Italiani fan del “mangiare fuori”: 86 miliardi di euro investiti in conti di ristoranti e bar

Gli italiani amano pranzare e cenare fuori casa. E questo nonostante gli anni di crisi: per molti nostri connazionali, evidentemente, non si risparmia sul ristorante. A dirlo sono gli ultimi dati stimati dalla Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) nel rapporto Ristorazione 2019 in cui la federazione analizza l’andamento del settore. Gli abitanti dello Stivale, rende noto la federazione, nel 2019 hanno lasciato in conti 86 miliardi di euro (+0,7%), un trend che in 11 anni, dal 2008 è aumentato di 5,5 miliardi in valore (+7,2%). La percentuale è ancora più significativa se si considera che, sul totale della spesa per il mangiare pari a 239 miliardi di euro nel 2019, il 36% è rappresentato proprio dal ‘fuori casa’. Scende invece la spesa per le provviste a casa, che negli ultimi 11 anni si è abbassata di circa 9 miliardi.

Oltre 1.300 euro a testa per mangiare fuori

Ogni italiano investe, in media, 1.362 euro l’anno per mangiare fuori casa. Ciò significa che amiamo spendere in consumazioni al bar, in pizzeria, al ristorante. A “pesare” su queste cifre sono anche i fan del bar: ogni giorno 5,4 milioni di italiani fanno colazione al bancone spendendo in media tra i 2 e i 3 euro per caffè, cappuccino e cornetto. Inoltre, per il pranzo durante la settimana consumato al bar la media è tra i 5 e i 10 euro per il 67,6% degli italiani. E ancora per un pranzo nel weekend 10,7 milioni di italiani almeno 2 volte al mese spendono tra i 16 e i 30 euro. Quando invece vanno al ristorante, i nostri connazionali prediligono i prodotti del territorio: sette consumatori su dieci prestano attenzione alla provenienza delle materie prime e il 54% vuole conoscere le origini dei piatti. Un’ulteriore tendenza che emerge dal rapporto Fipe è che i consumatori sono sempre più sensibili alla sostenibilità anche durante le scelte fuori casa: 7 su 10 sono attenti alle politiche green adottate dai ristoranti, il 37,7% verifica se è disponibile la doggy bag contro gli sprechi di cibo e il 36,7% chiede prodotti provenienti da allevamenti sostenibili.

Il rischio “abusivismo commerciale”

Il trend in crescita degli esercizi della ristorazione non è però esente da pericoli. Paninoteche, kebab, e “finti” take away sono aumentati del 54,7% negli ultimi 10 anni nei centri storici delle grandi città del nord e minacciano gravemente bar e ristoranti tradizionali, rileva la Fipe, al punto che nel settore si riscontra un elevato tasso di mortalità imprenditoriale. Dopo un anno chiude il 25% dei ristoranti; dopo 3 anni abbassa le serrande quasi un locale su due, mentre dopo 5 anni le chiusure interessano il 57% di bar e ristoranti. La Fipe parla di una concorrenza “fuori controllo” spesso associata ad “abusivismo commerciale”. .

Tecnologia di consumo: nel 2020 ci sarà una crescita del 2,5%

Sono tutte positive le previsioni per la tecnologia di consumo a livello globale. Dopo un 2019 statico per questo settore, l’anno appena iniziato fa ben sperare: lo dicono le analisi presentate da GfK in occasione dell’ultimo CES di Las Vegas. La società di ricerche stima infatti una crescita del +2,5% nel 2020 per il mercato globale della tecnologia di consumo. Quest’anno il giro d’affari dovrebbe raggiungere i 1,05 trilioni di euro a livello mondiale. La crescita sarà trainata da telecomunicazioni (+3%), piccoli elettrodomestici (+8%) e grandi elettrodomestici (+2%). Il mercato Tech & Durables dovrebbe quindi registrare performance positive ovunque, ma sarà soprattutto la regione Asia-Pacifico il mercato più importante, con una quota pari al 43% del fatturato globale.

La diffusione del 5G

In base alle stime presentate alla fiera americana, la diffusione del 5G riporterà alla crescita il settore delle telecomunicazioni, che rappresenteranno oltre il 43% del mercato, per un giro d’affari pari a 454 miliardi di euro a livello globale. La domanda di smartphone sarà trainata dalla Cina e dai Paesi emergenti dell’Asia. Innovazione, performance e premium continueranno ad essere i principali trend che influenzeranno le decisioni di acquisto. Nel 2020 i consumatori presteranno ancora maggiore attenzione alla convenienza, alla salute e al benessere. Anche per questo, continuerà a crescere la domanda di piccoli elettrodomestici, sia nei Paesi sviluppati che in quelli emergenti. Un altro tema centrale per i consumatori sarà la sostenibilità ambientale, anche nell’ambito dei prodotti tecnologici.

Cosa vogliono i consumatori del 2020

“Nel 2020 i consumatori saranno ancora più informati, più digitali e più esigenti e questo porterà ad una crescita di tutti i prodotti che offrono esperienze appaganti” spiega la previsione di GfK. Prestazioni elevate, innovazione e design ricercato sono le caratteristiche più apprezzate dai consumatori, come dimostrano i trend positivi di prodotti come i TV Oled (+19% a valore), i PC portatili per il gaming (+15%) e gli aspirapolvere senza fili (+23%). Gli smartphone con schermo grande almeno 6″ hanno rappresentato il 73% delle vendite nei primi nove mesi del 2019, mentre i modelli dotati di telecamere posteriori con più di 20MP hanno raggiunto una quota pari al 26% del mercato totale.

Vita più facile

Ma c’è di più, ed è una tendenza davvero trasversale e che non risparmia il mercato della tecnologia: circa la metà dei consumatori è disposta spendere di più per prodotti che semplificano la vita. E il trend trova conferma nel sempre maggiore successo di prodotti come i robot aspirapolvere (+18% a valore), le lavasciuga (+29%) e gli smartwatch (+48%).

Pmi italiane, nei prossimi due anni serviranno 200mila profili tecnici

Sono essenzialmente i profili tecnici quelli che le piccole e medie aziende italiane ricercheranno maggiormente nei prossimi due anni. Un’indicazione preziosa anche per chi deve terminare il proprio percorso di studi e vorrebbe assicurarsi – giocando in anticipo – un posto di lavoro per il futuro. Anche perché si presume che la richiesta da parte delle Pmi supererà il numero di candidati disponibili.

L’analisi dell’universo delle Pmi italiane

Il tessuto produttivo italiano è composto quasi esclusivamente da piccole e medie imprese. Quelle fino a 250 dipendenti sono il 99% del totale, e di queste il 95% sono imprese micro, con meno di 10 addetti. Altro dato importante: il 68% del valore aggiunto del sistema economico italiano proviene proprio dalle piccole e medie imprese (dati Istat). Un vero e proprio pilastro, dunque. Che rischia però nei prossimi anni di non riuscire a mettersi al passo con la rivoluzione digitale. È quanto emerge dall’ultima ricerca BVA Doxa realizzata per conto di Quadrifor dal titolo “Innovazione, digitalizzazione e competenze delle Pmi del terziario”. Obiettivo: raccogliere la voce dei quadri, manager apicali, spesso polifunzionali, che incidono nella definizione della strategia d’impresa. Tanto più che la loro opinione risulta fondamentale rispetto alla verifica di fattibilità dei processi di innovazione e digitalizzazione all’interno delle medie, piccole e piccolissime imprese italiane.

L’evoluzione dello scenario lavorativo nei prossimi  anni

I cambiamenti sono sempre più veloci e serrati, anche nel mondo del lavoro. Entro i prossimi cinque anni il 60% delle attuali competenze saranno obsolete e serviranno sempre più profili altamente specializzati. Non solo. Nei prossimi due anni ci sarà la necessità di assumere ex novo 200 mila profili tecnici, ma  – stando alla ricerca BVA Doxa per Quadrifor – se ne troveranno  sul mercato solo 1 su 3. Le competenze più richieste sono di analisi dei dati (55,7%), di digital marketing (39,8%), di social media management (37,7%) e di cybersecurity (36,0%). Quanto alle abilità meno centrate sulla tecnologia, sono ritenute prioritarie competenze di analisi e valutazione degli scenari, di gestione del lavoro in team, di rafforzamento di tutti quegli elementi di pensiero manageriale che assolvono ad un ruolo più significativo nella predisposizione al cambiamento e all’innovazione. La formazione continua diventa quindi sempre più un fattore competitivo. Resta però il nodo di dove, e come, reperire le risorse necessarie per assicurare una formazione veramente efficace e costante, anche se ricerche come questa mettono in luce le basi su cui fondare i programmi formativi.

L’ufficio del futuro? Silenzioso, luminoso e a contatto con la natura

Il benessere delle persone, in un perfetto bilanciamento tra salute psicologica, fisica e professionale, è sempre più al centro delle scelte delle grandi aziende di tutto il mondo. In sintesi, il welfare si concentra sulle esigenze dei singoli collaboratori affinché i luoghi di lavori siano sempre più salubri e piacevoli e, di conseguenza proattivi al fine una maggiore produttività. Un recente articolo de The Wall Street Journal, il celebre quotidiano americano, evidenzia proprio come diverse multinazionali internazionali si stiano adeguando a questo trend, affinché il dipendente possa esprimere i suoi bisogni relativi alla qualità della vita lavorativa allo scopo di aumentare la produttività. Lo spazio lavorativo è l’ambiente in cui il lavoratore passa più ore al giorno: proprio da questa apparentemente banale osservazione nasce la necessità di adeguare gli uffici del presente – e ancor più quelli del prossimo futuro – agli standard di work life balance. Gli elementi clou su cui si basa questa evoluzione sono essenzialmente silenzio, privacy, contatto ravvicinato con la natura e la luce naturale, come sottolinea il rapporto Wewelfare.it.

Cosa hanno già fatto i “colossi”

American Airlines Group Inc., di cui fa parte la famosa compagnia aerea,  ha pensato soprattutto al benessere fisico dei dipendenti. Così ha fatto progettare delle speciali scrivanie che rispondessero all’esigenza dei propri lavoratori di avere più spazio per le gambe. Expedia Group Inc, altro big della rete specializzato in turismo, prima di costruire la sua nuova sede di Seattle ha realizzato in città un piccolo ufficio con l’obiettivo di effettuare prove relative al design delle luci, alle scelte dell’arredamento e al piano di suddivisione degli uffici: grandi porte scorrevoli a vetri che vengono aperte sull’esterno quando il meteo lo permette, e una sala conferenze a forma di nave con un muro di finestre che affacciano su Elliot Bay.

Ma McDonald’s a Walmart

Ma ci sono esempi ancora più “personalizzati” e adattabili alle esigenze di ogni dipendente. Ad esempio McDonalds’s Corp. – sì, proprio la celebre catena di ristoranti a stelle e strisce – ha creato un’app che permette ai singoli impiegati di agire sulla temperatura del proprio posto di lavoro personalizzandola a seconda dei propri gusti e delle proprie sensazioni. Walmart, multinazionale statunitense proprietaria dell’omonima catena di negozi al dettaglio, ha iniziato a costruire quest’estate un campus di 10 edifici, percorsi camminabili, un centro ricreativo per bambini, una palestra e un albergo. Il tutto per far star bene i propri lavoratori: perché un dipendente felice produce di più.

Consumatori e imprese, a fine anno sale la fiducia

Il 2019 si chiude con qualche spiraglio di ottimismo da parte di cittadini e imprenditori. In base ai dati raccolti a dicembre 2019, l’Istat stima un miglioramento sia dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 108,6 a 110,8) sia dell’indice composito del clima di fiducia delle imprese ( da 99,2 a 100,7). L’aspetto più positivo dell’analisi è che tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori mostrano miglioramenti: il clima economico registra un incremento da 116,5 a 120,7, il clima personale cresce da 105,8 a 106,8, il clima corrente aumenta da 106,8 a 108,8 e il clima futuro passa da 110,2 a 112,2. Con riferimento ai consumatori, l’indice di fiducia recupera parzialmente la caduta dello scorso mese riportandosi leggermente al di sotto del livello raggiunto a ottobre 2019. La dinamica positiva dell’indice è condizionata da opinioni sulla situazione economica dell’Italia e da giudizi sulla situazione personale in deciso miglioramento. Dal lato dei consumatori si tratta di una risalita dell’indice dopo due segni meno consecutivi, per le imprese si tratta del secondo segno più consecutivo che permette all’indice di ritrovare i livelli massimi dallo scorso luglio, quando si arrivò a quota 101.

Ottimismo anche per le imprese

Per quanto riguarda le imprese, in tutti i settori i giudizi sul livello degli ordini e della domanda sono in miglioramento, mentre gli imprenditori sono più cauti per quanto riguarda le relative attese che sono in aumento con decisione soprattutto nelle costruzioni e nei servizi. Sempre in merito al mondo delle imprese,  l’indice di fiducia mostra segnali di lieve miglioramento nel settore manifatturiero (da 99,0 a 99,1), mentre i settori nei quali la crescita è più sostenuta sono le costruzioni (da 137,1 a 140,1), i servizi (da 99,7 a 102,2) e il commercio al dettaglio (da 108,3 a 110,9).

I settori che vedono “rosa”

Più in particolare, nell’industria manifatturiera da un lato migliorano i giudizi sugli ordini, dall’altro peggiorano sia i giudizi sulle scorte di prodotti finiti sia le attese di produzione. Nelle costruzioni, l’evoluzione positiva dell’indice è trainata dal miglioramento sia dei giudizi sugli ordini sia delle attese sull’occupazione. Per quanto concerne i servizi di mercato, l’incremento dell’indice riflette una dinamica positiva di tutte le componenti; nel commercio al dettaglio si assiste ad un deciso miglioramento dei giudizi sulle vendite e sulle scorte di magazzino a cui si uniscono attese sulle vendite in diminuzione. Tra i circuiti distributivi analizzati, si segnala che l’aumento della fiducia è diffuso prevalentemente alla grande distribuzione. Per il commercio al dettaglio si tratta del livello massimo da due anni.

Italiani e web: 39 milioni di italiani connessi alla rete nel 2019

Cresce in Italia l’utilizzo di Internet, però ancora una larga fascia della popolazione ha competenze digitali basse. Per fornire qualche numero, nel corso del 2019 38 milioni 796 mila persone di 6 anni e oltre (il 67,9% della popolazione) hanno navigato almeno una volta in Rete nell’arco di tre mesi: si tratta di un incremento di 812mila unità in più rispetto all’anno precedente. Nel nostro Paese aumenta soprattutto la quota di internauti che si collegano a Internet quotidianamente (dal 51,3 al 53,5%). I giovani si confermano i più assidui utilizzatori della Rete (oltre il 90% dei 15- 24enni), ma la diffusione comincia a essere significativa anche tra i 65-74enni, tra i quali la quota di internauti raggiunge il 41,9%. Sono solo alcuni dei dati Istat contenuti nel report su “Cittadini e Ict”. 

La banda larga per tre famiglie su quattro

La percentuale di famiglie italiane che possono contare sull’accesso a Internet è del 76,1% e di queste il 74,7% dispone di una connessione a banda larga. Una cifra che, nelle aree metropolitane, sale a toccare il 78,1%. Tra le famiglie resta un forte divario digitale da ricondurre soprattutto a fattori generazionali e culturali. La quasi totalità delle famiglie con almeno un minorenne dispone di un collegamento a banda larga (95,1%); tra le famiglie composte esclusivamente da persone ultrasessantacinquenni tale quota scende al 34,0%.

Le ragioni di chi non ce l’ha

La maggior parte delle famiglie senza accesso a Internet da casa indica come principale motivo la mancanza di capacità (56,4%) e il 25,5% non considera Internet uno strumento utile e interessante. Seguono motivazioni di ordine economico legate all’alto costo dei collegamenti o degli strumenti necessari (13,8%), mentre il 9,2% non naviga in Rete da casa perché almeno un componente della famiglia accede a Internet da un altro luogo.

Un italiano su due fa shopping on line

Indipendentemente dal dispositivo utilizzato, le attività più diffuse sul web sono quelle legate all’utilizzo di servizi di comunicazione che consentono di entrare in contatto con più persone contemporaneamente.

Più della metà degli utenti di Internet di 14 anni e più ha acquistato online (57,2%, pari a 20 milioni 403 mila persone); in particolare, il 36,1% ha ordinato o comprato merci o servizi negli ultimi 3 mesi, il 12,1% nel corso dell’anno e il 9,0% più di un anno fa. I dati Istat rivelano inoltre che fra la popolazione di 14 anni e più, il 91,8% ha utilizzato lo smartphone, il 43,3% accede tramite PC da tavolo, il 27,2% utilizza il laptop o il netbook. Segue chi si avvale del tablet (25,7%) mentre il 6,1% utilizza e-book, smart watch o altri dispositivi mobili.

Black Friday, shopping per 3 italiani su 4

Di anno in anno il Black Friday, la giornata (o meglio le giornate) in cui è possibile fare shopping sulle maggiori piattaforme on line beneficiando di forti sconti, è diventato una realtà consolidata anche in Italia. Attendiamo infatti l’ultimo venerdì di novembre per sbizzarrirci con gli acquisti in rete, sperando di fare un affarone anche in vista dell’imminente Natale. Che questo appuntamento di “consumo” sia ormai nel dna dei nostri connazionali è confermato anche da una recentissima ricerca di BVA Doxa per conto dell’Osservatorio Findomestic. Secondo l’Osservatorio Findomestic, infatti, quasi la totalità degli italiani (il 97%) sa cosa sia il Black Friday e quasi il 60% ha effettuato almeno un acquisto nelle edizioni precedenti. Per il 29% degli intervistati, i saldi invernali arrivano troppo tardi mentre per il 31% il “venerdì nero” non ha eguali in termini di sconti ed è dunque un’occasione da non perdere.

Tre su quattro si danno agli acquisti

In base ai dati, risulta che ben tre italiani su quattro fanno acquisti durante il Black Friday 2019. Di questi, oltre la metà spenderà fino a 300 euro e il 13% metterà sul piatto addirittura tra i 500 e i 1.000 euro. Rispetto all’anno scorso, aumenta addirittura del 39% la quota di italiani che si dichiara pronta a metter mano al portafoglio. In particolare, sono soprattutto i residenti del Centro (77%) e del Sud Italia (80%) a dirsi pronti a spendere.

Fino a 1.000 euro di budget

Secondo i dati raccolti da BVA Doxa, oltre la metà degli intervistati (52%) prevede di spendere fino a 300 euro per gli acquisti nel giorno del Black Friday. Mai come quest’anno il “venerdì nero” e il successivo “Cyber Monday” di lunedì 2 dicembre sono utilizzati per risparmiare anche in vista dei regali di Natale. Il 41% di chi ha intenzione di fare acquisti li farà anche per conto di altri e l’avvicinarsi delle festività di fine d’anno è uno dei motivi che porta a prevedere una spesa tra i 300 e i 500 euro da parte di un quarto deglidegli italiani mentre il 13% spenderà da 500 a 1.000 euro.

Abbigliamento la categoria più gettonata

Non si scappa, la moda è il settore che piace di più. L’abbigliamento, confermando il dato degli acquisti dichiarato dagli intervistati per il Black Friday 2018, è quello a cui puntano gli italiani anche per l’appuntamento 2019: il 51% lo mette al primo posto nella lista dei desideri seguito dagli elettrodomestici (26%). Gli smartphone si fermano al 3° posto (23%), ma conquistano tre posizioni rispetto al 2018, e si collocano quasi alla pari di cosmetici e profumeria (22%).


Lavoro, ricerca LinkedIn: in Europa meno occasioni per i talenti dell’AI

I talenti capaci di padroneggiare i segreti dell’Intelligenza artificiale sono davvero ricercati in ogni angolo del mondo da aziende e organizzazioni? A questa domanda risponde una recente ricerca condotta da LinkedIn, il grande network professionale online. L’analisi prende in considerazione gli ultimi trend legati alla presenza di talenti nel settore delle Intelligenze Artificiali nel mercato del lavoro in Italia e in Europa. Nel particolare, l’ultimo report di LinkedIn (intitolato AI talent in the Labour market) dimostra come la distribuzione disomogenea e disuguale di questi talenti sta limitando il potenziale dell’Italia e dell’Europa nel diventare un reale polo di innovazione nel campo dell’Intelligenza Artificiale a livello mondiale.

Più svantaggiati i talenti in Europa (e in Italia)

I talenti operanti nel campo delle AI in Italia e in Europa sono al momento svantaggiati rispetto ad altri mercati. Negli Stati Uniti, ad esempio, vengono assunte il doppio delle persone qualificate per le AI rispetto all’Europa, nonostante la forza lavoro totale americana ne rappresenti solo la metà. Allo stesso tempo, la ricerca rileva che l’Europa può recuperare rapidamente il ritardo: la formazione e l’aggiornamento professionale dei talenti “vicini alle IA” potrebbe raddoppiare le dimensioni dell’attuale forza lavoro operante in questo settore all’interno dell’Unione Europea. 

Non c’è distribuzione omogenea

I talenti operanti nel settore delle Artificial Intelligence nell’Unione Europea non sono distribuiti in modo uniforme. Solo tre paesi in Europa ospitano da soli la metà di tutti i professionisti che operano nel settore delle AI, ovvero Regno Unito (24%), Germania (14%) e Francia (12%). Altri paesi che attraggono un buon numero di talenti in questo ambito, sono Irlanda, Finlandia, Cipro, Lussemburgo, Svezia e Paesi Bassi.  In questa classifica, l’Italia si posizione ad un livello medio-basso con appena il 7,32% sul totale, ovvero con un valore tre volte inferiore rispetto al Regno Unito, e metà della Germania.
Solo i big europei attraggono i talenti

In Europa, sono le grandi aziende ad attrarre il numero maggiore di talenti nel settore delle AI. A differenza degli Stati Uniti, dove sono le startup e le aziende cosiddette “native digitali” a dimostrarsi più propense all’adozione delle nuove tecnologie di Intelligenza Artificiale, e conseguentemente ad assumere i lavoratori con le giuste competenze in questo ambito, in Europa solo le grandi aziende stanno realmente investendo in questa tecnologia. La concentrazione maggiore di talenti delle IA in Europa si rileva nell’ambito accademico e della ricerca, fenomeno particolarmente valido per Italia e Spagna. Infine, la ricerca di LinkedIn sottolinea un divario legato al genere: solo il 16% dei lavoratori nel campo delle AI in Europa è rappresentato da donne (ma in Italia tocca il 25%).

Partite Iva, nuove aperture a +5,7% nel terzo trimestre del 2019

Aumenta “l’esercito” delle Partite Iva italiane. Solo nell’ultimo trimestre del 2019, si è infatti registrato un aumento degli autonomi di ben il 5,7%. I dati sono il frutto dell’Osservatorio sulle partite IVA del Ministero delle Finanze. ,

Nel terzo trimestre del 2019 sono state aperte 101.498 nuove Partite Iva, che corrispondono a una crescita rispetto allo stesso periodo dello scorso anno del 5,7%.

Chi apre la partita Iva

L’analisi mostra, in merito alla distribuzione per natura giuridica, che il 72,3% delle nuove aperture di Partita Iva è stato operato da persone fisiche, il 21,6% da società di capitali, il 3,2% da società di persone; la quota dei “non residenti” ed “altre forme giuridiche” rappresenta complessivamente il 2,5% del totale delle nuove aperture. In particolare, rispetto al primo trimestre del 2018, l’aumento più significativo si è avuto per quanto riguarda le persone fisiche (+8,3%). Il fenomeno è da attribuirsi soprattutto alle nuove adesioni al regime forfetario: nel periodo in esame 49.171 nuovi avvianti hanno aderito al regime (48,4% del totale delle nuove aperture), con un aumento del 30,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le forme societarie accusano invece un calo: -3,6% per le società di capitali e -4,9% per le società di persone. E’ interessante notare anche la crescita delle aperture da parte di soggetti non residenti (+44%), come già rilevato in altri trimestri, legato allo sviluppo della web economy.

Più aperture al Nord e nel commercio

Per ciò che concerne la distribuzione geografica, il 44,3% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 22,1% al Centro e il 33,2% al Sud e Isole. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente evidenzia che i principali incrementi di avviamenti sono avvenuti in Piemonte (+16,2%), in Lombardia (+11,5%) e in provincia di Bolzano (+11,2%). Le diminuzioni più consistenti in Valle d’Aosta (-19,7%), Calabria (-3,6%) e Sardegna (-3%).

In base alla classificazione per settore produttivo, il commercio registra il maggior numero di nuove Partite Iva con il 20,5% del totale, seguito dalle attività professionali (16,1%) e dalle costruzioni (9,2%). Rispetto al terzo trimestre del 2018, tra i settori principali i maggiori aumenti si segnalano nell’istruzione (+21,2%), nelle attività professionali (+16,2%) e nei servizi d’informazione (+13,6%). L’unico settore in flessione è la sanità (-5,8%).

Più uomini, giovani e cresce la quota degli stranieri

Tornando alle persone fisiche, l’ultimo Osservatorio mostra una sostanziale stabilità per quanto riguarda la ripartizione di genere: gli uomini rappresentano il 62,7%. Il 46% delle nuove aperture è stato avviato da giovani fino a 35 anni, ma c’è anche una notevole quota –  il 32% – composta da soggetti appartenenti alla fascia dai 36 ai 50 anni. Infine, in base al Paese di nascita degli avvianti, si evidenzia che il 19,4% delle aperture è effettuato da una persona nata all’estero.

Dicembre 2019: via agli incentivi per decoder e smart tv

Già stanno entrando in numero sempre più consistente nelle case degli italiani e ora ci sarà un buon motivo in più per acquistare sistemi per smart tv e decoder, le ultime frontiere della fruizione televisiva. Infatti, dal prossimo dicembre, diventeranno effettivi gli incentivi fiscali destinati a chi compra questi apparecchi. La novità è stata confermata al Tavolo TV 4.0 al Ministero dello Sviluppo economico, presieduto dal Sottosegretario Mirella Liuzzi, con i rappresentanti delle autorità competenti in materia, gli operatori televisivi e le associazioni di categoria. Questa novità, insieme a un pacchetto di altre iniziative, sono state attivate dal Ministero per supportare la transizione del sistema radiotelevisivo verso la nuova tecnologia Dvb-T2. Come riporta adnkronos, si allarga così il ventaglio di vantaggi messo in campo dal Ministero per integrare il percorso già avviato lo scorso anno.

Gli interventi sul tavolo dei lavori

Gli addetti ai lavori, i tecnici e gli esponenti della politica si sono così confrontati su diversi temi: i criteri e le modalità di erogazione di indennizzo per le tv locali; il calendario di dettaglio della road map della prima fase dello spegnimento delle reti delle aree tecniche; i prossimi adempimenti di competenza dell’Agcom previsti dalla legge; i contenuti del decreto interministeriale Mise-Mef per l’erogazione dei contributi a favore dei cittadini per l’acquisto di smart tv e decoder di prossima pubblicazione; le prime iniziative da mettere in campo per comunicare ai cittadini il passaggio al Dvb-T2. E’ “fondamentale accompagnare la transizione del sistema radiotelevisivo al Dvb-T2 con opportune campagne e azioni informative coordinate dal Mise, per guidare i cittadini nel cambiamento tecnologico. A tal riguardo, abbiamo invitato gli operatori televisivi a presentare in tempi brevi una proposta per un piano di comunicazione condiviso e unitario” ha detto il Sottosegretario Liuzzi.

Allargare la platea dei cittadini ammessi a usufruire del contributo

Per quanto riguarda gli incentivi per chi acquista decoder e smart tv, questi saranno operativi da dicembre, con la pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale. “E’ nostro obiettivo incrementare gli attuali 151 milioni di euro richiedendo un nuovo finanziamento della misura per allargare la platea dei cittadini ammessi ad usufruire del contributo” ha concluso Liuzzi. Il bonus sarà rappresentato da uno sconto, che dovrebbe avere una durata triennale, e che permetterà ai cittadini meno abbienti di accedere ai nuovi sistemi tv di ultima generazione.