Studio Ipsos: Google, Amazon e Whatsapp sono i marchi più influenti

E’ Google il primo della classifica fra i The Most Influential Brands 2019, lo studio annuale che Ipsos, intervistando 4.550 italiani, realizza per scoprire quali siano i marchi in grado di influenzare maggiormente la vita delle persone. Sul podio, alle spalle del colosso di Mountain View, ci sono Amazon e Whatsapp. Alle loro spalle, marchi di primissimo piano come, nell’ordine, PayPal, Microsoft, YouTube, Samsung, FaceBook, Mulino Bianco e Visa. Rispetto all’anno scorso, la composizione del podio è invariata, mentre FaceBook è scesa dal quinto all’ottavo posto, forse per effetto dello scandalo Cambridge Analytica.

Esce Ikea (nel 2018 decima e ora tredicesima) mentre arriva il Mulino Bianco, unica azienda italiana del food presente nella top ten (nel 2018 solo diciannovesima). Instagram è al quarto posto per la Generazione Z (15- 21 anni), ma non compare in nessun’altra top ten per fasce di età. Netflix è al decimo posto per la Gen Z e alla sesta posizione per i Millennial (22-35). Nutella che pur non comparendo nel ranking generale, è al sesto posto per la GenZ, al nono per i Millennial e al decimo per i Boomers, cioè le persone tra i 53 e i 71 anni. 

I parametri che decretano il “potere”

Sono Trustworthy (fiducia, affidabilità), Engagement (coinvolgimento), Leading Edge (innovazione, capacità di far tendenza), Corporate Citizenship (impegno e ruolo sociale), Presence (presenza) i cinque fattori presi in esame da Ipsos per determinare l’influenza di una marca. Anche nel ranking MIB 2019 i fattori che più pesano nel far sì che un brand venga considerato influente dai consumatori sono la capacità dell’azienda di saper coinvolgere (30%), la sua propensione all’innovazione (27%) e la fiducia e il senso di affidabilità delle persone rispetto al brand (26%). Non stupisce quindi che nella top ten siano presenti ancora una volta tutti i big della digital economy e del tech.

Aumenta il peso dell’impegno sociale

Tra i cambiamenti più significativi all’interno delle opinioni espresse dagli intervistati spicca la crescita costante verso tematiche universali, quali ad esempio l’ambiente, i diritti umani e la gender equality. L’opinione pubblica e in generale le persone iniziano a chiedere alla politica, alle istituzioni, ai decison makers e quindi anche alle aziende, un’assunzione di responsabilità verso questi temi.  A riprova di questa tendenza in atto, nell’edizione 2019 dello studio ben il 60% degli italiani afferma infatti di sentire il bisogno di aziende che svolgano un ruolo attivo in ambito sociale, culturale e politico. Ai brand si chiede di prendere posizione senza temere le conseguenze: lo pensa il 62% degli intervistati d’accordo nell’affermare che se un’azienda sceglie di prendere una posizione forte su un tema sociale o politico non deve temere di perdere consenso o parte della clientela. Anzi, il 79% crede che sia possibile per una marca sostenere una buona causa e guadagnare allo stesso tempo.

Facebook, Corte Ue: stretta sui contenuti considerati equivalenti a quelli illeciti

Arriva una sentenza della Corte Ue che potrebbe rendere più complicato il controllo sui contenuti dei social media. In estrema sintesi, la Corte si è espressa affermando che prestatori di servizi di hosting come Facebook sono tenuti a rimuovere anche i contenuti identici o equivalenti a un contenuto già giudicato illecito. Sempre l’organismo europeo ha motivato la decisione sostenendo che una richiesta simile da parte della magistratura non viola le disposizioni della direttiva europea sul commercio elettronico e può applicarsi a livello mondiale nell’ambito del diritto internazionale. Ovvero, un giudice Ue può imporre che un contenuto venga rimosso o bloccato anche a livello internazionale.

Il caso da cui è partito tutto

Questa sentenza è il frutto di un iter che prende il via dall’azione legale intentata dall’austriaca Eva Glawischnig-Piesczek, presidente del gruppo parlamentare dei Verdi, contro Facebook Ireland dinanzi ai giudici austriaci. “L’esponente verde aveva chiesto di ordinare a Facebook di cancellare un commento pubblicato da un utente lesivo del suo onore nonché affermazioni identiche o dal contenuto equivalente” riporta l’Ansa, spiegando i fatti. “E la Corte suprema austriaca aveva chiesto alla Corte di giustizia Ue di interpretare la direttiva sul commercio elettronico per capire come applicare la norma”. Quindi, i giudici possono ingiungere a un prestatore di servizi di hosting, anche nel caso in cui “non sia responsabile delle informazioni memorizzate qualora non sia a conoscenza della loro illiceità”, di cancellare le informazioni illecite o di disabilitare l’accesso alle medesime. Tuttavia, nella sentenza “i giudici comunitari ricordano però anche che la normativa Ue vieta di imporre a un prestatore di servizi di hosting di sorvegliare, in via generale, le informazioni da esso memorizzate o di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite. Tutto ciò premesso, la Corte ha quindi sentenziato che un giudice di uno Stato membro può ingiungere a un prestatore di servizi di hosting di rimuovere le informazioni da esso memorizzate e il cui contenuto sia identico a quello di un’informazione precedentemente dichiarata illecita o di bloccare l’accesso alle medesime, qualunque sia l’autore della richiesta di memorizzazione di siffatte informazioni. Inoltre, la magistratura nazionale può chiedere di rimuovere le informazioni oggetto dell’ingiunzione o di bloccare l’accesso alle medesime a livello mondiale, nell’ambito del diritto internazionale pertinente, di cui spetta agli Stati membri tener conto”.

La risposta di Facebook

“Speriamo che i tribunali adottino un approccio proporzionato e misurato, per evitare di limitare la libertà di espressione” ha commentato Facebook attraverso una nota. Che riporta ancora: “Questa sentenza  solleva interrogativi importanti sulla libertà di espressione e sul ruolo che le aziende del web dovrebbero svolgere nel monitorare, interpretare e rimuovere contenuti che potrebbero essere illegali in un determinato Paese. Su Facebook abbiamo già degli standard della Comunità che stabiliscono ciò che le persone possono e non possono condividere sulla nostra piattaforma e un processo in atto per limitare i contenuti che violano le leggi locali”. E ancora: “Questa sentenza si spinge ben oltre, mina il consolidato principio secondo cui un Paese non ha il diritto di imporre le proprie leggi sulla libertà di parola ad un altro Paese. Inoltre, apre la porta ad obblighi imposti alle aziende del web di monitorare proattivamente i contenuti per poi interpretare se sono ‘equivalenti’ a contenuti ritenuti illegali. Per ottenere questo diritto i tribunali nazionali dovranno prevedere definizioni molto chiare su cosa significhino ‘identico’ ed ‘equivalente’ concretamente”.

Tradimento e smartphone: un report svela le app “pericolose”

I nostri telefoni sono sempre più depositari della nostra vita: attraverso i device, infatti, conserviamo e tracciamo tutte le nostre abitudini. Comprese quelle “a rischio”, tradimenti inclusi. Per avvalorare questa tesi, arriva ora un report condotto da Anstel Telecomunicazioni, che ha svelato quali siano le App, apparentemente innocue, che possono invece svelare possibili tradimenti. Partendo dal fatto che, oggi, in circa il 40% delle cause di separazione in Italia, WhatsApp è presente come prova. Ma le applicazioni che potrebbero salire sul banco degli imputati sono molte di più: ecco a quali fare particolare attenzione, considerato che le app possono scambiare una quantità enorme di informazioni sui posti frequentati, i siti visitati e raccogliere moltissime tracce digitali…

Google Maps e le altre con la geolocalizzazione

Non far sapere dove ci si trova è una delle prime regole da rispettare se non ci si vuole far beccare. Ecco perché tra le app causa di litigi e guai di coppia spicca Google Maps (e tutti gli altri sistemi di navigazione): se la geolocalizzazione è attiva, vengono registrati in Cronologia tutti gli spostamenti degli ultimi mesi del telefono, inclusi nomi di ristoranti, alberghi e locali pubblici.Per lo stesso principio anche le app dedicate allo sport possono rivelare informazioni riguardo gli spostamenti, poiché la geolocalizzazione è usata per tracciare le performance dei runner.

Occhio ai messaggi

Se WhatsApp è oramai utilizzata  dalla maggior parte della popolazione, e per questo accessibile e “rischiosa”, esistono delle altre app di messaggistica più discrete. Tra i sistemi di messaggistica alternativi spiccano Viber e Telegram, che sembrano lo strumento più utilizzato in questo momento da chi vuole tenere private le proprie conversazioni. La ragione? Sono meno diffuse e conosciute dal grande pubblico e consentono di cancellare automaticamente i messaggi dopo pochi minuti.

Fenomeno in crescita tra i più giovani

Forse perché più digitali rispetto alle generazioni precedenti, i giovanissimi sono capaci di “manipolare” la loro doppia vita virtuale. Ad esempio, tra i ragazzi è in forte aumento il trend di creare profili falsi sui social per poter comunicare con eventuali ammiratori sfuggendo al radar del partner. In molti casi il profilo falso è utilizzato per testare l’affidabilità del partner stesso e metterlo alla prova facendo avances ed invitandolo ad un finto incontro.

Crescono anche i reati

La mania di controllo, unita alla gelosia, fa sì che le persone – anche inconsapevolmente – commettano dei reati per cercare di scoprire cosa nasconda il partner sul proprio device. Ad esempio, installando software spia su telefoni altrui, un comportamento per cui è stato recentemente condannato un uomo di 57 anni.

Acquistare sui social media, solo il 31% dei consumatori si fida

Più del 90% dei consumatori ha timore di acquistare sui social media, ma quasi un terzo li utilizza per fare compere online. La maggior parte dei consumatori è preoccupata soprattutto per la sicurezza dei pagamenti (59%), la qualità dei prodotti (56%), la sicurezza dei dati personali (55%), e l’acquisto di un prodotto falso (47%).

Si tratta dei risultati del report di MarkMonitor, società del gruppo Clarivate Analytics, specializzata nella protezione dei brand aziendali. La ricerca è stata condotta dalla società di sondaggi Vitreous World su un campione di 2.603 consumatori di cinque paesi (Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti), per valutare esperienze e opinioni sullo shopping online, la sicurezza e il ruolo dei brand.

Il timore della contraffazione e la reputazione del brand

Secondo la ricerca i timori riguardo agli acquisti sui social media sembrano giustificati. Il 31% dei consumatori sostiene di aver involontariamente comprato prodotti contraffatti e, tra questi, il 23% ha effettuato l’acquisto sui social.

Inoltre, il 63% dei consumatori crede che i brand, i marketplace online e le piattaforme di social media non facciano abbastanza per proteggerli dai contraffattori, dalle frodi e dai criminali informatici.

In ogni caso, il fattore che più influenza la decisione di acquisto è la reputazione del brand (55%), seguita dalle valutazioni di altri utenti (48%) e dal livello di gradimento di amici e familiari (34%). Per quasi un quarto degli intervistati (23%) gioca un ruolo importante anche il suggerimento da parte di celebrità e influencer.

Il 66% ha fiducia nelle informazioni fornite e il 30% paga con la carta di credito

La ricerca ha rivelato inoltre che i consumatori si fidano di alcuni aspetti dello shopping sui social media. Due terzi (66%) degli acquirenti non dubita delle informazioni mostrate dai siti di shopping sui social media, mentre il 30% non ha problemi a utilizzare la propria carta di credito per effettuare un acquisto. 

Gli intervistati hanno dichiarato che i prodotti comprati più frequentemente sui social media sono abbigliamento, accessori elettronici e per la casa, mentre non comprerebbero mai altre categorie di beni o servizi come gioielli (27%), prenotazione delle vacanze (27%), prodotti per la salute (26%) e biglietti per eventi (24%).

Le aziende devono salvaguardare gli acquirenti e la propria reputazione

“Indipendentemente da dove decidano di fare acquisti online, i consumatori rimangono il principale bersaglio dei contraffattori e si aspettano dai brand e dalle piattaforme social una maggiore attenzione verso la sicurezza”, afferma Chrissie Jamieson, Vicepresidente Marketing di MarkMonitor. Per salvaguardare gli acquirenti e la propria reputazione le aziende quindi devono includere anche le piattaforme di social media nelle strategie di protezione del brand online. “Molte piattaforme social si sono già attivate per difendersi dalla vendita di prodotti contraffatti – continua Jamieson – e stanno costantemente migliorando le proprie strategie per rilevare e denunciare i falsi, ma i consumatori ritengono che tutte le parti interessate debbano fare di più in futuro”.

Italia, quarto paese al mondo per attacchi informatici

L’Italia è sotto attacco, almeno da parte dei cybercriminali. Ad affermarlo è il rapporto ‘Evasive Threats, Pervasive Effects’, di Trend Micro Research, azienda che si occupa di sicurezza informatica, e che piazza il nostro paese al quarto posto al mondo per questo tipo di frodi nel primo semestre 2019. “L’Italia è il quarto paese al mondo per attacchi informatici con malware, virus malevoli, e il dodicesimo per quelli con ransomware, quei virus che prendono in ostaggio i dispositivi e bisogna poi pagare un riscatto ai cybercriminali per riavere il dati” riporta il report.

La fotografia di un paese nel mirino

Nel corso dei primi sei mesi di quest’anno, ricorda ancora il rapporto, nel nostro paese sono stati intercettati 9,4 milioni di malware e sono arrivate oltre 225 milioni di minacce informatiche via mail. I primi posti del brutto podio per  diffusione di malware sono occupati da Stati Uniti, Giappone e Francia. A livello mondiale la minaccia più rilevata è rappresentata dai virus malevoli per il cryptomining, che coniano criptovalute all’insaputa degli utenti sottraendo illecitamente risorse di sistema di un dispositivo oggetto dell’attacco. E aumentano gli attacchi mondiali di tipo ‘fileless’ (cresciuti del 265%), minacce non visibili come i malware. Si tratta di attacchi che non coinvolgono l’installazione di nessun file malevolo sull’hard disk, ma colpiscono la memoria dei computer della vittima. Questa tecnica silenziosa è usata, appunto per il mining delle criptovalute, i ransomware e i trojan bancari che sottraggono credenziali nel corso di operazioni finanziarie online.

Oltre 9 milioni di attacchi a casa nostra

In Italia, il numero totale di malware intercettati nella prima metà del 2019 è di 9.336.995, riporta il blog di Micro Research. Con queste cifre,  siamo quarto Paese più colpito al mondo. Sul podio Stati Uniti, Giappone e Francia. Siamo inoltre il dodicesimo Paese più colpito al mondo con una percentuale di attacchi del’1,96%. In Europa L’Italia perde il triste primato mantenuto per tutto il 2018 ed è seconda solo alla Germania.

L’identikit di sei mesi di attacchi

Salvatore Marcis, Technical Director Trend Micro Italia, ha reso noto i numeri rilevati nel semestre esaminato. “Le minacce arrivate via mail sono state 225.602.240 e gli URL maligni visitati sono stati 3.886.272” scrive Marcis sul blog. “Il numero di app maligne scaricate nella prima metà del 2019 è di 12.660, in crescita rispetto alle 10.662 della prima metà del 2018” Sempre nel periodo esaminato, “sono stati 2.146 i malware di online banking che hanno colpito l’Italia. In crescita rispetto ai 1.901 del primo semestre 2018”. Conclude con i dati globali: “In tutto il mondo, abbiao bloccato nel primo semestre un totale di 27 miliardi di minacce, 6 miliardi in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il 91% di queste minacce è entrato nelle reti attraverso la posta elettronica. Per mitigare questo genere di minacce avanzate è necessario una smart defense profonda, capace di correlare i dati attraverso i gateway, le reti, i server e gli endpoint, per identificare e fermare l’attacco al meglio”.

Digital Banking, crescono utilizzo e servizi specie per il mobile

Gli italiani sono sempre più digitali, anche quando si tratta di utilizzare canali sensibili come lo sono quelli bancari. La riprova di questa tendenza è nei dati diffusi dall’ABI, l’Associazione Bancaria Italiana, contenuti nell’ottavo Rapporto annuale realizzato da ABI Lab, il Consorzio per la Ricerca e l’Innovazione per la banca promosso dall’Associazione, che fa il punto sullo sviluppo e sulle potenzialità della Banca Digitale (Digital Banking). Nel dettaglio, la crescita nell’uso dei canali digitali da parte dei clienti degli istituti bancari sta portando effetti di forte aumento delle operazioni dispositive, in particolare su Mobile Banking (+71%): tra queste i bonifici/giroconti sono in crescita del 131%, i servizi di pagamento diretti tra persone (P2P) aumentano del 72%, la ricarica della carta prepagata segna un + 69%. Il numero di operazioni dispositive da PC rimane più del doppio rispetto a quelle effettuate via smartphone, ma i tassi di crescita annui sono mediamente molto più contenuti (+2% sui bonifici/giroconti, e in diminuzione su altre operazioni come ad esempio le ricariche di carta prepagata o cellulare).

Tutte le banche offrono l’Internet Banking

Impossibile sottrarsi a questa tendenza, sia per gli istituti sia per i clienti. Oggi, secondo lo studio,  tutte le banche coinvolte nell’indagine offrono servizi tramite Internet Banking e applicazioni (app) per smartphone, con sistemi operativi iOS e Android. Il 70% degli istituti bancari prevede app anche sui tablet e il 50% su smartwatch. Più ridotta la percentuale di banche che offrono app anche per i dispositivi con il sistema operativo Windows (33% per smartphone e 23% per tablet). Interessante sapere anche il numero di app messe a disposizione in media da ogni banca: circa tre.

La banca dove vuoi con le app ad hoc

Per quanto riguarda i servizi offerti, oltre che con app “classiche” di Mobile Banking le diverse funzionalità possono essere offerte anche con app ad hoc: gli esempi più evidenti sono i servizi di pagamento diretti tra persone (P2P), offerti con applicazioni dedicate dal 47% delle banche rispondenti, il borsellino elettronico (mobile wallet) e i servizi di compravendita di strumenti finanziari (trading) offerti dal 26% delle banche. Lo studio rileva un trend di aumento delle funzionalità accentrate in un’unica applicazione con una conseguente riduzione delle app: nel 2018 il 21% delle banche ne ha diminuito il numero rispetto all’anno precedente e il 38% è orientato verso la convergenza dei servizi in un’unica app. Inoltre, il 63% delle app è dedicato alla clientela privata, l’11% alle imprese e un 26% ad entrambi.

Con riferimento all’offerta Internet Banking, tutte le banche hanno un portale per i clienti privati a cui nel 41% dei casi affiancano ulteriori ambienti segmentati per specifiche tipologie di clientela; l’82% mette a disposizione anche un portale per l’area imprese. Ovviamente, in questo scenario, tutte le maggiori banche dichiarano un aumento o un forte aumento degli investimenti sul mobile e sui sistemi di Internet Banking.

Niente più like su Instagram. Il test arriva anche in Italia, ma a decidere saranno gli utenti

Instagram potrebbe cambiare le regole su cui si basano le interazioni. La sperimentazione è cominciata a maggio in Canada, e adesso è arrivata anche nel nostro Paese. Per alcuni utenti italiani del social infatti non è più possibile verificare quali siano i profili che hanno cliccato sul “cuore” nei post degli amici. Gli unici a poter vedere chi ha messo il like saranno gli utenti che hanno condiviso la foto o il video, cliccando sull’opzione “altre persone”. Mentre per i loro follower il numero sarà nascosto. In pratica, il tasto Like non verrà rimosso, ma non sarà più visibile il numero dei Mi piace al post. Il test servirà a verificare se l’update risulterà gradito agli iscritti, che in Italia sono oltre 22 milioni, e nel mondo oltre 1 miliardo, di cui 500 milioni usano Le Storie.

“Solo tu potrai vedere il numero totale di Mi Piace dei tuoi post”

La decisione arriva dai vertici della società acquistata da Mark Zuckerberg, che ha iniziato un percorso di aggiornamenti per rendere Instagram meno focalizzato sui numeri e più sui contenuti. L’intenzione è quella di contrastare la tendenza al cyberbullismo di alcuni commenti.

“Desideriamo che i tuoi follower si concentrino su ciò che condividi e non su quanti ‘Mi Piace’ ottengono i tuoi post – si legge nel messaggio che presenta la sperimentazione agli utenti selezionati -. Durante questo test, solo tu potrai vedere il numero totale di ‘Mi Piace’ dei tuoi post”.

Gli influencer potrebbero risentire della modifica

Se confermato, questo piccolo, ma importante cambiamento, potrebbe cambiare per sempre le logiche del social dell’immagine. Anche se i cosiddetti influencer, le figure professionali che basano la propria carriera sul consenso virtuale, potrebbero risentire della modifica, riporta Adnkronos. Di fatto la decisione è in mano al gradimento degli utenti. Non si tratta infatti di una decisione definitiva, ma di una prova per sondare il parere degli utenti. Ma se in futuro la decisione venisse applicata definitivamente sarebbe una rivoluzione per il mondo del marketing digitale, e appunto, soprattutto per gli influencer.

Più attenzione a foto e video, e non su mi piace ricevuti

“Vogliamo aiutare le persone a porre l’attenzione su foto e video condivisi e non su quanti Like ricevono – afferma Tara Hopkins, Head of Public Policy EMEA di Instagram -. Vogliamo che Instagram sia un luogo dove tutti possano sentirsi liberi di esprimersi”.

Secondo Vincenzo Cosenza, Responsabile marketing di Buzzoole, azienda di influencer marketing, “questo cambiamento potrà avere un effetto positivo su influencer e aziende. Gli influencer, soprattutto i più piccoli, potrebbero beneficiarne perché il proprio pubblico non sarebbe più influenzato dal numero di like. Le aziende che vogliono fare attività di Influencer Marketing – aggiunge Cosenza – potrebbero essere spinte a valutare elementi più significativi rispetto al semplice numero di like”. Come la qualità dei contenuti, riporta Ansa, il numero effettivo di persone raggiunte da un contenuto, o le visualizzazioni.

Attenzione alla mail: arriva una nuova cybertruffa mascherata da un avviso della Polizia

Arriva una nuova pericolosa cybertruffa via mail. Se nella casella di posta elettronica appare un messaggio con oggetto Avvio di procedimento potrebbe trattarsi di una truffa. A lanciare l’allarme è la Polizia Postale, che mette in guardia i cittadini su un’eventuale email che solo in apparenza sembra inviata dalla Pec della Polizia di Stato. Attraverso questa nuova cybertruffa lo scopo dei criminali è quello di indurre il destinatario ad aprire il file allegato al messaggio, e quindi installare sul dispositivo della vittima un virus, che potrebbe addirittura rendere inutilizzabili tutti i file contenuti.

Occhio quindi  ai messaggi sospetti. Meglio non aprire, e cancellare subito l’email.

All’apparenza il messaggio sembra inviato da un indirizzo Pec della Polizia di Stato

Ma in cosa consiste esattamente la truffa, e come difendersi dall’attacco? “È probabile – spiegano gli agenti della Polizia  Postale – che in questi giorni giunga sulla vostra email un messaggio di spam che abbia come oggetto il riferimento a un ‘avvio di procedimento’ e che, all’apparenza, sembra essere stato inviato da un indirizzo Pec della Polizia di Stato. Attenzione! Nulla di tutto questo risponde a verità. Il fine dei cybercriminali è quello di indurci ad aprire il file pdf allegato alla Pec o ‘cliccare’ sul link presente per generare degli eventi che potrebbero comportare l’installazione di malware o trojan, e/o l’avvio di un ramsonware ‘crypolocker’, con la crittazione, e il conseguente inutilizzo, dei file presenti sul dispositivo”.

Non aprire assolutamente il file .pdf né cliccare su eventuali link

Ecco, dunque, alcuni consigli della Polizia su come comportarsi. Innanzitutto non aprire assolutamente il file .pdf’ in allegato, né tantomeno cliccare su eventuali link. Se l’indirizzo email del mittente è sconosciuto o palesemente falso non aprire il file allegato. Se dovesse, invece, pervenire da una persona o da un’azienda con la quale si hanno rapporti epistolari, contattarla per chiedere la conferma dell’avvenuto invio. In ogni caso, è sempre bene proteggere adeguatamente la nostra email, così come in generale tutti i nostri account virtuali. È infatti opportuno periodicamente cambiare la password, impostando sempre password complesse.

Abilitare meccanismi di autenticazione “forte” ai nostri spazi virtuali

Ovviamente è sempre bene ricordare anche di non utilizzare mai la stessa password per più profili o account. E abilitare, dove possibile, meccanismi di autenticazione “forte” ai nostri spazi virtuali, ovvero che associno all’inserimento della password, l’immissione di un codice di sicurezza ricevuto sul nostro telefono cellulare.

Ultimo consiglio, effettuare periodicamente il backup dei file contenuti sui dispositivi, riferisce Adnkronos. E di tanto in tanto aggiornare il Sistema Operativo.

SOS consumi: ogni giorno chiudono 14 esercizi commerciali

Il commercio continua a soffrire della crisi, nonostante qualche debole segnale di “ripresina”. Se il trend non cambierà nell’immediato futuro, il 2019 si chiuderà con una flessione del -0,4% delle vendite, per oltre 1 miliardo di euro in meno sul 2018.Si tratta del risultato più nero degli ultimi quattro anni. A dichiararlo è Confesercenti che, attraverso una nota diffusa da Adnkronos, fa sapere che oggi ci siano 32mila i negozi in meno rispetto al 2011. Questa “emorragia ha bruciato almeno 3 miliardi di euro di investimenti delle imprese” dice ancora il report, avvertendo inoltre che nel 2019 spariranno altre 5mila attività commerciali, circa 14 ogni giorno. La colpa di questo andamento in picchiata? Secondo Confesercenti è da attribuirsi al mancato recupero della spesa delle famiglie italiane, che sono oggi spendono annualmente 2.530 euro in meno del 2011. Una tendenza diffusa in tutto lo Stivale: le famiglie lombarde infatti hanno ridotto i loro consumi del 3,5%, quelle venete del 4,4%, in Calabria la contrazione è stata del 4,8%.

Dirottamento dei consumi su web e outlet

A seguito di budget più ridotti, gli italiani hanno dirottato le loro scelte di consumo verso canali alternativi “dove più esasperata è la concorrenza di prezzo, come web e outlet. L’impatto sul commercio è stato devastante. Ormai quasi un’attività commerciale indipendente su due chiude i battenti entro i tre anni di vita” dice il rapporto di Confesercenti. Aggiunge Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti: ”Le difficoltà del commercio, in particolare dei piccoli, sembrano ormai strutturali. C’è bisogno di un intervento urgente per fronteggiarla: chiederemo al governo di aprire un tavolo di crisi. Se si pensa che, in media, ogni piccolo negozio che chiude crea due disoccupati, è chiaro che ci troviamo di fronte ad una crisi aziendale gravissima, anche se nessuno sembra accorgersene. Persino il commercio su aree pubbliche è in difficoltà, messo a terra da un caos normativo che ha accelerato la marginalizzazione dei mercati e il dilagare dell’abusivismo”.

Un problema sociale e urbano

Questo fenomeno non interessa solo i commercianti, come potrebbe apparire a una prima lettura. “Gli effetti collaterali della crisi del settore si estendono anche alla dimensione sociale e urbana. La tradizionale rete di vendita aiuta a dare identità ad un luogo e rende maggiormente attrattive le aree urbane. Per le quali il commercio è un settore economicamente significativo, che contribuisce a produrre reddito locale ed occupazione. È necessaria un’azione organica, ad ampio spettro, per restituire capacità di spesa alle famiglie e per accompagnare la rete commerciale nella transizione al digitale, creando le condizioni per una leale competizione con il canale web”, spiega De Luise. “Serve formazione continua per gli imprenditori, ma anche sostegno agli investimenti innovativi ed un riequilibrio fiscale che consenta una concorrenza alla pari tra offline e online”.