Marte, prossima frontiera. Quali sono i programmi Nasa per arrivarci

Obiettivo Marte. Il Pianeta Rosso, infatti, è dove vogliono arrivare gli scienziati di tutto il mondo, portando l’umanità oltre i confini della Terra. Per far sì che questo progetto diventi realtà, la Nasa ha messo a punto degli speciali addestramenti e tecnologie inedite. La palestra ideale per prepararsi al viaggio è la Stazione Spaziale Internazionale. Con l’esperienza ventennale e una poche modifiche, la Iss si presta infatti al tirocinio per le missioni umane che andranno sul Pianeta Rosso negli anni 2030. Un team multidisciplinare guidato dalla chief scientist della Nasa Julie Robinson – informa Global Science, il quotidiano online dell’Agenzia spaziale italiana – ha individuato almeno 4 step che possono spianare il percorso della Nasa verso Marte.

Il viaggio verso il Pianeta Rosso in 4 step

Come primo passo, gli scienziati – scrive askanews – vorrebbero prolungare le missioni sulla Iss. Di norma, infatti, la permanenza degli gli astronauti sul laboratorio orbitante è di sei mesi: bisognerebbe prolungarla almeno fino a un anno. Questo perché gli astronauti dovrebbero “allenarsi” a vivere nello spazio per più tempo, perché un viaggio su Marte, con l’attuale tecnologia di propulsione, dura otto o nove mesi. Per la Nasa, bisogna estendere la permanenza sulla stazione spaziale per conoscere meglio gli effetti sulla salute del volo spaziale di lunga durata. Finora sono tre gli astronauti statunitensi che hanno smarcato questo obiettivo di permanenza, ma l’agenzia governativa vorrebbe arrivare a 10 astronauti nel programma. In seconda battuta, la Nasa vorrebbe “pilotare” pienamente il progetto. “Dobbiamo avere la nostra navicella”, ha dichiarato Robinson. Finché la Nasa dipenderà dalla capsula spaziale russa Soyuz per il trasporto degli astronauti sulla Iss, controllare il programma dell’equipaggio sarà complesso. Si attende quindi la disponibilità di un veicolo privato come SpaceX’s Crew Dragon e Boeing Cst-100 Starliner per verificare lo stato fisico e le capacità degli astronauti dopo un volo spaziale di lunga durata.

Gli ultimi due punti del piano d’azione

Prima di volare veramente su Marte, ci sarà bisogno di una maggiore autosufficienza: è proprio questo è il terzo step da affrontare, soprattutto per mettersi al riparo da eventuali emergenze che potrebbero verificarsi su un corpo celeste estraneo. Infine,  deve proseguire il programma di esplorazione lunare Artemis della Nasa, che sarà un trampolino di lancio per Marte. Con la presenza stabile dal 2028 nell’avamposto lunare orbitante Gateway, in costruzione dal 2022, si farà tesoro delle tecniche necessarie per fare rotta su Marte: è questo è il quarto e ultimo passo per aprire la strada verso un nuovo mondo.

Milano, Monza Brianza Lodi: un territorio che fa impresa

E’ aumentato in maniera significativa il numero delle imprese attive sul territorio delle province di Milano Monza Brianza e Lodi. Lo rivelano gli ultimi dati della Camera di Commercio sulla natalità e mortalità delle imprese italiane nel terzo trimestre 2019 rilasciati da Unioncamere-InfoCamere. L’analisi ha evidenziato come nel periodo luglio-settembre 2019 le attività siano cresciute di ben 2.000 unità, rivelando un tessuto economico dinamico e in salute. Di queste attività, 1.611 sono le nuove imprese aperte a Milano da fine giugno, 159 quelle a Monza Brianza, 27 le neoimprese di Lodi. Le cifre sono il risultato  del bilancio fra le imprese nate (4.445 a Milano, 866 a Monza Brianza, 180 a Lodi) e quelle che hanno cessato l’attività (2.834 a Milano, 707 a Monza Brianza, 153 a Lodi) nel terzo trimestre dell’anno, da luglio a settembre. Il tasso di crescita del trimestre, +0,42% per Milano è superiore al +0,23% registrato a livello italiano, mentre Monza con +0,21% e Lodi con +0,16% sono poco più o meno in linea con il dato nazionale. 

Milano, nascono società di capitali e ditte individuali 

La maggior parte dell’intero saldo sotto la Madonnina è dovuto alle imprese costituite in forma di società di capitali (2.352 su 4.445 iscritte nel trimestre, iscritte nei primi nove mesi dell’anno in 8.805, +3% rispetto ai primi nove mesi dello scorso anno). A queste fanno seguito le imprese individuali (1.843 iscritte in tre mesi, 8.388 in nove mesi, +7,8%). Per settore, primi i servizi alle imprese con 1.024 iscrizioni, seguono il commercio con 611, le costruzioni con 450, industria, credito e turismo con oltre 200 imprese. 

Monza Brianza, il mercato vuole servizi alle imprese

La maggior parte dell’intero saldo nell’area Monza Brianza è dovuto alle imprese costituite in forma di ditta individuale (550 su 866 iscritte nel trimestre, iscritte nei primi nove mesi dell’anno in 2.415, +20% rispetto ai primi nove mesi dello scorso anno). Per settore, sono primi i servizi alle imprese con 194 iscrizioni, il commercio con 160, le costruzioni con 136.

Lodi, crescita nel settore del commercio

A Lodi, la maggior parte dell’intero saldo è dovuto alle imprese costituite in forma di ditta individuale (550 su 866 iscritte nel trimestre, iscritte nei primi nove mesi dell’anno in 2.415, +20% rispetto ai primi nove mesi dello scorso anno). Per settore, svettano al primo posto i servizi alle imprese con 194 iscrizioni, il commercio con 160, le costruzioni con 136.

Italiani e ricerca di lavoro online: meglio smartphone o pc?

La ricerca di un lavoro, un momento davvero delicato e spesso fondamentale per la carriera, si svolge più che mai sul web. E le candidature agli annunci di lavoro avvengono proprio attraverso tale modalità. In questo scenario, è interessante scoprire quali siano gli strumenti preferiti dai nostri connazionali per ricercare e valutare opportunità lavorative: in sostanza, gli italiani scelgono di sottoporre le loro candidature da smartphone o piuttosto da desktop? A questo quesito risponde PageGroup, società internazionale specializzata nel recruitment con i brand Page Executive, Michael Page e Page Personnel, che ha presentato i dati sul comportamento online dei potenziali candidati durante la ricerca di un nuovo posto di lavoro.

Quali sono le preferenze per candidarsi?

Quali sono le preferenze degli italiani quando si parla di candidature online? I dati di PageGroup confermano un trend valido per diversi settori, ovvero che l’utilizzo da mobile è in costante crescita: infatti, dal 2018 al 2019 gli utenti da smartphone sono aumentati del 23% per il brand Michael Page e ben del 34% per Page Personnel che, occupandosi di figure professionali più junior, attrae un maggior numero di giovani e quindi più abituati all’uso dello smartphone. Tuttavia, se la fase della ricerca di una posizione aperta è appannaggio del mobile, quando arriva il momento di candidarsi si preferisce lavorare da desktop: il tasso di conversione da quest’ultimo per Michael Page è infatti il doppio del dato da mobile. Lo stesso avviene anche per Page Personnel, dove le conversioni da desktop sono maggiori di quelle da smartphone. Occorre però fare una precisazione: sebbene gli italiani ad oggi preferiscano finalizzare le proprie candidature da desktop, il dato di utenti da mobile continua a crescere, sia in termini assoluti che di tassi di conversione, mentre per il desktop il valore rimane pressoché invariato e, in alcuni casi, è addirittura in flessione.

Il mondo del lavoro cambia insieme alla tecnologia

“Insieme al mondo del lavoro e della tecnologia, cambiano anche le abitudini dei candidati. Per questo motivo cerchiamo di andare sempre incontro alle nuove esigenze dei candidati, mettendo a disposizione gli strumenti migliori per trovare il lavoro giusto” ha detto Lorena Goffredo, Senior Marketing Manager Italia di PageGroup. La società ha infatti appena presentato una app che consente a tutti i potenziali candidati di accedere alle posizioni aperte sul sito in velocità e semplicità, anche da mobile, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo ci si trovi. Così da non farsi scappare l’annuncio che potrebbe cambiare la vita.

Al posto del capo preferisco un robot

Lo dice una recentissima ricerca: due dipendenti su tre preferirebbero essere guidati da un manager robot piuttosto che da uno in carne e ossa. Lo studio, commissionato dall’azienda tecnologica Oracle a Future Workplace coinvolgendo oltre 8.300 lavoratori in dieci paesi del mondo, Europa compresa (ma Italia esclusa) fornisce risultati quantomeno sorprendenti. Il 64% delle persone si fida di un robot più del proprio capo. E questa tendenza si spiega con l’importanza che l’intelligenza artificiale sta assumendo sempre più, cambiando il rapporto tra persone e tecnologia sul lavoro e  ridefinendo il ruolo che i team e i manager delle risorse umane devono svolgere nell’attirare, trattenere e sviluppare talenti.

AI, sempre più presente nelle nostre vite professionali

L’intelligenza artificiale acquista più rilievo con il 50% dei lavoratori che attualmente utilizza una qualche forma di AI al lavoro rispetto al solo 32% dell’anno scorso. I paesi dove l’AI è stata maggiormente adottata sono la Cina (77%) e l’India (78%); si tratta di valori circa doppi rispetto a Francia (32%) e Giappone (29%). Ma c’è di più: il 65% dei lavoratori che ha a che fare con collaboratori robotici si dice contento e ottimista. In particolare gli uomini, che hanno una visione più positiva dell’AI al lavoro rispetto alle donne, con percentuali rispettivamente del 32% e del 23%.

I lavoratori si fidano dei robot

La crescente adozione dell’intelligenza artificiale al lavoro ha poi un impatto significativo sul modo in cui i dipendenti interagiscono con i loro manager. Il 64% dei lavoratori intervistati ha detto che si fiderebbe di un robot più che del proprio manager e ben il 50%  si rivolge a una macchina anziché al proprio superiore per un consiglio. In particolare, analizzando le risposte espresse nei vari Paesi, si scopre che i dipendenti più fiduciosi nei confronti dell’intelligenza artificiale rispetto ai capi sono quelli di India (89%) e Cina (88%), seguiti da Singapore (83%), Brasile (78%), Giappone (76%), Emirati Arabi Uniti (74%), Australia/Nuova Zelanda (58%), Stati Uniti (57%), Regno Unito (54%) e Francia (56%). Anche in questo caso, sono di più gli uomini (5%) rispetto alle donne (44%) ad essersi rivolti all’AI per problematiche connesse al lavoro.

La tecnologia è meglio

Alla domanda su cosa possono fare i robot meglio dei loro manager, gli intervistati hanno affermato che i robot sono più bravi nel fornire informazioni imparziali (26%), nel mantenimento dei programmi di lavoro (34%), nella risoluzione dei problemi (29%) e nella gestione di un budget (26%). D’altro canto, gli intervistati ammettono che i manager “umani” sono più capaci delle macchine di comprendere i loro sentimenti (45%), di formarli (33%) e di creare una cultura del lavoro (29%).

Autunno, tempo di cambiare… lavoro: i 6 consigli di LinkedIn

L’autunno è tradizionalmente una stagione in cui il mercato del lavoro è più dinamico ed è perciò un buon momento per dare ulteriore slancio alla propria carriera, a qualsiasi livello, cercando una nuova opportunità lavorativa. Uno dei metodi più utilizzati per trovare un nuovo lavoro o nuove occasioni di business è sicuramente LinkedIn, il più grande network professionale online del mondo, dove, in termini di numero di posti di lavoro sulla piattaforma, l’autunno è proprio uno dei periodi di punta dell’anno. Così il social professionale ha messo in piedi una squadra di esperti delle dinamiche di lavoro, che ha realizzato una sorta di “lista” con i 6 consigli chiave che i professionisti italiani possono seguire con il fine di cogliere al meglio nuove opportunità di lavoro.  

1 Immagine del profilo

Una buona foto profilo aiuta a rendersi più riconoscibili sulla piattaforma, sia ai contatti già consolidati sia per attrarre nuovi possibili “peer” (contatti). La foto non deve essere perfetta, basta che risulti naturale. Dalle ricerca condotte da LinkedIn, è emerso che una buona immagine profilo può portare fino a nove volte in più di richieste di connessione.

2 Posizione aggiornata

E’ decisamente conveniente mantenere aggiornata la propria posizione lavorativa. E’ un elemento che aiuta a raccontare al meglio la propria storia professionale e a far aumentare di 8 volte le richieste di connessione.

3 Formazione e competenze

Formazione accademica e competenze acquisite sul campo andrebbero sempre messe in luce con chiarezza nel proprio profilo di LikedIn. In particolare, è consigliabile inserire almeno 5 competenze di base. Tra l’altro, la piattaforma ha attivato una nuova funzione che consente di valutare le competenze. Per ogni valutazione delle competenze superata, verrà rilasciato un certificato che apparirà sul proprio profilo LinkedIn, in modo che sia subito disponibile per i recruiter.

4 Di che settore sei? 

Aggiungere il settore professionale e industriale di competenza, nonché quello di maggiore interesse, è utile per trovare più facilmente nuove offerte di lavoro, eventi, contenuti formativi su LinkedIn e articoli di settore. 

5 Scrivi dove abiti

Non è una banalità: indicare la località in cui si vive potrebbe valere una crescita professionale. Molte aziende ricercano i talenti in base alla zona e si affidano alla località inserita nel profilo LinkedIn dei professionisti più interessanti.

6 Partecipare ai gruppi di discussione

Partecipare attivamente ai gruppi di discussione  può aiutare i professionisti a mettersi in luce con altri professionisti del proprio settore di competenza, creare nuove opportunità di business e trovare un nuovo lavoro.

Over 60 italiani sempre più attivi e ancora al lavoro

Abbandonare il mondo del lavoro quando si diventa “grandi”? Manco per niente. In Italia sono oltre 2 milioni gli over 60 che lavorano. E nella maggior parte dei casi non si tratta di necessità, ma di una libera decisione: ben il 55% degli over sixty lo fa per per scelta, anche se potrebbe smettere. Questo identikit del mercato del lavoro degli ultrasessantenni è il frutto di una ricerca di BVA Doxa, che rivela che solo il 15% dei senior indica i motivi economici come la motivazione principale a rimanere nel mondo del lavoro. Uno su 3 lavora ancora perché non può smettere, ma, se potesse, opterebbe per la pensione, anche se la maggior parte del campione è attivo, in salute e continua a guardare al futuro.

Non cala “la voglia di restare aggiornati”

Lavorare, però, per molti senior resta un modo per sentirsi giovani. Ben il 50% degli intervistati ha infatti dichiarato che per restare attivi professionalmente è necessario mantenere viva “la voglia di imparare e di restare aggiornati”, mentre il 45% afferma che serve “guadagnare dimestichezza con la tecnologia” e il 41% sostiene che così si può “creare un legame tra i giovani e le diverse generazioni”. Il 12% degli over 60 italiani crede di avere ancora “tanto da dare”. In sintesi, a 60 anni ci si sente ancora perfettamente vitali e capaci. Un approccio in linea con uno dei nuovi trend già evidenziati da BVA Doxa in una recente indagine secondo cui in Italia si inizia a sentirsi vecchi addirittura a 70 anni. Solo in Finlandia vi è la stessa percezione. Nel resto del mondo la percezione di inizio della vecchiaia scatta in media con il 56esimo compleanno.

Tecnologia strumento fondamentale

La tecnologia non spaventa la fascia di popolazione più grande, anzi: è uno strumento che potrebbe migliorare la qualità della vita. Oltre il 50% degli over 60 italiani trova che possa portare impieghi utili e concreti in ambiti come la sicurezza in casa, fuori casa, la salute e, non ultimo, il mondo del lavoro. Nel dettaglio: per gli attuali lavoratori senior “la tecnologia migliora la qualità del lavoro” (77%), “ottimizza i tempi necessari per svolgere le attività lavorative” (60%) e “permette di fare cose che altrimenti non si riuscirebbero a fare” (58%).

Non si smette mai di imparare

Per affrontare i cambiamenti, poi, gli over 60 dichiarano che sia necessario mantenersi al passo con i tempi. Le eventuali difficoltà in ambito lavorativo si sono avute per varie ragioni, a cominciare  dalla scarsa dimestichezza con le nuove tecnologie (38%), direttamente correlata alla “mancanza di una formazione adeguata da parte dell’azienda per l’uso dei nuovi strumenti” (31%). A seguire “il crescente utilizzo dell’inglese o di altre lingue non conosciute” (35%) e il “doversi rimettere ad imparare” (36%) connesso alla inadeguatezza delle competenze acquisite negli anni. Proprio per questo, il 74% del campione vorrebbe partecipare a corsi per l’apprendimento delle nuove tecnologie e il 49% desidera un maggior coinvolgimento nei momenti di incontro e confronto aziendale.

Studio Ipsos: Google, Amazon e Whatsapp sono i marchi più influenti

E’ Google il primo della classifica fra i The Most Influential Brands 2019, lo studio annuale che Ipsos, intervistando 4.550 italiani, realizza per scoprire quali siano i marchi in grado di influenzare maggiormente la vita delle persone. Sul podio, alle spalle del colosso di Mountain View, ci sono Amazon e Whatsapp. Alle loro spalle, marchi di primissimo piano come, nell’ordine, PayPal, Microsoft, YouTube, Samsung, FaceBook, Mulino Bianco e Visa. Rispetto all’anno scorso, la composizione del podio è invariata, mentre FaceBook è scesa dal quinto all’ottavo posto, forse per effetto dello scandalo Cambridge Analytica.

Esce Ikea (nel 2018 decima e ora tredicesima) mentre arriva il Mulino Bianco, unica azienda italiana del food presente nella top ten (nel 2018 solo diciannovesima). Instagram è al quarto posto per la Generazione Z (15- 21 anni), ma non compare in nessun’altra top ten per fasce di età. Netflix è al decimo posto per la Gen Z e alla sesta posizione per i Millennial (22-35). Nutella che pur non comparendo nel ranking generale, è al sesto posto per la GenZ, al nono per i Millennial e al decimo per i Boomers, cioè le persone tra i 53 e i 71 anni. 

I parametri che decretano il “potere”

Sono Trustworthy (fiducia, affidabilità), Engagement (coinvolgimento), Leading Edge (innovazione, capacità di far tendenza), Corporate Citizenship (impegno e ruolo sociale), Presence (presenza) i cinque fattori presi in esame da Ipsos per determinare l’influenza di una marca. Anche nel ranking MIB 2019 i fattori che più pesano nel far sì che un brand venga considerato influente dai consumatori sono la capacità dell’azienda di saper coinvolgere (30%), la sua propensione all’innovazione (27%) e la fiducia e il senso di affidabilità delle persone rispetto al brand (26%). Non stupisce quindi che nella top ten siano presenti ancora una volta tutti i big della digital economy e del tech.

Aumenta il peso dell’impegno sociale

Tra i cambiamenti più significativi all’interno delle opinioni espresse dagli intervistati spicca la crescita costante verso tematiche universali, quali ad esempio l’ambiente, i diritti umani e la gender equality. L’opinione pubblica e in generale le persone iniziano a chiedere alla politica, alle istituzioni, ai decison makers e quindi anche alle aziende, un’assunzione di responsabilità verso questi temi.  A riprova di questa tendenza in atto, nell’edizione 2019 dello studio ben il 60% degli italiani afferma infatti di sentire il bisogno di aziende che svolgano un ruolo attivo in ambito sociale, culturale e politico. Ai brand si chiede di prendere posizione senza temere le conseguenze: lo pensa il 62% degli intervistati d’accordo nell’affermare che se un’azienda sceglie di prendere una posizione forte su un tema sociale o politico non deve temere di perdere consenso o parte della clientela. Anzi, il 79% crede che sia possibile per una marca sostenere una buona causa e guadagnare allo stesso tempo.

Italia, paese gentile con i visitatori: siamo i quarti in Europa

Gli italiani sono universalmente riconosciuti come persone amabili e accoglienti e anche le ultime classifiche non fanno eccezione. Arriva infatti un’indagine che ha monitorato le risposte fornite dai viaggiatori a fine vacanza per scoprire quali siano i paesi più amichevoli con i visitatori. Tra le domande più ricorrenti, oltre a un giudizio su alloggio, cibo e posti visitati, c’’è anche quella sulla gentilezza delle persone e la disponibilità ad accogliere gli stranieri: e qui l’’Italia e gli italiani ne escono più che bene. Infatti, secondo il motore di ricerca di voli e hotel Jetcost, il nostro è uno dei paesi più accoglienti d’Europa: almeno così la pensa il 67% dei turisti. La Francia, invece, è vista come la meno ospitale. Lo studio ha coinvolto 3.500 persone, tutte di età superiore ai 18 anni e che fossero andate in vacanza almeno due volte negli ultimi tre anni.

Le nazioni più “carine” e quelle meno

In assoluto lo scettro del luogo più amichevole va ai Paesi Bassi, considerato una terra di persone cortesi dal 73% del campione. Seguono poi Portogallo (70%), Spagna – (69%) e al quarto posto l’Italia, con il 67% dei voti. Al contrario, i paesi europei giudicati più inospitali o “ostili” per i turisti sono risultati la Francia, l’Ungheria e la Svizzera.

Cosa piace dell’Italia

Oltre alla posizione positiva in classica, è interessante scoprire quali siano le motivazioni che hanno portato i viaggiatori europei a dare una valutazione positiva allo Stivale e alla sua gente. Le risposte più votate sono state, nell’ordine: “Sono stati molto accoglienti e amichevoli” 49%; “Hanno cercato di iniziare una conversazione con me” 38%; “Sorridevano tutti e facevano battute” 30%; “Hanno cercato di insegnarmi le loro abitudini” 25%; “Mi hanno invitato ad assaggiare i loro piatti tipici” 17%.

E cosa invece piace agli italiani

Per quanto riguarda i turisti italiani e le loro vacanze in Europa (500 intervistati), il 62% ha dichiarato che quando viaggia all’estero ama fare amicizia con la gente del posto, anche se la stragrande maggioranza (75%) ha detto che preferisce parlare con un connazionale (probabilmente per difficoltà linguistiche) piuttosto che con uno straniero. Solo il 17% preferirebbe non avere a che fare con altri italiani. Da Jetcost hanno commentato: “Non sorprende che l’Italia sia tra i paesi più amichevoli d’Europa, il senso dell’umorismo degli italiani, la semplicità, la solarità e la cordialità sono ben note in tutto il mondo. Ma è interessante notare che agli italiani piace fare amicizia con gli stranieri quando sono all’estero, anche se molti preferiscono ancora unirsi ai propri connazionali”.

Imprese, difficile trovare il personale adatto: 1 posizione su 4 è scoperta

In un momento in cui si parla tanto della difficoltà di trovare un’occupazione, specie per i giovani, emerge un altro dato sorprendente, che ribalta la visione del mercato del lavoro. In sofferenza sarebbero anche le aziende, che fanno fatica a coprire 1 posizione su 4 per mancanza di figure professionali adatte.

“Vacante” un milione di posti di lavoro

Stando così  lo scenario, non sorprende che in Italia oltre un milione di posti di lavoro (1 su 4, appunto) resti scoperto per la mancanza di figure adeguate. “Uno scandalo” ha commentato Piero Ichino, giurista, giornalista e politico italiano durante il recente convegno organizzato da Inaz, realtà italiana attiva nella produzione software ed erogazione servizi per l’amministrazione e la gestione delle risorse umane.

La formazione per vincere le sfide dell’occupazione

“La formazione efficace come diritto della persona” è stato il titolo del convegno, che ha acceso i riflettori sul “non senso” della disoccupazione giovanile. Ciò che non funziona nel nostro Paese sono proprio orientamento e formazione: “Eppure, in un mondo in cui tutto cambia a una velocità impressionante – ha sottolineato Linda Gilli, presidente e amministratore delegato di Inaz – la formazione, che deve essere permanente, funziona come primario fattore di protezione per il mondo del lavoro. Le imprese devono considerarla un investimento fondamentale, mentre i lavoratori stessi non devono sentirsi mai “arrivati”, ma devono essere sempre pronti ad accrescere le proprie competenze”.

Formazione in azienda

In Italia solo un diplomato su tre delle scuole tecniche, a due anni dal diploma, fa un lavoro coerente con quanto studiato (Eduscopio, 2018). Secondo Pietro Ichino, che ha fotografato ritardi e mancanze del nostro sistema assieme a Osservatorio Imprese Lavoro Inaz, “In Italia mancano i servizi indispensabili per un passaggio facile dalla scuola al lavoro, dall’orientamento al monitoraggio del tasso di coerenza tra formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi, con un gravissimo pregiudizio che pesa sulle attività manuali”. Come affrontare il problema? Sempre Ichino ha indicato un’azione da realizzare subito, cioè monitoraggio e misurazione dell’efficacia della formazione, incrociando e confrontando dati oggi frammentati e sparsi. Mentre lo Stato dimostra una grave lentezza nell’adottare soluzioni efficaci, il mondo imprenditoriale sperimenta da sé nuove soluzioni. “È vero che le aziende vorrebbero trovarsi persone già preparate da inserire velocemente; ma è anche vero che formarle “in casa” può essere un vantaggio, perché il processo di affiancamento arricchisce sia i nuovi entrati, sia i senior, che si scambiano vicendevolmente competenze e idee. Perché abbiamo parlato di formazione come diritto soggettivo della persona, ma è indispensabile anche un’altra cosa: il desiderio di migliorarsi e crescere” ha ribadito Linda Gilli.

Come cambiare lavoro. I consigli dell’headhunter

Dal punto di vista professionale è a settembre che inizia il nuovo anno. Ma se non siamo soddisfatti del lavoro attuale cosa possiamo fare per reinventarci e trovarne uno nuovo? Il primo consiglio è tracciare una linea di demarcazione precisa tra un’insoddisfazione insanabile e una leggera stanchezza. Una cosa è avere piccole aree di insoddisfazione, altra cosa è tornare a lavorare dopo le vacanze e sentire il peso di una montagna insormontabile da scalare. Nel primo caso, elaborare e risolvere le piccole aree di insoddisfazione non è difficile, nel secondo è necessario prendere atto che è opportuno effettuare alcuni cambiamenti, ma senza essere precipitosi.

Il consiglio arriva da Roberto D’Incau, headhunter & coach, nonché Ceo e fondatore di Lang&Partners, la società di consulenza HR italiana.

A volte il disagio è il segnale di un malessere più profondo

Il mantra “quasi quasi mi licenzio” vale sempre, “ma il mio consiglio è porsi un orizzonte temporale di almeno sei o dodici mesi per non fare scelte sbagliate”, spiega D’Incau . Cambiare non è facile, anche se siamo consapevoli di dover lavoro. La prima cosa da fare quindi è fare un vero e proprio bilancio, personale e professionale. “A volte il disagio verso il lavoro è infatti solo la punta di un iceberg, il segnale di un malessere più profondo che investe altre aree della nostra vita – continua l’headhunter -. Capita molto più spesso di quanto non si pensi, si dice ‘basta, voglio cambiare lavoro’ e invece si dovrebbe dire ‘basta, voglio cambiare vita’.

Non sempre è necessario cambiare azienda

Fare la diagnosi giusta perciò è già un primo passo verso la “guarigione”. Fare chiarezza, insomma, e chiedersi se davvero è quel lavoro che non ci fa stare bene. La seconda cosa da fare è ragionare con un’ottica non immediata, ma prospettica.

“Cerca di capire cosa non va esattamente: sei poco motivato, hai problemi relazionali in azienda, senti il peso del lavoro giornaliero?”, aggiunge D’Incau. A volte inserire una giornata settimanale di smartworking fa bene, oppure chiedere al proprio capo o a Hr di essere spostato su altri progetti o a un settore diverso. Non sempre è necessario cambiare azienda.

Se è arrivato il momento di tagliare il cordone ombelicale

Se invece è arrivato davvero il momento di una svolta bisogna elaborare una strategia di cambiamento del lavoro. Ma una volta presa la decisione non bisogna precipitarsi nel rimettersi in gioco, ma mantenersi decisi e preparasi bene alla svolta.

“Il lavoro dei sogni forse non esiste, ma se pensi con terrore a un altro anno identico col tuo lavoro, o con i tuoi colleghi, col tuo capo, è davvero arrivato il momento di tagliare il cordone ombelicale”, sottolinea D’Incau. A volte l’affetto che si prova per l’azienda o i colleghi “impedisce di prendere quella decisione che un headhunter invece consiglia sempre – sostiene D’Incau – mai rimanere nella stessa azienda per più di dieci anni”. Un po’ di energia nuova serve sempre, anche al lavoro.