Over 60 italiani sempre più attivi e ancora al lavoro

Abbandonare il mondo del lavoro quando si diventa “grandi”? Manco per niente. In Italia sono oltre 2 milioni gli over 60 che lavorano. E nella maggior parte dei casi non si tratta di necessità, ma di una libera decisione: ben il 55% degli over sixty lo fa per per scelta, anche se potrebbe smettere. Questo identikit del mercato del lavoro degli ultrasessantenni è il frutto di una ricerca di BVA Doxa, che rivela che solo il 15% dei senior indica i motivi economici come la motivazione principale a rimanere nel mondo del lavoro. Uno su 3 lavora ancora perché non può smettere, ma, se potesse, opterebbe per la pensione, anche se la maggior parte del campione è attivo, in salute e continua a guardare al futuro.

Non cala “la voglia di restare aggiornati”

Lavorare, però, per molti senior resta un modo per sentirsi giovani. Ben il 50% degli intervistati ha infatti dichiarato che per restare attivi professionalmente è necessario mantenere viva “la voglia di imparare e di restare aggiornati”, mentre il 45% afferma che serve “guadagnare dimestichezza con la tecnologia” e il 41% sostiene che così si può “creare un legame tra i giovani e le diverse generazioni”. Il 12% degli over 60 italiani crede di avere ancora “tanto da dare”. In sintesi, a 60 anni ci si sente ancora perfettamente vitali e capaci. Un approccio in linea con uno dei nuovi trend già evidenziati da BVA Doxa in una recente indagine secondo cui in Italia si inizia a sentirsi vecchi addirittura a 70 anni. Solo in Finlandia vi è la stessa percezione. Nel resto del mondo la percezione di inizio della vecchiaia scatta in media con il 56esimo compleanno.

Tecnologia strumento fondamentale

La tecnologia non spaventa la fascia di popolazione più grande, anzi: è uno strumento che potrebbe migliorare la qualità della vita. Oltre il 50% degli over 60 italiani trova che possa portare impieghi utili e concreti in ambiti come la sicurezza in casa, fuori casa, la salute e, non ultimo, il mondo del lavoro. Nel dettaglio: per gli attuali lavoratori senior “la tecnologia migliora la qualità del lavoro” (77%), “ottimizza i tempi necessari per svolgere le attività lavorative” (60%) e “permette di fare cose che altrimenti non si riuscirebbero a fare” (58%).

Non si smette mai di imparare

Per affrontare i cambiamenti, poi, gli over 60 dichiarano che sia necessario mantenersi al passo con i tempi. Le eventuali difficoltà in ambito lavorativo si sono avute per varie ragioni, a cominciare  dalla scarsa dimestichezza con le nuove tecnologie (38%), direttamente correlata alla “mancanza di una formazione adeguata da parte dell’azienda per l’uso dei nuovi strumenti” (31%). A seguire “il crescente utilizzo dell’inglese o di altre lingue non conosciute” (35%) e il “doversi rimettere ad imparare” (36%) connesso alla inadeguatezza delle competenze acquisite negli anni. Proprio per questo, il 74% del campione vorrebbe partecipare a corsi per l’apprendimento delle nuove tecnologie e il 49% desidera un maggior coinvolgimento nei momenti di incontro e confronto aziendale.

Studio Ipsos: Google, Amazon e Whatsapp sono i marchi più influenti

E’ Google il primo della classifica fra i The Most Influential Brands 2019, lo studio annuale che Ipsos, intervistando 4.550 italiani, realizza per scoprire quali siano i marchi in grado di influenzare maggiormente la vita delle persone. Sul podio, alle spalle del colosso di Mountain View, ci sono Amazon e Whatsapp. Alle loro spalle, marchi di primissimo piano come, nell’ordine, PayPal, Microsoft, YouTube, Samsung, FaceBook, Mulino Bianco e Visa. Rispetto all’anno scorso, la composizione del podio è invariata, mentre FaceBook è scesa dal quinto all’ottavo posto, forse per effetto dello scandalo Cambridge Analytica.

Esce Ikea (nel 2018 decima e ora tredicesima) mentre arriva il Mulino Bianco, unica azienda italiana del food presente nella top ten (nel 2018 solo diciannovesima). Instagram è al quarto posto per la Generazione Z (15- 21 anni), ma non compare in nessun’altra top ten per fasce di età. Netflix è al decimo posto per la Gen Z e alla sesta posizione per i Millennial (22-35). Nutella che pur non comparendo nel ranking generale, è al sesto posto per la GenZ, al nono per i Millennial e al decimo per i Boomers, cioè le persone tra i 53 e i 71 anni. 

I parametri che decretano il “potere”

Sono Trustworthy (fiducia, affidabilità), Engagement (coinvolgimento), Leading Edge (innovazione, capacità di far tendenza), Corporate Citizenship (impegno e ruolo sociale), Presence (presenza) i cinque fattori presi in esame da Ipsos per determinare l’influenza di una marca. Anche nel ranking MIB 2019 i fattori che più pesano nel far sì che un brand venga considerato influente dai consumatori sono la capacità dell’azienda di saper coinvolgere (30%), la sua propensione all’innovazione (27%) e la fiducia e il senso di affidabilità delle persone rispetto al brand (26%). Non stupisce quindi che nella top ten siano presenti ancora una volta tutti i big della digital economy e del tech.

Aumenta il peso dell’impegno sociale

Tra i cambiamenti più significativi all’interno delle opinioni espresse dagli intervistati spicca la crescita costante verso tematiche universali, quali ad esempio l’ambiente, i diritti umani e la gender equality. L’opinione pubblica e in generale le persone iniziano a chiedere alla politica, alle istituzioni, ai decison makers e quindi anche alle aziende, un’assunzione di responsabilità verso questi temi.  A riprova di questa tendenza in atto, nell’edizione 2019 dello studio ben il 60% degli italiani afferma infatti di sentire il bisogno di aziende che svolgano un ruolo attivo in ambito sociale, culturale e politico. Ai brand si chiede di prendere posizione senza temere le conseguenze: lo pensa il 62% degli intervistati d’accordo nell’affermare che se un’azienda sceglie di prendere una posizione forte su un tema sociale o politico non deve temere di perdere consenso o parte della clientela. Anzi, il 79% crede che sia possibile per una marca sostenere una buona causa e guadagnare allo stesso tempo.

Italia, paese gentile con i visitatori: siamo i quarti in Europa

Gli italiani sono universalmente riconosciuti come persone amabili e accoglienti e anche le ultime classifiche non fanno eccezione. Arriva infatti un’indagine che ha monitorato le risposte fornite dai viaggiatori a fine vacanza per scoprire quali siano i paesi più amichevoli con i visitatori. Tra le domande più ricorrenti, oltre a un giudizio su alloggio, cibo e posti visitati, c’’è anche quella sulla gentilezza delle persone e la disponibilità ad accogliere gli stranieri: e qui l’’Italia e gli italiani ne escono più che bene. Infatti, secondo il motore di ricerca di voli e hotel Jetcost, il nostro è uno dei paesi più accoglienti d’Europa: almeno così la pensa il 67% dei turisti. La Francia, invece, è vista come la meno ospitale. Lo studio ha coinvolto 3.500 persone, tutte di età superiore ai 18 anni e che fossero andate in vacanza almeno due volte negli ultimi tre anni.

Le nazioni più “carine” e quelle meno

In assoluto lo scettro del luogo più amichevole va ai Paesi Bassi, considerato una terra di persone cortesi dal 73% del campione. Seguono poi Portogallo (70%), Spagna – (69%) e al quarto posto l’Italia, con il 67% dei voti. Al contrario, i paesi europei giudicati più inospitali o “ostili” per i turisti sono risultati la Francia, l’Ungheria e la Svizzera.

Cosa piace dell’Italia

Oltre alla posizione positiva in classica, è interessante scoprire quali siano le motivazioni che hanno portato i viaggiatori europei a dare una valutazione positiva allo Stivale e alla sua gente. Le risposte più votate sono state, nell’ordine: “Sono stati molto accoglienti e amichevoli” 49%; “Hanno cercato di iniziare una conversazione con me” 38%; “Sorridevano tutti e facevano battute” 30%; “Hanno cercato di insegnarmi le loro abitudini” 25%; “Mi hanno invitato ad assaggiare i loro piatti tipici” 17%.

E cosa invece piace agli italiani

Per quanto riguarda i turisti italiani e le loro vacanze in Europa (500 intervistati), il 62% ha dichiarato che quando viaggia all’estero ama fare amicizia con la gente del posto, anche se la stragrande maggioranza (75%) ha detto che preferisce parlare con un connazionale (probabilmente per difficoltà linguistiche) piuttosto che con uno straniero. Solo il 17% preferirebbe non avere a che fare con altri italiani. Da Jetcost hanno commentato: “Non sorprende che l’Italia sia tra i paesi più amichevoli d’Europa, il senso dell’umorismo degli italiani, la semplicità, la solarità e la cordialità sono ben note in tutto il mondo. Ma è interessante notare che agli italiani piace fare amicizia con gli stranieri quando sono all’estero, anche se molti preferiscono ancora unirsi ai propri connazionali”.

Imprese, difficile trovare il personale adatto: 1 posizione su 4 è scoperta

In un momento in cui si parla tanto della difficoltà di trovare un’occupazione, specie per i giovani, emerge un altro dato sorprendente, che ribalta la visione del mercato del lavoro. In sofferenza sarebbero anche le aziende, che fanno fatica a coprire 1 posizione su 4 per mancanza di figure professionali adatte.

“Vacante” un milione di posti di lavoro

Stando così  lo scenario, non sorprende che in Italia oltre un milione di posti di lavoro (1 su 4, appunto) resti scoperto per la mancanza di figure adeguate. “Uno scandalo” ha commentato Piero Ichino, giurista, giornalista e politico italiano durante il recente convegno organizzato da Inaz, realtà italiana attiva nella produzione software ed erogazione servizi per l’amministrazione e la gestione delle risorse umane.

La formazione per vincere le sfide dell’occupazione

“La formazione efficace come diritto della persona” è stato il titolo del convegno, che ha acceso i riflettori sul “non senso” della disoccupazione giovanile. Ciò che non funziona nel nostro Paese sono proprio orientamento e formazione: “Eppure, in un mondo in cui tutto cambia a una velocità impressionante – ha sottolineato Linda Gilli, presidente e amministratore delegato di Inaz – la formazione, che deve essere permanente, funziona come primario fattore di protezione per il mondo del lavoro. Le imprese devono considerarla un investimento fondamentale, mentre i lavoratori stessi non devono sentirsi mai “arrivati”, ma devono essere sempre pronti ad accrescere le proprie competenze”.

Formazione in azienda

In Italia solo un diplomato su tre delle scuole tecniche, a due anni dal diploma, fa un lavoro coerente con quanto studiato (Eduscopio, 2018). Secondo Pietro Ichino, che ha fotografato ritardi e mancanze del nostro sistema assieme a Osservatorio Imprese Lavoro Inaz, “In Italia mancano i servizi indispensabili per un passaggio facile dalla scuola al lavoro, dall’orientamento al monitoraggio del tasso di coerenza tra formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi, con un gravissimo pregiudizio che pesa sulle attività manuali”. Come affrontare il problema? Sempre Ichino ha indicato un’azione da realizzare subito, cioè monitoraggio e misurazione dell’efficacia della formazione, incrociando e confrontando dati oggi frammentati e sparsi. Mentre lo Stato dimostra una grave lentezza nell’adottare soluzioni efficaci, il mondo imprenditoriale sperimenta da sé nuove soluzioni. “È vero che le aziende vorrebbero trovarsi persone già preparate da inserire velocemente; ma è anche vero che formarle “in casa” può essere un vantaggio, perché il processo di affiancamento arricchisce sia i nuovi entrati, sia i senior, che si scambiano vicendevolmente competenze e idee. Perché abbiamo parlato di formazione come diritto soggettivo della persona, ma è indispensabile anche un’altra cosa: il desiderio di migliorarsi e crescere” ha ribadito Linda Gilli.

Come cambiare lavoro. I consigli dell’headhunter

Dal punto di vista professionale è a settembre che inizia il nuovo anno. Ma se non siamo soddisfatti del lavoro attuale cosa possiamo fare per reinventarci e trovarne uno nuovo? Il primo consiglio è tracciare una linea di demarcazione precisa tra un’insoddisfazione insanabile e una leggera stanchezza. Una cosa è avere piccole aree di insoddisfazione, altra cosa è tornare a lavorare dopo le vacanze e sentire il peso di una montagna insormontabile da scalare. Nel primo caso, elaborare e risolvere le piccole aree di insoddisfazione non è difficile, nel secondo è necessario prendere atto che è opportuno effettuare alcuni cambiamenti, ma senza essere precipitosi.

Il consiglio arriva da Roberto D’Incau, headhunter & coach, nonché Ceo e fondatore di Lang&Partners, la società di consulenza HR italiana.

A volte il disagio è il segnale di un malessere più profondo

Il mantra “quasi quasi mi licenzio” vale sempre, “ma il mio consiglio è porsi un orizzonte temporale di almeno sei o dodici mesi per non fare scelte sbagliate”, spiega D’Incau . Cambiare non è facile, anche se siamo consapevoli di dover lavoro. La prima cosa da fare quindi è fare un vero e proprio bilancio, personale e professionale. “A volte il disagio verso il lavoro è infatti solo la punta di un iceberg, il segnale di un malessere più profondo che investe altre aree della nostra vita – continua l’headhunter -. Capita molto più spesso di quanto non si pensi, si dice ‘basta, voglio cambiare lavoro’ e invece si dovrebbe dire ‘basta, voglio cambiare vita’.

Non sempre è necessario cambiare azienda

Fare la diagnosi giusta perciò è già un primo passo verso la “guarigione”. Fare chiarezza, insomma, e chiedersi se davvero è quel lavoro che non ci fa stare bene. La seconda cosa da fare è ragionare con un’ottica non immediata, ma prospettica.

“Cerca di capire cosa non va esattamente: sei poco motivato, hai problemi relazionali in azienda, senti il peso del lavoro giornaliero?”, aggiunge D’Incau. A volte inserire una giornata settimanale di smartworking fa bene, oppure chiedere al proprio capo o a Hr di essere spostato su altri progetti o a un settore diverso. Non sempre è necessario cambiare azienda.

Se è arrivato il momento di tagliare il cordone ombelicale

Se invece è arrivato davvero il momento di una svolta bisogna elaborare una strategia di cambiamento del lavoro. Ma una volta presa la decisione non bisogna precipitarsi nel rimettersi in gioco, ma mantenersi decisi e preparasi bene alla svolta.

“Il lavoro dei sogni forse non esiste, ma se pensi con terrore a un altro anno identico col tuo lavoro, o con i tuoi colleghi, col tuo capo, è davvero arrivato il momento di tagliare il cordone ombelicale”, sottolinea D’Incau. A volte l’affetto che si prova per l’azienda o i colleghi “impedisce di prendere quella decisione che un headhunter invece consiglia sempre – sostiene D’Incau – mai rimanere nella stessa azienda per più di dieci anni”. Un po’ di energia nuova serve sempre, anche al lavoro.

Moda e Milano, un’accoppiata da record

Milano è tradizionalmente la città della moda e dello stile. E i numeri delle aziende attive nel settore lo confermano. All’ombra della Madonnina sono infatti 13mila le imprese del comparto, che danno lavoro a 100mila addetti. Tra produzione, commercio e design le imprese del settore generano un giro d’affari di oltre 20 miliardi di euro, circa un quinto del fatturato italiano delle imprese della moda, che supera i cento miliardi secondo i dati della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, in una elaborazione Monza Brianza Lodi su dati registro imprese, Aida – Bureau van Dijk e Istat 2019 e 2018. “Milano guida l’economia del Paese grazie ai settori creativi, a partire dalla moda e dal design. Grazie alla capacita innovativa in questi comparti, Milano è competitiva a livello internazionale. Si tratta di settori che negli ultimi anni hanno avuto una importante funzione di traino per la crescita dell’export milanese. A questa economia della conoscenza e delle idee, si accompagnano buon gusto e attenzione alla qualità. La Milano Fashion Week 2019 ha un importante impatto per il territorio, per promuovere e rafforzare l’attrattività internazionale di Milano” ha sottolineato Guido Bardelli, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

Bene anche a livello nazionale

In generale, però, l’intero Paese sembra essere votato alla moda e al design. Il comparto del fashion in Italia conta infatti 219mila imprese e 833mila addetti, per un giro d’affari che svetta oltre i cento miliardi all’anno. Nel design eccelle Milano con oltre 2mila imprese, seguita da Torino con 1.200 attività mentre nel commercio, tra ingrosso e dettaglio, nelle prime posizioni ci sono Napoli con circa 15mila imprese e Roma con 11mila. Milano, oltre ad essere prima per design, è al terzo posto in Italia per il commercio con 7mila imprese e al quarto per il manifatturiero moda, con 4mila imprese, dopo Prato e Firenze con 6mila e Napoli con 5mila. Sono 33 mila le imprese attive nel settore della moda in Lombardia, di cui oltre 13mila nella produzione moda, 16mila nel commercio e quasi 5mila nel design. Occupano circa 200mila addetti per un business di oltre 35 miliardi di euro all’anno.

La fotografia della Lombardia

Sempre in merito al settore moda, dopo Milano, che è naturalmente prima con oltre 13mila imprese, vengono Brescia (3.705), Bergamo (3.254) e Varese (3.168). Circa 2.500 le imprese, invece, a Como e Monza Brianza. Per addetti, dopo Milano, vengono Bergamo con circa 20mila, Brescia, Como e Varese con circa 15mila e Monza Brianza con quasi 10mila.

Italia, mercato del lavoro fermo anche per la seconda metà dell’anno

Il mercato del lavoro in Italia è fermo e, purtroppo, tale rimarrà anche nella seconda parte dell’anno. La cattiva notizia è emersa dall’Osservatorio sul mercato del lavoro di Itinerari Previdenziali (‘Dinamiche e linee di tendenza del secondo trimestre 2019’), curato dall’economista Claudio Negro. Insomma, salvo sorprese non ci sarà la tanto sperata ripresa dell’occupazione.  “È molto probabile che nel secondo semestre 2019 il mercato del lavoro continui a essere ‘in stallo’, eventualmente con un’ulteriore erosione delle ore lavorate a causa della cassa integrazione” afferma il rapporto.

Previsioni negative

“La crescita nominale dell’occupazione (che, peraltro, pare essersi arrestata) – riporta l’analisi – è avvenuta a spese delle ore lavorate e della retribuzione. All’uscita dalla crisi, il mercato del lavoro ha continuato cioè a muoversi su logiche difensive e ripartitorie, come si fosse ancora in piena crisi. Per il resto dell’anno, l’Istat prevede una dinamica del Pil sostanzialmente statica mentre, per quanto concerne l’indice di produzione industriale, la previsione è negativa nel secondo trimestre sia come dato congiunturale (rispetto cioè al trimestre precedente) che tendenziale (rispetto cioè a dodici mesi prima)”. “Non c’è dunque ragione di pensare -commenta Negro- a una significativa ripresa nella seconda parte dell’anno, tanto più che anche l’indice di fiducia delle imprese, in crescita secondo le ultime rilevazioni, segnala un clima ancora negativo per il settore manifatturiero, settore che potrebbe produrre occupazione più qualificata”.

Probabile curva piatta

“È probabile, perciò, che la curva dell’occupazione continui a essere piatta per tutto l’anno. Anzi, è probabile che gli effetti di Quota 100 e del reddito di cittadinanza, di cui non possiamo ancora apprezzare pienamente gli esiti, diano un ulteriore colpo al tasso di occupazione”, si legge nell’Osservatorio. “Il tasso di sostituzione di Quota 100 è valutato generalmente dagli operatori nel rapporto di 1 a 3 (un assunto ogni tre pensionati anticipati): teniamo conto che, al di là delle intenzioni di chi lo ha istituito, verrà in molti casi incontro alle esigenze delle imprese di flessibilizzare l’occupazione, come utile ed efficace alternativa alla cassa integrazione o alle procedure di esubero”.

In stallo anche il pubblico impiego

Pare non andare meglio anche nella pubblica amministrazione. “Nemmeno nel pubblico impiego, che dovrebbe ‘liberare’ più di 6.000 posti di lavoro e ben 16.000 nel caso della scuola, c’è la certezza di un turn over a somma zero, stante le ben note difficoltà normative e procedurali” ha dichiarato ad Adnkronos Claudio Negro.

Quanto costa la burocrazia alle imprese italiane? Nel 2019 più di 36 milioni di euro

Ogni anno l’importo delle spese legate alla burocrazia sulle Piccole e medie imprese italiane grava per circa 31 miliardi di euro, ma quest’anno l’onere aggiuntivo per espletare le nuove procedure richieste dovrebbe superare i 36 milioni di euro. Aumentano quindi i costi della burocrazia per le imprese italiane. Si tratta di una stima della Cgia di Mestre, che ricorda come questo dato sia il risultato del fatto che nel 2018 il numero complessivo degli oneri amministrativi introdotti sia stato superiore a quello degli adempimenti eliminati.

Italia in fondo alla classifica europea per qualità della Pubblica amministrazione

Per stessa ammissione dei ministeri “la burocrazia statale, in buona sostanza, non indietreggia, anzi torna ad avanzare – commenta il coordinatore della Cgia, Paolo Zabeo – contribuendo a diffondere le inefficienze e le storture del nostro sistema pubblico che, lo ricordiamo, presenta livelli medi di qualità tra i peggiori d’Europa”.

Dai risultati riportati nell’ultima indagine promossa dalla Commissione europea sulla qualità della Pubblica amministrazione emerge che su 28 Paesi monitorati l’Italia si colloca al 23° posto. Un risultato che ci relega nelle ultime posizioni della graduatoria generale: solo l’Ungheria, la Croazia, la Grecia, la Romania e la Bulgaria registrano delle performance inferiori alla nostra.

Livello medio della Pa italiana ancora insoddisfacente, nonostante punte di eccellenza

Tra le 192 regioni d’Europa monitorate in questa indagine promossa dalla Commissione europea, la prima realtà territoriale italiana è il Trentino Alto Adige, che si colloca al 118° posto della classifica. Seguono al 127° l’Emilia Romagna, al 128° il Veneto e al 131° la Lombardia.

Come evidenzia il segretario della Cgia, Renato Mason, “sebbene sia sempre sbagliato generalizzare, anche alla luce del fatto che possiamo contare su punte di eccellenza, il livello medio della nostra Amministrazione pubblica è ancora insoddisfacente”, riporta Adnkronos.

Al Sud qualità e imparzialità insufficienti, e la corruzione è difficile da contenere

Una situazione insoddisfacente soprattutto al Sud, “dove i livelli di qualità e di imparzialità sono insufficienti, mentre la corruzione è avvertita come un fenomeno molto diffuso e assai difficile da contenere” continua Mason..

Alla luce di questo scenario la Cgia invita quindi le istituzioni a semplificare il quadro normativo, e “cercare, ove possibile, di non sovrapporre più livelli di governo sullo stesso argomento – sottolinea ancora il segretario della Cgia  – e, in particolar modo, accelerare i tempi di risposta della Pubblica amministrazione”.

Trovare lavoro? Con la laurea è (un po’) più facile

Di questi tempi trovare un lavoro è un’impresa ardua per i giovani italiani. Eppure, per avere delle chance in più servirebbe… una laurea. Un titolo di studio universitario, infatti, protegge i ragazzi da una disoccupazione di lunga durata più di quanto non faccia la semplice licenza media o un diploma, che invece lascerebbero i ragazzi in balia delle crisi dei mercati. A confermare l’importanza di un titolo di studio qualificato è un Rapporto del dipartimento Welfare della Cgil che mette a confronto il 2007, anno che ha preceduto la grande crisi economica, con il 2018. “Il primo dato che salta agli occhi è la caduta netta del tasso di occupazione tra i giovani, in misura marcata per quelli con la sola licenzia media e i diplomati, più contenuta invece per i laureati”, riporta lo studio.

I dati del rapporto

Elaborato incrociando i dati con quelli dell’Istat, il report segnala che per i giovani tra i 20-24 anni con la licenza media il tasso di occupazione, in 11 anni, è precipitato di quasi 18 punti percentuali passando dal 50,5% del 2007 al 32,6% del 2018 a fronte di una flessione pari a zero per quelli con una laurea, e di soli 7,5 punti per i giovani con un diploma. Un trend analogo si registra per la classe 25-29 anni: l’occupazione che nel 2007 era al 60,6% è scesa nel 2018 al 47,7% facendo perdere, per chi è in possesso di una semplice licenzia media, circa 13 punti percentuali contro i 10 punti percentuali di differenza per i diplomati e i 9,8 punti dei laureati. Sul fronte della disoccupazione, lo scenari è particolarmente “nero”: il tasso infatti registra, in 11 anni, per i giovani che abbiano solo la licenza media un aumento “molto rilevante” che arriva a registrare anche peggioramenti di circa 20 punti percentuali tra la disoccupazione del 2007 e quella 2018 relativamente non solo ai ragazzi tra i 20 e i 24 anni ma anche per quelli tra i 25 ed i 29 anni. Se la crisi ha colpito tutti in merito al mercato del lavoro, evidenzia il rapporto, “ha colpito di più gli esclusi dalla scuola e dalla formazione e meno chi ha potuto frequentare con successo l’Università o ha concluso un ciclo secondario di istruzione superiore”.

Cresce il numero dei Neet

In Italia i giovani tra i 18 ed i 24 anni con solo la licenza media sono il 14% del totale, con punte del 20% al Sud, rispetto ad una media europea del 11%. Ancora più allarmante è il numero dei Neet, i ragazzi che non studiano nè lavorano: nel nostro Paese sono oltre 2 milioni, il 24% di chi ha fra i 15 e di 29 anni. Tuttavia, aumenta la quota dei giovani con una laurea: si è passati dal 15% del 2007 al 22% del 2018, anche se i livelli sono inferiori alla media europea.

Chi ha paura delle nuove tecnologie?

La maggioranza delle persone è preoccupata e poco favorevole alle tecnologie digitali quando vengono utilizzate per il tracciamento di dati e comportamenti personali. Quanto all’Intelligenza Artificiale, desta timore il suo utilizzo in ambito sanitario in sostituzione di alcune attività svolte normalmente dai medici. Oppure quando si valuta l’eventualità di una perdita del proprio lavoro in seguito all’introduzione di processi di automazione.

A livello globale regnano preoccupazione e ambivalenza, ma con una grande differenza tra i diversi Paesi. La quota di coloro che sono contrari all’uso di app che raccolgono e tracciano dati personali, ad esempio, va dall’80% in Indonesia al 9% in India e Brasile, mentre l’Italia registra il 60% di contrari.

Perdere il lavoro a causa dell’automazione

Si tratta dei risultati di un sondaggio condotto in 40 Paesi da Bva Doxa, in collaborazione con Win, network internazionale di società di ricerca di mercato. Secondo la ricerca, la preoccupazione di perdere il lavoro nei prossimi 10 anni a causa dell’automazione e dell’uso dell’AI è più elevata nei Paesi “low cost” (circa 40% nelle Filippine, Messico, Cina e Malesia). Al contrario, poco più della metà della popolazione mondiale (52%) non è preoccupata, e l’altra metà si divide in due parti quasi uguali fra lavoratori preoccupati (23%) e non lavoratori (25%).

In generale, gli uomini si sentono più sicuri delle donne (57% vs 48%), così come i soggetti più istruiti (67%), gli occupati a tempo pieno (70%) e gli individui di 35-54 anni (59% vs il 51% degli under 35 e il 45% degli over 54).

App e dati personali

Il 39% degli intervistati non fa uso di app che raccolgono e tracciano dati personali e questo rifiuto sale al 50% fra gli over 55 e al 62% fra i meno istruiti. Solo il 19% dichiara di non avere alcun problema a usare questo tipo di app, con valori più alti fra i giovani (25% fra i 18-24 anni) e i più istruiti (23% tra i laureati). Il grado di accettazione e rifiuto di app che fanno uso di dati personali varia enormemente fra i vari Paesi, e va dall’oltre 70% di contrari in Indonesia (80%), Perù (72%) e Vietnam (70%) a meno del 10% in India e Brasile (9%). In Italia i rejectors sono 6 su 10, al quinto posto nel ranking generale.

Intelligenza Artificiale e professioni mediche

L’impiego dell’AI in medicina è rifiutato invece da 3 persone su 10, con un picco di contrari in Germania (43%), e solo il 6% in Cina. Mentre in Italia i contrari sono il 41%. Solo il 7% poi si dichiara favorevole a una totale sostituzione, con valori più alti in India (24%), Libano (22%) e Cina (17%). Ciò potrebbe denotare una minore fiducia nel sistema sanitario di quei Paesi e rappresentare un appello ad un maggiore uso delle tecnologie per la cura dei pazienti. La maggior parte degli intervistati (53%) a livello mondiale però auspica che l’AI sia di supporto ai medici, ma non li sostituisca completamente. Mentre il rifiuto dell’AI in sostituzione dei medici è più alto in tutti i Paesi del G7 (Germania e Italia in particolare) con l’unica eccezione del Giappone (12%).