Imprese e autonomi, scadenze fiscali rinviate e facilitazioni per ripartire

Dare la possibilità a piccole e medie aziende e lavoratori autonomi di tirare un po’ il fiato, evitando di aggiungere preoccupazioni – come i versamenti fiscali – alle tante ansie legate alla salute. Ci sono molti rinvii e diverse facilitazioni per l’imprenditoria nel decreto imprese, circa quaranta voci, che vanno dalle garanzie agli acconti light fino alle misure per evitare i fallimenti.

Iva e ritenute sospese per due mesi

Anche per aprile e maggio è previsto lo stop ai versamenti di Iva e ritenute: la misura riguarda tutte le attività che abbiano subito perdite a marzo del 33% (entro i 50 milioni di ricavi) o del 50% (sopra i 50 milioni). Esiste anche una proroga di altri due mesi dello stop al versamento delle ritenute per autonomi e partite Iva con giro d’affari entro i 400mila euro.

Acconti leggeri e dichiarazione a distanza

Ancora, riporta l’Ansa, il decreto afferma che chi fa l’autoliquidazione potrà versare acconti ridotti in base alle previsioni dell’andamento reale dei propri conti nel 2020, senza incorrere sanzioni o multe se paga almeno l’80% dell’importo che bisognerà poi effettivamente riconoscere. Più facile anche occuparsi della dichiarazione dei redditi, pure a distanza: non serve andare dal commercialista a consegnare la delega per la dichiarazione precompilata. Sarà sufficiente stamparla, firmarla e mandare la foto al professionista o, in alternativa, un video o un messaggio di posta elettronica con l’autorizzazione.

“Ombrello” per congelare i fallimenti

Il decreto contempla misure per proteggere le imprese “dal rischio liquidazione o fallimento, dalla revisione temporanea delle regole per scrivere i bilanci alla disattivazione delle cause di scioglimento societario per riduzione o perdita del capitale sociale”. Favorito il coinvolgimento dei soci nell’accrescimento dei flussi di finanziamento verso la società. Sono previste anche misure per sottrarre le imprese all’apertura del fallimento e alle altre procedure fondate sullo stato di insolvenza e a sterilizzare il periodo dell’emergenza ai fini del calcolo delle azioni a tutela dei creditori. L’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, che doveva partire per metà agosto, slitta al primo settembre 2021.

Si allarga il Fondo di garanzia

Lo strumento del Fondo di garanzia viene esteso. Adesso negozianti, autonomi, professionisti e piccoli imprenditori (con aziende fino a 499 dipendenti) possono accedere a 25.000 euro “subito in automatico”, garantiti al 100% e senza preventivi controlli sul merito del credito. Per i prestiti fino a 800mila euro ci sarà sempre copertura al 100%, con il 90% garantito dallo Stato e la controgaranzia del 10% dei Confidi, tenendo conto della situazione finanziaria pre-crisi e non del modulo andamentale. Per le richieste fino a 5 milioni invece la garanzia sarà al 90%, sempre senza valutazione andamentale.

Distrarsi e informarsi? Meno male che c’è il web

Le giornate al tempo del virus trascorrono con modalità diverse, anche per quanto riguarda l’intrattenimento e l’informazione. Ovviamente, non si può uscire e giocoforza la ricerca di entertainment si orienta verso   canali alternativi. In questo contesto, non sorprende che la maggior parte degli italiani trascorra moltissime ore a navigare sul web, in un’altalena fra svago e speranza di buone notizie. Tanto che il tempo collegati alla rete è più che raddoppiato in una sola settimana.

Il tempo passato in rete è cresciuto del 61%

Stando ai dati forniti da Audiweb, che ha preso in esame l’audience online tra il 2 e il 22 marzo, il tempo speso sul web è cresciuto del 61% dal 16 al 22 marzo, settimana in cui i brand di news online hanno fatto registrare un +96%, dopo il +102% messo a segno tra il 9 e il 15 marzo.

Più donne che uomini e più 45-54enni che ragazzi

E’ anche molto interessante l’analisi di questo pubblico “digitale” a livello demografico. L’aumento del tempo trascorso sui siti di informazione ha riguardato sia le donne (+101%) sia gli uomini (+91%) di età superiore ai 13 anni. Per quanto concerne le fasce d’età, a contribuire maggiormente a questo incremento sono le persone di età compresa fra i 45-54enni (+118%), seguite da quelle 55-64enni (+114%) e a seguire dai 25-34enni (+110%). Più moderato, anche se comunque sensibile, l’aumento fatto registrare da giovanissimi e senior: 66% per i 13-17enni, 60% per i 18-24enni e 65% per gli over 65 anni. 

News la categoria più ricercata

L’analisi mette poi in luce quali sono le categorie dei siti maggiormente ricercati. Nelle prime due settimane analizzate (dal 2 al 15 marzo) la curva dell’interesse della popolazione online si è indirizzata principalmente verso l’informazione. Nelle giornate successive, spiega Audiweb sull’Ansa, “si è passati dall’inseguimento di informazioni autorevoli e tempestive sulle disposizioni governative comunicate a più riprese, all’organizzazione e gestione di attività ludiche, di servizio, o di apprendimento e studio nell’ultima settimana di rilevazione, tra il 16 e il 22 marzo”. Nelle giornate seguenti è anche molto aumentato l’interesse verso l’offerta di contenuti utili a trascorrere il tempo in casa, tra lavoro o attività di differente natura. Gli incrementi maggiori si sono registrati per la categoria Home & Fashion (+114%), grazie soprattutto all’appeal dei brand raccolti nella sotto-categoria Food & Cooking. Cresce anche la categoria Family & Lifestyles (+23%), e l’Entertainment (+31%), che comprende video, radio online e contenuti dedicati espressamente al pubblico femminile.

Immobiliare, prezzi stabili nel 2019. E Milano fa da traino

E’ arrivata la fotografia del settore immobiliare aggiornata a tutto il 2019. A scattarla è l’Istat, che evidenzia una “una sostanziale stabilizzazione dei prezzi del mercato immobiliare residenziale” nel corso dell’anno passato. I prezzi delle abitazioni chiudono l’anno con una diminuzione di appena un decimo di punto rispetto al 2018 e con un andamento che si estende sul 2020 di poco positivo (+0,1%). I prezzi delle abitazioni esistenti (che pesano per oltre l’80% sul totale) calano dello 0,4% nel 2019, quelli delle case nuove aumentano dell’1,1%. Rispetto al 2010, i prezzi sono diminuiti del 16,6% (-23% per le abitazioni esistenti e +1,4% per le nuove). In questo contesto, l’ultimo trimestre del 2019 registra un nuovo aumento su base annua dei prezzi delle abitazioni, con una crescita dello 0,3% dopo lo 0,4% del terzo trimestre, secondo le stime preliminari.

Italia a due velocità, su il Nord giù il Sud

Quello nazionale, spiega l’Istat, è un dato che rappresenta “la sintesi di andamenti territoriali molto eterogenei con il Nord-Ovest e il Nord-Est in crescita e il Centro e il Sud e Isole in diminuzione”. All’interno di questo scenario, i prezzi delle abitazioni a Milano registrano una crescita sostenuta per il quarto anno consecutivo (fino al 12,5%) ribadendone il ruolo di traino del mercato immobiliare italiano, mentre Roma segna invece un calo per il terzo anno di fila, quantificato al -2%. Secondo le stime preliminari, nel quarto trimestre 2019 l’indice dei prezzi delle abitazioni acquistate dalle famiglie, per fini abitativi o per investimento, diminuisce dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e aumenta dello 0,3% nei confronti dello stesso periodo del 2018 (era +0,4% nel terzo trimestre 2019). È per il secondo trimestre consecutivo, quindi, che si registra un aumento su base annua dei prezzi delle abitazioni, dovuto per lo più a quelli delle abitazioni nuove (+1%; era +1,3% nel trimestre precedente) ma anche, seppur in misura più contenuta, ai prezzi delle abitazioni esistenti (+0,1% come nel terzo trimestre).

Segno più per il mercato delle nuove abitazioni

L’incremento tendenziale registrato dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate per il settore residenziale per il quarto trimestre 2019 è del +0,6%. Si tratta di un dato sempre positivo, ma in calo rispetto il +4,9% del trimestre precedente. In particolare, i prezzi delle abitazioni esistenti continuano a registrare una flessione, pari a -0,3% negli ultimi tre mesi dell’anno, mentre i prezzi delle abitazioni nuove continuano invece a crescere (+0,6%).

Coronavirus ed e-commerce: quando la digitalizzazione fa la differenza

Tra gli effetti del coronavirus, ce n’è uno che potrebbe indicarci la direzione delle modalità di consumo e soprattutto fornire alle aziende importanti spunti in termini di digitalizzazione. Già, perché l’emergenza sanitaria ha messo in luce quanto sia strategico, soprattutto per le imprese del comparto alimentare e dei beni di prima necessità, saper essere presenti e attive su tutti i canali digitali. Lo ha detto in una recente intervista all’Ansa la sales director di Kooomo, nota piattaforma tra quelle specializzate nell’e-commerce, Anastasia Sfregola. “L’acquisto online dei generi alimentari dovuto all’effetto scorte ha trovato impreparati i reparti e-commerce principalmente delle catene delle grande distribuzione che non avevano mai fronteggiato una situazione simile. Basti pensare che Esselunga in Italia in pochi giorni ha visto crescere la richiesta di spesa online dall’1% al 20%” ha dichiarato la manager.

Generi alimentari, richieste a +81%

Un’impennata confermata dai dati Nielsen sulle vendite online dei prodotti alimentari, ricorda la manager, in aumento nelle ultime tre settimane dell’81% rispetto allo scorso anno, con un incremento del 30% rispetto al periodo che ha preceduto l’esplosione dell’emergenza. “Una notizia che va letta sotto due angolazioni”, precisa Sfregola, “perché se il digitale rappresenta una risorsa indispensabile per gestire situazioni di emergenza, è proprio in circostanze come queste che s’impone un ragionamento su quali scelte fare nei processi di trasformazione”. Secondo la manager, “alla filiera agroalimentare, che si è trovata nel mezzo di una mole di richieste senza precedenti, serve una tecnologia diversa, pronta a sostenere una quantità di ordini più grandi”.

Una nuova era digitale

Seppur inaspettato e sicuramente tragico, questa sorta di test sul campo ha messo però in evidenza quanto sia importante per le imprese prepararsi e attivarsi in funzione di una nuova era digitale. Un imperativo categorico per le realtà che trattano beni primari. Infatti la situazione contingente ha portato sul web un pubblico vastissimo, che questa modalità di acquisto non l’aveva mai considerata. A maggior ragione, quando l’emergenza sarà conclusa, saranno essenziali le strategie che i brand sapranno mettere in atto per offrire anche ai nuovi utenti esperienze personalizzate e di valore. Il vero assett, naturalmente, sarà la qualità della tecnologia adottata e la capacità di rimodulare il proprio business verso la multicanalità. Con la capacità di spostare e gestire velocemente le attività a seconda delle esigenze: sarà questa una delle lezioni del virus che, probabilmente, cambierà il mondo.

Mutui e prestiti per famiglie e Pmi, le misure in campo per il coronavirus,

Il decreto legge del Governo di marzo ha messo in campo una vasta serie di strumenti e di pacchetti per rendere un po’ più leggera l’emergenza da parte di imprese e famiglie. Si tratta di molteplici interventi per garantire liquidità a chi si trova in difficoltà a causa del coronavirus. La manovra, che include azioni per quanto riguarda i mutui prima casa, moratoria sui prestiti, garanzie per le banche che finanziano imprese; incentivi alle imprese bancarie e industriali per cedere i crediti deteriorati; rafforzamento dei Confidi; garanzie per le regioni che effettuano acquisti da fornitori esteri ha un valore di 4,8 miliardi di euro. Valore che, in base alle stime, dovrebbe produrre un ‘effetto volano’ pari a circa 350 miliardi. Ecco, come riporta l’agenzia Adnkronos, le principali novità.

Mutui prima casa

Per questa tipologia di cittadini, il decreto estende il fondo di solidarietà per i mutui per l’acquisto della prima casa allargandolo con una nuova causale valida per la richiesta di sospensione. Si tutelano così le famiglie che stanno pagando la loro prima abitazione e che possono essere in difficoltà a sostenere le spese per gli effetti dell’emergenza.

Interventi per le piccole e medie aziende

Per le Pmi, che rischiano di essere colpite pesantemente dal blocco delle attività, gli interventi principali sono due, la moratoria e il Fondo Pmi. Nel primo caso, le micro, piccole e medie imprese potranno beneficiare di una moratoria su un volume complessivo di prestiti stimato in circa 220 miliardi di euro. Vengono congelate fino al 30 settembre le linee di credito in conto corrente, finanziamenti per anticipi su titoli di credito, scadenze di prestiti a breve e rate di prestiti e canoni in scadenza. Il Fondo centrale di garanzia per le Pmi viene invece incrementato di un miliardo di euro, anche per la rinegoziazione dei prestiti esistenti. Vengono inoltre introdotte delle modifiche che semplificano l’accesso al credito come: la gratuità della garanzia, con la sospensione dell’obbligo di versamento delle previste commissioni per l’accesso al Fondo stesso; l’ammissibilità alla garanzia di operazioni di rinegoziazione del debito; l’allungamento automatico della garanzia in caso di moratoria o sospensione del finanziamento per l’emergenza coronavirus; facilitazione per l’erogazione di garanzie per finanziamenti a lavoratori autonomi, liberi professionisti e imprenditori individuali; estensione dell’impiego delle risorse del Fondo. C’è poi anche un’ulteriore azione a favore delle piccole imprese: attraverso misure di semplificazione, viene rafforzato il Consorzio di garanzia dei fidi per le microimprese.

Smart working “Bene, ma non solo per le emergenze”: la parola all’esperto

Lo smart working è una modalità di lavoro adottata sempre più spesso dalle aziende di tutto il mondo e, in concomitanza con l’emergenza legata al Coronavirus, è stato adottato a tempi di record da tantissime imprese. Questo anche perché – oltre l’esigenza stretta – un recente decreto del Governo ha permesso di attivarlo in molteplici casi senza tutti gli adempimenti previsti di norma dalla legge. “E’ un atto correttissimo quello adottato dal Governo, a patto che non sia una scorciatoia e che non serva solo per gestire le emergenze”: sono le dichiarazioni rilasciate da Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, in una intervista rilasciata   all’Adnkronos/Labitalia. “In questa fase di emergenza – spiega Corso – sicuramente si velocizza l’attivazione dello smart working, ma non si può prescindere dall’importanza di un accordo di responsabilità datore di lavoro-dipendente”. Come a dire che “In pratica il lavoratore si ‘prende’ l’autonomia di operare da casa, in perfetta flessibilità, e in cambio l’azienda ne misura i risultati. Il lavoratore è comunque subordinato, anche se lavora ‘da casa’, e quindi deve dare conto del raggiungimento degli obiettivi”.

L’importanza vitale del lavoro a distanza

Aggiunge ancora Corso che la possibilità di utilizzare lo smart working consente di assorbire, almeno in parte, l’impatto del Coronavirus, consentendo di lavorare a distanza senza bloccare completamente il Paese. “Certo, non tutte le realtà aziendali sono uguali” precisa il responsabile scientifico. “Questi giorni stanno mettendo in luce delle differenze sostanziali tra chi riesce comunque a mantenere l’operatività normale e chi, invece, non riesce ad inserire nell’organizzazione aziendale questo nuovo modello di lavoro. Anche perché non si può pretendere che, da un momento all’altro, il dipendente lavori da remoto. Non è così semplice: non è sufficiente un pc e una connessione Internet. Ci si deve allenare al coordinamento con il datore di lavoro e con un team di riferimento, nel caso si lavori su un progetto a più mani”.

Un monito per il futuro

Quindi va ovviamente bene cercare di far fronte all’emergenza con lo smart working, ma questa modalità andrebbe applicata consapevolmente anche nel normale, quotidiano svolgersi delle attività aziendali. Una forma di garanzia anche “Nel caso, ad esempio, che ci sia un black out dei mezzi di trasporto o il rinvio dell’orario di un certo lavoro da consegnare, così da essere pronti a lavorare lontano dal posto di lavoro e a un orario diverso” puntualizza Corso. “Lo smart working è, quindi, uno scambio di flessibilità che deve inserirsi nella normale gestione dell’organizzazione aziendale, a prescindere dalle emergenze”.

La nuova solidarietà? E’ digitale

Obiettivo, non lasciare indietro nessuno. In questi momenti complicati a causa del Coronavirus, è nata una forma di solidarietà che permette a tutti, ma proprio a tutti, di continuare a lavorare, di studiare, di informarsi e, perché no, anche di divertirsi pur restando a casa. Con questo scopo è infatti partito – in concomitanza con l’attuazione delle prime zone rosse, quelle del Lodigiano e di Vo nel Veneto – il portale solidarietà digitale promosso da Agid, Agenzia per l’Italia digitale, e il Ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione. Aperto a tutti e davvero ricco di opportunità, il portale dimostra come la tecnologia possa sostenere milioni di italiani e, con essi, le loro attività quotidiane.

Presenti all’appello i colossi di Tlc e tante realtà del web

Il portale raccoglie le offerte messe a punto per l’emergenza da compagnie telefoniche, editori e aziende di tlc di ogni categoria. Sulla pagina web, in continuo aggiornamento, si trovano le opportunità a disposizione per leggere gratis giornali, libri e riviste, rigorosamente in formato digitale su tablet, smartphone e pc, insieme alle agevolazioni – minuti e giga gratis – regalate dagli operatori mobili e dai colossi come Microsoft, Ibm, Cisco e Amazon a cittadini e aziende alle prese con il lavoro agile. E nei prossimi giorni le possibilità saranno ulteriormente ampliate. Solo per citare qualche esempio, raccolte sul portale si trovano le offerte di Tim, Vodafone e WindTre per la telefonia, e quelle delle aziende di tlc per il telelavoro. Treccani, Amazon e Skuola.net sono disponibili con pacchetti e assistenza per la didattica a distanza, altre piattaforme allo streaming di contenuti di intrattenimento mentre alcuni editori come Mondadori e Condé Nast propongono e-book e abbonamenti online gratuiti alle riviste, così come alcuni giornali come La Repubblica, La Stampa o Il Riformista. Insomma, ogni categoria può trovare in questo “contenitore” un vero e proprio kit di sopravvivenza in tempi di isolamento forzato fra le mura di casa.
L’inedito “supporto” di PornHub Oltre a queste formule di promozioni, assistenza e gratuità, si aggiunge un’iniziativa di solidarietà davvero inedita. E’ infatti sceso in campo anche il sito PornHub, tra i più famosi portali pornografici del web. Come riporta l’Ansa, il sito a luci rosse ha annunciato l’iniziativa “Forza Italia, we love you!”, che dà agli italiani accesso gratuito alla versione a pagamento del sito. E soprattutto donerà la propria percentuale dei proventi della piattaforma ModelHub per sostenere il Belpaese. Anche questa è solidarietà.

Università italiane, otto dipartimenti fra i migliori al mondo

Prendiamoci qualche soddisfazione, almeno ogni tanto. L’Italia, anche in questi giorni bistrattata sui media esteri, dimostra invece di avere una marcia in più, almeno per quanto riguarda la qualità della formazione universitaria. La notizia: otto dipartimenti universitari italiani sono risultati tra i primi dieci al mondo, due in più rispetto allo scorso anno. L’ottimo piazzamento degli atenei del Belpaese arriva dalle nuove classifiche universitarie mondiali 2020 messe a punto da QS Quacquarelli Symonds che ha studiato 13.138 programmi universitari in 1368 atenei che si trovano in 83 località in tutto il mondo.

Le eccellenze made in Italy

Tra le eccellenze del Paese ci sono l’Università La Sapienza – Dipartimento di Storia e Storia Antica – che si è classificato al II posto nel mondo; e il Politecnico di Milano, che è al VI posto al mondo per Arte e Design e VII a livello globale per Architettura. A livello europeo l’Italia si classifica quarta come miglior sistema universitario in Europa, superata solo da Francia,Paesi Bassi e Germania oltre che dalla Svizzera (europea ma non parte dell’Ue). Con queste performance, è strano scoprire che il nostro paese – in merito alle prestazioni in quattro settori: reputazione accademica, occupabilità dei laureati, impatto sulla ricerca e sua produttività – è vincente in Europa solo per quanto riguarda il secondo parametro, ovvero l’occupabilità dei laureati. Su questo fronte ci piazziamo infatti al secondo posto, alle spalle della Francia. I nostri laureati insomma piacciono molto per la preparazione che hanno ai datori di lavoro che li assumono; però i numeri relativi agli altri tre parametri vedono l’Italia perdere posizioni.

Il Mit, l’Istituto di tecnologia del Massachusetts è leader mondiale

L’ateneo che si colloca la primo posto mondiale di questa classifica del sapere è stabilmente il Mit, l’Istituto di tecnologia del Massachusetts. L’università americana si conferma leader globale in 12 materie, più di qualunque altro paese al mondo; segue l’Università di Harvard in testa su 11, e l’Università di Oxford su 8. Ma il sistema di istruzione superiore degli Stati Uniti è in regressione: il numero dei primi 50 programmi offerti dalle università americane è sceso da 806 del 2018 a 769 di quest’anno. Al contrario, i programmi universitari del Regno Unito hanno registrato un miglioramento complessivo da un anno all’altro, con più aumenti (306) che diminuzioni (238). “La Brexit non sembra aver ancora messo a repentaglio le prestazioni di ricerca delle università britanniche”, commenta Ben Sowter, direttore della ricerca di QS, il quale aggiunge che “Dopo cinque anni di incessante miglioramento, i nostri dati ci dicono che c’è un rallentamento dei progressi della Cina. Tuttavia, la loro traiettoria è ancora superiore a quella delle università americane”.

Ict, la carbon footprint del settore è solo dell’1,4%

La tecnologia, spesso sotto attacco da parte dei suoi detrattori, ogni tanto può ribellarsi all’attribuzione di colpe ingiustificate. E lo fa a suon di dati e numeri, incontestabili. Adesso la risposta del settore Ict è arrivata all’accusa (poi smentita dai fatti, o meglio dalle analisi) che lo accusa di essere uno principale responsabili dell’emissione di Co2 nell’atmosfera. Ovvero, di essere un potente “motore” di inquinamento, in tempi in cui tutta l’opinione pubblica è sempre più sensibile agli effetti del climate change.

Lo studio che ribalta le carte in tavola

Adesso a mettere in chiaro le cose arriva una recentissima ricerca commissionata da Ericsson. E i risultati sono a dir poco sorprendenti: le emissioni di carbonio prodotte dalle tecnologie corrispondono all’1,4% delle emissioni totali di gas serra. E questo nonostante la continua crescita del traffico di dati: tra il 2010 e il 2020, il traffico dati si è decuplicato (superando i 2500 milioni di terabyte), con una crescita verticale negli ultimi cinque anni. L’impronta ambientale dell’Ict, invece, è rimasta stabile. Lo studio di Ericsson ha illustrato tutti i dati nel dettaglio, e soprattutto ha messo in evidenza che la ‘carbon footprint’ del ciclo di vita totale del comparto dell’Information technology (Ict) è pari a circa 730 milioni di tonnellate di Co2.

Molto meno inquinante rispetto ad altri settori

La ricerca condotta dalla società, inoltre, confronta le emissioni prodotte dall’intero settore Ict con quelle di altri comparti. In particolare il focus è sull’aviazione, e mette in evidenza che nel 2015 le emissioni prodotte dalla combustione di carburante nell’aeronautica sono state di circa 800 milioni di tonnellate di Co2. Si legge a questo proposito nell’analisi, ripresa dall’Ansa: “Pertanto l’Ict potrebbe essere paragonato all’aviazione ma solo per il consumo di carburante e senza tener conto delle emissioni generate da altre attività, come la fabbricazione di aeroplani, il funzionamento degli aeroporti, lo smaltimento dei velivoli. In realtà, le emissioni di un viaggio transatlantico andata e ritorno sono pari a quelle generate dall’uso di uno smartphone per 50 anni”.

Questione di percentuali

In questo scenario, ci sono anche altri elementi da tenere in considerazione, sempre in riferimento al parallelismo fra tecnologia e aviazione: “si stima che prodotti e soluzioni Ict siano utilizzate dal 70% della popolazione, mentre solo il 10% si sposta in aereo ogni anno”. Questo significa che, anche se la carbon footprint dei due settori avesse la stessa entità, l’impatto sulla popolazione sarebbe diverso. Insomma, il settore dell’Itc è assolto.

Smart working, i consigli professionali per svolgerlo al meglio

Sono sempre di più le aziende che si orientano verso lo smart working, e non solo come extrema ratio per fronteggiare le emergenze causate dal coronavirus. Il lavoro da casa, insomma, sta sempre più prendendo piede nelle aziende – e anche nella mentalità – come una forma lavorativa del tutto comune e praticata. Ma siamo pronti ad affrontare questo cambiamento nel modo corretto e, soprattutto, più produttivo possibile? Sia oggi in una situazione “estrema” (e per questo il DL del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti cautelative per il coronavirus permette alle imprese di applicare, con effetto immediato, lo smart working senza accordi bilaterali con i collaboratori ) sia in futuro, quando lavorare da casa sarà una pratica condivisa? “Molte aziende hanno optato per lo smart working per tutelare, come è giusto che sia, la salute di dipendenti, collaboratori e clienti. In realtà internazionali e/o innovative, questa prassi è stata adottata già parecchio tempo fa, ma per molte altre si tratta davvero di una novità. Che sia una pratica diffusa o una novità, comunque, ci sono una serie di azioni che permettono di trasformare questa esigenza in un’opportunità” dice Joelle Gallesi, General Manager di Hunters Group, primaria società di head hunting italiana.  Ecco i consigli degli esperti per organizzare al meglio le ore di lavoro lontano dall’ufficio.

Obiettivi chiari e comunicazione efficace

Come in ogni lavoro, è importante aver chiari gli obiettivi a breve termine e concordare le scadenze per la consegna dei lavori che si dovranno gestire durante le ore di attività. “Lo smart working è un metodo di lavoro che si misura in risultati, non in ore lavorate, per cui è importante avere delle ‘unità di misura’ condivise” dicono gli esperti. Altrettanto importante è la comunicazione, che deve essere multicanale (skype, telefono, mail, chat aziendale…) in modo da potersi confrontare e relazionare con gli altri come se si stesse alla propria postazione in ufficio o in riunione.

Gestione dello spazio e del tempo

Anche a casa, occorre ricavarsi un vero e proprio angolo ufficio. Lo spazio organizzato serve infatti a “mettere in ordine” le idee e a facilitare il lavoro. “Una seduta comoda, uno spazio per appoggiare il pc e nessuna distrazione acustica sono alcune delle condizioni necessarie per poter lavorare in serenità e concentrazione” spiegano gli esperti. Allo stesso tempo, serve organizzazione anche per la gestione del proprio tempo, dato che nello smart working si incastrano giocoforza impegni personali e attività professionali. Bisogna imparare a bilanciare i tempi lavorati e i momenti di break. Infine, è importante ricordarsi che lavorare da casa non significa essere reperibili h24: sono fondamentali anche i momenti di totale stacco dal lavoro per essere realmente produttivi.