Mutui, convenienti e “consistenti”: tassi bassi e l’importo erogato aumenta del 9%

Dopo lo stop obbligato, gli italiani hanno ripreso in mano le redini del loro presente e del loro futuro. E, soprattutto, sono ritornati a cercare casa, anche accendendo un mutuo. Che questa tendenza si sia rimessa in moto a gran velocità, superando addirittura l’andamento dei mesi pre lockdwon, è confermato dalle analisi di Facile.it e Mutui.it. In particolare, si scopre che a maggio 2020 la richiesta dei mutui è ripresa alla grande: l’analisi appena pubblicata dimostra che, a fronte dell’aumento della domanda, le banche sembrano aver adottato una politica di grande apertura nella concessione del credito alle famiglie. Ma è interessante notare che i dati parlano di un importo medio erogato dagli istituti di credito tra l’1 maggio e il 15 giugno 2020 più alto del 9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Oggi l’importo si assesta a 134.315 euro, tornando così ai livelli di inizio anno, sebbene ora la situazione economica generale sia oggettivamente più difficile.

Le banche rispondono “con grande apertura”
“Vuoi per un effetto rimbalzo dopo lo stop forzato imposto dalla quarantena, o perché proprio durante questa la casa ha assunto un ruolo ancor più importante nella vita di tutti noi, tanti italiani sono tornati a presentare domanda di mutuo e le banche stanno rispondendo con grande apertura alla richiesta”, spiega Ivano Cresto, responsabile mutui di Facile.it. “Sebbene bisognerà aspettare fine anno per tracciare un bilancio complessivo, va di certo evidenziato che un ruolo importante lo sta giocando il canale online con il quale, a causa del periodo in cui si era costretti in casa, moltissimi consumatori hanno preso confidenza”.
Le richieste raccolte nel canale online sono caratterizzate da un incremento del peso percentuale delle surroghe che oggi, secondo l’analisi, rappresentano più di un terzo del totale domande di finanziamento (34%); erano poco più del 17% lo scorso anno.

Tassi ai minimi
Tra le buone notizie per chi vuole accendere un mutuo bancario c’è anche il fatto che i tassi di interesse restano ai minimi storici. Secondo le simulazioni degli esperti, a giugno per un finanziamento da 124.000 euro da restituire in 25 anni, con un rapporto mutuo/valore dell’immobile pari al 70%, i migliori tassi fissi (Taeg) disponibili online variano tra lo 0,95% ed il 1,15%, con una rata compresa tra 463 euro e 477 euro; a inizio anno (gennaio), per questo stesso finanziamento i tassi variavano tra l’1,23% e 1,34%, vale a dire circa 300 euro in più all’anno di interessi; 7.500 euro se si considera l’intera durata del mutuo. E anche sul fronte dei tassi variabili l’offerta rimane estremamente bassa, con Taeg che variano, per i parametri sopra indicati, tra 0,81% e 0,98% (rata tra 452 euro e 463 euro).

3,9 miliardi di euro: il valore dell’Industria 4.0 italiana

La ragguardevole cifra di 3,9 milioni di euro: a tanto ammonta il valore di mercato dell’Industria 4.0 in Italia. I dati, riferiti al 2019, sono stati diffusi in occasione della presentazione della ricerca Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano. In particolare, l’indagine evidenzia che il valore dell’Industria 4.0 nel nostro paese è in crescita del 22% rispetto all’anno precedente e quasi triplicato in 4 anni, in gran parte (2,3 miliardi di euro, il 60%) dedicato a progetti di connettività e acquisizione dati (Industrial IoT) e poi suddiviso tra Analytics (630 milioni), Cloud Manufacturing (325 milioni), Advanced Automation (190 milioni), Additive Manufacturing (85 milioni) e tecnologie di interfaccia uomo-macchina avanzate (55 milioni). A cui si aggiungono le attività di consulenza e formazione per progetti Industria 4.0: circa 255 milioni di euro, +17% rispetto al 2018. “Per il 2020, originariamente si prevedeva una crescita in linea con il trend 2019, con un incremento compreso tra il 20 e il 25%, ma per effetto della crisi sanitaria si prospetta uno scenario di grande incertezza, le cui previsioni – legate all’effettivo superamento dell’emergenza, alla ripartenza della domanda e ai possibili stimoli agli investimenti – variano da uno scenario ottimistico di chiusura dell’anno quasi in linea con il budget iniziale a uno pessimistico di contrazione del fatturato 4.0 nell’ordine del 5-10%. Nel medio-lungo termine, in ogni caso, il sentiment verso l’industria 4.0 rimane positivo, rafforzato dalla considerazione che l’emergenza abbia accelerato la trasformazione digitale” si legge nel rapporto.

Investimenti posticipati?

In questo scenario ancora confuso, il 26,5% delle aziende coinvolte nell’Osservatorio ha dichiarato che posporrà almeno metà degli investimenti tra quelli originariamente pianificati, circa un quarto si concentrerà su Industrial-IoT, Analytics e Advanced HMI. Nell’incertezza, le imprese auspicano incentivi per non fermare la “scalata digitale”, in particolare una riduzione delle imposte sui prossimi esercizi contabili (33%) e una diminuzione del costo del lavoro per operatori di fabbrica (per il 30%). Ma un terzo (31%) chiede anche di rilanciare il Super e Iper ammortamento per beni strumentali, di gran lunga più desiderato rispetto al credito d’imposta per ricerca e sviluppo (17%), agli incentivi per beni immateriali (18%) o a quelli per assunzione e formazione (8% e 11%).

“Il motore della ripartenza”

Afferma Marco Taisch, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Industria 4.0: “In questa nuova fase, all’industria italiana spetta il compito di essere il motore della ripartenza, in un contesto in cui la trasformazione digitale diventa ancora più rilevante non solo per garantire i processi operativi, ma anche per dare nuova efficacia alle decisioni, accelerare la riconversione dei prodotti, monitorare e gestire i rischi. Le imprese che avevano investito in precedenza ne hanno tratto grande beneficio, ma questa è una occasione per tutte per compiere un passo avanti nel digitale. In questo senso è positivo l’impegno del Governo nel dare stabilità al piano Trasformazione 4.0”.

Tutti in bici: col bonus vendite aumentate del 60%

Grazie soprattutto all’introduzione del nuovo bonus previsto dal DL Rilancio che consente detrazioni importanti nell’acquisto di biciclette, dall’inizio della Fase 2 – con la riapertura dei negozi – si è registrato un considerevole boom nella domanda di due ruote ecologiche. Come riporta un recentissimo report a cura di Confindustria Ancma (Associazione Nazionale Ciclo Motociclo Accessori), le vendite di bici tradizionali e a pedalata assistita hanno fatto segnare un balzo del 60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Solo nel mese di maggio l’indagine stima un aumento di circa 200mila pezzi rispetto all’analogo periodo del 2019.

Un exploit non solo nei comuni coinvolti nel bonus

Quello che sorprende, però, è che l’incremento a doppia cifra della richiesta di veicoli a due ruote “green” si è registrato anche nei territori non coinvolti nei benefici previsti dal bonus. Sono pertanto “circa 540mila le biciclette acquistate dagli italiani dopo il periodo di lockdown in tutti i punti vendita presenti sul territorio” riferisce Aicma. E questa cifra aumenta “anche al fuori delle restrizioni individuate dalle misure del Governo (capoluoghi di Regione e di Provincia anche sotto i 50.000 abitanti, nei comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti e nei comuni delle Città metropolitane), interessando così in modo omogeneo anche territori meno popolosi”.

Merito dell’incentivo, ma c’è di più
Riporta ancora la nota diffusa dall’Aicma: “Gli incentivi hanno sicuramente rivitalizzato in modo significativo il mercato e le imprese del comparto stanno lavorando a pieno regime per rispondere, non senza qualche affanno, in modo adeguato alla crescente domanda che abbiamo registrato in queste settimane. Tuttavia crescono l’interesse e la domanda attorno alla bicicletta a prescindere dagli incentivi e come associazione chiediamo alle istituzioni di cogliere questa occasione per investire su un’infrastrutturazione ciclabile finalmente più capillare, sicura, equilibrata e rispettosa degli interessi di tutti gli utenti della strada. Allo stesso tempo monitoreremo la reale applicazione del bonus, affinché non sia per i consumatori e i rivenditori una corsa ad ostacoli o, peggio, contro il tempo”.

Come funziona il bonus

Il bonus bici è relativo al 60% della cifra (fino a 500 euro) destinata all’acquisto di biciclette, monopattini elettrici o mezzi simili effettuato dal 4 maggio nei comuni di 50mila abitanti, nei capoluoghi e nei comuni delle città metropolitane. Il buono può essere utilizzato utilizzando una specifica applicazione web che è in via di predisposizione e che sarà accessibile, anche dal sito istituzionale del ministero dell’Ambiente, entro sessanta giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto interministeriale attuativo del Programma buono mobilità.

Italiani in vacanza in Italia: l’estate 2020 è tricolore

L’estate del 2020 sarà sicuramente ricordata per lungo tempo. Sarà infatti la prima stagione di vacanza con ancora gli effetti, psicologici e pratici, del Covid-19. Tra restrizioni e paure, come saranno quindi le ferie degli italiani? A questa domanda ha cercato di rispondere un’indagine del Centro Studi del Touring Club Italiano sulle intenzioni di viaggio della propria community. La fotografia così scattata mette in luce un desiderio, da parte dei nostri connazionali, di non rinunciare al viaggio: d’altronde la community Touring ha sempre dimostrato una forte propensione alla vacanza, concedendosi nel 90% dei casi un periodo fuori casa fra i mesi di giugno e settembre. E, se è oggettivo che quest’anno la situazione sia differente, non manca però una buona dose di ottimismo.

Uno su due farà “certamente” un viaggio

All’interno del campione intervistato, circa la metà (49%) ha dichiarato che si concederà un viaggio (“certamente sì”) mentre un altro 32% lo farà “probabilmente”. Chi ha già scelto di restare di sicuro a casa è una quota tutto sommato residua (5%) mentre circa il 13% ha risposto “probabilmente no”. Nel complesso, dunque, il 71% ha un atteggiamento positivo nei confronti dell’estate mentre il 29% è rinunciatario. Le ragioni sono chiare: chi “sicuramente” o “probabilmente” starà a casa lo farà perché non intravede ancora le condizioni di sicurezza per viaggiare (67%).

Italia la meta preferita

Forse proprio per la maggiore percezione legata alla sicurezza, l’Italia sarà la meta preferita dai nostri connazionali. Se di solito il rapporto Italia-estero espresso dalla community del Tci era di circa 60-40, nell’estate 2020 si registra una polarizzazione molto più forte: il 94% infatti sceglierà una destinazione domestica rispetto a una quota residuale (6%) che andrà all’estero. Anche se in molti non hanno ancora deciso dove andare per le ferie, il mare si conferma la tipologia di vacanza preferita in estate (46%), ma la montagna conquista amplissime quote di estimatori. Quest’estate i monti totalizzano il 30% delle scelte (solo un anno fa erano il 17%), mentre le città d’arte passano dal 23% del 2019 all’8% del 2020. Altro dato significativo è che le aree interne con i loro borghi registrano un gradimento elevato: 9%, rispetto al 6% dello scorso anno, un dato che per la prima volta supera quello delle città d’arte.

No all’affollamento

Un altro dato che emerge dalla ricerca, e che davvero non sorprende, è che moltissimi italiani si stanno orientando verso luoghi poco affollati. Tuttavia, i nostri connazionali non vogliono farsi sovrastare dalle preoccupazioni: solo il 24% verificherà se nei dintorni della località di vacanza ci sono strutture sanitarie e il 48% dichiara che si baserà sull’indice di contagio regionale per decidere quale meta scegliere.

Aziende, le strategie dei manager a livello globale per contrastare l’emergenza

Tre manager su quattro (il 73%) a livello globale prevedono che il coronavirus avrà un impatto sull’economia globale nei prossimi 12 mesi. Non sorprende che l’emergenza sanitaria, stando alle risposte dei dirigenti, porterà a un calo dei consumi e a interruzioni nella catena logistica. Lo rivela un recentissimo sondaggio condotto da EY su oltre 2.900 top manager in 46 paesi, contenuto della XXII edizione del Global Capital Confidence Barometer (CCB). In particolare, il 52% delle aziende starebbe mettendo in atto azioni per cambiare il proprio assetto e il 41% delle società si è già attivata nell’accelerazione dell’automazione. Ancora, la quasi totalità delle imprese (95%) si sta preparando per pressioni al ribasso sui margini. Quasi tutti i manager, però, sono concordi nel “muoversi” da subito per rispondere alle criticità dovute all’emergenza Covid-19.

Obiettivo trasformazione in tempi rapidi

Molte società (72%) hanno già avviato importanti iniziative di trasformazione, innescate a seguito della pressione sugli obiettivi di fatturato e per raggiungere i target di redditività, secondo gli intervistati del CCB. La maggior parte (72%) prevede, inoltre, di condurre con più frequenza strategie di revisione del portafoglio di attività. Dopo l’emergenza, i top manager affermano che daranno priorità a considerare nuovi investimenti in ambito tecnologico e digitale (73%) e nell’allocazione di capitale all’interno del proprio portafoglio (71%).

Operazioni di fusione e acquisizione per pianificare il futuro

I dirigenti, nonostante la crisi evidente anche ai non addetti ai lavori, si stanno però muovendo per mettere in atto strategie per pianificare il prossimo futuro. Mentre il 54% degli intervistati prevede un periodo di recupero prolungato a “U”, con un’attività economica rallentata fino al 2021, il 38% vede una ripresa più rapida a “V” e un ritorno ai livelli pre-crisi già nel terzo trimestre 2020. Solo l’8% prevede una ripresa a “L”, con un periodo di recessione prolungato fino al ritorno della normale attività economica nel 2022. Con la maggior parte delle aziende che ipotizza una ripresa nel medio termine, l’intenzione di perseguire progetti di fusioni o acquisizioni nei prossimi 12 mesi rimane ai livelli relativamente elevati (54%) osservati nell’ultimo periodo. A seguito dell’emergenza da Covid-19, i dirigenti a livello globale affermano che si concentreranno maggiormente sulla flessibilità delle aziende target di adattarsi a periodi alterni del ciclo economico, nella valutazione delle acquisizioni (38%) e che sono pronti a vedere scendere le valorizzazioni delle transazioni (39%).

Agenzie delle Entrate senza andare allo sportello: le operazioni si fanno via mail o Pec

L’Agenzia delle Entrate punta a rendere più semplice, e veloce, il rapporto con i contribuenti. E lo fa introducendo una serie di procedure che consentono di svolgere numerose operazioni senza recarsi alla sportello, ma accessibili direttamente dal proprio computer. Ottenere il rilascio di un certificato o del codice fiscale, richiedere dei rimborsi, registrare un atto: ora si può fare questo e molto altro in modalità semplificata. I cittadini possono richiedere tali servizi anche tramite e-mail o Pec. Ancora, per rendere questa opportunità ancora più fruibile, sul sito dell’Agenzia delle Entrate è già stata pubblicata una guida in pdf che fornisce indicazioni su come ottenere tutti i servizi direttamente da casa, abilitandosi ai servizi telematici, sfruttando i servizi online senza registrazione, usando la app e contattando il contact center. Molti dei servizi erogati allo sportello sono accessibili direttamente dal sito internet, senza che sia necessaria alcuna registrazione. Per altri occorre, invece, essere in possesso del codice Pin, che può essere richiesto online o attraverso l’app delle Entrate. Oltre alle credenziali dell’Agenzia è possibile accedere ai servizi online tramite SPID, il Sistema Pubblico dell’Identità Digitale, o tramite Carta Nazionale dei Servizi (CNS). La richiesta di abilitazione può essere inviata, firmata digitalmente, tramite Pec. “L’indirizzo Pec deve essere di uso esclusivo del richiedente in modo da garantire la riservatezza della prima parte del codice Pin e della password iniziale che verranno inviati dall’Agenzia. La seconda parte del Pin verrà prelevata direttamente dal richiedente dal sito delle Entrate” precisa l’Agenzia.

Come fare per ottenere il codice fiscale o un suo duplicato

Ad esempio, per ottenere il codice fiscale o un suo duplicato il cittadino può presentare la richiesta, sottoscritta anche con firma digitale, scegliendo uno dei servizi agili a disposizione e allegando la necessaria documentazione via mail o Pec (e sempre il documento di identità). Il certificato di attribuzione arriverà direttamente tramite il canale prescelto. I servizi agili possono essere utilizzati anche per la richiesta di duplicato del codice fiscale/tessera sanitaria, trasmettendo la richiesta firmata e scansionata insieme alla copia del documento d’identità. Stesse modalità anche per la richiesta di attribuzione del codice fiscale a persone non fisiche e, con riferimento ai soggetti non obbligati alla presentazione tramite “ComUnica”, per la dichiarazione di inizio attività, variazione dati o cessazione attività ai fini Iva.

Registrazioni e rimborsi

Se si ha la necessità di registrare un atto, è possibili inviare la documentazione necessaria anche in modalità Pec o email. In questo caso, però, andrà poi depositato “fisicamente” in ufficio un originale dell’atto registrato. Ancora, le richieste di rimborso possono essere inviate tramite Pec o email, attraverso i servizi telematici oppure presentate allo sportello. Alla richiesta effettuata per via telematica deve essere allegata l’eventuale documentazione a supporto e, in ogni caso, la copia del documento di identità. Anche la richiesta di accredito dei rimborsi sul conto corrente, firmata digitalmente, può essere presentata via Pec.

Cosa preoccupa il mondo? Ancora il virus (e le sue conseguenze)

E’ ancora il coronavirus il principale motivo di preoccupazione tra i cittadini a livello globale. L’emergenza sanitaria legata al virus, infatti, supera tutte le altre tematiche nel sondaggio “What Worries the World” condotto da Ipsos. In base ai dati della ricerca, si rileva che ad aprile il Covid-19 è risultato di gran lunga la principale preoccupazione in tutto il mondo ed è al primo posto in 24 dei 28 Paesi esaminati. Alla domanda sulle questioni più importanti che il proprio Paese deve affrontare oggi, il 61% degli intervistati cita proprio il coronavirus, con i punteggi più alti visti in Malesia (85%), Gran Bretagna (77%) e Australia (74%). In 10 anni di vita di questo sondaggio, il “What Worries the World”, non si erano mai visti risultati unanimi così elevati. Le altre tematiche che costituiscono le 5 principali preoccupazioni globali sono la disoccupazione, l’assistenza sanitaria, la povertà/disuguaglianza sociale e la corruzione finanziaria/politica.

I timori in Italia, salute e disoccupazione ai primi posti

In questo quadro, le risposte degli italiani non fanno eccezione, se non per delle piccole variazioni. Così, in media con le risposte globali ottenute, la maggior parte dei rispondenti di casa nostra – con percentuale pari al 68% – cita il Coronavirus come principale preoccupazione del proprio Paese in questo momento, seguita dalla disoccupazione percepita come una problematica seria dal 56% degli italiani. Al terzo posto si colloca la tematica delle tasse e, in questo caso, il dato italiano è estremamente interessante. Sui 28 Paesi partecipanti all’indagine, i cittadini italiani emergono come i più preoccupati per la situazione delle tasse nella propria nazione, indicata come problematica dal 27% dei cittadini rispetto alla media globale dell’11%. I successivi posti sono occupati dall’assistenza sanitaria (26%), dalla povertà/disuguaglianza sociale (24%), dal controllo dell’immigrazione (14%), dalla corruzione finanziaria/politica (13%) e dal crimine/violenza (12%). 

Disoccupazione e assistenza sanitaria le paure nel resto del mondo

Rimanere senza lavoro o non avere accesso alle cure sono le tematiche che mettono in ansia i cittadini di diverse Nazioni del mondo. In base ai dati raccolti da Ipsos, i livelli più alti di preoccupazione per la disoccupazione si registrano in Spagna (60%) e in Sudafrica (58%), seguiti dall’Italia (56%). Questo mese anche l’Australia entra tra i primi 5 Paesi più preoccupati per questo problema (+19 punti da gennaio al 48%), con altri notevoli incrementi negli ultimi tre mesi registrati in Israele (+23-39%) e negli Stati Uniti (+11-24%). I maggiori livelli di preoccupazione per l’assistenza sanitaria sono emersi in Ungheria (59%), insieme alla Polonia (51%) e al Brasile (46%).

Effetti collaterali del Coronavirus: in mezza Italia forti cali nelle connessioni Internet via smartphone

Molti italiani se ne saranno accorti sulla propria pelle, o meglio sulla propria connessione da smartphone: durante il lockdown la velocità di Internet è precipitata in numerose aree. A confermare questa sensazione, che è invece realtà, arriva il rapporto mensile di OpenSignal sullo stato delle connessioni nel nostro paese, coincidente con l’inizio del periodo di lockdown. Lo scenario che emerge è che l’Italia è spaccata a metà, con cali della tenuta della rete molto più accentuati fuori dalle grandi aree urbane.

Calo di velocità medio del 7,2%

Stando alle rilevazioni contenute nel rapporto relativo a marzo 2020, le velocità di download da smartphone sono diminuite in media del 7,2% nelle aree urbane, molto meno che nelle aree suburbane o rurali dove è stato rilevato un down rispettivamente del 12,2 e 13,7%. Per la classificazione del territorio, OpenSignal si è basata sul grado di urbanizzazione fornito dall’Istat, che raggruppa tutti i comuni italiani in tre tipi di aree: scarsamente popolate (zone rurali), densità intermedia (città, periferie e piccole aree urbane) e densamente popolate (città e grandi aree urbane), insieme alla suddivisione geografica per macro regioni  (centro, isole, nord est, nord ovest e sud). I dati evidenziano che nel nord est i cali sono stati contenuti, pari a circa il -2,6%, mentre il resto delle altre regioni c’è stato un abbassamento del 10%. Nelle zone suburbane si è registrata una variazione negativa pari a circa il 10% in almeno 4 delle 5 macro regioni, con il dato negativo più importante nelle isole. Stessa cosa al sud Italia in cui è stato registrato un calo del 13,2% passando da 22,2 Mbps a 19,2 Mbps, mentre le regioni del nord ovest sono passate da 27,1 Mbps a 23,7 Mbps, pari ad un calo del 12,6%. Più sensibile il calo nelle isole: OpenSignal riferisce di rallentamenti della velocità fino al 22,3% rispetto a febbraio.

Colpa di smartworking e didattica a distanza?

Appare pressoché certo che l’istituzione di una zona rossa a tutta l’Italia possa aver contribuito alle difficoltà di connessione. Gli analisti spiegano che i cali possano attribuirsi alla congestione della rete, dovuta all’altissimo numero di dispositivi collegati sia per lo smartwork sia per la didattica a distanza, due fenomeni esplosi proprio a marzo. In questo scenario c’è anche un aspetto positivo: gli operatori italiani hanno saputo “tenere botta” fornendo un servizio giudicato sempre al di sopra della sufficienza. Una prova superata, quindi, in una situazione inimmaginabile e mai sperimentata prima.

Caffè, altro che crisi: crescono domanda e prezzi all’ingrosso

Ci sono beni di prima necessità, in questo particolare momento storico, che per i consumatori sono più “essenziali” di altri. Molto più del petrolio, solo per fare un esempio. Stiamo parlando del caffè, una materia prima che, da quando è iniziata l’emergenza sanitaria legata al coronavrius, ha visto schizzare i suoi prezzi verso l’alto. Insomma, le persone sono disposte a rimanere chiuse in casa, a compiere sacrifici, a rinunciare a molte delle loro abitudini, ma non all’amato espresso. Il caffè, qualsiasi cosa accada, non si tocca e continua a profumare le case di tutto il mondo.

Prezzi dell’arabica aumentati del 20%

Rispetto allo scorso febbraio, il prezzo del caffè all’ingrosso ha registrato aumenti del 20% (sulla qualità arabica al mercato di New York), mentre altri beni ritenuto essenziali – come il petrolio appunto – hanno invece visto crolli del 40%. La notizia è stata riportata dal Financial Times, che segnala anche qualche criticità. Infatti nel prossimo futuro potrebbero presentarsi problemi alle forniture, anche perché si stanno assottigliando le scorte, all’avvicinarsi dei raccolti chiave da parte dei grandi produttori latino americani. Il rischio che i raccolti, e di conseguenza le forniture del caffè, non siano sufficienti è in gran parte dovuto al fatto che i prezzi bassi degli ultimi due anni hanno provocato l’abbandono di diverse piantagioni.

In America Latina coltivatori previdenti

Non mancano però notizie più rassicuranti: nella pandemia che stiamo vivendo, il caffè conserva dei margini di sicurezza. La maggior parte dei coltivatori in America Latina, infatti, lavorava già in una sorta di “autoisolamento” di fatto, operando in località lontane dagli affollamenti urbani. I coltivatori sono così in grado di continuare la produzione anche in settimane di lockdown e di misure di di contenimento del virus.

La domanda di caffè continuerà a tenere?

Un altro quesito, sotto la lente degli analisti finanziari, è la tenuta nel tempo della domanda di caffè. Le analisi sono riferite al mercato statunitense, ma probabilmente le valutazioni sono valide in tutti i paesi occidentali: a marzo 2020, negli Usa, le vendite di caffè confezionato hanno segnato un balzo di oltre il 70%. Però, secondo gli esperti, la domanda totale probabilmente calerà dato che i consumi domestici non compenseranno totalmente il calo di quelli legati alla chiusura di ristoranti e bar. In ogni caso, l’indicazione che arriva dal mercato è forte e chiara: alle persone si può anche togliere la libertà, ma il caffè proprio no.

Smart working, che risparmio: di soldi, di tempo, di aria

Lavorare da casa, una pratica ormai condivisa dalla gran parte degli italiani, è una strategia non solo funzionale alla situazione che stiamo vivendo a seguito dell’emergenza sanitaria, ma anche un’inaspettata fonte di “risparmio”. Proprio così: dall’inizio del lockdown, la quarantena che ha rivoluzionato le modalità di lavoro tradizionale, con lo smart working gli italiani hanno complessivamente risparmiato più di 100mila euro, accumulato oltre 10mila ore di tempo libero e non emesso in atmosfera oltre 60 tonnellate di Co2. Mai come in questo caso, si potrebbe riprendere un antico detto: “far di necessità virtù”.

Il calcolo sui chilometri che non sono stati percorsi

I dati sono stati calcolati e diffusi da #ColleghiAmoilLavoro, la piattaforma che permette di quantificare gli effetti del lavoro a distanza ideata da Jojob, servizio che offre alle aziende lo strumento completo di welfare aziendale dal punto di vista della mobilità. Attraverso questo semplice sistema, i lavoratori possono certificare velocemente e in poche mosse le giornate trascorse in smart working. In estrema sintesi, in questo modo è possibile quantificare il risparmio di tempo generato dal lavoro da casa, oltre a quello economico e ambientale, poiché i lavoratori non devono prendere la macchina o i mezzi pubblici per recarsi in ufficio o in azienda. Il sistema quindi calcola il risparmio di tempo, ambientale ed economico sulla base dei chilometri che non sono stati percorsi.

Il tempo, la risorsa più preziosa

Se i 100mila euro non fossero abbastanza, c’è un ulteriore risparmio ancor più significativo: è quello riferito al tempo. Tempo che, per tutti noi, in condizioni normali non basta mai. “I minuti, le ore che generalmente passiamo nel traffico diventano tempo prezioso per sé e per la propria famiglia. Abbiamo attivato la piattaforma non appena scattato il lockdown e in migliaia hanno aderito. Se consideriamo che in media un italiano su 4 trascorre circa un’ora e mezza al giorno per recarsi sul posto di lavoro e fare ritorno a casa, con lo smart working abbiamo calcolato che gli italiani hanno guadagnato complessivamente 3 anni e mezzo di ferie” ha dichiarato Gerard Albertengo, ceo di Jojob. Anche quando l’emergenza sarà conclusa, il lavoro da remoto – prima troppo poco praticato dalle aziende italiane – potrebbe diventare una modalità diffusa e condivisa dalle imprese. E i dati relativi ai tanti vantaggi dello smart working, sia economici sia ambientali, potrebbero dare una spinta ulteriore a nuove forme di lavoro a distanza.