Il 62,5% degli italiani è pessimista sul futuro

Da marzo a oggi la paura non si è attenuata, e gli italiani esprimono il loro timore paventando la possibilità che il “peggio” debba ancora arrivare, presumibilmente dopo l’estate. Il 62.5% degli italiani teme per il proprio futuro e per il proprio benessere. Un sentimento che pervade in modo netto e trasversale tutte le categorie politiche e sociali, e che è figlio dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 trasformatasi, nel corso dei mesi, in emergenza economica. È quanto risulta da un sondaggio di Euromedia Research per l’agenzia di stampa Italpress, diffuso a fine giugno 2020. Secondo lo studio, il 52.2% degli italiani teme che in autunno la situazione economica precipiterà in gravi e grandi crisi occupazionali, mentre il 36.6% immagina una lenta ripresa del nostro sistema economico pur tra problemi e fattori di criticità.

Una spaccatura evidente nell’elettorato italiano

Solo il 4.1% del campione manifesta ottimismo, intravedendo una piena ripresa delle nostre attività. In questo caso appare evidente una spaccatura nell’elettorato italiano. Gli elettori delle forze che sostengono il Governo Conte si dicono infatti convinti, o quanto meno speranzosi, che l’autunno non condurrà a un disastro economico, mentre gli elettori appartenenti alle forze di opposizione, e in modo particolare all’area di centrodestra, mostrano tutto il loro pessimismo e scetticismo circa i rischi di natura economica, che giungeranno a colpire imprese e lavoratori nei prossimi mesi.

Un italiano su due non crede che i consumi siano in ripresa

A conferma del sentimento dominante tra molte fasce della popolazione, sempre secondo il sondaggio, un italiano su due non crede che i consumi, in questa fase di post-lockdown, siano in ripresa, contro il 38.4% del campione, che al contrario, intravede un raggio di luce nella domanda di beni. Anche in questo caso sono gli elettori di centrodestra a denunciare il deficit di consumi, mentre l’elettorato che sostiene la maggioranza di Governo, pur dividendosi nel merito, è più ottimista rispetto alla modalità e alle esperienze di acquisti dei cittadini.

Nelle intenzioni di voto il centrodestra è in vantaggio rispetto ai partiti di Governo

Nelle intenzioni di voto registrate a giugno, la compagine di centrodestra, seppur in leggera contrazione, si dimostra quindi ancora in vantaggio rispetto ai partiti di Governo. La situazione, in ogni caso, disegna un’opposizione con la Lega ancora primo partito e Fratelli d’Italia “statico” dopo l’importante crescita dei mesi scorsi. PD e M5S si confrontano per la seconda posizione del ranking del voto col partito di centrosinistra ancora in vantaggio sul pentastellato. Ma, si sa, in politica tutto può cambiare velocemente.

Covid-19, solo il virus è riuscito a frenare le frodi creditizie

C’è voluto un virus per fermare le frodi creditizie. A dirlo è Crif, che nel suo ultimo Osservatorio sulle Frodi Creditizie e i furti di identità rende noto che nel 2019 in Italia i casi rilevati siano stati oltre 32.300, per un danno stimato che supera i 150 milioni di euro. Una somma enorme, causata proprio dai furti di identità e dei dati personali e finanziari di ignari individui che consentono di effettuare acquisti o di ottenere crediti, senza poi ovviamente rifondere quanto dovuto. Il report mette poi in luce che, rispetto al 2018, l’anno scorso il numero di frodi è risultato in crescita del 19,7%, anche se è leggermente diminuito l’importo medio “sottratto” (-5,9%, attestatosi a circa 4.650 euro).

Nel 2020 qualcosa è cambiato

Se nei primi due mesi dell’anno in corso il fenomeno sembrava ancora in aumento a ritmi del +5%, poi è successo l’inimmaginabile. Il lockdown, con la chiusura temporanea di quasi tutte le attività commerciali e le persone costrette in casa, ha portato un netto calo di questo tipo di crimine: -12,8% nel secondo bimestre del 2020. 

Non si può abbassare la guardia

“Quello delle frodi creditizie perpetrate attraverso un furto di identità è un fenomeno in continua evoluzione, con le organizzazioni criminali che si avvalgono di tecniche sempre più sofisticate” ha detto Beatrice Rubini, direttore della linea Mister Credit di Crif. “Questo determina anche un costante incremento del numero dei casi, cresciuti in modo significativo anche nel 2019 e nei primi mesi del 2020. Solamente a marzo e aprile si è registrata una battuta d’arresto, chiaramente riconducibile alle misure disposte per mitigare la diffusione della pandemia da Covid-19 con la conseguente chiusura di moltissimi esercizi commerciali. Non è però assolutamente il caso di abbassare la guardia perché, con la ripresa della normale operatività, è probabile che i casi tornino a crescere. Per altro, in questi mesi caratterizzati dal lockdown un numero crescente di persone ha fatto ricorso all’e-commerce e questo ha determinato un’impennata di frodi perpetrate sulle carte di credito”.

Cosa viene acquistato e l’identikit delle vittime

L’osservatorio precisa che tra le forme tecniche di credito in cui si registra il maggior numero di eventi fraudolenti spiccano i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi (quali auto, moto, articoli di arredamento, elettronica ed elettrodomestici, energie rinnovabili, ecc), che rappresentano la metà del totale e presentano un importo del ticket medio pari a 5.500 euro. Al secondo posto ci sono le frodi sulle carte di credito e a seguire i prestiti personali. Per quanto riguarda il tipo di bene acquistato fraudolentemente in rapporto all’erogato, le categorie più colpite sono quelle del travel/entertainment, i consumi e l’elettronica/ informatica/telefonia. Per quanto riguarda il profilo delle vittime, per la maggior parte si tratta uomini (61,2%), della fascia under 30 (23,8% del totale) e tra i 41 e 50 anni (23%).

Agenzie delle Entrate, già pagati 2,9 miliardi di euro per il Contributo a fondo perduto

Dal 15 giugno 2020, giorno di inizio della possibilità di fare domanda sul canale dell’Agenzia delle Entrate, in circa tre settimane sono arrivate oltre 1,2 milioni di domande per richiedere il Contributo a fondo perduto. C’è tempo fino al 13 agosto – o fino al 24 in caso di eredi – per accedere a questa facilitazione messa a disposizione di artigiani e piccole medie imprese colpite dagli effetti della crisi sanitaria. In base ai dati diffusi dall’Agenzia, sono già stati raggiunti oltre 890 mila ordinativi di pagamento per un importo complessivo 2,9 miliardi di euro. Le somme sono accreditate direttamente sui conti correnti di imprese, commercianti e artigiani.

Le richieste per tipologia di attività

Quali sono le attività maggiormente “sofferenti” e che quindi hanno chiesto il contributo? L’Agenzia delle Entrate, in una nota, informa che sono quasi 343 mila le domande presentate dal “commercio all’ingrosso e al dettaglio e riparazione di autoveicoli e motocicli”, oltre 164 mila quelle relative ai “servizi di alloggio e di ristorazione”, 162 mila le istanze provenienti dal comparto “lavori di costruzione”. Hanno raggiunto quota 143 mila quelle delle “attività manifatturiere”, mentre sono 42mila le istanze delle “agenzie di viaggio”, 40 mila quelle del “trasporto e magazzinaggio”, più di 35 mila quelle delle “attività immobiliari”.

Dalla Lombardia il maggior numero di domande

Per quanto riguarda le richieste suddivise su base regionale, si legge che, sul totale di oltre 1,2 milioni di istanze ricevute, 207.200 provengono dalla Lombardia, a cui seguono la Campania, che con 110.577 domande supera quota 100mila, e il Lazio (105.010). Fra le altre regioni spiccano l’Emilia Romagna (94.457), la Toscana (89.704), il Piemonte (83.496), la Puglia (78.768) e il Veneto (106.442) e la Sicilia (79.356). Le domande provengono in maniera pressoché omogenea da tutto il territorio nazionale.

Come calcolare il contributo

Per ottenere il contributo a fondo perduto sono necessari due requisiti: uno, aver conseguito nel 2019 ricavi o compensi non superiori a 5 milioni di euro; due, che l’ammontare del fatturato e dei corrispettivi del mese di aprile 2020 sia inferiore ai due terzi dell’analogo ammontare del mese di aprile 2019. Ci sono però due eccezioni, una che riguarda i titolari che hanno iniziato l’attività a partire dal 1° gennaio 2019 (il contributo spetta allora a prescindere dal calo del fatturato) e l’altra per chi ha domicilio fiscale o sede operativa situati nel territorio di Comuni colpiti da eventi calamitosi (sisma, alluvione, crollo strutturale), ancora in emergenza al 31 gennaio 2020. Il contributo si calcola in base alla differenza fra il fatturato e i corrispettivi del mese di aprile 2020 e il valore corrispondente del mese di aprile 2019, con specifiche percentuale. Come spiega l’Agenzia delle Entrate, le percentuali sono: “20% se i ricavi e i compensi dell’anno 2019 non superano la soglia di 400mila euro; 15% se i ricavi e i compensi dell’anno 2019 non superano la soglia di 1 milione di euro; 10% se i ricavi e i compensi dell’anno 2019 non superano la soglia di 5 milioni di euro Il contributo è comunque riconosciuto per un importo non inferiore a 1.000 euro per le persone fisiche e a 2.000 euro per i soggetti diversi dalle persone fisiche”.

Italiani, la solidarietà è digital

Gli italiani hanno il cuore grande, e non è solo un modo di dire: nel 2019 oltre 8 nostri connazionali su 10 (per la precisione l’82%) hanno effettuato donazioni a favore di enti benefici. In particolare, le offerte sono rivolte verso le categorie “Salute e ricerca” (54%) ed “Emergenza e protezione civile” (32%), anche se molte persone affermano di sostenere più di una realtà. Si scopre poi che la gran parte degli italiani generosi è pure attenta: il 71%  dice di non donare a enti che non permettono di verificare come vengano utilizzate le donazioni e i risultati raggiunti, mentre per i giovani è importante anche il coinvolgimento con l’associazione che si vuole sostenere. Ma l’evidenza più significativa, specchio dei tempi, è che crescono sempre di più le donazioni effettuate online: anche se il contante resta la modalità preferita (40%), sale la percentuale di quelle effettuate sul web, che nel 2018 hanno rappresentato il 22% del totale. Sono questi alcuni dati emersi dallo studio “Donare 3.0”, condotto da BVA Doxa con Paypal Italia e Rete del Dono.

Baby Boomer e Gen X i più attivi nella beneficienza

A livello generazionale, tra i donatori più attivi in Italia si trovano i Baby Boomer (87%), seguiti dalla Gen X (82%) e dai Millennial (79%). Chi dona continua a preferire il contante (40%) rispetto alle donazioni online (22%), anche se queste ultime confermano il trend di crescita già rilevato nel 2018. Crescono rispetto al 2018 anche i donatori “saltuari” (40%), con molti più italiani che scelgono di effettuare una donazione in occasioni particolari. Se la donazione è “digital”, il mezzo mobile viene scelto dal 36% degli italiani, mentre l’uso del PC per le donazioni scende dal 60% del biennio 2017-2018 al 46% del 2019, evidenziando l’importanza dei device mobili.

Donazioni ed engagement per i giovani

Lo studio ha poi approfondito le modalità scelte dai donatori più giovani, effettuando interviste mirate a un pool di donatori e prospect under 40. Secondo quanto rilevato da BVA Doxa, i giovani donatori non si limitano al dono, ma sono alla ricerca di una relazione più profonda con l’organizzazione selezionata. “Donano nella misura in cui trovano sia spazio per dialogo, sia trasparenza e chiarezza sul progetto di raccolta fondi che li coinvolgerebbe. Ciò conferma che lavorare in un’ottica di donor journey fa la differenza. Chi dona vuole entrare nel merito ed essere coinvolto in prima persona” spiega l’analisi. Insomma, per le fasce più giovani anche nella solidarietà l’engagement riveste un ruolo fondamentale.

Dopo l’emergenza, nuove abitudini d’acquisto per 16,4 milioni di italiani: exploit dell’online

Le abitudini d’acquisto sono cambiate, complice – ancora una volta – l’effetto del Coronavirus. L’emergenza sanitaria ha portato con sé anche profondi cambiamenti nelle consuetudini degli italiani e degli europei, che hanno modificato, ad esempio, il loro modo di fare acquisti. A dirlo è nuovo report realizzato dalla società di consulenza globale Alvarez&Marsal in collaborazione con Retail Economics e basato su un campione di 6.000 consumatori appartenenti a 6 paesi europei: Italia, Germania, Gran Bretagna, Francia, Spagna e Svizzera.

L’online è il canale che si rafforza di più

A causa del lockdown, l’online ha vissuto un exploit notevolissimo, anche in Italia. Il rapporto prevede che il le vendite on line in Europa nel corso del 2020 vedranno una crescita del giro d’affari totale fino a  13,6 miliardi di euro. Alto il business anche nel nostro Paese, tradizionalmente la “Cenerentola” in questo mercato: in Italia l’incremento sarà di 1,5 miliardi, in Gran Bretagna di 5 miliardi e in Francia di 3 miliardi. “Più di quattro consumatori su dieci in tutta Europa hanno indicato di aver acquistato online per la prima volta, a causa del Covid, qualcosa che in precedenza avevano comprato solo in negozio. Questa percentuale sale al 55% per i consumatori in Italia e Spagna, nazioni più colpite dall’emergenza sanitaria” spiega il report, come riporta l’Ansa. E la gran parte dei consumatori – 16,4 milioni di persone – ha dichiarato che cambierà in modo permanente le proprie abitudini d’acquisto: ciò significa che il canale digitale è destinato a guadagnare ulteriore quote di mercato.

Cosa hanno acquistato gli italiani?

In tempi di lockdown, i nostri connazionali hanno concentrato i loro investimenti sopratutto sull’alimentare, che in questo mesi ha messo a segno un notevole +15%. In negativo le spese considerate velleitarie, come i vestiti, le scarpe, i mobili e anche i libri. Ha invece tenuto tutto il settore dell’elettronica di consumo e quello degli attrezzi per poter continuare a fare ginnastica anche a casa.

In Italia ancora grandi margini di crescita

Come dicevamo, in Italia la penetrazione dell’online ha valori ancora relativamente bassi specie se raffrontata con altri Paesi Europei. Secondo il rapporto, il nostro Paese ha registrato una penetrazione dell’ecommerce del 6,3% nel 2019: ma tale valore è destinato a crescere con stime che parlano dell’8,3% per quest’anno con un previsionale per il 2021 del 9,5%. E nel resto d’Europa? La Spagna fa peggio di noi: in base ai dati disponibili, passerà dal 5,3% del 2019 al 7,3% nel 2020 al 7,6% nel 2021. Le campionesse dei consumi online sono invece la Gran Bretagna, che quest’anno salirà al 24% (+4% rispetto al 2019), seguita a distanza dalla Germania, con un 13,9% per il 2020.

Cybercrime, record ad aprile: scuola, finanza e sanità i settori più colpiti

Non è stato solo il il virus Covid-19 a mettere in pericolo gli italiani, ma pure quelli informatici. Durante l’emergenza sanitaria, infatti, nel nostro Paese si è registrato un picco di attacchi informatici, che hanno toccato il record lo scorso aprile. Ad affermarlo è il primo rapporto sulle minacce informatiche nel 2020 in Italia elaborato dall’Osservatorio sulla Cybersecurity di Exprivia, che evidenzia come da gennaio ad aprile siano raddoppiati di mese in mese il totale di attacchi, incidenti e violazioni della privacy a danno di aziende e privati.

Attacchi soprattutto al comparto Education e alle piattaforme Cloud 

In base ai dati del rapporto, si scopre che oltre il 45% delle campagne criminali sono state indirizzate a soggetti multipli e non classificabili. Tra gli ambiti identificati più colpiti nei mesi presi in esame quello dell’Education (in particolare università e scuole), oggetto del 16% degli attacchi e quello delle piattaforme Cloud, particolarmente sotto stress per il lavoro da remoto con il 14%. ‘Finanza’ (10% degli attacchi totali) e ‘Sanità’ con il 5% sono gli altri due settori che hanno registrato un numero significativo di attacchi. Sicuramente a questo fenomeno ha contribuito  l’incremento dello smart working, della didattica a distanza e di una maggiore connessione ai social network durante il lockdown.

Primo danno, il furto dei dati

Secondo l’Osservatorio, il 59% degli episodi ha provocato come danno il furto dei dati, superando di gran lunga sia la perdita di denaro (9% dei casi) che la violazione della privacy (18%). Per un attacco su quattro però non è stata identificata la tecnica adottata, oppure è sconosciuta, “evidenziando così l’impellente necessità di elaborare adeguati sistemi di protezione” spiega il report. Ancora, l’analisi spiega che tra le tecniche già note, quella più utilizzata per sferrare gli attacchi è stata il phishing (nel 30% dei casi), una truffa che inganna l’utente attraverso messaggi ingannevoli via e-mail per accedere a dati finanziari. Oltre il 20% degli attacchi, invece, è avvenuto tramite malware – software o programmi informatici malevoli – che hanno fatto leva sull’effetto Coronavirus per attrarre e ingannare gli utenti più sprovveduti.

Controllare per proteggersi

Come sempre, valgono poche, semplici regole per mettersi al riparo da simili attacchi: innanzitutto controllare – fin dalla grammatica –  i messaggi di posta elettronica e ovviamente l’indirizzo del mittente; inserire i propri dati sensibili solo in siti che utilizzano protocolli cifrati; verificare che l’indirizzo URL sia esattamente quello del sito che si vuole visitare e non uno “fotocopia”; verificare le recensioni dei siti sui quali si hanno dei dubbi.

Mutui, convenienti e “consistenti”: tassi bassi e l’importo erogato aumenta del 9%

Dopo lo stop obbligato, gli italiani hanno ripreso in mano le redini del loro presente e del loro futuro. E, soprattutto, sono ritornati a cercare casa, anche accendendo un mutuo. Che questa tendenza si sia rimessa in moto a gran velocità, superando addirittura l’andamento dei mesi pre lockdwon, è confermato dalle analisi di Facile.it e Mutui.it. In particolare, si scopre che a maggio 2020 la richiesta dei mutui è ripresa alla grande: l’analisi appena pubblicata dimostra che, a fronte dell’aumento della domanda, le banche sembrano aver adottato una politica di grande apertura nella concessione del credito alle famiglie. Ma è interessante notare che i dati parlano di un importo medio erogato dagli istituti di credito tra l’1 maggio e il 15 giugno 2020 più alto del 9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Oggi l’importo si assesta a 134.315 euro, tornando così ai livelli di inizio anno, sebbene ora la situazione economica generale sia oggettivamente più difficile.

Le banche rispondono “con grande apertura”
“Vuoi per un effetto rimbalzo dopo lo stop forzato imposto dalla quarantena, o perché proprio durante questa la casa ha assunto un ruolo ancor più importante nella vita di tutti noi, tanti italiani sono tornati a presentare domanda di mutuo e le banche stanno rispondendo con grande apertura alla richiesta”, spiega Ivano Cresto, responsabile mutui di Facile.it. “Sebbene bisognerà aspettare fine anno per tracciare un bilancio complessivo, va di certo evidenziato che un ruolo importante lo sta giocando il canale online con il quale, a causa del periodo in cui si era costretti in casa, moltissimi consumatori hanno preso confidenza”.
Le richieste raccolte nel canale online sono caratterizzate da un incremento del peso percentuale delle surroghe che oggi, secondo l’analisi, rappresentano più di un terzo del totale domande di finanziamento (34%); erano poco più del 17% lo scorso anno.

Tassi ai minimi
Tra le buone notizie per chi vuole accendere un mutuo bancario c’è anche il fatto che i tassi di interesse restano ai minimi storici. Secondo le simulazioni degli esperti, a giugno per un finanziamento da 124.000 euro da restituire in 25 anni, con un rapporto mutuo/valore dell’immobile pari al 70%, i migliori tassi fissi (Taeg) disponibili online variano tra lo 0,95% ed il 1,15%, con una rata compresa tra 463 euro e 477 euro; a inizio anno (gennaio), per questo stesso finanziamento i tassi variavano tra l’1,23% e 1,34%, vale a dire circa 300 euro in più all’anno di interessi; 7.500 euro se si considera l’intera durata del mutuo. E anche sul fronte dei tassi variabili l’offerta rimane estremamente bassa, con Taeg che variano, per i parametri sopra indicati, tra 0,81% e 0,98% (rata tra 452 euro e 463 euro).

3,9 miliardi di euro: il valore dell’Industria 4.0 italiana

La ragguardevole cifra di 3,9 milioni di euro: a tanto ammonta il valore di mercato dell’Industria 4.0 in Italia. I dati, riferiti al 2019, sono stati diffusi in occasione della presentazione della ricerca Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano. In particolare, l’indagine evidenzia che il valore dell’Industria 4.0 nel nostro paese è in crescita del 22% rispetto all’anno precedente e quasi triplicato in 4 anni, in gran parte (2,3 miliardi di euro, il 60%) dedicato a progetti di connettività e acquisizione dati (Industrial IoT) e poi suddiviso tra Analytics (630 milioni), Cloud Manufacturing (325 milioni), Advanced Automation (190 milioni), Additive Manufacturing (85 milioni) e tecnologie di interfaccia uomo-macchina avanzate (55 milioni). A cui si aggiungono le attività di consulenza e formazione per progetti Industria 4.0: circa 255 milioni di euro, +17% rispetto al 2018. “Per il 2020, originariamente si prevedeva una crescita in linea con il trend 2019, con un incremento compreso tra il 20 e il 25%, ma per effetto della crisi sanitaria si prospetta uno scenario di grande incertezza, le cui previsioni – legate all’effettivo superamento dell’emergenza, alla ripartenza della domanda e ai possibili stimoli agli investimenti – variano da uno scenario ottimistico di chiusura dell’anno quasi in linea con il budget iniziale a uno pessimistico di contrazione del fatturato 4.0 nell’ordine del 5-10%. Nel medio-lungo termine, in ogni caso, il sentiment verso l’industria 4.0 rimane positivo, rafforzato dalla considerazione che l’emergenza abbia accelerato la trasformazione digitale” si legge nel rapporto.

Investimenti posticipati?

In questo scenario ancora confuso, il 26,5% delle aziende coinvolte nell’Osservatorio ha dichiarato che posporrà almeno metà degli investimenti tra quelli originariamente pianificati, circa un quarto si concentrerà su Industrial-IoT, Analytics e Advanced HMI. Nell’incertezza, le imprese auspicano incentivi per non fermare la “scalata digitale”, in particolare una riduzione delle imposte sui prossimi esercizi contabili (33%) e una diminuzione del costo del lavoro per operatori di fabbrica (per il 30%). Ma un terzo (31%) chiede anche di rilanciare il Super e Iper ammortamento per beni strumentali, di gran lunga più desiderato rispetto al credito d’imposta per ricerca e sviluppo (17%), agli incentivi per beni immateriali (18%) o a quelli per assunzione e formazione (8% e 11%).

“Il motore della ripartenza”

Afferma Marco Taisch, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Industria 4.0: “In questa nuova fase, all’industria italiana spetta il compito di essere il motore della ripartenza, in un contesto in cui la trasformazione digitale diventa ancora più rilevante non solo per garantire i processi operativi, ma anche per dare nuova efficacia alle decisioni, accelerare la riconversione dei prodotti, monitorare e gestire i rischi. Le imprese che avevano investito in precedenza ne hanno tratto grande beneficio, ma questa è una occasione per tutte per compiere un passo avanti nel digitale. In questo senso è positivo l’impegno del Governo nel dare stabilità al piano Trasformazione 4.0”.

Tutti in bici: col bonus vendite aumentate del 60%

Grazie soprattutto all’introduzione del nuovo bonus previsto dal DL Rilancio che consente detrazioni importanti nell’acquisto di biciclette, dall’inizio della Fase 2 – con la riapertura dei negozi – si è registrato un considerevole boom nella domanda di due ruote ecologiche. Come riporta un recentissimo report a cura di Confindustria Ancma (Associazione Nazionale Ciclo Motociclo Accessori), le vendite di bici tradizionali e a pedalata assistita hanno fatto segnare un balzo del 60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Solo nel mese di maggio l’indagine stima un aumento di circa 200mila pezzi rispetto all’analogo periodo del 2019.

Un exploit non solo nei comuni coinvolti nel bonus

Quello che sorprende, però, è che l’incremento a doppia cifra della richiesta di veicoli a due ruote “green” si è registrato anche nei territori non coinvolti nei benefici previsti dal bonus. Sono pertanto “circa 540mila le biciclette acquistate dagli italiani dopo il periodo di lockdown in tutti i punti vendita presenti sul territorio” riferisce Aicma. E questa cifra aumenta “anche al fuori delle restrizioni individuate dalle misure del Governo (capoluoghi di Regione e di Provincia anche sotto i 50.000 abitanti, nei comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti e nei comuni delle Città metropolitane), interessando così in modo omogeneo anche territori meno popolosi”.

Merito dell’incentivo, ma c’è di più
Riporta ancora la nota diffusa dall’Aicma: “Gli incentivi hanno sicuramente rivitalizzato in modo significativo il mercato e le imprese del comparto stanno lavorando a pieno regime per rispondere, non senza qualche affanno, in modo adeguato alla crescente domanda che abbiamo registrato in queste settimane. Tuttavia crescono l’interesse e la domanda attorno alla bicicletta a prescindere dagli incentivi e come associazione chiediamo alle istituzioni di cogliere questa occasione per investire su un’infrastrutturazione ciclabile finalmente più capillare, sicura, equilibrata e rispettosa degli interessi di tutti gli utenti della strada. Allo stesso tempo monitoreremo la reale applicazione del bonus, affinché non sia per i consumatori e i rivenditori una corsa ad ostacoli o, peggio, contro il tempo”.

Come funziona il bonus

Il bonus bici è relativo al 60% della cifra (fino a 500 euro) destinata all’acquisto di biciclette, monopattini elettrici o mezzi simili effettuato dal 4 maggio nei comuni di 50mila abitanti, nei capoluoghi e nei comuni delle città metropolitane. Il buono può essere utilizzato utilizzando una specifica applicazione web che è in via di predisposizione e che sarà accessibile, anche dal sito istituzionale del ministero dell’Ambiente, entro sessanta giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto interministeriale attuativo del Programma buono mobilità.

Italiani in vacanza in Italia: l’estate 2020 è tricolore

L’estate del 2020 sarà sicuramente ricordata per lungo tempo. Sarà infatti la prima stagione di vacanza con ancora gli effetti, psicologici e pratici, del Covid-19. Tra restrizioni e paure, come saranno quindi le ferie degli italiani? A questa domanda ha cercato di rispondere un’indagine del Centro Studi del Touring Club Italiano sulle intenzioni di viaggio della propria community. La fotografia così scattata mette in luce un desiderio, da parte dei nostri connazionali, di non rinunciare al viaggio: d’altronde la community Touring ha sempre dimostrato una forte propensione alla vacanza, concedendosi nel 90% dei casi un periodo fuori casa fra i mesi di giugno e settembre. E, se è oggettivo che quest’anno la situazione sia differente, non manca però una buona dose di ottimismo.

Uno su due farà “certamente” un viaggio

All’interno del campione intervistato, circa la metà (49%) ha dichiarato che si concederà un viaggio (“certamente sì”) mentre un altro 32% lo farà “probabilmente”. Chi ha già scelto di restare di sicuro a casa è una quota tutto sommato residua (5%) mentre circa il 13% ha risposto “probabilmente no”. Nel complesso, dunque, il 71% ha un atteggiamento positivo nei confronti dell’estate mentre il 29% è rinunciatario. Le ragioni sono chiare: chi “sicuramente” o “probabilmente” starà a casa lo farà perché non intravede ancora le condizioni di sicurezza per viaggiare (67%).

Italia la meta preferita

Forse proprio per la maggiore percezione legata alla sicurezza, l’Italia sarà la meta preferita dai nostri connazionali. Se di solito il rapporto Italia-estero espresso dalla community del Tci era di circa 60-40, nell’estate 2020 si registra una polarizzazione molto più forte: il 94% infatti sceglierà una destinazione domestica rispetto a una quota residuale (6%) che andrà all’estero. Anche se in molti non hanno ancora deciso dove andare per le ferie, il mare si conferma la tipologia di vacanza preferita in estate (46%), ma la montagna conquista amplissime quote di estimatori. Quest’estate i monti totalizzano il 30% delle scelte (solo un anno fa erano il 17%), mentre le città d’arte passano dal 23% del 2019 all’8% del 2020. Altro dato significativo è che le aree interne con i loro borghi registrano un gradimento elevato: 9%, rispetto al 6% dello scorso anno, un dato che per la prima volta supera quello delle città d’arte.

No all’affollamento

Un altro dato che emerge dalla ricerca, e che davvero non sorprende, è che moltissimi italiani si stanno orientando verso luoghi poco affollati. Tuttavia, i nostri connazionali non vogliono farsi sovrastare dalle preoccupazioni: solo il 24% verificherà se nei dintorni della località di vacanza ci sono strutture sanitarie e il 48% dichiara che si baserà sull’indice di contagio regionale per decidere quale meta scegliere.