Immobiliare, prezzi stabili nel 2019. E Milano fa da traino

E’ arrivata la fotografia del settore immobiliare aggiornata a tutto il 2019. A scattarla è l’Istat, che evidenzia una “una sostanziale stabilizzazione dei prezzi del mercato immobiliare residenziale” nel corso dell’anno passato. I prezzi delle abitazioni chiudono l’anno con una diminuzione di appena un decimo di punto rispetto al 2018 e con un andamento che si estende sul 2020 di poco positivo (+0,1%). I prezzi delle abitazioni esistenti (che pesano per oltre l’80% sul totale) calano dello 0,4% nel 2019, quelli delle case nuove aumentano dell’1,1%. Rispetto al 2010, i prezzi sono diminuiti del 16,6% (-23% per le abitazioni esistenti e +1,4% per le nuove). In questo contesto, l’ultimo trimestre del 2019 registra un nuovo aumento su base annua dei prezzi delle abitazioni, con una crescita dello 0,3% dopo lo 0,4% del terzo trimestre, secondo le stime preliminari.

Italia a due velocità, su il Nord giù il Sud

Quello nazionale, spiega l’Istat, è un dato che rappresenta “la sintesi di andamenti territoriali molto eterogenei con il Nord-Ovest e il Nord-Est in crescita e il Centro e il Sud e Isole in diminuzione”. All’interno di questo scenario, i prezzi delle abitazioni a Milano registrano una crescita sostenuta per il quarto anno consecutivo (fino al 12,5%) ribadendone il ruolo di traino del mercato immobiliare italiano, mentre Roma segna invece un calo per il terzo anno di fila, quantificato al -2%. Secondo le stime preliminari, nel quarto trimestre 2019 l’indice dei prezzi delle abitazioni acquistate dalle famiglie, per fini abitativi o per investimento, diminuisce dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e aumenta dello 0,3% nei confronti dello stesso periodo del 2018 (era +0,4% nel terzo trimestre 2019). È per il secondo trimestre consecutivo, quindi, che si registra un aumento su base annua dei prezzi delle abitazioni, dovuto per lo più a quelli delle abitazioni nuove (+1%; era +1,3% nel trimestre precedente) ma anche, seppur in misura più contenuta, ai prezzi delle abitazioni esistenti (+0,1% come nel terzo trimestre).

Segno più per il mercato delle nuove abitazioni

L’incremento tendenziale registrato dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate per il settore residenziale per il quarto trimestre 2019 è del +0,6%. Si tratta di un dato sempre positivo, ma in calo rispetto il +4,9% del trimestre precedente. In particolare, i prezzi delle abitazioni esistenti continuano a registrare una flessione, pari a -0,3% negli ultimi tre mesi dell’anno, mentre i prezzi delle abitazioni nuove continuano invece a crescere (+0,6%).

Coronavirus ed e-commerce: quando la digitalizzazione fa la differenza

Tra gli effetti del coronavirus, ce n’è uno che potrebbe indicarci la direzione delle modalità di consumo e soprattutto fornire alle aziende importanti spunti in termini di digitalizzazione. Già, perché l’emergenza sanitaria ha messo in luce quanto sia strategico, soprattutto per le imprese del comparto alimentare e dei beni di prima necessità, saper essere presenti e attive su tutti i canali digitali. Lo ha detto in una recente intervista all’Ansa la sales director di Kooomo, nota piattaforma tra quelle specializzate nell’e-commerce, Anastasia Sfregola. “L’acquisto online dei generi alimentari dovuto all’effetto scorte ha trovato impreparati i reparti e-commerce principalmente delle catene delle grande distribuzione che non avevano mai fronteggiato una situazione simile. Basti pensare che Esselunga in Italia in pochi giorni ha visto crescere la richiesta di spesa online dall’1% al 20%” ha dichiarato la manager.

Generi alimentari, richieste a +81%

Un’impennata confermata dai dati Nielsen sulle vendite online dei prodotti alimentari, ricorda la manager, in aumento nelle ultime tre settimane dell’81% rispetto allo scorso anno, con un incremento del 30% rispetto al periodo che ha preceduto l’esplosione dell’emergenza. “Una notizia che va letta sotto due angolazioni”, precisa Sfregola, “perché se il digitale rappresenta una risorsa indispensabile per gestire situazioni di emergenza, è proprio in circostanze come queste che s’impone un ragionamento su quali scelte fare nei processi di trasformazione”. Secondo la manager, “alla filiera agroalimentare, che si è trovata nel mezzo di una mole di richieste senza precedenti, serve una tecnologia diversa, pronta a sostenere una quantità di ordini più grandi”.

Una nuova era digitale

Seppur inaspettato e sicuramente tragico, questa sorta di test sul campo ha messo però in evidenza quanto sia importante per le imprese prepararsi e attivarsi in funzione di una nuova era digitale. Un imperativo categorico per le realtà che trattano beni primari. Infatti la situazione contingente ha portato sul web un pubblico vastissimo, che questa modalità di acquisto non l’aveva mai considerata. A maggior ragione, quando l’emergenza sarà conclusa, saranno essenziali le strategie che i brand sapranno mettere in atto per offrire anche ai nuovi utenti esperienze personalizzate e di valore. Il vero assett, naturalmente, sarà la qualità della tecnologia adottata e la capacità di rimodulare il proprio business verso la multicanalità. Con la capacità di spostare e gestire velocemente le attività a seconda delle esigenze: sarà questa una delle lezioni del virus che, probabilmente, cambierà il mondo.

Mutui e prestiti per famiglie e Pmi, le misure in campo per il coronavirus,

Il decreto legge del Governo di marzo ha messo in campo una vasta serie di strumenti e di pacchetti per rendere un po’ più leggera l’emergenza da parte di imprese e famiglie. Si tratta di molteplici interventi per garantire liquidità a chi si trova in difficoltà a causa del coronavirus. La manovra, che include azioni per quanto riguarda i mutui prima casa, moratoria sui prestiti, garanzie per le banche che finanziano imprese; incentivi alle imprese bancarie e industriali per cedere i crediti deteriorati; rafforzamento dei Confidi; garanzie per le regioni che effettuano acquisti da fornitori esteri ha un valore di 4,8 miliardi di euro. Valore che, in base alle stime, dovrebbe produrre un ‘effetto volano’ pari a circa 350 miliardi. Ecco, come riporta l’agenzia Adnkronos, le principali novità.

Mutui prima casa

Per questa tipologia di cittadini, il decreto estende il fondo di solidarietà per i mutui per l’acquisto della prima casa allargandolo con una nuova causale valida per la richiesta di sospensione. Si tutelano così le famiglie che stanno pagando la loro prima abitazione e che possono essere in difficoltà a sostenere le spese per gli effetti dell’emergenza.

Interventi per le piccole e medie aziende

Per le Pmi, che rischiano di essere colpite pesantemente dal blocco delle attività, gli interventi principali sono due, la moratoria e il Fondo Pmi. Nel primo caso, le micro, piccole e medie imprese potranno beneficiare di una moratoria su un volume complessivo di prestiti stimato in circa 220 miliardi di euro. Vengono congelate fino al 30 settembre le linee di credito in conto corrente, finanziamenti per anticipi su titoli di credito, scadenze di prestiti a breve e rate di prestiti e canoni in scadenza. Il Fondo centrale di garanzia per le Pmi viene invece incrementato di un miliardo di euro, anche per la rinegoziazione dei prestiti esistenti. Vengono inoltre introdotte delle modifiche che semplificano l’accesso al credito come: la gratuità della garanzia, con la sospensione dell’obbligo di versamento delle previste commissioni per l’accesso al Fondo stesso; l’ammissibilità alla garanzia di operazioni di rinegoziazione del debito; l’allungamento automatico della garanzia in caso di moratoria o sospensione del finanziamento per l’emergenza coronavirus; facilitazione per l’erogazione di garanzie per finanziamenti a lavoratori autonomi, liberi professionisti e imprenditori individuali; estensione dell’impiego delle risorse del Fondo. C’è poi anche un’ulteriore azione a favore delle piccole imprese: attraverso misure di semplificazione, viene rafforzato il Consorzio di garanzia dei fidi per le microimprese.

Smart working “Bene, ma non solo per le emergenze”: la parola all’esperto

Lo smart working è una modalità di lavoro adottata sempre più spesso dalle aziende di tutto il mondo e, in concomitanza con l’emergenza legata al Coronavirus, è stato adottato a tempi di record da tantissime imprese. Questo anche perché – oltre l’esigenza stretta – un recente decreto del Governo ha permesso di attivarlo in molteplici casi senza tutti gli adempimenti previsti di norma dalla legge. “E’ un atto correttissimo quello adottato dal Governo, a patto che non sia una scorciatoia e che non serva solo per gestire le emergenze”: sono le dichiarazioni rilasciate da Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, in una intervista rilasciata   all’Adnkronos/Labitalia. “In questa fase di emergenza – spiega Corso – sicuramente si velocizza l’attivazione dello smart working, ma non si può prescindere dall’importanza di un accordo di responsabilità datore di lavoro-dipendente”. Come a dire che “In pratica il lavoratore si ‘prende’ l’autonomia di operare da casa, in perfetta flessibilità, e in cambio l’azienda ne misura i risultati. Il lavoratore è comunque subordinato, anche se lavora ‘da casa’, e quindi deve dare conto del raggiungimento degli obiettivi”.

L’importanza vitale del lavoro a distanza

Aggiunge ancora Corso che la possibilità di utilizzare lo smart working consente di assorbire, almeno in parte, l’impatto del Coronavirus, consentendo di lavorare a distanza senza bloccare completamente il Paese. “Certo, non tutte le realtà aziendali sono uguali” precisa il responsabile scientifico. “Questi giorni stanno mettendo in luce delle differenze sostanziali tra chi riesce comunque a mantenere l’operatività normale e chi, invece, non riesce ad inserire nell’organizzazione aziendale questo nuovo modello di lavoro. Anche perché non si può pretendere che, da un momento all’altro, il dipendente lavori da remoto. Non è così semplice: non è sufficiente un pc e una connessione Internet. Ci si deve allenare al coordinamento con il datore di lavoro e con un team di riferimento, nel caso si lavori su un progetto a più mani”.

Un monito per il futuro

Quindi va ovviamente bene cercare di far fronte all’emergenza con lo smart working, ma questa modalità andrebbe applicata consapevolmente anche nel normale, quotidiano svolgersi delle attività aziendali. Una forma di garanzia anche “Nel caso, ad esempio, che ci sia un black out dei mezzi di trasporto o il rinvio dell’orario di un certo lavoro da consegnare, così da essere pronti a lavorare lontano dal posto di lavoro e a un orario diverso” puntualizza Corso. “Lo smart working è, quindi, uno scambio di flessibilità che deve inserirsi nella normale gestione dell’organizzazione aziendale, a prescindere dalle emergenze”.

La nuova solidarietà? E’ digitale

Obiettivo, non lasciare indietro nessuno. In questi momenti complicati a causa del Coronavirus, è nata una forma di solidarietà che permette a tutti, ma proprio a tutti, di continuare a lavorare, di studiare, di informarsi e, perché no, anche di divertirsi pur restando a casa. Con questo scopo è infatti partito – in concomitanza con l’attuazione delle prime zone rosse, quelle del Lodigiano e di Vo nel Veneto – il portale solidarietà digitale promosso da Agid, Agenzia per l’Italia digitale, e il Ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione. Aperto a tutti e davvero ricco di opportunità, il portale dimostra come la tecnologia possa sostenere milioni di italiani e, con essi, le loro attività quotidiane.

Presenti all’appello i colossi di Tlc e tante realtà del web

Il portale raccoglie le offerte messe a punto per l’emergenza da compagnie telefoniche, editori e aziende di tlc di ogni categoria. Sulla pagina web, in continuo aggiornamento, si trovano le opportunità a disposizione per leggere gratis giornali, libri e riviste, rigorosamente in formato digitale su tablet, smartphone e pc, insieme alle agevolazioni – minuti e giga gratis – regalate dagli operatori mobili e dai colossi come Microsoft, Ibm, Cisco e Amazon a cittadini e aziende alle prese con il lavoro agile. E nei prossimi giorni le possibilità saranno ulteriormente ampliate. Solo per citare qualche esempio, raccolte sul portale si trovano le offerte di Tim, Vodafone e WindTre per la telefonia, e quelle delle aziende di tlc per il telelavoro. Treccani, Amazon e Skuola.net sono disponibili con pacchetti e assistenza per la didattica a distanza, altre piattaforme allo streaming di contenuti di intrattenimento mentre alcuni editori come Mondadori e Condé Nast propongono e-book e abbonamenti online gratuiti alle riviste, così come alcuni giornali come La Repubblica, La Stampa o Il Riformista. Insomma, ogni categoria può trovare in questo “contenitore” un vero e proprio kit di sopravvivenza in tempi di isolamento forzato fra le mura di casa.
L’inedito “supporto” di PornHub Oltre a queste formule di promozioni, assistenza e gratuità, si aggiunge un’iniziativa di solidarietà davvero inedita. E’ infatti sceso in campo anche il sito PornHub, tra i più famosi portali pornografici del web. Come riporta l’Ansa, il sito a luci rosse ha annunciato l’iniziativa “Forza Italia, we love you!”, che dà agli italiani accesso gratuito alla versione a pagamento del sito. E soprattutto donerà la propria percentuale dei proventi della piattaforma ModelHub per sostenere il Belpaese. Anche questa è solidarietà.

Università italiane, otto dipartimenti fra i migliori al mondo

Prendiamoci qualche soddisfazione, almeno ogni tanto. L’Italia, anche in questi giorni bistrattata sui media esteri, dimostra invece di avere una marcia in più, almeno per quanto riguarda la qualità della formazione universitaria. La notizia: otto dipartimenti universitari italiani sono risultati tra i primi dieci al mondo, due in più rispetto allo scorso anno. L’ottimo piazzamento degli atenei del Belpaese arriva dalle nuove classifiche universitarie mondiali 2020 messe a punto da QS Quacquarelli Symonds che ha studiato 13.138 programmi universitari in 1368 atenei che si trovano in 83 località in tutto il mondo.

Le eccellenze made in Italy

Tra le eccellenze del Paese ci sono l’Università La Sapienza – Dipartimento di Storia e Storia Antica – che si è classificato al II posto nel mondo; e il Politecnico di Milano, che è al VI posto al mondo per Arte e Design e VII a livello globale per Architettura. A livello europeo l’Italia si classifica quarta come miglior sistema universitario in Europa, superata solo da Francia,Paesi Bassi e Germania oltre che dalla Svizzera (europea ma non parte dell’Ue). Con queste performance, è strano scoprire che il nostro paese – in merito alle prestazioni in quattro settori: reputazione accademica, occupabilità dei laureati, impatto sulla ricerca e sua produttività – è vincente in Europa solo per quanto riguarda il secondo parametro, ovvero l’occupabilità dei laureati. Su questo fronte ci piazziamo infatti al secondo posto, alle spalle della Francia. I nostri laureati insomma piacciono molto per la preparazione che hanno ai datori di lavoro che li assumono; però i numeri relativi agli altri tre parametri vedono l’Italia perdere posizioni.

Il Mit, l’Istituto di tecnologia del Massachusetts è leader mondiale

L’ateneo che si colloca la primo posto mondiale di questa classifica del sapere è stabilmente il Mit, l’Istituto di tecnologia del Massachusetts. L’università americana si conferma leader globale in 12 materie, più di qualunque altro paese al mondo; segue l’Università di Harvard in testa su 11, e l’Università di Oxford su 8. Ma il sistema di istruzione superiore degli Stati Uniti è in regressione: il numero dei primi 50 programmi offerti dalle università americane è sceso da 806 del 2018 a 769 di quest’anno. Al contrario, i programmi universitari del Regno Unito hanno registrato un miglioramento complessivo da un anno all’altro, con più aumenti (306) che diminuzioni (238). “La Brexit non sembra aver ancora messo a repentaglio le prestazioni di ricerca delle università britanniche”, commenta Ben Sowter, direttore della ricerca di QS, il quale aggiunge che “Dopo cinque anni di incessante miglioramento, i nostri dati ci dicono che c’è un rallentamento dei progressi della Cina. Tuttavia, la loro traiettoria è ancora superiore a quella delle università americane”.

Ict, la carbon footprint del settore è solo dell’1,4%

La tecnologia, spesso sotto attacco da parte dei suoi detrattori, ogni tanto può ribellarsi all’attribuzione di colpe ingiustificate. E lo fa a suon di dati e numeri, incontestabili. Adesso la risposta del settore Ict è arrivata all’accusa (poi smentita dai fatti, o meglio dalle analisi) che lo accusa di essere uno principale responsabili dell’emissione di Co2 nell’atmosfera. Ovvero, di essere un potente “motore” di inquinamento, in tempi in cui tutta l’opinione pubblica è sempre più sensibile agli effetti del climate change.

Lo studio che ribalta le carte in tavola

Adesso a mettere in chiaro le cose arriva una recentissima ricerca commissionata da Ericsson. E i risultati sono a dir poco sorprendenti: le emissioni di carbonio prodotte dalle tecnologie corrispondono all’1,4% delle emissioni totali di gas serra. E questo nonostante la continua crescita del traffico di dati: tra il 2010 e il 2020, il traffico dati si è decuplicato (superando i 2500 milioni di terabyte), con una crescita verticale negli ultimi cinque anni. L’impronta ambientale dell’Ict, invece, è rimasta stabile. Lo studio di Ericsson ha illustrato tutti i dati nel dettaglio, e soprattutto ha messo in evidenza che la ‘carbon footprint’ del ciclo di vita totale del comparto dell’Information technology (Ict) è pari a circa 730 milioni di tonnellate di Co2.

Molto meno inquinante rispetto ad altri settori

La ricerca condotta dalla società, inoltre, confronta le emissioni prodotte dall’intero settore Ict con quelle di altri comparti. In particolare il focus è sull’aviazione, e mette in evidenza che nel 2015 le emissioni prodotte dalla combustione di carburante nell’aeronautica sono state di circa 800 milioni di tonnellate di Co2. Si legge a questo proposito nell’analisi, ripresa dall’Ansa: “Pertanto l’Ict potrebbe essere paragonato all’aviazione ma solo per il consumo di carburante e senza tener conto delle emissioni generate da altre attività, come la fabbricazione di aeroplani, il funzionamento degli aeroporti, lo smaltimento dei velivoli. In realtà, le emissioni di un viaggio transatlantico andata e ritorno sono pari a quelle generate dall’uso di uno smartphone per 50 anni”.

Questione di percentuali

In questo scenario, ci sono anche altri elementi da tenere in considerazione, sempre in riferimento al parallelismo fra tecnologia e aviazione: “si stima che prodotti e soluzioni Ict siano utilizzate dal 70% della popolazione, mentre solo il 10% si sposta in aereo ogni anno”. Questo significa che, anche se la carbon footprint dei due settori avesse la stessa entità, l’impatto sulla popolazione sarebbe diverso. Insomma, il settore dell’Itc è assolto.

Smart working, i consigli professionali per svolgerlo al meglio

Sono sempre di più le aziende che si orientano verso lo smart working, e non solo come extrema ratio per fronteggiare le emergenze causate dal coronavirus. Il lavoro da casa, insomma, sta sempre più prendendo piede nelle aziende – e anche nella mentalità – come una forma lavorativa del tutto comune e praticata. Ma siamo pronti ad affrontare questo cambiamento nel modo corretto e, soprattutto, più produttivo possibile? Sia oggi in una situazione “estrema” (e per questo il DL del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti cautelative per il coronavirus permette alle imprese di applicare, con effetto immediato, lo smart working senza accordi bilaterali con i collaboratori ) sia in futuro, quando lavorare da casa sarà una pratica condivisa? “Molte aziende hanno optato per lo smart working per tutelare, come è giusto che sia, la salute di dipendenti, collaboratori e clienti. In realtà internazionali e/o innovative, questa prassi è stata adottata già parecchio tempo fa, ma per molte altre si tratta davvero di una novità. Che sia una pratica diffusa o una novità, comunque, ci sono una serie di azioni che permettono di trasformare questa esigenza in un’opportunità” dice Joelle Gallesi, General Manager di Hunters Group, primaria società di head hunting italiana.  Ecco i consigli degli esperti per organizzare al meglio le ore di lavoro lontano dall’ufficio.

Obiettivi chiari e comunicazione efficace

Come in ogni lavoro, è importante aver chiari gli obiettivi a breve termine e concordare le scadenze per la consegna dei lavori che si dovranno gestire durante le ore di attività. “Lo smart working è un metodo di lavoro che si misura in risultati, non in ore lavorate, per cui è importante avere delle ‘unità di misura’ condivise” dicono gli esperti. Altrettanto importante è la comunicazione, che deve essere multicanale (skype, telefono, mail, chat aziendale…) in modo da potersi confrontare e relazionare con gli altri come se si stesse alla propria postazione in ufficio o in riunione.

Gestione dello spazio e del tempo

Anche a casa, occorre ricavarsi un vero e proprio angolo ufficio. Lo spazio organizzato serve infatti a “mettere in ordine” le idee e a facilitare il lavoro. “Una seduta comoda, uno spazio per appoggiare il pc e nessuna distrazione acustica sono alcune delle condizioni necessarie per poter lavorare in serenità e concentrazione” spiegano gli esperti. Allo stesso tempo, serve organizzazione anche per la gestione del proprio tempo, dato che nello smart working si incastrano giocoforza impegni personali e attività professionali. Bisogna imparare a bilanciare i tempi lavorati e i momenti di break. Infine, è importante ricordarsi che lavorare da casa non significa essere reperibili h24: sono fondamentali anche i momenti di totale stacco dal lavoro per essere realmente produttivi.

Lombardia, insieme è meglio: 3.500 imprese messe in rete

L’unione fa la forza. E’ sicuramente così per 3.500 imprese lombarde, che si sono messe in rete per affrontare con maggiore forza le sfide di un mercato sempre più competitivo, e portando a casa quasi 6mila contratti. Ad analizzare questo fenomeno è la Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Ma di quali aziende si parla? Solo per fare alcuni esempi, si tratta di imprese di prodotti naturali italiani che intendono condividere la loro attività di commercializzazione di cibi freschi anche all’estero, di quelle che si affiancano per creare un prototipo di moduli abitativi prefabbricati in legno a basso costo e di rapida realizzazione, di cooperative che insieme puntano a sostenere il diritto alla salute dei lavoratori attraverso l’erogazione di ticket sanitari, di aziende che si accordano per migliorare gli skills dei rispettivi lavoratori e riqualificarli, di imprese che stanno creando un servizio “chiavi in mano” nell’ambito del restauro e della conservazione dei beni culturali. Sono queste, spiega la Camera di commercio in una nota, le realtà che hanno scelto di sottoscrivere un contratto per reti d’impresa, la formula – disciplinata da apposite normative – che permette alle imprese di unire le risorse. 

Cosa è il contratto di rete

La rete rappresenta uno strumento giuridico-economico di cooperazione fra imprese che, attraverso la sottoscrizione di un contratto (detto appunto “contratto di rete”), si impegnano reciprocamente, in attuazione di un programma comune, a collaborare in forme ed ambiti attinenti alle proprie attività,scambiando informazioni e prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica e/o realizzando in comune determinate attività relative all’oggetto di ciascuna impresa. In questo modo è possibile razionalizzare i costi e le procedure organizzative interne.

I numeri in Italia e in Regione

A livello nazionale, sono 34.880 le imprese che hanno stipulato un contratto di rete. Di queste, 3.561 sono in Lombardia (pari al 10% nazionale). Per numero la prima regione è il Lazio con 8.909 imprese coinvolte in reti (26%). A seguire Lombardia (10%), Veneto con 2.751 imprese (8%), Campania con 2.634 (7%) e Toscana con 2.381(6%). Riguardo al tasso di crescita, le imprese coinvolte in contratti di rete sono aumentate in Italia del 49% in 2 anni, passando da 23.369 a 34.880. Per quando concerne la Lombardia, in due anni l’aumento ha toccato il 17%: in testa si colloca Milano (+26%) e Mantova (+25%), seguite da Monza Brianza (+21%) e Bergamo (+17%). In Lombardia, dopo Milano in testa con 1.311 imprese (pari al 37% del totale regionale), si collocano Brescia con 527 imprese (pari al 15% lombardo), Bergamo con 383 imprese (11%), Lecco con 265 imprese (7%) e Monza Brianza con 191 imprese (5%). Nel complesso le imprese coinvolte in reti sono 1.540 tra Milano, Monza Brianza e Lodi, pari al 43% delle aziende lombarde che hanno unito le forze per dare luogo a reti d’impresa.

Servizi, costruzioni e commercio i principali settori

Sempre restando in Lombardia, i settori più coinvolti nei contratti di rete sono quello dei servizi (44% di questa tipologia di imprese), il comparto industriale e artigiano (23%); seguono le costruzioni e il commercio (21%) e l’agricoltura (9%). Per quanto concerne la forma giuridica, prevalgono ampiamente le imprese di capitali (65% delle imprese coinvolte in contratti di rete), seguite dalle imprese individuali (13%) e dalle società di persone (11%).

Work-life blend, per il 70% degli italiani lavoro e vita privata si sovrappongono

Un confine netto tra vita privata e vita professionale? Macché. Gli italiani, in gran parte, hanno perso l’equilibrio tra il tempo da dedicare al lavoro e quello da rivolgere alla propria famiglia e ai propri interessi. La sovrapposizione tra lavoro e vita ha un nome, ovviamente inglese: è il work-life blend, l’esatto contrario del più famoso work-life balance. I numeri sono eloquenti, come rivela l’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine sul mondo del lavoro di Randstad, operatore globale nei servizi per le risorse umane, condotta in 34 Paesi su un campione di 400 lavoratori di età compresa fra 18 e 67 anni per ogni nazione, che lavorano almeno 24 ore alla settimana percependo un compenso economico.  Infatti, ben il 71% dei nostri connazionali risponde a telefonate, email e messaggi di lavoro anche fuori dell’orario di lavoro, al terzo posto in Europa, +6% rispetto alla media globale. E’ significativa anche un’altra percentuale, quella di chi rimane sempre connesso anche durante i periodi di ferie, che tocca il 53%: oltre un lavoratore su due. La colpa di questo atteggiamento? Secondo gli intervistati è da attribuire al datore di lavoro che, per il 59% dei dipendenti, si aspetta che questi ultimi gestiscano questioni professionali anche fuori dall’orario d’ufficio e, secondo il 52%, rispondano durante le ferie e il tempo libero.

Gli italiani i più “disponibili”

La ricerca evidenzia che gli italiani sono fra i più disponibili al mondo a rispondere a telefonate, email e messaggi di lavoro dopo l’orario d’ufficio. Il 71% lo fa quando possibile (in Europa soltanto Portogallo, 72%, e Romania, 74%, sono più solleciti) e ben il 68% lo fa immediatamente, al primo posto in Europa dopo Grecia (71%) e Romania (69%). La modalità è la stessa sia per gli uomini sia per le donne, mentre i lavoratori sotto i 45 anni sono ancora più solerti dei colleghi più “grandi”: rispondono subito nel 70% dei casi contro il 66%.

Il lavoro va anche in vacanza

Per quanto riguarda i periodi di ferie, il 71% dei nostri connazionali non vuole pensare al lavoro (76% uomini contro il 66% delle donne). Oltre un lavoratore su due, però, sceglie di gestire questioni di lavoro mentre è in vacanza perché vuole sentirsi coinvolto e restare aggiornato (53%, ben 10 punti sopra la media globale), soprattutto maschi (56%, contro il 51% delle colleghe) con meno di 45 anni (58%, contro il 47% dei dipendenti senior). Tuttavia, la scelta di essere sempre a disposizione, anche quando ci si trova al mare o in montagna, è dettata – riferiscono gli intervistati – dalle pressioni da parte dei datori di lavoro: il 59% di questi, sempre secondo i dipendenti, si aspetta che i collaboratori si occupino di questioni professionali anche fuori dall’orario d’ufficio.