Fisco on line con Spid: come cambia l’accesso ai servizi

La nostra vita si sta spostando sempre di più verso il digitale e tutti i servizi, ovviamente, stanno seguendo la medesima direzione. Da diverso tempo l’Agenzia delle Entrate si sta spostando sul web, rendendo più veloce e agevole le comunicazioni e le interazioni con gli utenti. Ora, però, c’è un ulteriore cambio di passo: per accedere a tutti i servizi del Fisco on line dal 1° marzo 2021 serve lo Spid. O meglio: bisognerà usare il Sistema di identità digitale Spid, la Carta d’identità elettronica (Cie) o la Carta nazionale dei servizi (Cns).

Le credenziali di Fisconline in scadenza il 30 settembre 2021

Secondo il Decreto Semplificazione (DL n. 76/2020), dal 1° marzo non è più possibile ottenere le credenziali di Fisconline, cioè quelle proprie dell’Agenzia, e nei prossimi mesi quelle già in uso verranno progressivamente dismesse. Sarà quindi necessario dotarsi di una delle tre modalità di identificazione e autenticazione, Spid, Cie o Cns, riconosciute per i servizi on line di tutte le Pubbliche amministrazioni e che sono già utilizzabili per accedere ai servizi delle Entrate. Pertanto, per chi già utilizza queste modalità per accedere ai servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate, non cambia assolutamente nulla. Cambia invece per gli utenti che ancora usano le credenziali di Fisconline, che potranno ancora essere utilizzate fino al 30 settembre 2021, per poi diventare obsolete e dover essere sostituite dai tre strumenti alternativi (Spid, Cie o Cns). Situazione non molto diversa anche per i liberi professionisti e le imprese, che comunque dovranno adeguarsi: potranno richiedere le credenziali Entratel, Fisconline o Sister, rilasciate dall’Agenzia anche dopo il 1° marzo e fino alla data che sarà stabilita con un apposito decreto attuativo, come previsto dal Codice dell’amministrazione digitale.

Spid, Cie e Cns spiegati in maniera facile

Questi tre acronimi potrebbero preoccupare chi si sente più a proprio agio nel mondo reale rispetto a quello digitale. Tuttavia, non c’è motivo di ansia, e le tre modalità sono relativamente facili da ottenere. Lo Spid è il Sistema Pubblico di Identità Digitale. Consiste di un sistema basato su credenziali personali che, grazie a delle verifiche di sicurezza, permettono di accedere ai servizi online della Pubblica amministrazione e dei privati aderenti. Per ottenere Spid basta scegliere uno dei 9 gestori di identità digitale presenti sul sito (https://www.spid.gov.it/richiedi-spid) e seguire i passi indicati dalle varie procedure ai fini dell’identificazione. Cie è la nuova Carta di identità elettronica, rilasciata dal Comune di residenza, che permette anche in questo caso al cittadino di identificarsi e autenticarsi con i massimi livelli di sicurezza ai servizi online degli enti che ne consentono l’utilizzo, sia Pubbliche amministrazioni che soggetti privati. Prevede un codice Pin. La Cns infine, la Carta Nazionale dei Servizi, permette di accedere agli stessi servizi attraverso un dispositivo, che può essere una chiavetta Usb o una smart card.

Il mercato dell’Intelligenza Artificiale cresce in Italia: vale 300 milioni di euro

Ha segnato un balzo del +15% rispetto al 2019 e oggi vale 300 milioni di euro: è il mercato dell’Artificial Intelligence in Italia, come rivela l’ultima ricerca dell’Osservatorio del Politecnico di Milano. In particolare, emerge che questo specifico settore ha retto bene all’ondata del Covid-19, come sottolinea Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence:”La crisi sanitaria non ha fermato l’innovazione e la crescita del mercato dell’Artificial Intelligence, ma ne ha sicuramente orientato l’attenzione su alcune tipologie di progetti, accelerando ad esempio le iniziative di Forecasting (stima della domanda), Anomaly Detection (individuazione di frodi online), Object Detection (come il riconoscimento dei DPI nelle immagini) e ancora di più di Chatbot e i Virtual Assistant, spinti dallo spostamento online della relazione col cliente. È aumentata anche la maturità delle imprese, con una forte crescita dei progetti pienamente operativi”.

Progetti e investimenti

Il mercato dell’Artificial Intelligence può contare soprattutto sui software, su cui si concentra il 62% della spesa, guidata dalla vendita di licenze di software commerciali e dallo sviluppo di software o algoritmi personalizzati. I servizi coprono il restante 38% del mercato e sono rappresentati principalmente da system integration e consulenza, mentre gli investimenti in hardware sono ancora marginali. I progetti di AI che attirano più investimenti sono gli algoritmi per analizzare ed estrarre informazioni dai dati (Intelligent Data Processing), che coprono il 33% della spesa (+15%). Seguono le soluzioni per l’interpretazione del linguaggio naturale (Natural Language Processing) con il 18% del mercato (+9%), gli algoritmi per suggerire ai clienti contenuti in linea con le singole preferenze (Recommendation System) con un’incidenza del 18% (+15%) e le soluzioni con cui l’AI automatizza alcune attività di un progetto e ne governa le varie fasi (Intelligent Robotic Process Automation), che valgono l’11% della spesa (+15%). Il restante 20% del mercato è suddiviso equamente fra Chatbot e Virtual Assistant (10%), che sono i progetti con la crescita più significativa (+28%), e le iniziative di Computer Vision (10%, +15%), che analizzano il contenuto di un’immagine in contesti come la sorveglianza in luoghi pubblici o il monitoraggio di una linea di produzione. Il settore più attivo come investimenti in soluzioni di AI è la finanza (23%), seguita da energia-utility (14%), manifattura (13%), telco e media (12%) e assicurazioni (11%.

L’AI nelle imprese italiane

In base ai dati dell’Osservatorio, oltre la metà delle 235 imprese medio-grandi analizzate ha attivato almeno un progetto di AI nel corso del 2020. Tuttavia, ci sono divari sostanziali fra le aziende più grandi, dove queste iniziative sono presenti nel 61% dei casi e si concentrano sulla crescita organizzativa e culturale e sulla valorizzazione dei dati e lo sviluppo di algoritmi, e le medie aziende, che appaiono ancora poco mature e hanno progetti attivi solo nel 21% dei casi. Il 91% del campione ha un giudizio positivo sulle iniziative di AI, con risultati sopra (45%) o in linea (46%) con le aspettative, solo il 9% sperava in risultati migliori.

Italiani online, 40 milioni di utenti in rete

In Italia cresce sempre più l’utilizzo di Internet, anche se per certi versi il nostro paese risulta la Cenerentola della digitalizzazzione rispetto alle altre nazioni industrializzate. Lo rivela Comscore, che segnala che nella penisola la penetrazione dell’utilizzo di Internet ha raggiunto il 73% nel 2020, con un aumento di 3 punti rispetto all’anno precedente. Si tratta di valori ancora distanti da quelli dei paesi più evoluti come USA (90%) e UK (86%), ma anche dei mercati a noi vicini e simili come la Spagna (84%). Si comprende quindi che esistono in Italia delle zone d’ombra dove l’accesso alla rete ancora non c’è. Però, dove invece si naviga, i numeri sono in salita e dimostrano come i nostri connazionali, specie negli ultimi mesi, abbiamo avuto accesso a un numero sempre maggiore di contenuti e servizi. Complessivamente, sono stati 40 milioni gli italiani online a dicembre 2020.

Le categorie più “visitate”

Il report specifica che nello scorso dicembre sono state 9 (Entertainment, News e Information, Social Network, Retail, Lifestyle, Instant Messaging, Technology, Sport, Health) le categorie di contenuti che hanno fatto registrare un’audience superiore ai 30 milioni di visitatori unici mensili, mentre sono diventate 15 (a fronte delle 7 di dicembre 2019) le singole properties che vantano una reach superiore al 60%. In questo contesto, non sorprende che le categorie di contenuto che hanno registrato un aumento più significativo di audience sono quelle connesse ai cambiamenti generati dalla pandemia e dal lockdown: i visitatori unici della Categoria Education sono incrementati del 69%, quelli della Categoria Government del 60% e quelli della Categoria Salute del 31%. Anche per quanto riguarda le app l’andamento è simile: hanno avuto un exploit, in termini di utilizzatori, quelle per il lavoro (Teams e Zoom) e la didattica a distanza (Google Classroom). Ma sono cresciute pure quelle legate a servizi di pubblica utilità come l’App IO che a dicembre 2020 raggiunge i 9,3 milioni di utilizzatori o Poste ID che arriva a 7 milioni.

Due ore e 46 minuti il tempo trascorso giornalmente in rete

Il tempo trascorso on line, che conferma la passione che gli italiani nutrono nei confronti della rete, a dicembre 2020 si attesta a 2 ore e 46 minuti medi giorno per utente, pari a un  +26% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. L’aumento maggiore, ovvero il 38%, si registra sulle fasce di popolazione più giovane (18-24) che passano mediamente sulla rete 3 ore e 34 minuti al giorno a fronte delle 3 ore e 5 minuti della fascia d’età 25-34 (+29% su dicembre 2019) e delle 2 ore e 35 minuti dei 35+ (+19% su dicembre 2019). Il traffico in App, specifica una nota ripresa da Adnkronos, rappresenta ormai il 73% del tempo totale speso (+ 6 punti percentuali rispetto a dicembre 2019) e sulle properties di Google e Facebook (cui appartengono le App più utilizzate) si trascorre ormai oltre la metà (50,4%) del tempo complessivamente passato sulla rete.  Intrattenimento (18%), Social Network (24%) e Instant Messaging (16%) sono le categorie che insieme assorbono il 58% del tempo passato su Internet dalla popolazione maggiorenne.

Dati rubati in vendita sul dark web, ecco quanto costano

Quanto costano i dati personali sottratti illegalmente e poi messi in vendita sul dark web? Da una manciata di spiccioli a diverse centinaia di dollari, a seconda della tipologia: lo ha rivelato uno studio condotto dai ricercatori di Comparitech, che ha analizzato i prezzi delle carte di credito rubate, degli account PayPal violati e dei documenti su oltre 40 diversi mercati del dark web. Ne è emerso una sorta di tariffario dei dati, differente a seconda dei vari paesi e dell’entità del “pacchetto” di informazioni messo in commercio. Ma come funziona esattamente la vendita di informazioni rubate?

Per un pugno di dollari

E’ sorprendente scoprire quanto poco valgano dei dati che noi riteniamo preziosissimi. Ad esempio negli Stati Uniti, dove le carte di credito sono estremamente diffuse, le credenziali per una rubata costano 1,5 dollari, cifra che sale a 2,5 per la Gran Bretagna. La forbice, a livello globale, va dagli 11 centesimo fino ai 986 dollari: poco, tutto sommato. In linea generale, è l’Europa il mercato con i prezzi più alti per le carte di credito: 8 dollari. Ovviamente, più si spende più si ottiene: ad esempio, con pochi centesimi si ha solo il numero di carta, mentre con investimenti più sostanziosi si hanno anche un nome, una data di scadenza e altre informazioni importanti. E, a proposito di informazioni, il costo medio di una identità rubata è 8 dollari. Ne servono 14 nel Regno Unito, in Turchia e in Israele e 25 in Giappone, Europa ed Emirati Arabi.

Paypal costa di più

Sono cifre maggiori, precisa Comparitech, quella che bisogna prevedere per aggiudicarsi un account Paypal, ovviamente rubato: da 5 a 1767 dollari. Ma perché questa discrepanza di prezzo rispetto alla carte di credito? Il team di esperti spiga che la differenza è dovuta alla possibilità di “ritorno dell’investimento”. Il saldo contabile medio di una carta di credito è 24 volte il prezzo d’acquisto dei suoi dati nel dark web, mentre per quanto riguarda Paypal il saldo è 32 volte. In parole semplici, Paypal costa di più perché ci sono percentualmente più possibilità di trovare una maggior quantità di soldi sul conto.

Il valore dei fullz

In gergo, i  “fullz” sono i pacchetti di informazioni personali, ad esempio con il nome di una persona, la data di nascita, l’indirizzo, il numero di telefono, i numeri di conto e altre informazioni personali che i criminali informatici utilizzano per frodi di identità, inclusa l’apertura di nuove linee di credito a nome della vittima. Anche questi dati sono in vendita sul dark web, con prezzi di vendita che partono da 8 dollari.

Tecnologia da indossare, il 2021 sarà un anno da record

L’attenzione alla propria salute e tutti i dispositivi che possono servire a monitorarla sono ormai dei trend consolidati, che continueranno la loro corsa anche durante il 2021. In particolare, a causa della pandemia, c’è stato un proliferare di soluzioni e funzioni utili a controllare lo stato di salute, tanto che la tecnologia ha riempito ogni possibile spazio lasciato libero offrendo prodotti sempre più facili da utilizzare e alla portata di tutti. La conferma della tendenza arriva dal Ces di Las Vegas, che stima che il mercato della tecnologia da indossare si prepari a vivere un 2021 più che positivo. Stando agli analisti di Gartner, la spesa degli utenti in dispositivi indossabili quest’anno crescerà del 18,1% su scala mondiale, raggiungendo gli 81,5 miliardi di dollari.

Smartwatch ancora protagonisti

Certo, ci saranno tanti prodotti innovativi, ma saranno ancora gli smartwatch e gli auricolari senza fili a ricoprire la parte dei protagonisti del settore. Tra le novità indossabili presentate durante il Ces, la fiera dell’elettronica di consumo che ha aperto virtualmente i battenti a Las Vegas e che offre uno spaccato di tutto quello che è all’avanguardia, spiccano ad esempio lo schermo di Tcl che si indossa come un paio di occhiali, o il bracciale di Whoop con cinque sensori per monitorare battito, sonno, calorie bruciate, temperatura ambientale e conduttività della pelle. Tornando ai campioni di vendite, quest’anno nel mondo si spenderanno 39,2 miliardi di dollari in auricolari e cuffie senza fili (erano 32,7 miliardi nel 2020), e 25,8 miliardi in smartwatch (contro i 21,7 miliardi dell’anno scorso). In terza posizione, i bracciali da fitness cederanno il posto ai cerotti smart, cioè dispositivi sottilissimi e adesivi usati in campo medico per controllare temperatura, battito, glicemia e altri parametri in modo più efficace e meno invasivo. Saranno proprio questi innovativi cerotti a mettere a segno un balzo in avanti nelle vendite, passando da una spesa di 4.6 miliardi del 2021 ai 5,9 miliardi del 2021. Sembrano invece destinati a calare nella classificare dispositivi preferiti i bracciali per l’attività fisica, in diminuzione a 4,9 miliardi di dollari.

Da problema a opportunità

“L’introduzione di sistemi di misurazione sanitaria per tracciare autonomamente i sintomi del Covid-19, insieme al crescente interesse dei consumatori per la loro salute e benessere durante i lockdown, ha rappresentato una significativa opportunità per il mercato dei dispositivi indossabili”, spiegano gli analisti di Gartner. Sempre secondo gli esperti, questa tendenza – trainata anche dallo smartworking e dal boom delle videoconferenze – porterà a un’ulteriore crescita di auricolari e smartwatch.

WhatsApp, cambiano i termini di servizio

Anche se periodicamente girano delle vere e proprie bufale sull’utilizzo di WhatsApp (ad esempio pagare un abbonamento), questa volta è vero: per continuare a usare il sistema di messaggistica occorre accettare i nuovi termini di servizio. Se non lo si fa, dall’8 febbraio si rischia concretamente di non poter più riuscire a chattare. Anche se la “scadenza” è fissata a febbraio, su molti smartphone appare già da ora la nuova versione delle norme che richiede il via libera ai cambiamenti, relativi in particolare alla gestione dei dati degli utenti del server con connessioni con Facebook, che ha acquistato l’applicazione nel 2014.

Cosa riporta l’informativa

La questione più dibattuta all’interno dei termini di servizio si trova al punto ‘Società affiliate’, dove viene riportato: “Facciamo parte delle aziende di Facebook. In qualità di una delle aziende di Facebook, WhatsApp riceve informazioni da, e condivide informazioni con, le aziende di Facebook come illustrato nell’Informativa sulla privacy di WhatsApp, anche al fine di fornire integrazioni che consentano all’utente di connettere la sua esperienza WhatsApp con altri Prodotti di un’azienda di Facebook, per garantire sicurezza, protezione e integrità nei Prodotti di un’azienda di Facebook e per migliorare le inserzioni e l’esperienza dell’utente relativa ai prodotti facenti parte dei Prodotti di un’azienda di Facebook”.  In sintesi, si dice che le informazioni possono essere condivise con altre realtà del gruppo così come che “Le informazioni dell’utente potrebbero ad esempio essere trasferite o trasmesse oppure archiviate e trasmesse”.

E se volessi sapere di più?

Oltre a ribadire che è sempre meglio leggere direttamente tutte le voci presenti nell’informativa, chi vuole saperne di più può visitare il Centro assistenza per ottenere tutte le informazioni del caso o anche, se non si volesse accettare, per eliminare il proprio account. I dati condivisi includeranno informazioni sulla registrazione dell’account, come il numero di telefono, transazioni, informazioni sui servizi e sulle interazioni con altri utenti o aziende, informazioni sul telefono e sul suo utilizzo.

Utenti preoccupati subito attivi sui social

Ovviamente, gli utenti si sono subito scatenati sui social manifestando tutte le loro preoccupazioni. Tanto che non appena è stato diffuso l’annuncio #Whatsapp è stato l’hashtag che ha immediatamente raggiunto i vertici delle tendenze su Twitter. Tuttavia, e forse questa dichiarazione può rassicurare gli utilizzatori che affidano all’app i loro segreti, WhatsApp ha promesso di non condividere nulla del contenuto dei messaggi scambiati. In ogni caso, dovremmo essere tutti più responsabili e almeno leggere quello che ci viene proposto, nel web come nella vita reale.

Unioncamere Lombardia, nel 2020 investimenti delle imprese più per e-commerce e pagamenti digitali che per Industria 4.0

La pandemia che nel 2020 ha travolto tutto il mondo si è fatta sentire, eccome, sui processi delle aziende italiane che hanno necessariamente dovuto trasformarsi in senso digitale. Unioncamere Lombardia fa il punto su questo fenomeno, che ha avuto sviluppi differenti in fatto di tecnologia 4.0, e-commerce e pagamenti digitali. “L’incertezza portata dalla pandemia ha ostacolato gli investimenti e questo si è fatto sentire anche per quelli legati allo sviluppo tecnologico più avanzato – ha detto il presidente Gian Domenico Auricchio – tuttavia l’interesse e la conoscenza verso il digitale e Impresa 4.0 risultano in crescita, anche tra le piccole imprese”.

Impresa 4.0, l’implementazione rallentata dall’emergenza

Sebbene Impresa 4.0 sia un tema largamente conosciuto (è noto dall’82% delle imprese nell’industria, dal 64% nei servizi, dal 63% nell’artigianato manifatturiero e dal 53% nel commercio al dettaglio, tutti dati in forte crescita rispetto al 2019), l’emergenza sanitaria ne ha rallentato l’evoluzione e l’implementazione. Ad esempio le imprese manifatturiere dell’industria, le più mature sotto questo profilo, dichiarano di avere introdotto soluzioni 4.0 nel 32% dei casi, una percentuale in linea con quella del 2019. Gli altri settori mostrano percentuali di utilizzo molto più basse, con valori che confermano o si posizionano al di sotto dei livelli dell’anno precedente (artigianato manifatturiero: 11%; servizi: 8%; commercio al dettaglio: 6%). In sintesi, la trasformazione in ottica 4.0 ha subito uno stop, probabilmente a causa del timore o della difficoltà da parte delle imprese di avventurarsi in investimenti importanti in un momento difficile per l’economia.

Lo sviluppo di altri canali digitali

Le imprese lombarde non sono però state “con le mani in mano” e hanno investito in altri strumenti digitali, forse meno avanzati ma più immediati: l’’e-commerce in particolare mostra una forte crescita di interesse, soprattutto nel commercio al dettaglio, dove viene citato dal 73% delle imprese che hanno investito o intendono investire in tecnologie digitali, ma anche nei servizi e nel manifatturiero; in molti settori risultano inoltre in espansione i sistemi di pagamento via mobile/internet. Non solo: le aziende si sono concentrate anche sulla formazione dedicata a questi argomenti, con particolare riferimento a temi come il web marketing e l’utilizzo dei social media, oltre all’e-commerce. Infine, la questione smart working, che non da tutte le attività imprenditoriali è stata vissuta nello stesso modo, forse per la mancanza di un cambiamento organizzativo alle spalle. Le piccole aziende, e in particolare quelle dell’artigianato, esprimono sul lavoro a distanza giudizi “sufficienti” (14%) piuttosto che “buoni” o “eccellenti” (7%), mentre quelle più strutturate, in cui la pandemia ha solo accelerato un processo verso modalità di lavoro agile già in atto, danno valutazioni positive.

Emergenza sanitaria, lo shopping per salute e benessere trasloca sul web

Tra prima e seconda ondata l’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus non molla la presa. E, tra chiusure e zone rosse, le abitudini dei consumatori sono profondamente cambiate. A “vincere” tra i canali per gli acquisti è sicuramente il web, un’ancora di salvezza anche nei momenti più difficili della pandemia. Lo shopping on line, che riguarda pressoché tutti i comparti merceologici, riguarda pure – forse a maggior ragione, visti i tempi – il settore della salute e del benessere. In Italia, su una platea di circa 25 milioni di acquirenti online di prodotti fisici, 16,9 milioni di persone negli ultimi 12 mesi (+72%) hanno comprato un prodotto di questa tipologia. I dati relativi al settore Health&Pharma sono emersi dalla ricerca 2020 presentata durante “Netcomm Focus Digital Health&Pharma“, evento curato dal gruppo di lavoro Netcomm Digital Health&Pharma e condotta grazie anche al supporto di diverse aziende del comparto.

Un mercato che vale 1,2 miliardi di euro

L’analisi rivela che questo mercato vale 1,2 miliardi (con un incremento di +87% rispetto al 2019), con una spesa pro-capite media di circa 80 euro, dove gli acquirenti abituali (4,6 milioni di persone che hanno acquistano beni almeno 4 volte nell’arco temporale di un anno) contribuiscono al 40% del valore dell’e-commerce di settore. Ma quali sono le categorie merceologiche più gettonate all’interno del mondo salute e benessere? Risponde il report, specificando che le tre categorie che sviluppano il maggior valore di acquisti online sono: vitamine, integratori e potenziatori per lo sport (207 milioni di euro); i prodotti di ottica (occhiali da vista e lenti a contatto, 181 milioni di euro); le creme per la pelle e i muscoli (oltre 168 milioni di euro): su 100 euro spesi online in prodotti di Health & Pharma, 45 sono relativi ai prodotti di queste tre categorie.

Perché si compra la “salute” on line

Sono differenti e variegate anche le motivazioni che spingono gli utenti ad acquistare questa tipologia di prodotti attraverso canali e-commerce. In prima battuta si sceglie questa modalità per la convenienza economica (36,7%), seguita dalla comodità (18,1%) e dalla disponibilità di offerte speciali (16%). Infine, conta molto anche la questione sicurezza, dato che il 15,3% di coloro che hanno acquistato sul web prodotti Health&Pharma nell’ultimo anno ha scelto il canale web per non entrare in un punto di vendita fisico e scegliendo la consegna direttamente al proprio domicilio, dopo aver saldato i propri acquisti prevalentemente con PayPal o carte prepagate.

Pagamenti digitali, a pieno titolo nella nuova digital way of life degli italiani

Il digitale, in tutte le sue forme, dopo il lockdown è entrato di prepotenza nella vita degli italiani. E i pagamenti digitali non fanno certo eccezione: anzi, oggi accompagnano i nostri connazionali nella loro quotidianità all’insegna di una vita più semplice e pure meno rischiosa. Questo è quanto emerge dalla seconda edizione della ricerca ‘Paying digital, living digital: evoluzione dello stile di vita degli italiani prima e dopo il Covid-19’ di Mastercard, realizzata in collaborazione con AstraRicerche. Dopo quello diffuso a giugno, a ottobre 2020 è stato realizzato un secondo sondaggio per verificare come si sia evoluto in questi ultimi mesi il rapporto degli italiani con la tecnologia e gli strumenti di pagamento digitali più innovativi e quali siano le nuove abitudini e modalità di acquisto. La ricerca evidenza che ad ottobre, in Italia, sono 8 su 10 gli italiani che dichiarano di utilizzare frequentemente le carte di pagamento, seguite dalle quelle contactless, che sono ormai parte delle abitudini consolidate per il 78% degli italiani.

Metodi sempre più conosciuti e utilizzati

Il nostro Paese, afferma il report, è sempre più sensibile rispetto a questo tema: infatti si rileva una forte sedimentazione della conoscenza e dell’utilizzo di queste forme di pagamento digitale. Ancora, è interessante notare che l’accettazione delle carte è diffuso nella gran parte dei punti vendita, senza sensibili differenze tra Nord, Centro e Sud. La percezione dei consumatori intervistati è che gli esercenti preferiscono le carte ai contanti (47% per le carte contro 29% del contante).

Contactless, app e nuove soluzioni
Le più innovative forme di pagamento mobile in questa nuova fase di normalizzazione segnano un trend in crescita: +3,2% per i pagamenti via smartphone, seguita da un +1,9% per i pagamenti via app dedicate, soprattutto nella fascia tra i 25-34enni (59%), e un +1,8% per i pagamenti realizzati attraverso app bancarie che riscuotono il favore di oltre 1 italiano su 5 tra i 15 e i 44 anni. Seguono i wearable, che rappresentano una soluzione di pagamento futura per 1 italiano su 3, riscuotendo un interesse in continua crescita: oltre il 33% degli italiani dichiara infatti di avere una buona consapevolezza di queste nuove soluzioni, particolarmente conosciute dalle fasce più giovani della popolazione (fascia dai 18 ai 44 anni).

Missione sicurezza

Tra i motivi che spingono gli italiani ad apprezzare sempre più i pagamenti digitali c’è anche l’aspetto legato alla sicurezza. Un italiano su tre identifica nelle carte di pagamento la modalità di pagamento più sicura, capace di garantire la tutela del proprio denaro e dei propri dati sensibili. Ma le carte di pagamento sono ritenute anche le più semplici da utilizzare (45%, contro il 35% ottenuto dai contanti). La comodità di pagamento e l’ottimizzazione dei tempi caratterizzano per gli italiani la modalità di pagamento con carte contactless (31% e 33%), elementi che riscuotono interesse anche per i nuovi device NFC siano questi smartphone o personal device (rispettivamente per il 15% e il 17%). Infine, molto importante per gli italiani, soprattutto nel contesto di emergenza sanitaria attuale, è l’igiene garantita dal contactless, dove le carte si attestano al primo posto con il 34%, mentre i device personali ottengono il secondo posto con il punteggio di 21%.

Google sempre più accessibile, per tutti

L’accessibilità è un diritto, anche quando si parla di tecnologia. Ecco perché Google è da sempre attento alle difficoltà delle persone con disabilità, un’attenzione che si esplica nella continua ricerca di soluzioni pensate per rendere l’uso dei dispositivi tech più semplice per tutti e funzionale alla vita quotidiana. Così il colosso di Mountain View ha recentemente presentato diverse novità che vanno proprio in questa direzione. Il mondo della disabilità – sia essa cognitiva, della vista, dell’udito, del movimento o di altra forma – è tanto vario quanto sono uniche le persone che lo rappresentano. L’OMS ha stimato che si tratti del 15% della popolazione globale. Ed è quindi fondamentale progettare strumenti che siano il più possibile inclusivi e alla portata di tutti, con l’obiettivo di creare una società più equa.

Criticità emerse durante il lockdown

Il periodo del lockdown, caratterizzato dall’utilizzo “salvifico” delle tecnologia, ha però fatto emergere diverse criticità per alcune fasce di popolazione. Ad esempio, da quando le mascherine sono diventate un accessorio fisso, per le persone con disabilità dell’udito che si affidano alla lettura labiale è diventato più difficile interagire. App come Trascrizione istantanea e Amplificatore sono diventate particolarmente utili, ha specificato Google, come riporta Italpress. Perchè la prima mostra in tempo reale sullo schermo dello smarphone quello che viene detto, mentre la seconda amplifica e adatta i suoni e le voci intorno. Altrettanto interessante la soluzione pensata per aiutare le persone con disabilità visive ad avere una maggiore autonomia nel quotidiano. Puntando lo smartphone in una qualsiasi direzione, Lookout offre una descrizione vocale dell’ambiente e degli oggetti visualizzati grazie a modelli di intelligenza artificiale. Solo per fare un esempio, l’app permette di distinguere gli ingredienti per una ricetta in cucina, i diversi prodotti in un supermercato oppure le banconote per fare un pagamento e ricevere il resto. Lookout è disponibile in italiano e la sua capacità di riconoscere gli oggetti si sta ampliando nel tempo. Sempre per chi ha una disabilità visiva, è disponibile in Italia anche la funzionalità di descrizione immagini su Chrome.

L’input del Googler italiano

Un Googler italiano, Lorenzo Caggioni, è il “motore” che sta dietro lo sviluppo del dispositivo DIVA. Un bottone intelligente che permette di interagire con l’Assistente Google senza dover usare la voce. DIVA permette a chi porta una forma di disabilità cognitiva o motoria di svolgere alcune attività frequenti con maggiore autonomia. Il progetto di Lorenzo, presentato nel 2019, ha originato nuove sperimentazioni in Google su come rendere più accessibile la tecnologia a chi porta una disabilità cognitiva. Da qui è nato Action Blocks, disponibile in italiano sui telefoni Android: serve a semplificare al massimo i procedimenti necessari per portare a termine un’attività sullo smartphone e a trasformarli – con l’Assistente Google – in un unico pulsante digitale attivabile con un semplice tocco.