Imprese, difficile trovare il personale adatto: 1 posizione su 4 è scoperta

In un momento in cui si parla tanto della difficoltà di trovare un’occupazione, specie per i giovani, emerge un altro dato sorprendente, che ribalta la visione del mercato del lavoro. In sofferenza sarebbero anche le aziende, che fanno fatica a coprire 1 posizione su 4 per mancanza di figure professionali adatte.

“Vacante” un milione di posti di lavoro

Stando così  lo scenario, non sorprende che in Italia oltre un milione di posti di lavoro (1 su 4, appunto) resti scoperto per la mancanza di figure adeguate. “Uno scandalo” ha commentato Piero Ichino, giurista, giornalista e politico italiano durante il recente convegno organizzato da Inaz, realtà italiana attiva nella produzione software ed erogazione servizi per l’amministrazione e la gestione delle risorse umane.

La formazione per vincere le sfide dell’occupazione

“La formazione efficace come diritto della persona” è stato il titolo del convegno, che ha acceso i riflettori sul “non senso” della disoccupazione giovanile. Ciò che non funziona nel nostro Paese sono proprio orientamento e formazione: “Eppure, in un mondo in cui tutto cambia a una velocità impressionante – ha sottolineato Linda Gilli, presidente e amministratore delegato di Inaz – la formazione, che deve essere permanente, funziona come primario fattore di protezione per il mondo del lavoro. Le imprese devono considerarla un investimento fondamentale, mentre i lavoratori stessi non devono sentirsi mai “arrivati”, ma devono essere sempre pronti ad accrescere le proprie competenze”.

Formazione in azienda

In Italia solo un diplomato su tre delle scuole tecniche, a due anni dal diploma, fa un lavoro coerente con quanto studiato (Eduscopio, 2018). Secondo Pietro Ichino, che ha fotografato ritardi e mancanze del nostro sistema assieme a Osservatorio Imprese Lavoro Inaz, “In Italia mancano i servizi indispensabili per un passaggio facile dalla scuola al lavoro, dall’orientamento al monitoraggio del tasso di coerenza tra formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi, con un gravissimo pregiudizio che pesa sulle attività manuali”. Come affrontare il problema? Sempre Ichino ha indicato un’azione da realizzare subito, cioè monitoraggio e misurazione dell’efficacia della formazione, incrociando e confrontando dati oggi frammentati e sparsi. Mentre lo Stato dimostra una grave lentezza nell’adottare soluzioni efficaci, il mondo imprenditoriale sperimenta da sé nuove soluzioni. “È vero che le aziende vorrebbero trovarsi persone già preparate da inserire velocemente; ma è anche vero che formarle “in casa” può essere un vantaggio, perché il processo di affiancamento arricchisce sia i nuovi entrati, sia i senior, che si scambiano vicendevolmente competenze e idee. Perché abbiamo parlato di formazione come diritto soggettivo della persona, ma è indispensabile anche un’altra cosa: il desiderio di migliorarsi e crescere” ha ribadito Linda Gilli.

Come cambiare lavoro. I consigli dell’headhunter

Dal punto di vista professionale è a settembre che inizia il nuovo anno. Ma se non siamo soddisfatti del lavoro attuale cosa possiamo fare per reinventarci e trovarne uno nuovo? Il primo consiglio è tracciare una linea di demarcazione precisa tra un’insoddisfazione insanabile e una leggera stanchezza. Una cosa è avere piccole aree di insoddisfazione, altra cosa è tornare a lavorare dopo le vacanze e sentire il peso di una montagna insormontabile da scalare. Nel primo caso, elaborare e risolvere le piccole aree di insoddisfazione non è difficile, nel secondo è necessario prendere atto che è opportuno effettuare alcuni cambiamenti, ma senza essere precipitosi.

Il consiglio arriva da Roberto D’Incau, headhunter & coach, nonché Ceo e fondatore di Lang&Partners, la società di consulenza HR italiana.

A volte il disagio è il segnale di un malessere più profondo

Il mantra “quasi quasi mi licenzio” vale sempre, “ma il mio consiglio è porsi un orizzonte temporale di almeno sei o dodici mesi per non fare scelte sbagliate”, spiega D’Incau . Cambiare non è facile, anche se siamo consapevoli di dover lavoro. La prima cosa da fare quindi è fare un vero e proprio bilancio, personale e professionale. “A volte il disagio verso il lavoro è infatti solo la punta di un iceberg, il segnale di un malessere più profondo che investe altre aree della nostra vita – continua l’headhunter -. Capita molto più spesso di quanto non si pensi, si dice ‘basta, voglio cambiare lavoro’ e invece si dovrebbe dire ‘basta, voglio cambiare vita’.

Non sempre è necessario cambiare azienda

Fare la diagnosi giusta perciò è già un primo passo verso la “guarigione”. Fare chiarezza, insomma, e chiedersi se davvero è quel lavoro che non ci fa stare bene. La seconda cosa da fare è ragionare con un’ottica non immediata, ma prospettica.

“Cerca di capire cosa non va esattamente: sei poco motivato, hai problemi relazionali in azienda, senti il peso del lavoro giornaliero?”, aggiunge D’Incau. A volte inserire una giornata settimanale di smartworking fa bene, oppure chiedere al proprio capo o a Hr di essere spostato su altri progetti o a un settore diverso. Non sempre è necessario cambiare azienda.

Se è arrivato il momento di tagliare il cordone ombelicale

Se invece è arrivato davvero il momento di una svolta bisogna elaborare una strategia di cambiamento del lavoro. Ma una volta presa la decisione non bisogna precipitarsi nel rimettersi in gioco, ma mantenersi decisi e preparasi bene alla svolta.

“Il lavoro dei sogni forse non esiste, ma se pensi con terrore a un altro anno identico col tuo lavoro, o con i tuoi colleghi, col tuo capo, è davvero arrivato il momento di tagliare il cordone ombelicale”, sottolinea D’Incau. A volte l’affetto che si prova per l’azienda o i colleghi “impedisce di prendere quella decisione che un headhunter invece consiglia sempre – sostiene D’Incau – mai rimanere nella stessa azienda per più di dieci anni”. Un po’ di energia nuova serve sempre, anche al lavoro.

Moda e Milano, un’accoppiata da record

Milano è tradizionalmente la città della moda e dello stile. E i numeri delle aziende attive nel settore lo confermano. All’ombra della Madonnina sono infatti 13mila le imprese del comparto, che danno lavoro a 100mila addetti. Tra produzione, commercio e design le imprese del settore generano un giro d’affari di oltre 20 miliardi di euro, circa un quinto del fatturato italiano delle imprese della moda, che supera i cento miliardi secondo i dati della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, in una elaborazione Monza Brianza Lodi su dati registro imprese, Aida – Bureau van Dijk e Istat 2019 e 2018. “Milano guida l’economia del Paese grazie ai settori creativi, a partire dalla moda e dal design. Grazie alla capacita innovativa in questi comparti, Milano è competitiva a livello internazionale. Si tratta di settori che negli ultimi anni hanno avuto una importante funzione di traino per la crescita dell’export milanese. A questa economia della conoscenza e delle idee, si accompagnano buon gusto e attenzione alla qualità. La Milano Fashion Week 2019 ha un importante impatto per il territorio, per promuovere e rafforzare l’attrattività internazionale di Milano” ha sottolineato Guido Bardelli, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

Bene anche a livello nazionale

In generale, però, l’intero Paese sembra essere votato alla moda e al design. Il comparto del fashion in Italia conta infatti 219mila imprese e 833mila addetti, per un giro d’affari che svetta oltre i cento miliardi all’anno. Nel design eccelle Milano con oltre 2mila imprese, seguita da Torino con 1.200 attività mentre nel commercio, tra ingrosso e dettaglio, nelle prime posizioni ci sono Napoli con circa 15mila imprese e Roma con 11mila. Milano, oltre ad essere prima per design, è al terzo posto in Italia per il commercio con 7mila imprese e al quarto per il manifatturiero moda, con 4mila imprese, dopo Prato e Firenze con 6mila e Napoli con 5mila. Sono 33 mila le imprese attive nel settore della moda in Lombardia, di cui oltre 13mila nella produzione moda, 16mila nel commercio e quasi 5mila nel design. Occupano circa 200mila addetti per un business di oltre 35 miliardi di euro all’anno.

La fotografia della Lombardia

Sempre in merito al settore moda, dopo Milano, che è naturalmente prima con oltre 13mila imprese, vengono Brescia (3.705), Bergamo (3.254) e Varese (3.168). Circa 2.500 le imprese, invece, a Como e Monza Brianza. Per addetti, dopo Milano, vengono Bergamo con circa 20mila, Brescia, Como e Varese con circa 15mila e Monza Brianza con quasi 10mila.

Italia, mercato del lavoro fermo anche per la seconda metà dell’anno

Il mercato del lavoro in Italia è fermo e, purtroppo, tale rimarrà anche nella seconda parte dell’anno. La cattiva notizia è emersa dall’Osservatorio sul mercato del lavoro di Itinerari Previdenziali (‘Dinamiche e linee di tendenza del secondo trimestre 2019’), curato dall’economista Claudio Negro. Insomma, salvo sorprese non ci sarà la tanto sperata ripresa dell’occupazione.  “È molto probabile che nel secondo semestre 2019 il mercato del lavoro continui a essere ‘in stallo’, eventualmente con un’ulteriore erosione delle ore lavorate a causa della cassa integrazione” afferma il rapporto.

Previsioni negative

“La crescita nominale dell’occupazione (che, peraltro, pare essersi arrestata) – riporta l’analisi – è avvenuta a spese delle ore lavorate e della retribuzione. All’uscita dalla crisi, il mercato del lavoro ha continuato cioè a muoversi su logiche difensive e ripartitorie, come si fosse ancora in piena crisi. Per il resto dell’anno, l’Istat prevede una dinamica del Pil sostanzialmente statica mentre, per quanto concerne l’indice di produzione industriale, la previsione è negativa nel secondo trimestre sia come dato congiunturale (rispetto cioè al trimestre precedente) che tendenziale (rispetto cioè a dodici mesi prima)”. “Non c’è dunque ragione di pensare -commenta Negro- a una significativa ripresa nella seconda parte dell’anno, tanto più che anche l’indice di fiducia delle imprese, in crescita secondo le ultime rilevazioni, segnala un clima ancora negativo per il settore manifatturiero, settore che potrebbe produrre occupazione più qualificata”.

Probabile curva piatta

“È probabile, perciò, che la curva dell’occupazione continui a essere piatta per tutto l’anno. Anzi, è probabile che gli effetti di Quota 100 e del reddito di cittadinanza, di cui non possiamo ancora apprezzare pienamente gli esiti, diano un ulteriore colpo al tasso di occupazione”, si legge nell’Osservatorio. “Il tasso di sostituzione di Quota 100 è valutato generalmente dagli operatori nel rapporto di 1 a 3 (un assunto ogni tre pensionati anticipati): teniamo conto che, al di là delle intenzioni di chi lo ha istituito, verrà in molti casi incontro alle esigenze delle imprese di flessibilizzare l’occupazione, come utile ed efficace alternativa alla cassa integrazione o alle procedure di esubero”.

In stallo anche il pubblico impiego

Pare non andare meglio anche nella pubblica amministrazione. “Nemmeno nel pubblico impiego, che dovrebbe ‘liberare’ più di 6.000 posti di lavoro e ben 16.000 nel caso della scuola, c’è la certezza di un turn over a somma zero, stante le ben note difficoltà normative e procedurali” ha dichiarato ad Adnkronos Claudio Negro.

Quanto costa la burocrazia alle imprese italiane? Nel 2019 più di 36 milioni di euro

Ogni anno l’importo delle spese legate alla burocrazia sulle Piccole e medie imprese italiane grava per circa 31 miliardi di euro, ma quest’anno l’onere aggiuntivo per espletare le nuove procedure richieste dovrebbe superare i 36 milioni di euro. Aumentano quindi i costi della burocrazia per le imprese italiane. Si tratta di una stima della Cgia di Mestre, che ricorda come questo dato sia il risultato del fatto che nel 2018 il numero complessivo degli oneri amministrativi introdotti sia stato superiore a quello degli adempimenti eliminati.

Italia in fondo alla classifica europea per qualità della Pubblica amministrazione

Per stessa ammissione dei ministeri “la burocrazia statale, in buona sostanza, non indietreggia, anzi torna ad avanzare – commenta il coordinatore della Cgia, Paolo Zabeo – contribuendo a diffondere le inefficienze e le storture del nostro sistema pubblico che, lo ricordiamo, presenta livelli medi di qualità tra i peggiori d’Europa”.

Dai risultati riportati nell’ultima indagine promossa dalla Commissione europea sulla qualità della Pubblica amministrazione emerge che su 28 Paesi monitorati l’Italia si colloca al 23° posto. Un risultato che ci relega nelle ultime posizioni della graduatoria generale: solo l’Ungheria, la Croazia, la Grecia, la Romania e la Bulgaria registrano delle performance inferiori alla nostra.

Livello medio della Pa italiana ancora insoddisfacente, nonostante punte di eccellenza

Tra le 192 regioni d’Europa monitorate in questa indagine promossa dalla Commissione europea, la prima realtà territoriale italiana è il Trentino Alto Adige, che si colloca al 118° posto della classifica. Seguono al 127° l’Emilia Romagna, al 128° il Veneto e al 131° la Lombardia.

Come evidenzia il segretario della Cgia, Renato Mason, “sebbene sia sempre sbagliato generalizzare, anche alla luce del fatto che possiamo contare su punte di eccellenza, il livello medio della nostra Amministrazione pubblica è ancora insoddisfacente”, riporta Adnkronos.

Al Sud qualità e imparzialità insufficienti, e la corruzione è difficile da contenere

Una situazione insoddisfacente soprattutto al Sud, “dove i livelli di qualità e di imparzialità sono insufficienti, mentre la corruzione è avvertita come un fenomeno molto diffuso e assai difficile da contenere” continua Mason..

Alla luce di questo scenario la Cgia invita quindi le istituzioni a semplificare il quadro normativo, e “cercare, ove possibile, di non sovrapporre più livelli di governo sullo stesso argomento – sottolinea ancora il segretario della Cgia  – e, in particolar modo, accelerare i tempi di risposta della Pubblica amministrazione”.

Trovare lavoro? Con la laurea è (un po’) più facile

Di questi tempi trovare un lavoro è un’impresa ardua per i giovani italiani. Eppure, per avere delle chance in più servirebbe… una laurea. Un titolo di studio universitario, infatti, protegge i ragazzi da una disoccupazione di lunga durata più di quanto non faccia la semplice licenza media o un diploma, che invece lascerebbero i ragazzi in balia delle crisi dei mercati. A confermare l’importanza di un titolo di studio qualificato è un Rapporto del dipartimento Welfare della Cgil che mette a confronto il 2007, anno che ha preceduto la grande crisi economica, con il 2018. “Il primo dato che salta agli occhi è la caduta netta del tasso di occupazione tra i giovani, in misura marcata per quelli con la sola licenzia media e i diplomati, più contenuta invece per i laureati”, riporta lo studio.

I dati del rapporto

Elaborato incrociando i dati con quelli dell’Istat, il report segnala che per i giovani tra i 20-24 anni con la licenza media il tasso di occupazione, in 11 anni, è precipitato di quasi 18 punti percentuali passando dal 50,5% del 2007 al 32,6% del 2018 a fronte di una flessione pari a zero per quelli con una laurea, e di soli 7,5 punti per i giovani con un diploma. Un trend analogo si registra per la classe 25-29 anni: l’occupazione che nel 2007 era al 60,6% è scesa nel 2018 al 47,7% facendo perdere, per chi è in possesso di una semplice licenzia media, circa 13 punti percentuali contro i 10 punti percentuali di differenza per i diplomati e i 9,8 punti dei laureati. Sul fronte della disoccupazione, lo scenari è particolarmente “nero”: il tasso infatti registra, in 11 anni, per i giovani che abbiano solo la licenza media un aumento “molto rilevante” che arriva a registrare anche peggioramenti di circa 20 punti percentuali tra la disoccupazione del 2007 e quella 2018 relativamente non solo ai ragazzi tra i 20 e i 24 anni ma anche per quelli tra i 25 ed i 29 anni. Se la crisi ha colpito tutti in merito al mercato del lavoro, evidenzia il rapporto, “ha colpito di più gli esclusi dalla scuola e dalla formazione e meno chi ha potuto frequentare con successo l’Università o ha concluso un ciclo secondario di istruzione superiore”.

Cresce il numero dei Neet

In Italia i giovani tra i 18 ed i 24 anni con solo la licenza media sono il 14% del totale, con punte del 20% al Sud, rispetto ad una media europea del 11%. Ancora più allarmante è il numero dei Neet, i ragazzi che non studiano nè lavorano: nel nostro Paese sono oltre 2 milioni, il 24% di chi ha fra i 15 e di 29 anni. Tuttavia, aumenta la quota dei giovani con una laurea: si è passati dal 15% del 2007 al 22% del 2018, anche se i livelli sono inferiori alla media europea.

Chi ha paura delle nuove tecnologie?

La maggioranza delle persone è preoccupata e poco favorevole alle tecnologie digitali quando vengono utilizzate per il tracciamento di dati e comportamenti personali. Quanto all’Intelligenza Artificiale, desta timore il suo utilizzo in ambito sanitario in sostituzione di alcune attività svolte normalmente dai medici. Oppure quando si valuta l’eventualità di una perdita del proprio lavoro in seguito all’introduzione di processi di automazione.

A livello globale regnano preoccupazione e ambivalenza, ma con una grande differenza tra i diversi Paesi. La quota di coloro che sono contrari all’uso di app che raccolgono e tracciano dati personali, ad esempio, va dall’80% in Indonesia al 9% in India e Brasile, mentre l’Italia registra il 60% di contrari.

Perdere il lavoro a causa dell’automazione

Si tratta dei risultati di un sondaggio condotto in 40 Paesi da Bva Doxa, in collaborazione con Win, network internazionale di società di ricerca di mercato. Secondo la ricerca, la preoccupazione di perdere il lavoro nei prossimi 10 anni a causa dell’automazione e dell’uso dell’AI è più elevata nei Paesi “low cost” (circa 40% nelle Filippine, Messico, Cina e Malesia). Al contrario, poco più della metà della popolazione mondiale (52%) non è preoccupata, e l’altra metà si divide in due parti quasi uguali fra lavoratori preoccupati (23%) e non lavoratori (25%).

In generale, gli uomini si sentono più sicuri delle donne (57% vs 48%), così come i soggetti più istruiti (67%), gli occupati a tempo pieno (70%) e gli individui di 35-54 anni (59% vs il 51% degli under 35 e il 45% degli over 54).

App e dati personali

Il 39% degli intervistati non fa uso di app che raccolgono e tracciano dati personali e questo rifiuto sale al 50% fra gli over 55 e al 62% fra i meno istruiti. Solo il 19% dichiara di non avere alcun problema a usare questo tipo di app, con valori più alti fra i giovani (25% fra i 18-24 anni) e i più istruiti (23% tra i laureati). Il grado di accettazione e rifiuto di app che fanno uso di dati personali varia enormemente fra i vari Paesi, e va dall’oltre 70% di contrari in Indonesia (80%), Perù (72%) e Vietnam (70%) a meno del 10% in India e Brasile (9%). In Italia i rejectors sono 6 su 10, al quinto posto nel ranking generale.

Intelligenza Artificiale e professioni mediche

L’impiego dell’AI in medicina è rifiutato invece da 3 persone su 10, con un picco di contrari in Germania (43%), e solo il 6% in Cina. Mentre in Italia i contrari sono il 41%. Solo il 7% poi si dichiara favorevole a una totale sostituzione, con valori più alti in India (24%), Libano (22%) e Cina (17%). Ciò potrebbe denotare una minore fiducia nel sistema sanitario di quei Paesi e rappresentare un appello ad un maggiore uso delle tecnologie per la cura dei pazienti. La maggior parte degli intervistati (53%) a livello mondiale però auspica che l’AI sia di supporto ai medici, ma non li sostituisca completamente. Mentre il rifiuto dell’AI in sostituzione dei medici è più alto in tutti i Paesi del G7 (Germania e Italia in particolare) con l’unica eccezione del Giappone (12%).

A maggio 2019 la disoccupazione scesa al 9,9%

Nel mese di maggio 2019 il tasso di disoccupazione è calato al 9,9%, segnando -0,2 punti percentuali. Lo ha reso noto l’Istat, secondo il quale le persone in cerca di occupazione sono in calo del -1,9%, pari a -51 mila.

La diminuzione è determinata da entrambe le componenti di genere, ed è distribuita in tutte le classi d’età, tranne la fascia dei 35-49enni. La stima complessiva degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a maggio, invece, è sostanzialmente stabile: l’andamento è sintesi di una diminuzione tra gli uomini (-29 mila) e una crescita tra le donne (+33 mila). Mentre il tasso di inattività è invariato al 34,3% per il quarto mese consecutivo

Occupati +0,3%, ma in prevalenza uomini

Dopo la sostanziale stabilità registrata ad aprile, a maggio 2019 la stima degli occupati risulta in crescita rispetto al mese precedente (+0,3%, pari a +67 mila), e anche il tasso di occupazione sale al 59,0% (+0,1 punti percentuali). L’aumento dell’occupazione, rileva l’Istat, si concentra tra gli uomini (+66 mila), mentre le donne risultano sostanzialmente stabili. Per età risultano invece stabili i 15-24enni, in calo i 35-49enni (-34 mila), e in aumento le altre classi di età, prevalentemente gli ultracinquantenni (+88 mila). A maggio si registra poi una crescita sia dei lavoratori indipendenti (+28 mila) sia dei dipendenti, permanenti e a termine, che risultano complessivamente +39 mila.

Nel trimestre primaverile, +0,5% per l’occupazione

Nel trimestre marzo-maggio 2019 l’occupazione registra una crescita rilevante rispetto ai tre mesi precedenti (+0,5%, pari a +125 mila), verificata per entrambi i generi. Nello stesso periodo aumentano sia gli indipendenti (+0,5%, +27 mila) sia i dipendenti permanenti (+0,6%, +96 mila) sia, in misura lieve, quelli a termine. Per tutte le classi di età si registrano segnali positivi, a eccezione dei 35-49enni. All’aumento degli occupati si associa, nel trimestre, un ampio calo delle persone in cerca di occupazione (-3,7%, pari a -100 mila), e degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,3%, -37 mila).

Su base annua -192 mila disoccupati

Anche su base annua, riferisce Adnkronos, l’occupazione risulta in crescita (+0,4%, pari a +92 mila unità). L’espansione riguarda entrambe le componenti di genere, i 15-24enni (+43 mila) e soprattutto gli ultracinquantenni (+300 mila), mentre risultano in calo le fasce di età centrali. Al netto della componente demografica la variazione è positiva per tutte le classi di età. La crescita nell’anno si distribuisce tra dipendenti permanenti (+63 mila), a termine (+18 mila) e indipendenti (+12 mila). Nei dodici mesi, poi, la crescita degli occupati si accompagna a un notevole calo dei disoccupati (-6,9%, pari a -192 mila unità), e a una sostanziale stabilità degli inattivi tra i 15 e i 64 anni.

I falsi miti su cibo e benessere

Non è vero che un bambino, per evitare di diventare allergico alle arachidi debba essere tenuto lontano da esse fino ai tre anni o che l’olio di pesce riduca le malattie cardiache. In uno studio che ha coinvolto 12.500 persone a rischio di problemi cardiaci i supplementi giornalieri di omega 3 si sono rivelati perfettamente inutili riguardo la protezione da queste malattie. Sono solo due esempi, ma sarebbero circa 400 le pratiche mediche considerate standard in seguito smentite dalle ricerche più recenti. Lo spiega il New York Times, che ha scoperto come molte convinzioni o abitudini mediche considerate corrette ed efficaci siano in realtà errate e prive di fondamento.

In un caso su dieci si tratta di “un’inversione medica”

Al New York Times, a cui è bastato sfogliare gli oltre 3000 studi pubblicati dal 2003 al 2017 su JAMA e Lancet, e dal 2011 al 2017 nel New England Journal of Medicine per scoprire che in un caso su dieci si trattava di “un’inversione medica”, ovvero una conclusione opposta a ciò che tra i medici risultava essere convenzionalmente corretto.

“Persone molto intelligenti e ben intenzionate praticano con queste convinzioni da molti, molti anni. Ma avevano torto”, commenta il dottor Vinay Prasad dell’Oregon Health and Science University. Effettivamente alcune di queste convinzioni mediche analizzate con un minimo di scetticismo risultano bizzarre anche agli occhi di chi non esercita la professione medica.

Dalle proprietà anti-demenza del ginko biloba al contapassi per dimagrire

I miti sfatati sono tantissimi e comprendono aspetti più disparati della medicina. Alcuni esempi? Il ginkgo biloba non protegge dalla perdita di memoria e dalla demenza, e ancora, è inutile dare una singola dose di oppioidi per via orale quando un paziente del pronto soccorso è in preda a dolori acuti: aspirina e ibuprofene sortiscono lo stesso effetto. Il testosterone poi non aiuta gli uomini più anziani a mantenere la memoria, anzi, ha più o meno lo stesso effetto di una pillola di zucchero, riporta Agi. Non serve poi tenere la casa ossessivamente pulita, libera da polvere, acari o disinfestarla contro l’invasione da topi o scarafaggi. Tutto ciò con l’asma non c’entra nulla. E se volete perdere peso non fatevi convincere che un contatore di passi vi aiuterà in alcun modo, perché uno studio dimostra esattamente il contrario. 

Il caso delle bambole americane

Un altro esempio bizzarro riguarda la pratica di affidare bambolotti alle ragazzine per farle desistere dal mettere al mondo un figlio precocemente. Negli Stati Uniti infatti erano seriamente convinti che affidare le bambole da accudire come neonati a ragazze molto giovani le spingesse in qualche modo a rendersi conto di quanta fatica e responsabilità comporta rimanere incinte, e ne scongiurasse l’eventualità. Al contrario, è stato accertato che le ragazze sottoposte a tale pratica hanno una maggiore possibilità di diventare madri in anticipo sulle coetanee.

Le misure del Dl crescita, dalle pensioni ai bonus

Il Dl crescita, il cui obiettivo è la crescita strutturale del Paese, è stato approvato dal Senato il 27 giugno. Il testo, oggetto di modifiche ed emendamenti, ha introdotto diverse novità, come l’estensione del bonus per l’acquisto di veicoli elettrici, la stretta sugli affitti abusivi delle case vacanza, e il taglio strutturale dei contributi Inail. Oltre alla riapertura dei termini per la rottamazione delle cartelle inviate dal fisco e al saldo e stralcio, con nuova scadenza fissata al 31 luglio 2019.

Inoltre, in pensione si andrà con 5 anni di “scivolo”, ma solo per chi ha maturato il diritto alla pensione di vecchiaia e il requisito minimo contributivo.

Scivolo pensioni e taglio contributi Inail

La possibilità di lasciare il lavoro per chi si trovi a ”non più di 60 mesi dal conseguimento del diritto” della pensione rientra nel contratto di espansione, e interessa le imprese con un organico superiore a 1.000 unità, che intendono avviare processi di reindustrializzazione e riorganizzazione.

Diventa invece strutturale il taglio dei contributi Inail. La normativa attuale prevede già la revisione delle tariffe dei premi e dei contributi dovuti all’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro per gli anni 2019-2021, ma la modifica aggiunge che il taglio della quota dovuta entrerà a regime a partire dal 2023. Resta quindi scoperto un anno, il 2022.

Dal bonus veicoli elettrici al bonus cervelli

Via libera all’incentivo per l’acquisto di tutti i veicoli elettrici, comprese le microcar, in cambio della rottamazione di vecchi mezzi di trasporto. L’agevolazione prevede uno sconto del 30% rispetto al prezzo di vendita, fino a un massimo di 3.000 euro, per coloro che nell’anno 2019 acquistano un veicolo elettrico o ibrido nuovo di fabbrica appartenente a tutte le categorie ciclomotori e motocicli. Sarà possibile poi accedere a un bonus contributivo con un finanziamento di almeno 10.000 euro per la realizzazione, o riqualificazione, di laboratori professionali all’interno delle scuole secondarie, e la conseguente assunzione di giovani diplomati nelle stesse strutture.

Il bonus per il rientro dei cervelli prevede invece uno sconto del 50% sul reddito complessivo. In cambio, i soggetti che accettano di tornare nel Belpaese a condizioni fiscali agevolate, dovranno versare un contributo pari allo 0,5% della base imponibile.

Airbnb, scontrini telematici e iniziative per le imprese

Multe fino a 5.000 euro non solo per i proprietari di case vacanza che evadono il fisco, ma anche per i siti che fanno da intermediari, come Airbnb. Obbligo poi per tutti gli esercizi di trasmettere gli scontrini emessi per via telematica.

Tra le altre novità del Dl, il Fondo salva opere, numerosi contributi agli enti locali, e misure per il sostegno dell’editoria e delle imprese private nel settore radiofonico.

Nasce poi la piattaforma telematica (Incentivi.gov) per il sostegno della politica industriale e della competitività del Paese, ed è previsto un pacchetto di misure dirette alla riorganizzazione ed estensione degli interventi volti a favorire l’internazionalizzazione delle imprese. Oltre all’istituzione di uno spazio sperimentale tecnico normativo per le imprese operanti nel settore finanziari attraverso la tecnologia.