Lombardia, insieme è meglio: 3.500 imprese messe in rete

L’unione fa la forza. E’ sicuramente così per 3.500 imprese lombarde, che si sono messe in rete per affrontare con maggiore forza le sfide di un mercato sempre più competitivo, e portando a casa quasi 6mila contratti. Ad analizzare questo fenomeno è la Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Ma di quali aziende si parla? Solo per fare alcuni esempi, si tratta di imprese di prodotti naturali italiani che intendono condividere la loro attività di commercializzazione di cibi freschi anche all’estero, di quelle che si affiancano per creare un prototipo di moduli abitativi prefabbricati in legno a basso costo e di rapida realizzazione, di cooperative che insieme puntano a sostenere il diritto alla salute dei lavoratori attraverso l’erogazione di ticket sanitari, di aziende che si accordano per migliorare gli skills dei rispettivi lavoratori e riqualificarli, di imprese che stanno creando un servizio “chiavi in mano” nell’ambito del restauro e della conservazione dei beni culturali. Sono queste, spiega la Camera di commercio in una nota, le realtà che hanno scelto di sottoscrivere un contratto per reti d’impresa, la formula – disciplinata da apposite normative – che permette alle imprese di unire le risorse. 

Cosa è il contratto di rete

La rete rappresenta uno strumento giuridico-economico di cooperazione fra imprese che, attraverso la sottoscrizione di un contratto (detto appunto “contratto di rete”), si impegnano reciprocamente, in attuazione di un programma comune, a collaborare in forme ed ambiti attinenti alle proprie attività,scambiando informazioni e prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica e/o realizzando in comune determinate attività relative all’oggetto di ciascuna impresa. In questo modo è possibile razionalizzare i costi e le procedure organizzative interne.

I numeri in Italia e in Regione

A livello nazionale, sono 34.880 le imprese che hanno stipulato un contratto di rete. Di queste, 3.561 sono in Lombardia (pari al 10% nazionale). Per numero la prima regione è il Lazio con 8.909 imprese coinvolte in reti (26%). A seguire Lombardia (10%), Veneto con 2.751 imprese (8%), Campania con 2.634 (7%) e Toscana con 2.381(6%). Riguardo al tasso di crescita, le imprese coinvolte in contratti di rete sono aumentate in Italia del 49% in 2 anni, passando da 23.369 a 34.880. Per quando concerne la Lombardia, in due anni l’aumento ha toccato il 17%: in testa si colloca Milano (+26%) e Mantova (+25%), seguite da Monza Brianza (+21%) e Bergamo (+17%). In Lombardia, dopo Milano in testa con 1.311 imprese (pari al 37% del totale regionale), si collocano Brescia con 527 imprese (pari al 15% lombardo), Bergamo con 383 imprese (11%), Lecco con 265 imprese (7%) e Monza Brianza con 191 imprese (5%). Nel complesso le imprese coinvolte in reti sono 1.540 tra Milano, Monza Brianza e Lodi, pari al 43% delle aziende lombarde che hanno unito le forze per dare luogo a reti d’impresa.

Servizi, costruzioni e commercio i principali settori

Sempre restando in Lombardia, i settori più coinvolti nei contratti di rete sono quello dei servizi (44% di questa tipologia di imprese), il comparto industriale e artigiano (23%); seguono le costruzioni e il commercio (21%) e l’agricoltura (9%). Per quanto concerne la forma giuridica, prevalgono ampiamente le imprese di capitali (65% delle imprese coinvolte in contratti di rete), seguite dalle imprese individuali (13%) e dalle società di persone (11%).

Work-life blend, per il 70% degli italiani lavoro e vita privata si sovrappongono

Un confine netto tra vita privata e vita professionale? Macché. Gli italiani, in gran parte, hanno perso l’equilibrio tra il tempo da dedicare al lavoro e quello da rivolgere alla propria famiglia e ai propri interessi. La sovrapposizione tra lavoro e vita ha un nome, ovviamente inglese: è il work-life blend, l’esatto contrario del più famoso work-life balance. I numeri sono eloquenti, come rivela l’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine sul mondo del lavoro di Randstad, operatore globale nei servizi per le risorse umane, condotta in 34 Paesi su un campione di 400 lavoratori di età compresa fra 18 e 67 anni per ogni nazione, che lavorano almeno 24 ore alla settimana percependo un compenso economico.  Infatti, ben il 71% dei nostri connazionali risponde a telefonate, email e messaggi di lavoro anche fuori dell’orario di lavoro, al terzo posto in Europa, +6% rispetto alla media globale. E’ significativa anche un’altra percentuale, quella di chi rimane sempre connesso anche durante i periodi di ferie, che tocca il 53%: oltre un lavoratore su due. La colpa di questo atteggiamento? Secondo gli intervistati è da attribuire al datore di lavoro che, per il 59% dei dipendenti, si aspetta che questi ultimi gestiscano questioni professionali anche fuori dall’orario d’ufficio e, secondo il 52%, rispondano durante le ferie e il tempo libero.

Gli italiani i più “disponibili”

La ricerca evidenzia che gli italiani sono fra i più disponibili al mondo a rispondere a telefonate, email e messaggi di lavoro dopo l’orario d’ufficio. Il 71% lo fa quando possibile (in Europa soltanto Portogallo, 72%, e Romania, 74%, sono più solleciti) e ben il 68% lo fa immediatamente, al primo posto in Europa dopo Grecia (71%) e Romania (69%). La modalità è la stessa sia per gli uomini sia per le donne, mentre i lavoratori sotto i 45 anni sono ancora più solerti dei colleghi più “grandi”: rispondono subito nel 70% dei casi contro il 66%.

Il lavoro va anche in vacanza

Per quanto riguarda i periodi di ferie, il 71% dei nostri connazionali non vuole pensare al lavoro (76% uomini contro il 66% delle donne). Oltre un lavoratore su due, però, sceglie di gestire questioni di lavoro mentre è in vacanza perché vuole sentirsi coinvolto e restare aggiornato (53%, ben 10 punti sopra la media globale), soprattutto maschi (56%, contro il 51% delle colleghe) con meno di 45 anni (58%, contro il 47% dei dipendenti senior). Tuttavia, la scelta di essere sempre a disposizione, anche quando ci si trova al mare o in montagna, è dettata – riferiscono gli intervistati – dalle pressioni da parte dei datori di lavoro: il 59% di questi, sempre secondo i dipendenti, si aspetta che i collaboratori si occupino di questioni professionali anche fuori dall’orario d’ufficio.

Italia, torna a cresce il numero delle partite Iva

Il 2019 si è chiuso con un deciso aumento delle richieste di partite Iva. A documentarlo è il Ministero delle Finanze, che, nel suo ultimo osservatorio riferito al quarto trimestre dell’anno passato, segnala che siano state aperte 109.016 nuove partite Iva. Rispetto all’analogo periodo del 2018, questa cifra corrisponde a un ragguardevole aumento del +5,1%.

Molto più al Nord che al Sud e nel settore del commercio

Il documento del Mef rileva poi che, riguardo alla ripartizione territoriale, il 42,7% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 22% al Centro e il 34,7% al Sud e Isole. In base alla classificazione per settore produttivo, il commercio registra sempre il maggior numero di avviamenti di partite Iva con il 22,2% del totale, seguito dalle attività professionali (12,8%) e dall’agricoltura (10,5%).

Due terzi delle nuove aperture sono per persone fisiche 
”La distribuzione per natura giuridica mostra che il 65% delle nuove aperture di partita Iva è stato operato da persone fisiche, il 27,7% da società di capitali, il 4,5% da società di persone” riporta l’osservatorio. La quota dei “non residenti” ed “altre forme giuridiche” rappresenta complessivamente circa il 3% del totale delle nuove aperture. Rispetto al quarto trimestre del 2018, l’aumento complessivo è dovuto quasi esclusivamente alle persone fisiche (+7,3%), mentre le società di capitali (-0,8%), e le società di persone (-10%) registrano diminuzioni; da segnalare il considerevole aumento di aperture da parte di soggetti non residenti (+91,7%).

Istruzione e attività professionali i settori con i maggiori incrementi

Per quanto riguarda la ripartizione fra settori, le differenze percentuali rispetto allo stesso periodo del 2018 sono più significative nei comparti dell’istruzione (+21,4%), delle attività professionali (+14,5%) e delle finanziarie (+11,2%). Le flessioni, invece, riguardano l’agricoltura (-1,9%), i servizi d’informazione (-0,4%) e le attività manifatturiere (-0,3%).

Cresce il numero dei “grandi” che apre Partita Iva

Se è vero che il 42,5% di aperture di nuove Partite Iva è stato richiesto da persone giovani, ovvero fino ai 35 anni di età, sorprende anche il dato – 33,1% – di nuove aperture a opera di soggetti dai 36 ai 50 anni. E proprio in quest’ultima fascia si segnalano gli aumenti maggiori rispetto al quarto trimestre 2018: +39,7%. Stabile invece il dato relativo alla ripartizione di genere di chiede la partite Iva: riferita alle persone fisiche, l’analisi mostra che il 63% delle aperture è stata operata da maschi (dato stabile rispetto allo stesso trimestre del 2018).

Imprese italiane e digitale, c’è feeling ma ancora grandi margini di crescita

Il desiderio c’è, diciamo che manca ancora la “pratica”. Le imprese italiane, infatti, sono “orientate alla ricerca di opportunità di innovazione”, ma hanno “ancora scarso feeling con le tecnologie digitali”. A dirlo è il Censimento permanente delle imprese 2019 dell’Istat, che ha preso in esame un campione di circa 280 mila imprese con 3 e più addetti. La rilevazione diretta è stata realizzata tra maggio e ottobre del 2019 e l’anno di riferimento dei dati acquisiti dalle imprese è il 2018.

Tre quarti delle imprese investe in nuove tecnologie

Nel periodo analizzato, spiega il report, oltre tre quarti (il 77,5%) delle imprese con più di 10 addetti ha utilizzato o investito in almeno una delle 11 tecnologie individuate come fattori chiave di digitalizzazione. L’utilizzo congiunto di tali tecnologie è un indicatore, seppur generico, di intensità d’uso del digitale. La maggior parte delle imprese utilizza un numero limitato di tecnologie, dando priorità agli investimenti infrastrutturali (soluzioni cloud, connettività in fibra ottica o in mobilità, software gestionali). Solamente a un più avanzato grado di digitalizzazione, gli investimenti in tecnologia divengono strutturali e maggiormente integrati tra loro. La frequenza massima di imprese (oltre 90 mila su circa 210 mila) si rileva per l’utilizzo di 3 tecnologie delle 11 considerate.

Tecnologia avanzata ancora per pochi

Le applicazioni tecnologiche più complesse, però, si diffondono con maggiore lentezza all’interno delle Pmi italiane. Si ferma infatti al 16,6% la quota di imprese che hanno adottato almeno una tecnologia tra: Internet delle cose, realtà aumentata/virtuale, analisi dei Big Data, automazione avanzata, simulazione e stampa 3D. Leggendo questa percentuale in positivo, significa che comunque il processo è iniziato e, ovviamente, i margini di crescita sono altissimi.

Investimenti maggiori nelle aziende più grandi

A fare la differenza, in termini di investimenti, è poi la dimensione dell’azienda stessa:  hanno effettuato investimenti digitali il 73,2% delle imprese con 10-19 addetti e ben il 97,1% delle imprese con 500 addetti e più. Non ci sono invece scarti significativi per quanto concerne l’area geografica: 73,3% nel Mezzogiorno, al 79,6% nel Nord-est. A livello di macrosettori economici, non stupisce che sia il comparto dei servizi quello più dinamico sotto il profilo della digitalizzazione: le telecomunicazioni (94,2%), la ricerca e sviluppo, l’informatica, le attività ausiliarie della finanza, l’editoria e le assicurazioni mostrano tutti quote di imprese che investono in tecnologie digitali superiori al 90%.

Aziende tecnologiche le più dinamiche

Non sorprende infine che siano le imprese già impegnate in aree come l’Internet delle cose o l’analisi dei Big Data quelle più propense a incrementare i loro investimenti e la loro capacità in tecnologie evolute. È in queste aree che vi è comunque maggiore potenziale di crescita in termini di diffusione (numero di imprese): +180,7% per le tecnologie immersive, +117,6% per la stampa 3D, +111,9% per i Big Data e 109,9% per la robotica.

Professioni più ricercate nel 2020: quali sono e quanto sono retribuite

Quale saranno le figure professionali più richieste dell’anno, in base all’andamento del mercato del lavoro, e soprattutto quali potrebbero essere le relative retribuzioni? A queste domande ha cercato di rispondere PageGroup, società mondiale specializzata nel recruitment con i brand Page Executive, Michael Page e Page Personnel. Quello che emerge in linea di massima dall’indagine è che saranno sempre più ricercate le cosiddette “competenze trasversali”, ovvero la capacità di saper fare più cose e non solo i compiti per i quali si è stati formati. 

L’importanza delle soft skills

Tra i trend più evidenti, spicca appunto il costante incremento dell’importanza che assumono le soft skills, anche in settori nei quali a prevalere sono sempre state le capacità tecniche, come ad esempio in quello ingegneristico manifatturiero. Questo significa che la capacità dei lavoratori di possedere competenze trasversali sarà quindi un elemento distintivo non solo in fase di colloquio, ma anche dopo, quando si sarà inseriti all’interno dell’azienda. Ancora, un’ulteriore tendenza emergente è l’incremento dell’attenzione rivolta ai servizi di CRM e alla creazione di modelli predittivi del comportamento del cliente, fino al marketing one to one.

Le figure più ricercate nei comparti Sales, AI ed Engineering

Venendo all’aspetto più “pratico” della ricerca, nel settore Sales le figure più ricercate saranno l’Inside Sales,che si occupa del rafforzamento della relazione con i clienti, dello sviluppo commerciale legato alla promozione dei prodotti distribuiti dall’aziende, dell’adattamento e ottimizzazione dello stile di approccio e di comunicazione durante il colloquio telefonico (stipendio 20.000-35.000€ con bonus fino al 10%) e il Sales Engineer, che ha il compito di sostenere nei confronti del mercato di riferimento la componente tecnica della value proposition, durante tutta la fase negoziale fino al buon esito della product validation (35.000-50.000€ con bonus fino al 20%). Nel comparto dell’Information Technology i ruoli più gettonati sono il Data Scientist, responsabile della progettazione, costruzione, installazione e della manutenzione di sistemi scalabili di gestione dei dati – d’altronde, dalla casa all’auto la parola chiave sarà smart – (stipendio fra i 40.000 e i 70.000€) e il Developer AI/Robotic Engineer, tra le figure più richieste in assoluto e capace di applicare l’AI su vari dispositivi interconnessi. Nell’Engineering, infine, saranno premiati i Responsabili automazione (40.000-80.000€) e il Responsabile di produzione, che si occupa del coordinamento di tutte le attività tecnico-produttive ed organizzative locali con riporto diretto alle funzioni centrali dello stabilimento corporate (50.000-100.000€).

L’istruzione è donna

In Italia sono ben 1,34 milioni le imprese guidate da donne. E molte di queste sono orientate verso il settore – in senso lato – dell’istruzione, a confermare che le donne sono più orientate verso comparti che garantiscono servizi alle famiglie. Probabilmente perché vivono le stesse esigenze anche sulla propria pelle.

Tre milioni di occupati

Le imprese in “rosa” garantiscono 3 milioni di posti di lavoro e, come dicevamo, un forte apporto al sistema dell’istruzione e del welfare di natura privata, così importante per agevolare la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro delle famiglie. Lo rileva l’Osservatorio per l’imprenditorialità femminile di Unioncamere e InfoCamere. Nella scelta di aprire una attività autonoma, sono molte le donne che preferiscono orientarsi verso i settori che offrono servizi alle famiglie, come quelli che si occupano di istruzione, o che operano nella sanità e nell’assistenza sociale. In questi ambiti, infatti, più di una impresa su tre è gestita da donne, con tassi di femminilizzazione, quindi, ben superiori a quello medio (22%).

Una preferenza che si ritrova anche nel lavoro dipendente

Questa attitudine si ritrova anche nel lavoro dipendente, come h spiegato all’Adnkronos Tiziana Pompei, vicesegretario generale di Unioncamere: “La predilezione femminile per questi settori è confermata anche nel lavoro dipendente. Secondo le ultime previsioni Excelsior di Unioncamere e Anpal, relative alla domanda di lavoro delle imprese nel mese di gennaio, le donne continuano a essere maggiormente richieste soprattutto nei servizi alle persone (30% richieste di personale femminile)”. Prosegue Pompei: ” “A seguire le imprese ricercano dipendenti donne soprattutto nei servizi di alloggio, ristorazione e turistici (28% richieste di personale femminile) e nel commercio (26%)”. I dati al 30 settembre scorso mostrano che nell’istruzione le 9.600 imprese femminili sono oltre il 30% del totale, con un aumento di circa 1.500 unità rispetto a settembre 2014.

Assistenza a bambini e minori

Le imprese femminili sono molto ben rappresentate anche nel campo sanitario e dell’assistenza sociale: oggi sono infatti 17mila e rappresentano quasi il 38% del totale, con un incremento di oltre 2.400 imprese rispetto a cinque anni fa e una forte specializzazione nella cura e nell’assistenza all’infanzia. A dimostrarlo sono le 3.400 attività femminili che gestiscono servizi di asili nido, baby-sitting e assistenza diurna per minori disabili, che sono quasi l’82% di quelle registrate (4.170) e risultano in aumento di circa 200 unità rispetto a 5 anni fa. Questa tipologia di impresa, va sottolineato, è maggiormente presente nelle regioni più grandi, come Lombardia e Lazio.

2020, i macro trend del mondo del lavoro

Come sta cambiando il mondo del lavoro grazie alle nuove tecnologie? Cosa ci aspetta ancora nel prossimo futuro? Insomma, come stiamo lavorando oggi (e forse non ce ne siamo ancora accorti) e come lo faremo? A queste domande risponde IWG, International Workplace Group, che ha messo sotto la lente i trend che caratterizzano il mondo del lavoro nel 2020. Per le aziende che vogliono vincere la sfida della concorrenza globale, conoscere e riconoscere queste tendenze può essere davvero importante. Tendenze che si articolano fra la velocità assicurata dal 5G al benessere dei dipendenti, imprescindibile per le imprese profittevoli, dalla flessibilità in senso lato fino all’ingresso nel mondo del lavoro della cosiddetta Generazione Z.

Benessere in azienda

Le aziende sono oggi consapevoli degli effetti dannosi che la sindrome da burnout può avere sulla salute, sia fisica sia mentale, dei dipendenti. Un recente studio di Levell ha rivelato che il 60% dei lavoratori sperimenta un calo delle prestazioni causato da stress cronico sul posto di lavoro, mentre una ricerca di Kronos mostra che il 95% dei responsabili delle risorse umane pensa che lo stress equivalga a “sabotare la fidelizzazione della forza lavoro”. Ecco perché è importante mettere in campo tutta una serie di tecniche – dalla mindfulness ai corsi di formazione e alla meditazione – per assicurare il massimo benessere a dipendenti e collaboratori. Star bene e far star bene paga, eccome.

Flessibilità a 360 gradi

Flessibilità di spazi e di orari di lavoro: non è un semplice desiderio, ma una vera e propria richiesta dei professionisti, tanto che proprio per questo motivo il 45% delle aziende sta implementando politiche di smart working. In generale, con il 62% delle aziende in tutto il mondo ad adottare questa policy, il lavoro flessibile si è rivelato una super tendenza: e la tecnologia oggi lo consente. In questo modo si guadagna la soddisfazione dei dipendenti, la loro fidelizzazione, lealtà e benessere.

Generazione Z nel mondo del lavoro

Quest’anno la Generazione Z si è unita per la prima volta alla forza lavoro attiva. È la prima generazione completamente digitale. Alcuni studi sostengono che il 60% della Generazione Z preferisce imparare attraverso tutorial e video di YouTube. Questo rappresenta una nuova sfida per le Risorse Umane, che dovranno adattare gli attuali metodi di formazione includendone altri più visivi che coinvolgano al meglio i nativi digitali.

Velocità senza confini

Nel 2019 è stata introdotta la rete 5G, che offre alle aziende velocità di connessione significativamente più elevate, tempi di risposta più rapidi e maggiore affidabilità rispetto alle reti 4G. Questa tecnologia di nuova generazione vedrà tempi di latenza quasi inesistenti, che consentiranno di condividere i dati quasi in tempo reale. Le aziende saranno inoltre in grado di eseguire compiti più complessi con una velocità e potenza di rete tali da aprire nuove possibilità. Il 5G contribuirà poi alla digitalizzazione e all’automazione di più processi, per supportare nuovi livelli di produttività.

Le indicazioni dei boss di Facebook: “Internet è cambiato, servono nuove regole”

Il mondo della tecnologia è cambiato e di conseguenza dovranno cambiare anche le regole del web. A dirlo è stato proprio il responsabile della comunicazione di Facebook, Nick Clegg, durante un suo intervento alla Luiss di Roma. Come riporta l’Ansa, il manager del colosso di Menlo Park ha dichiarato apertamente che “Facebook è consapevole delle proprie responsabilità e dei propri errori. Vogliamo collaborare con l’Ue e i governi del mondo su privacy, portabilità dei dati, linguaggio d’odio e integrità nella comunicazione politica. Internet è entrato in una nuova fase, servono nuove regole. Sono un tecno-ottimista, credo che la tecnologia possa rendere il mondo migliore”.

La portabilità dei dati

Naturalmente, durante l’incontro all’università capitolina non sono mancate osservazioni e dubbi in merito alle nuove norme da mettere in atto, anche dopo i fatti di Cambridge Analytica. “Capisco che alcuni legislatori riflettano, specialmente dopo Cambridge Analytica, ma il mio messaggio alla nuova commissione e al nuovo Parlamento Ue è questo: mettiamoci al lavoro su nuove regole” ha spiegato Clegg. Che ha poi aggiunto: “Una delle aree in cui dovremmo lavorare insieme, rapidamente, è la portabilità dei dati se vogliamo un Internet aperto e competitivo dove i nuovi servizi possano competere con grandi piattaforme come Facebook. C’è una tendenza in Europa a pensare che i ‘Big data’ siano una cattiva cosa e che siano cattive le compagnie che hanno come modello di business l’aggregazione dei dati su larga scala. Il business di Facebook è meno misterioso di quello che si pensi: recapitiamo agli utenti annunci pubblicitari basati sui dati che sono disposti a condividere con noi”.

Il ruolo dei legislatori per l’Ue Per Clegg, il giusto bilanciamento tra le regole che governano la condivisione dei dati e la privacy “lo devono trovare i legislatori eletti democraticamente, in Europa e nel mondo, non società private come Facebook”. “Facebook ha agito per affrontare importanti questioni etiche e sociali e ha apportato cambiamenti negli ultimi anni. Abbiamo triplicato il numero di persone, arrivando a oltre 35.000, che lavorano per proteggere la nostra piattaforma e ora siamo in grado di eliminare milioni di account falsi ogni giorno”. E, a breve, ha sottolineato, annunceremo i membri “del nostro nuovo consiglio di sorveglianza indipendente, una novità istituzionale che giudica in modo indipendente controversie sul ritiro o meno dei contenuti dalla nostra piattaforma”. Ancora, il responsabile della comunicazione ha sottolineato come il ridimensionamento dei colossi del web non porti nessun beneficio alle aziende europee. “Pur comprendendo l’impulso politico dei decisori europei sulle società tecnologiche Usa, questi dovrebbero capire che il ridimensionamento della Silicon Valley non è una ricetta per il successo delle aziende europee. Il prossimo Google o Alibaba potrebbe nascere in Europa se ci sono le condizioni per le aziende tecnologiche di prosperare. L’Ue sia pioniera come ha fatto per la privacy con il Gdpr, servono nuove regole e anche il mercato unico digitale, non serve spezzettare le aziende di successo. I legislatori si impegnino per creare le giuste condizioni per il settore tecnologico e completino il grande progetto di un mercato unico digitale, un mercato senza confini, fatto da decine di milioni di consumatori. Una cattiva regolamentazione potrebbe portare l’Europa indietro di anni, con il rischio di soffocare la nascita di nuove imprese europee”.

Italiani fan del “mangiare fuori”: 86 miliardi di euro investiti in conti di ristoranti e bar

Gli italiani amano pranzare e cenare fuori casa. E questo nonostante gli anni di crisi: per molti nostri connazionali, evidentemente, non si risparmia sul ristorante. A dirlo sono gli ultimi dati stimati dalla Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) nel rapporto Ristorazione 2019 in cui la federazione analizza l’andamento del settore. Gli abitanti dello Stivale, rende noto la federazione, nel 2019 hanno lasciato in conti 86 miliardi di euro (+0,7%), un trend che in 11 anni, dal 2008 è aumentato di 5,5 miliardi in valore (+7,2%). La percentuale è ancora più significativa se si considera che, sul totale della spesa per il mangiare pari a 239 miliardi di euro nel 2019, il 36% è rappresentato proprio dal ‘fuori casa’. Scende invece la spesa per le provviste a casa, che negli ultimi 11 anni si è abbassata di circa 9 miliardi.

Oltre 1.300 euro a testa per mangiare fuori

Ogni italiano investe, in media, 1.362 euro l’anno per mangiare fuori casa. Ciò significa che amiamo spendere in consumazioni al bar, in pizzeria, al ristorante. A “pesare” su queste cifre sono anche i fan del bar: ogni giorno 5,4 milioni di italiani fanno colazione al bancone spendendo in media tra i 2 e i 3 euro per caffè, cappuccino e cornetto. Inoltre, per il pranzo durante la settimana consumato al bar la media è tra i 5 e i 10 euro per il 67,6% degli italiani. E ancora per un pranzo nel weekend 10,7 milioni di italiani almeno 2 volte al mese spendono tra i 16 e i 30 euro. Quando invece vanno al ristorante, i nostri connazionali prediligono i prodotti del territorio: sette consumatori su dieci prestano attenzione alla provenienza delle materie prime e il 54% vuole conoscere le origini dei piatti. Un’ulteriore tendenza che emerge dal rapporto Fipe è che i consumatori sono sempre più sensibili alla sostenibilità anche durante le scelte fuori casa: 7 su 10 sono attenti alle politiche green adottate dai ristoranti, il 37,7% verifica se è disponibile la doggy bag contro gli sprechi di cibo e il 36,7% chiede prodotti provenienti da allevamenti sostenibili.

Il rischio “abusivismo commerciale”

Il trend in crescita degli esercizi della ristorazione non è però esente da pericoli. Paninoteche, kebab, e “finti” take away sono aumentati del 54,7% negli ultimi 10 anni nei centri storici delle grandi città del nord e minacciano gravemente bar e ristoranti tradizionali, rileva la Fipe, al punto che nel settore si riscontra un elevato tasso di mortalità imprenditoriale. Dopo un anno chiude il 25% dei ristoranti; dopo 3 anni abbassa le serrande quasi un locale su due, mentre dopo 5 anni le chiusure interessano il 57% di bar e ristoranti. La Fipe parla di una concorrenza “fuori controllo” spesso associata ad “abusivismo commerciale”. .

Tecnologia di consumo: nel 2020 ci sarà una crescita del 2,5%

Sono tutte positive le previsioni per la tecnologia di consumo a livello globale. Dopo un 2019 statico per questo settore, l’anno appena iniziato fa ben sperare: lo dicono le analisi presentate da GfK in occasione dell’ultimo CES di Las Vegas. La società di ricerche stima infatti una crescita del +2,5% nel 2020 per il mercato globale della tecnologia di consumo. Quest’anno il giro d’affari dovrebbe raggiungere i 1,05 trilioni di euro a livello mondiale. La crescita sarà trainata da telecomunicazioni (+3%), piccoli elettrodomestici (+8%) e grandi elettrodomestici (+2%). Il mercato Tech & Durables dovrebbe quindi registrare performance positive ovunque, ma sarà soprattutto la regione Asia-Pacifico il mercato più importante, con una quota pari al 43% del fatturato globale.

La diffusione del 5G

In base alle stime presentate alla fiera americana, la diffusione del 5G riporterà alla crescita il settore delle telecomunicazioni, che rappresenteranno oltre il 43% del mercato, per un giro d’affari pari a 454 miliardi di euro a livello globale. La domanda di smartphone sarà trainata dalla Cina e dai Paesi emergenti dell’Asia. Innovazione, performance e premium continueranno ad essere i principali trend che influenzeranno le decisioni di acquisto. Nel 2020 i consumatori presteranno ancora maggiore attenzione alla convenienza, alla salute e al benessere. Anche per questo, continuerà a crescere la domanda di piccoli elettrodomestici, sia nei Paesi sviluppati che in quelli emergenti. Un altro tema centrale per i consumatori sarà la sostenibilità ambientale, anche nell’ambito dei prodotti tecnologici.

Cosa vogliono i consumatori del 2020

“Nel 2020 i consumatori saranno ancora più informati, più digitali e più esigenti e questo porterà ad una crescita di tutti i prodotti che offrono esperienze appaganti” spiega la previsione di GfK. Prestazioni elevate, innovazione e design ricercato sono le caratteristiche più apprezzate dai consumatori, come dimostrano i trend positivi di prodotti come i TV Oled (+19% a valore), i PC portatili per il gaming (+15%) e gli aspirapolvere senza fili (+23%). Gli smartphone con schermo grande almeno 6″ hanno rappresentato il 73% delle vendite nei primi nove mesi del 2019, mentre i modelli dotati di telecamere posteriori con più di 20MP hanno raggiunto una quota pari al 26% del mercato totale.

Vita più facile

Ma c’è di più, ed è una tendenza davvero trasversale e che non risparmia il mercato della tecnologia: circa la metà dei consumatori è disposta spendere di più per prodotti che semplificano la vita. E il trend trova conferma nel sempre maggiore successo di prodotti come i robot aspirapolvere (+18% a valore), le lavasciuga (+29%) e gli smartwatch (+48%).