Aziende, le strategie dei manager a livello globale per contrastare l’emergenza

Tre manager su quattro (il 73%) a livello globale prevedono che il coronavirus avrà un impatto sull’economia globale nei prossimi 12 mesi. Non sorprende che l’emergenza sanitaria, stando alle risposte dei dirigenti, porterà a un calo dei consumi e a interruzioni nella catena logistica. Lo rivela un recentissimo sondaggio condotto da EY su oltre 2.900 top manager in 46 paesi, contenuto della XXII edizione del Global Capital Confidence Barometer (CCB). In particolare, il 52% delle aziende starebbe mettendo in atto azioni per cambiare il proprio assetto e il 41% delle società si è già attivata nell’accelerazione dell’automazione. Ancora, la quasi totalità delle imprese (95%) si sta preparando per pressioni al ribasso sui margini. Quasi tutti i manager, però, sono concordi nel “muoversi” da subito per rispondere alle criticità dovute all’emergenza Covid-19.

Obiettivo trasformazione in tempi rapidi

Molte società (72%) hanno già avviato importanti iniziative di trasformazione, innescate a seguito della pressione sugli obiettivi di fatturato e per raggiungere i target di redditività, secondo gli intervistati del CCB. La maggior parte (72%) prevede, inoltre, di condurre con più frequenza strategie di revisione del portafoglio di attività. Dopo l’emergenza, i top manager affermano che daranno priorità a considerare nuovi investimenti in ambito tecnologico e digitale (73%) e nell’allocazione di capitale all’interno del proprio portafoglio (71%).

Operazioni di fusione e acquisizione per pianificare il futuro

I dirigenti, nonostante la crisi evidente anche ai non addetti ai lavori, si stanno però muovendo per mettere in atto strategie per pianificare il prossimo futuro. Mentre il 54% degli intervistati prevede un periodo di recupero prolungato a “U”, con un’attività economica rallentata fino al 2021, il 38% vede una ripresa più rapida a “V” e un ritorno ai livelli pre-crisi già nel terzo trimestre 2020. Solo l’8% prevede una ripresa a “L”, con un periodo di recessione prolungato fino al ritorno della normale attività economica nel 2022. Con la maggior parte delle aziende che ipotizza una ripresa nel medio termine, l’intenzione di perseguire progetti di fusioni o acquisizioni nei prossimi 12 mesi rimane ai livelli relativamente elevati (54%) osservati nell’ultimo periodo. A seguito dell’emergenza da Covid-19, i dirigenti a livello globale affermano che si concentreranno maggiormente sulla flessibilità delle aziende target di adattarsi a periodi alterni del ciclo economico, nella valutazione delle acquisizioni (38%) e che sono pronti a vedere scendere le valorizzazioni delle transazioni (39%).

Agenzie delle Entrate senza andare allo sportello: le operazioni si fanno via mail o Pec

L’Agenzia delle Entrate punta a rendere più semplice, e veloce, il rapporto con i contribuenti. E lo fa introducendo una serie di procedure che consentono di svolgere numerose operazioni senza recarsi alla sportello, ma accessibili direttamente dal proprio computer. Ottenere il rilascio di un certificato o del codice fiscale, richiedere dei rimborsi, registrare un atto: ora si può fare questo e molto altro in modalità semplificata. I cittadini possono richiedere tali servizi anche tramite e-mail o Pec. Ancora, per rendere questa opportunità ancora più fruibile, sul sito dell’Agenzia delle Entrate è già stata pubblicata una guida in pdf che fornisce indicazioni su come ottenere tutti i servizi direttamente da casa, abilitandosi ai servizi telematici, sfruttando i servizi online senza registrazione, usando la app e contattando il contact center. Molti dei servizi erogati allo sportello sono accessibili direttamente dal sito internet, senza che sia necessaria alcuna registrazione. Per altri occorre, invece, essere in possesso del codice Pin, che può essere richiesto online o attraverso l’app delle Entrate. Oltre alle credenziali dell’Agenzia è possibile accedere ai servizi online tramite SPID, il Sistema Pubblico dell’Identità Digitale, o tramite Carta Nazionale dei Servizi (CNS). La richiesta di abilitazione può essere inviata, firmata digitalmente, tramite Pec. “L’indirizzo Pec deve essere di uso esclusivo del richiedente in modo da garantire la riservatezza della prima parte del codice Pin e della password iniziale che verranno inviati dall’Agenzia. La seconda parte del Pin verrà prelevata direttamente dal richiedente dal sito delle Entrate” precisa l’Agenzia.

Come fare per ottenere il codice fiscale o un suo duplicato

Ad esempio, per ottenere il codice fiscale o un suo duplicato il cittadino può presentare la richiesta, sottoscritta anche con firma digitale, scegliendo uno dei servizi agili a disposizione e allegando la necessaria documentazione via mail o Pec (e sempre il documento di identità). Il certificato di attribuzione arriverà direttamente tramite il canale prescelto. I servizi agili possono essere utilizzati anche per la richiesta di duplicato del codice fiscale/tessera sanitaria, trasmettendo la richiesta firmata e scansionata insieme alla copia del documento d’identità. Stesse modalità anche per la richiesta di attribuzione del codice fiscale a persone non fisiche e, con riferimento ai soggetti non obbligati alla presentazione tramite “ComUnica”, per la dichiarazione di inizio attività, variazione dati o cessazione attività ai fini Iva.

Registrazioni e rimborsi

Se si ha la necessità di registrare un atto, è possibili inviare la documentazione necessaria anche in modalità Pec o email. In questo caso, però, andrà poi depositato “fisicamente” in ufficio un originale dell’atto registrato. Ancora, le richieste di rimborso possono essere inviate tramite Pec o email, attraverso i servizi telematici oppure presentate allo sportello. Alla richiesta effettuata per via telematica deve essere allegata l’eventuale documentazione a supporto e, in ogni caso, la copia del documento di identità. Anche la richiesta di accredito dei rimborsi sul conto corrente, firmata digitalmente, può essere presentata via Pec.

Cosa preoccupa il mondo? Ancora il virus (e le sue conseguenze)

E’ ancora il coronavirus il principale motivo di preoccupazione tra i cittadini a livello globale. L’emergenza sanitaria legata al virus, infatti, supera tutte le altre tematiche nel sondaggio “What Worries the World” condotto da Ipsos. In base ai dati della ricerca, si rileva che ad aprile il Covid-19 è risultato di gran lunga la principale preoccupazione in tutto il mondo ed è al primo posto in 24 dei 28 Paesi esaminati. Alla domanda sulle questioni più importanti che il proprio Paese deve affrontare oggi, il 61% degli intervistati cita proprio il coronavirus, con i punteggi più alti visti in Malesia (85%), Gran Bretagna (77%) e Australia (74%). In 10 anni di vita di questo sondaggio, il “What Worries the World”, non si erano mai visti risultati unanimi così elevati. Le altre tematiche che costituiscono le 5 principali preoccupazioni globali sono la disoccupazione, l’assistenza sanitaria, la povertà/disuguaglianza sociale e la corruzione finanziaria/politica.

I timori in Italia, salute e disoccupazione ai primi posti

In questo quadro, le risposte degli italiani non fanno eccezione, se non per delle piccole variazioni. Così, in media con le risposte globali ottenute, la maggior parte dei rispondenti di casa nostra – con percentuale pari al 68% – cita il Coronavirus come principale preoccupazione del proprio Paese in questo momento, seguita dalla disoccupazione percepita come una problematica seria dal 56% degli italiani. Al terzo posto si colloca la tematica delle tasse e, in questo caso, il dato italiano è estremamente interessante. Sui 28 Paesi partecipanti all’indagine, i cittadini italiani emergono come i più preoccupati per la situazione delle tasse nella propria nazione, indicata come problematica dal 27% dei cittadini rispetto alla media globale dell’11%. I successivi posti sono occupati dall’assistenza sanitaria (26%), dalla povertà/disuguaglianza sociale (24%), dal controllo dell’immigrazione (14%), dalla corruzione finanziaria/politica (13%) e dal crimine/violenza (12%). 

Disoccupazione e assistenza sanitaria le paure nel resto del mondo

Rimanere senza lavoro o non avere accesso alle cure sono le tematiche che mettono in ansia i cittadini di diverse Nazioni del mondo. In base ai dati raccolti da Ipsos, i livelli più alti di preoccupazione per la disoccupazione si registrano in Spagna (60%) e in Sudafrica (58%), seguiti dall’Italia (56%). Questo mese anche l’Australia entra tra i primi 5 Paesi più preoccupati per questo problema (+19 punti da gennaio al 48%), con altri notevoli incrementi negli ultimi tre mesi registrati in Israele (+23-39%) e negli Stati Uniti (+11-24%). I maggiori livelli di preoccupazione per l’assistenza sanitaria sono emersi in Ungheria (59%), insieme alla Polonia (51%) e al Brasile (46%).

Effetti collaterali del Coronavirus: in mezza Italia forti cali nelle connessioni Internet via smartphone

Molti italiani se ne saranno accorti sulla propria pelle, o meglio sulla propria connessione da smartphone: durante il lockdown la velocità di Internet è precipitata in numerose aree. A confermare questa sensazione, che è invece realtà, arriva il rapporto mensile di OpenSignal sullo stato delle connessioni nel nostro paese, coincidente con l’inizio del periodo di lockdown. Lo scenario che emerge è che l’Italia è spaccata a metà, con cali della tenuta della rete molto più accentuati fuori dalle grandi aree urbane.

Calo di velocità medio del 7,2%

Stando alle rilevazioni contenute nel rapporto relativo a marzo 2020, le velocità di download da smartphone sono diminuite in media del 7,2% nelle aree urbane, molto meno che nelle aree suburbane o rurali dove è stato rilevato un down rispettivamente del 12,2 e 13,7%. Per la classificazione del territorio, OpenSignal si è basata sul grado di urbanizzazione fornito dall’Istat, che raggruppa tutti i comuni italiani in tre tipi di aree: scarsamente popolate (zone rurali), densità intermedia (città, periferie e piccole aree urbane) e densamente popolate (città e grandi aree urbane), insieme alla suddivisione geografica per macro regioni  (centro, isole, nord est, nord ovest e sud). I dati evidenziano che nel nord est i cali sono stati contenuti, pari a circa il -2,6%, mentre il resto delle altre regioni c’è stato un abbassamento del 10%. Nelle zone suburbane si è registrata una variazione negativa pari a circa il 10% in almeno 4 delle 5 macro regioni, con il dato negativo più importante nelle isole. Stessa cosa al sud Italia in cui è stato registrato un calo del 13,2% passando da 22,2 Mbps a 19,2 Mbps, mentre le regioni del nord ovest sono passate da 27,1 Mbps a 23,7 Mbps, pari ad un calo del 12,6%. Più sensibile il calo nelle isole: OpenSignal riferisce di rallentamenti della velocità fino al 22,3% rispetto a febbraio.

Colpa di smartworking e didattica a distanza?

Appare pressoché certo che l’istituzione di una zona rossa a tutta l’Italia possa aver contribuito alle difficoltà di connessione. Gli analisti spiegano che i cali possano attribuirsi alla congestione della rete, dovuta all’altissimo numero di dispositivi collegati sia per lo smartwork sia per la didattica a distanza, due fenomeni esplosi proprio a marzo. In questo scenario c’è anche un aspetto positivo: gli operatori italiani hanno saputo “tenere botta” fornendo un servizio giudicato sempre al di sopra della sufficienza. Una prova superata, quindi, in una situazione inimmaginabile e mai sperimentata prima.

Caffè, altro che crisi: crescono domanda e prezzi all’ingrosso

Ci sono beni di prima necessità, in questo particolare momento storico, che per i consumatori sono più “essenziali” di altri. Molto più del petrolio, solo per fare un esempio. Stiamo parlando del caffè, una materia prima che, da quando è iniziata l’emergenza sanitaria legata al coronavrius, ha visto schizzare i suoi prezzi verso l’alto. Insomma, le persone sono disposte a rimanere chiuse in casa, a compiere sacrifici, a rinunciare a molte delle loro abitudini, ma non all’amato espresso. Il caffè, qualsiasi cosa accada, non si tocca e continua a profumare le case di tutto il mondo.

Prezzi dell’arabica aumentati del 20%

Rispetto allo scorso febbraio, il prezzo del caffè all’ingrosso ha registrato aumenti del 20% (sulla qualità arabica al mercato di New York), mentre altri beni ritenuto essenziali – come il petrolio appunto – hanno invece visto crolli del 40%. La notizia è stata riportata dal Financial Times, che segnala anche qualche criticità. Infatti nel prossimo futuro potrebbero presentarsi problemi alle forniture, anche perché si stanno assottigliando le scorte, all’avvicinarsi dei raccolti chiave da parte dei grandi produttori latino americani. Il rischio che i raccolti, e di conseguenza le forniture del caffè, non siano sufficienti è in gran parte dovuto al fatto che i prezzi bassi degli ultimi due anni hanno provocato l’abbandono di diverse piantagioni.

In America Latina coltivatori previdenti

Non mancano però notizie più rassicuranti: nella pandemia che stiamo vivendo, il caffè conserva dei margini di sicurezza. La maggior parte dei coltivatori in America Latina, infatti, lavorava già in una sorta di “autoisolamento” di fatto, operando in località lontane dagli affollamenti urbani. I coltivatori sono così in grado di continuare la produzione anche in settimane di lockdown e di misure di di contenimento del virus.

La domanda di caffè continuerà a tenere?

Un altro quesito, sotto la lente degli analisti finanziari, è la tenuta nel tempo della domanda di caffè. Le analisi sono riferite al mercato statunitense, ma probabilmente le valutazioni sono valide in tutti i paesi occidentali: a marzo 2020, negli Usa, le vendite di caffè confezionato hanno segnato un balzo di oltre il 70%. Però, secondo gli esperti, la domanda totale probabilmente calerà dato che i consumi domestici non compenseranno totalmente il calo di quelli legati alla chiusura di ristoranti e bar. In ogni caso, l’indicazione che arriva dal mercato è forte e chiara: alle persone si può anche togliere la libertà, ma il caffè proprio no.

Smart working, che risparmio: di soldi, di tempo, di aria

Lavorare da casa, una pratica ormai condivisa dalla gran parte degli italiani, è una strategia non solo funzionale alla situazione che stiamo vivendo a seguito dell’emergenza sanitaria, ma anche un’inaspettata fonte di “risparmio”. Proprio così: dall’inizio del lockdown, la quarantena che ha rivoluzionato le modalità di lavoro tradizionale, con lo smart working gli italiani hanno complessivamente risparmiato più di 100mila euro, accumulato oltre 10mila ore di tempo libero e non emesso in atmosfera oltre 60 tonnellate di Co2. Mai come in questo caso, si potrebbe riprendere un antico detto: “far di necessità virtù”.

Il calcolo sui chilometri che non sono stati percorsi

I dati sono stati calcolati e diffusi da #ColleghiAmoilLavoro, la piattaforma che permette di quantificare gli effetti del lavoro a distanza ideata da Jojob, servizio che offre alle aziende lo strumento completo di welfare aziendale dal punto di vista della mobilità. Attraverso questo semplice sistema, i lavoratori possono certificare velocemente e in poche mosse le giornate trascorse in smart working. In estrema sintesi, in questo modo è possibile quantificare il risparmio di tempo generato dal lavoro da casa, oltre a quello economico e ambientale, poiché i lavoratori non devono prendere la macchina o i mezzi pubblici per recarsi in ufficio o in azienda. Il sistema quindi calcola il risparmio di tempo, ambientale ed economico sulla base dei chilometri che non sono stati percorsi.

Il tempo, la risorsa più preziosa

Se i 100mila euro non fossero abbastanza, c’è un ulteriore risparmio ancor più significativo: è quello riferito al tempo. Tempo che, per tutti noi, in condizioni normali non basta mai. “I minuti, le ore che generalmente passiamo nel traffico diventano tempo prezioso per sé e per la propria famiglia. Abbiamo attivato la piattaforma non appena scattato il lockdown e in migliaia hanno aderito. Se consideriamo che in media un italiano su 4 trascorre circa un’ora e mezza al giorno per recarsi sul posto di lavoro e fare ritorno a casa, con lo smart working abbiamo calcolato che gli italiani hanno guadagnato complessivamente 3 anni e mezzo di ferie” ha dichiarato Gerard Albertengo, ceo di Jojob. Anche quando l’emergenza sarà conclusa, il lavoro da remoto – prima troppo poco praticato dalle aziende italiane – potrebbe diventare una modalità diffusa e condivisa dalle imprese. E i dati relativi ai tanti vantaggi dello smart working, sia economici sia ambientali, potrebbero dare una spinta ulteriore a nuove forme di lavoro a distanza.

Imprese e autonomi, scadenze fiscali rinviate e facilitazioni per ripartire

Dare la possibilità a piccole e medie aziende e lavoratori autonomi di tirare un po’ il fiato, evitando di aggiungere preoccupazioni – come i versamenti fiscali – alle tante ansie legate alla salute. Ci sono molti rinvii e diverse facilitazioni per l’imprenditoria nel decreto imprese, circa quaranta voci, che vanno dalle garanzie agli acconti light fino alle misure per evitare i fallimenti.

Iva e ritenute sospese per due mesi

Anche per aprile e maggio è previsto lo stop ai versamenti di Iva e ritenute: la misura riguarda tutte le attività che abbiano subito perdite a marzo del 33% (entro i 50 milioni di ricavi) o del 50% (sopra i 50 milioni). Esiste anche una proroga di altri due mesi dello stop al versamento delle ritenute per autonomi e partite Iva con giro d’affari entro i 400mila euro.

Acconti leggeri e dichiarazione a distanza

Ancora, riporta l’Ansa, il decreto afferma che chi fa l’autoliquidazione potrà versare acconti ridotti in base alle previsioni dell’andamento reale dei propri conti nel 2020, senza incorrere sanzioni o multe se paga almeno l’80% dell’importo che bisognerà poi effettivamente riconoscere. Più facile anche occuparsi della dichiarazione dei redditi, pure a distanza: non serve andare dal commercialista a consegnare la delega per la dichiarazione precompilata. Sarà sufficiente stamparla, firmarla e mandare la foto al professionista o, in alternativa, un video o un messaggio di posta elettronica con l’autorizzazione.

“Ombrello” per congelare i fallimenti

Il decreto contempla misure per proteggere le imprese “dal rischio liquidazione o fallimento, dalla revisione temporanea delle regole per scrivere i bilanci alla disattivazione delle cause di scioglimento societario per riduzione o perdita del capitale sociale”. Favorito il coinvolgimento dei soci nell’accrescimento dei flussi di finanziamento verso la società. Sono previste anche misure per sottrarre le imprese all’apertura del fallimento e alle altre procedure fondate sullo stato di insolvenza e a sterilizzare il periodo dell’emergenza ai fini del calcolo delle azioni a tutela dei creditori. L’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, che doveva partire per metà agosto, slitta al primo settembre 2021.

Si allarga il Fondo di garanzia

Lo strumento del Fondo di garanzia viene esteso. Adesso negozianti, autonomi, professionisti e piccoli imprenditori (con aziende fino a 499 dipendenti) possono accedere a 25.000 euro “subito in automatico”, garantiti al 100% e senza preventivi controlli sul merito del credito. Per i prestiti fino a 800mila euro ci sarà sempre copertura al 100%, con il 90% garantito dallo Stato e la controgaranzia del 10% dei Confidi, tenendo conto della situazione finanziaria pre-crisi e non del modulo andamentale. Per le richieste fino a 5 milioni invece la garanzia sarà al 90%, sempre senza valutazione andamentale.

Distrarsi e informarsi? Meno male che c’è il web

Le giornate al tempo del virus trascorrono con modalità diverse, anche per quanto riguarda l’intrattenimento e l’informazione. Ovviamente, non si può uscire e giocoforza la ricerca di entertainment si orienta verso   canali alternativi. In questo contesto, non sorprende che la maggior parte degli italiani trascorra moltissime ore a navigare sul web, in un’altalena fra svago e speranza di buone notizie. Tanto che il tempo collegati alla rete è più che raddoppiato in una sola settimana.

Il tempo passato in rete è cresciuto del 61%

Stando ai dati forniti da Audiweb, che ha preso in esame l’audience online tra il 2 e il 22 marzo, il tempo speso sul web è cresciuto del 61% dal 16 al 22 marzo, settimana in cui i brand di news online hanno fatto registrare un +96%, dopo il +102% messo a segno tra il 9 e il 15 marzo.

Più donne che uomini e più 45-54enni che ragazzi

E’ anche molto interessante l’analisi di questo pubblico “digitale” a livello demografico. L’aumento del tempo trascorso sui siti di informazione ha riguardato sia le donne (+101%) sia gli uomini (+91%) di età superiore ai 13 anni. Per quanto concerne le fasce d’età, a contribuire maggiormente a questo incremento sono le persone di età compresa fra i 45-54enni (+118%), seguite da quelle 55-64enni (+114%) e a seguire dai 25-34enni (+110%). Più moderato, anche se comunque sensibile, l’aumento fatto registrare da giovanissimi e senior: 66% per i 13-17enni, 60% per i 18-24enni e 65% per gli over 65 anni. 

News la categoria più ricercata

L’analisi mette poi in luce quali sono le categorie dei siti maggiormente ricercati. Nelle prime due settimane analizzate (dal 2 al 15 marzo) la curva dell’interesse della popolazione online si è indirizzata principalmente verso l’informazione. Nelle giornate successive, spiega Audiweb sull’Ansa, “si è passati dall’inseguimento di informazioni autorevoli e tempestive sulle disposizioni governative comunicate a più riprese, all’organizzazione e gestione di attività ludiche, di servizio, o di apprendimento e studio nell’ultima settimana di rilevazione, tra il 16 e il 22 marzo”. Nelle giornate seguenti è anche molto aumentato l’interesse verso l’offerta di contenuti utili a trascorrere il tempo in casa, tra lavoro o attività di differente natura. Gli incrementi maggiori si sono registrati per la categoria Home & Fashion (+114%), grazie soprattutto all’appeal dei brand raccolti nella sotto-categoria Food & Cooking. Cresce anche la categoria Family & Lifestyles (+23%), e l’Entertainment (+31%), che comprende video, radio online e contenuti dedicati espressamente al pubblico femminile.

Immobiliare, prezzi stabili nel 2019. E Milano fa da traino

E’ arrivata la fotografia del settore immobiliare aggiornata a tutto il 2019. A scattarla è l’Istat, che evidenzia una “una sostanziale stabilizzazione dei prezzi del mercato immobiliare residenziale” nel corso dell’anno passato. I prezzi delle abitazioni chiudono l’anno con una diminuzione di appena un decimo di punto rispetto al 2018 e con un andamento che si estende sul 2020 di poco positivo (+0,1%). I prezzi delle abitazioni esistenti (che pesano per oltre l’80% sul totale) calano dello 0,4% nel 2019, quelli delle case nuove aumentano dell’1,1%. Rispetto al 2010, i prezzi sono diminuiti del 16,6% (-23% per le abitazioni esistenti e +1,4% per le nuove). In questo contesto, l’ultimo trimestre del 2019 registra un nuovo aumento su base annua dei prezzi delle abitazioni, con una crescita dello 0,3% dopo lo 0,4% del terzo trimestre, secondo le stime preliminari.

Italia a due velocità, su il Nord giù il Sud

Quello nazionale, spiega l’Istat, è un dato che rappresenta “la sintesi di andamenti territoriali molto eterogenei con il Nord-Ovest e il Nord-Est in crescita e il Centro e il Sud e Isole in diminuzione”. All’interno di questo scenario, i prezzi delle abitazioni a Milano registrano una crescita sostenuta per il quarto anno consecutivo (fino al 12,5%) ribadendone il ruolo di traino del mercato immobiliare italiano, mentre Roma segna invece un calo per il terzo anno di fila, quantificato al -2%. Secondo le stime preliminari, nel quarto trimestre 2019 l’indice dei prezzi delle abitazioni acquistate dalle famiglie, per fini abitativi o per investimento, diminuisce dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e aumenta dello 0,3% nei confronti dello stesso periodo del 2018 (era +0,4% nel terzo trimestre 2019). È per il secondo trimestre consecutivo, quindi, che si registra un aumento su base annua dei prezzi delle abitazioni, dovuto per lo più a quelli delle abitazioni nuove (+1%; era +1,3% nel trimestre precedente) ma anche, seppur in misura più contenuta, ai prezzi delle abitazioni esistenti (+0,1% come nel terzo trimestre).

Segno più per il mercato delle nuove abitazioni

L’incremento tendenziale registrato dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate per il settore residenziale per il quarto trimestre 2019 è del +0,6%. Si tratta di un dato sempre positivo, ma in calo rispetto il +4,9% del trimestre precedente. In particolare, i prezzi delle abitazioni esistenti continuano a registrare una flessione, pari a -0,3% negli ultimi tre mesi dell’anno, mentre i prezzi delle abitazioni nuove continuano invece a crescere (+0,6%).

Coronavirus ed e-commerce: quando la digitalizzazione fa la differenza

Tra gli effetti del coronavirus, ce n’è uno che potrebbe indicarci la direzione delle modalità di consumo e soprattutto fornire alle aziende importanti spunti in termini di digitalizzazione. Già, perché l’emergenza sanitaria ha messo in luce quanto sia strategico, soprattutto per le imprese del comparto alimentare e dei beni di prima necessità, saper essere presenti e attive su tutti i canali digitali. Lo ha detto in una recente intervista all’Ansa la sales director di Kooomo, nota piattaforma tra quelle specializzate nell’e-commerce, Anastasia Sfregola. “L’acquisto online dei generi alimentari dovuto all’effetto scorte ha trovato impreparati i reparti e-commerce principalmente delle catene delle grande distribuzione che non avevano mai fronteggiato una situazione simile. Basti pensare che Esselunga in Italia in pochi giorni ha visto crescere la richiesta di spesa online dall’1% al 20%” ha dichiarato la manager.

Generi alimentari, richieste a +81%

Un’impennata confermata dai dati Nielsen sulle vendite online dei prodotti alimentari, ricorda la manager, in aumento nelle ultime tre settimane dell’81% rispetto allo scorso anno, con un incremento del 30% rispetto al periodo che ha preceduto l’esplosione dell’emergenza. “Una notizia che va letta sotto due angolazioni”, precisa Sfregola, “perché se il digitale rappresenta una risorsa indispensabile per gestire situazioni di emergenza, è proprio in circostanze come queste che s’impone un ragionamento su quali scelte fare nei processi di trasformazione”. Secondo la manager, “alla filiera agroalimentare, che si è trovata nel mezzo di una mole di richieste senza precedenti, serve una tecnologia diversa, pronta a sostenere una quantità di ordini più grandi”.

Una nuova era digitale

Seppur inaspettato e sicuramente tragico, questa sorta di test sul campo ha messo però in evidenza quanto sia importante per le imprese prepararsi e attivarsi in funzione di una nuova era digitale. Un imperativo categorico per le realtà che trattano beni primari. Infatti la situazione contingente ha portato sul web un pubblico vastissimo, che questa modalità di acquisto non l’aveva mai considerata. A maggior ragione, quando l’emergenza sarà conclusa, saranno essenziali le strategie che i brand sapranno mettere in atto per offrire anche ai nuovi utenti esperienze personalizzate e di valore. Il vero assett, naturalmente, sarà la qualità della tecnologia adottata e la capacità di rimodulare il proprio business verso la multicanalità. Con la capacità di spostare e gestire velocemente le attività a seconda delle esigenze: sarà questa una delle lezioni del virus che, probabilmente, cambierà il mondo.