra l’altro, la piattaforma ha attivato una nuova funzione che consente di valutare le competenze. Per ogni valutazione delle competenze superata, verrà rilasciato un certificato che apparirà sul proprio profilo LinkedIn, in modo che sia subito disponibile per i recruiter.

4 Di che settore sei? 

Aggiungere il settore professionale e industriale di competenza, nonché quello di maggiore interesse, è utile per trovare più facilmente nuove offerte di lavoro, eventi, contenuti formativi su LinkedIn e articoli di settore. 

5 Scrivi dove abiti

Non è una banalità: indicare la località in cui si vive potrebbe valere una crescita professionale. Molte aziende ricercano i talenti in base alla zona e si affidano alla località inserita nel profilo LinkedIn dei professionisti più interessanti.

6 Partecipare ai gruppi di discussione

Partecipare attivamente ai gruppi di discussione  può aiutare i professionisti a mettersi in luce con altri professionisti del proprio settore di competenza, creare nuove opportunità di business e trovare un nuovo lavoro.

Studio Ipsos: Google, Amazon e Whatsapp sono i marchi più influenti

E’ Google il primo della classifica fra i The Most Influential Brands 2019, lo studio annuale che Ipsos, intervistando 4.550 italiani, realizza per scoprire quali siano i marchi in grado di influenzare maggiormente la vita delle persone. Sul podio, alle spalle del colosso di Mountain View, ci sono Amazon e Whatsapp. Alle loro spalle, marchi di primissimo piano come, nell’ordine, PayPal, Microsoft, YouTube, Samsung, FaceBook, Mulino Bianco e Visa. Rispetto all’anno scorso, la composizione del podio è invariata, mentre FaceBook è scesa dal quinto all’ottavo posto, forse per effetto dello scandalo Cambridge Analytica.

Esce Ikea (nel 2018 decima e ora tredicesima) mentre arriva il Mulino Bianco, unica azienda italiana del food presente nella top ten (nel 2018 solo diciannovesima). Instagram è al quarto posto per la Generazione Z (15- 21 anni), ma non compare in nessun’altra top ten per fasce di età. Netflix è al decimo posto per la Gen Z e alla sesta posizione per i Millennial (22-35). Nutella che pur non comparendo nel ranking generale, è al sesto posto per la GenZ, al nono per i Millennial e al decimo per i Boomers, cioè le persone tra i 53 e i 71 anni. 

I parametri che decretano il “potere”

Sono Trustworthy (fiducia, affidabilità), Engagement (coinvolgimento), Leading Edge (innovazione, capacità di far tendenza), Corporate Citizenship (impegno e ruolo sociale), Presence (presenza) i cinque fattori presi in esame da Ipsos per determinare l’influenza di una marca. Anche nel ranking MIB 2019 i fattori che più pesano nel far sì che un brand venga considerato influente dai consumatori sono la capacità dell’azienda di saper coinvolgere (30%), la sua propensione all’innovazione (27%) e la fiducia e il senso di affidabilità delle persone rispetto al brand (26%). Non stupisce quindi che nella top ten siano presenti ancora una volta tutti i big della digital economy e del tech.

Aumenta il peso dell’impegno sociale

Tra i cambiamenti più significativi all’interno delle opinioni espresse dagli intervistati spicca la crescita costante verso tematiche universali, quali ad esempio l’ambiente, i diritti umani e la gender equality. L’opinione pubblica e in generale le persone iniziano a chiedere alla politica, alle istituzioni, ai decison makers e quindi anche alle aziende, un’assunzione di responsabilità verso questi temi.  A riprova di questa tendenza in atto, nell’edizione 2019 dello studio ben il 60% degli italiani afferma infatti di sentire il bisogno di aziende che svolgano un ruolo attivo in ambito sociale, culturale e politico. Ai brand si chiede di prendere posizione senza temere le conseguenze: lo pensa il 62% degli intervistati d’accordo nell’affermare che se un’azienda sceglie di prendere una posizione forte su un tema sociale o politico non deve temere di perdere consenso o parte della clientela. Anzi, il 79% crede che sia possibile per una marca sostenere una buona causa e guadagnare allo stesso tempo.

Facebook, Corte Ue: stretta sui contenuti considerati equivalenti a quelli illeciti

Arriva una sentenza della Corte Ue che potrebbe rendere più complicato il controllo sui contenuti dei social media. In estrema sintesi, la Corte si è espressa affermando che prestatori di servizi di hosting come Facebook sono tenuti a rimuovere anche i contenuti identici o equivalenti a un contenuto già giudicato illecito. Sempre l’organismo europeo ha motivato la decisione sostenendo che una richiesta simile da parte della magistratura non viola le disposizioni della direttiva europea sul commercio elettronico e può applicarsi a livello mondiale nell’ambito del diritto internazionale. Ovvero, un giudice Ue può imporre che un contenuto venga rimosso o bloccato anche a livello internazionale.

Il caso da cui è partito tutto

Questa sentenza è il frutto di un iter che prende il via dall’azione legale intentata dall’austriaca Eva Glawischnig-Piesczek, presidente del gruppo parlamentare dei Verdi, contro Facebook Ireland dinanzi ai giudici austriaci. “L’esponente verde aveva chiesto di ordinare a Facebook di cancellare un commento pubblicato da un utente lesivo del suo onore nonché affermazioni identiche o dal contenuto equivalente” riporta l’Ansa, spiegando i fatti. “E la Corte suprema austriaca aveva chiesto alla Corte di giustizia Ue di interpretare la direttiva sul commercio elettronico per capire come applicare la norma”. Quindi, i giudici possono ingiungere a un prestatore di servizi di hosting, anche nel caso in cui “non sia responsabile delle informazioni memorizzate qualora non sia a conoscenza della loro illiceità”, di cancellare le informazioni illecite o di disabilitare l’accesso alle medesime. Tuttavia, nella sentenza “i giudici comunitari ricordano però anche che la normativa Ue vieta di imporre a un prestatore di servizi di hosting di sorvegliare, in via generale, le informazioni da esso memorizzate o di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite. Tutto ciò premesso, la Corte ha quindi sentenziato che un giudice di uno Stato membro può ingiungere a un prestatore di servizi di hosting di rimuovere le informazioni da esso memorizzate e il cui contenuto sia identico a quello di un’informazione precedentemente dichiarata illecita o di bloccare l’accesso alle medesime, qualunque sia l’autore della richiesta di memorizzazione di siffatte informazioni. Inoltre, la magistratura nazionale può chiedere di rimuovere le informazioni oggetto dell’ingiunzione o di bloccare l’accesso alle medesime a livello mondiale, nell’ambito del diritto internazionale pertinente, di cui spetta agli Stati membri tener conto”.

La risposta di Facebook

“Speriamo che i tribunali adottino un approccio proporzionato e misurato, per evitare di limitare la libertà di espressione” ha commentato Facebook attraverso una nota. Che riporta ancora: “Questa sentenza  solleva interrogativi importanti sulla libertà di espressione e sul ruolo che le aziende del web dovrebbero svolgere nel monitorare, interpretare e rimuovere contenuti che potrebbero essere illegali in un determinato Paese. Su Facebook abbiamo già degli standard della Comunità che stabiliscono ciò che le persone possono e non possono condividere sulla nostra piattaforma e un processo in atto per limitare i contenuti che violano le leggi locali”. E ancora: “Questa sentenza si spinge ben oltre, mina il consolidato principio secondo cui un Paese non ha il diritto di imporre le proprie leggi sulla libertà di parola ad un altro Paese. Inoltre, apre la porta ad obblighi imposti alle aziende del web di monitorare proattivamente i contenuti per poi interpretare se sono ‘equivalenti’ a contenuti ritenuti illegali. Per ottenere questo diritto i tribunali nazionali dovranno prevedere definizioni molto chiare su cosa significhino ‘identico’ ed ‘equivalente’ concretamente”.

Tradimento e smartphone: un report svela le app “pericolose”

I nostri telefoni sono sempre più depositari della nostra vita: attraverso i device, infatti, conserviamo e tracciamo tutte le nostre abitudini. Comprese quelle “a rischio”, tradimenti inclusi. Per avvalorare questa tesi, arriva ora un report condotto da Anstel Telecomunicazioni, che ha svelato quali siano le App, apparentemente innocue, che possono invece svelare possibili tradimenti. Partendo dal fatto che, oggi, in circa il 40% delle cause di separazione in Italia, WhatsApp è presente come prova. Ma le applicazioni che potrebbero salire sul banco degli imputati sono molte di più: ecco a quali fare particolare attenzione, considerato che le app possono scambiare una quantità enorme di informazioni sui posti frequentati, i siti visitati e raccogliere moltissime tracce digitali…

Google Maps e le altre con la geolocalizzazione

Non far sapere dove ci si trova è una delle prime regole da rispettare se non ci si vuole far beccare. Ecco perché tra le app causa di litigi e guai di coppia spicca Google Maps (e tutti gli altri sistemi di navigazione): se la geolocalizzazione è attiva, vengono registrati in Cronologia tutti gli spostamenti degli ultimi mesi del telefono, inclusi nomi di ristoranti, alberghi e locali pubblici.Per lo stesso principio anche le app dedicate allo sport possono rivelare informazioni riguardo gli spostamenti, poiché la geolocalizzazione è usata per tracciare le performance dei runner.

Occhio ai messaggi

Se WhatsApp è oramai utilizzata  dalla maggior parte della popolazione, e per questo accessibile e “rischiosa”, esistono delle altre app di messaggistica più discrete. Tra i sistemi di messaggistica alternativi spiccano Viber e Telegram, che sembrano lo strumento più utilizzato in questo momento da chi vuole tenere private le proprie conversazioni. La ragione? Sono meno diffuse e conosciute dal grande pubblico e consentono di cancellare automaticamente i messaggi dopo pochi minuti.

Fenomeno in crescita tra i più giovani

Forse perché più digitali rispetto alle generazioni precedenti, i giovanissimi sono capaci di “manipolare” la loro doppia vita virtuale. Ad esempio, tra i ragazzi è in forte aumento il trend di creare profili falsi sui social per poter comunicare con eventuali ammiratori sfuggendo al radar del partner. In molti casi il profilo falso è utilizzato per testare l’affidabilità del partner stesso e metterlo alla prova facendo avances ed invitandolo ad un finto incontro.

Crescono anche i reati

La mania di controllo, unita alla gelosia, fa sì che le persone – anche inconsapevolmente – commettano dei reati per cercare di scoprire cosa nasconda il partner sul proprio device. Ad esempio, installando software spia su telefoni altrui, un comportamento per cui è stato recentemente condannato un uomo di 57 anni.