Global Happiness 2020, il 63% della popolazione mondiale è “felice”

Anche in un anno davvero complicato come lo è questo 2020, il 63% dei cittadini del mondo si dichiara “felice”. Proprio così: come rivela il sondaggio Global Happiness 2020 di Ipsos, il livello di felicità è rimasto più o meno invariato rispetto al 2019, calando di un solo punto percentuale. Eppure, questo singolare indice che misura la felicità in alcuni paesi è addirittura aumentato: sale in sei (tra i quali Cina, Russia, Malesia e Argentina), mentre cala in dodici nazioni. Il paese che guida la classifica è la Cina, dove il 93% si dichiara felice (in aumento di 11 punti rispetto allo scorso anno), seguita dai Paesi Bassi con l’87% e dall’Arabia Saudita con l’80%. Canada e Australia, che si piazzavano nelle prime posizioni l’anno scorso, sono invece in caduta: il Canada con il 78% scende al quarto posto e l’Australia con il 77% scende al sesto posto.E l’Italia? Bene ma non benissimo: l’Italia è al 16esimo posto, anche se l’indice è aumentato (e questa è sì una sorpresa) dal 57 al 62%. Nonostante i dati siano in tenuta rispetto un anno fa, è invece impressionante notare come è calato il sentiment relativo alla felicità in 10 anni: tra il 2011 e il 2020, la percentuale di coloro che si dichiarano felici è diminuita di 14 punti a livello globale.

Cosa rende felici?

Ma su quali parametri si basa questo sondaggio? Lo studio ha preso in esame, a livello globale, 29 potenziali fonti di felicità; di queste, le prime cinque con le relative percentuali sono: salute/benessere fisico (55%); rapporto con il partner (49%); figli (49%); sentire che la propria vita abbia senso e significato (48%); qualità di vita (45%). Rispetto all’indagine pre-pandemia condotta lo scorso anno, le fonti di felicità che hanno acquisito maggiore importanza a livello internazionale riguardano le relazioni, la salute e la sicurezza. D’altra parte, il tempo libero e il denaro hanno ceduto terreno come fattori di felicità un po’ in tutto il mondo. Sorprendentemente, la situazione finanziaria personale non è uno dei primi driver di felicità.

L’Italia un po’ diversa dagli altri Paesi

Anche se lo studio mette in luce che le maggiori fonti di felicità tendono ad essere universali, l’Italia si discosta leggermente dalla media globale. Per i nostri connazionali, infatti, le principali fonti di felicità risiedono in: la sensazione di controllo della propria vita, salute e benessere fisico, sicurezza e protezione personale, la sensazione che la propria vita abbia un senso e, a pari merito, hobby e condizioni di vita. 

Social media: essere se stessi aiuta il benessere psicologico

Sii te stesso, anche sui social. Sembra essere questo il consiglio più prezioso per bilanciare in maniera corretta vita reale e vita virtuale, all’insegna della Life Balance. Insomma, la verità – anche sui social – ripaga in benessere a livello psicologico: lo afferma un nuovissimo studio pubblicato sulla rivista Nature Communications. “Con questa ricerca volevamo scoprire come gli utenti dei social media decidano se presentarsi in modo autentico, idealizzato o socialmente desiderabile. E abbiamo rilevato che gli individui più autentici sui social media sono quelli che vantano un più alto livello di benessere soggettivo” ha detto Erica Bailey della Columbia University e autore principale dello studio. L’analisi è interessante anche per i numeri: si stima che quasi 4 persone su 5 usino un qualche social e che i tre quarti di questi lo facciano su base quotidiana. Ovviamente, l’impatto di questa abitudine sulla psiche individuale può essere rilevante.

Analizzati oltre 10.000 profili

Il team di scienziati ha perciò analizzato i profili Facebook di 10.560 utenti, monitorando anche attività come mettere like e aggiornamenti di stato, al fine di valutare i tratti della loro personalità. Più nel dettaglio, gli autori hanno studiato l’autenticità delle informazioni postate su Facebook dal campione esaminato, confrontando il quadro psicologico emerso dall’analisi di questa attività con i risultati ai test standard di personalità cui ciascun volontario è stato sottoposto. I partecipanti hanno anche compilato un questionario ad hoc per misurare il proprio benessere psichico, chiamato test ‘Life Satisfaction’. Ebbene è emerso che quanto più l’attività su Facebook era in linea coi risultati ai test di personalità, maggiore era il benessere psichico riscontrato con il test Life Satisfaction. Nella seconda parte dello studio, poi, gli esperti hanno chiesto a una piccola parte del campione di scrivere post autentici sul social ed hanno visto che questa attività si associa a un aumento del benessere psichico riportato da ciascuno.

Auto-idealizzarsi non fa bene

Naturalmente, tutti tendiamo a mostrare sui social solo gli aspetti migliori delle nostre vite, delle nostre passioni e anche del nostro aspetto. Ma questo “comportamento auto-idealizzante a volte può portare a conflitti psicologici interni, provocando forti reazioni emotive e persino ansia o depressione” spiegano i ricercatori. Addirittura, alcune fra le persone coinvolte nel test ha sostenuto che la cura sia la chiusura degli account social. Ma i ricercatori sono di un altro avviso:  si può benissimo rimanere “psicologicamente sani ed emotivamente stabili anche rimanendo sui social, a condizione di essere più autentici”.

Tra mondo tech e agroalimentare, quali sono le professioni di oggi (e di domani)

Inutile negare che la pandemia abbia sconvolto un po’ tutte le dinamiche di vita a cui eravamo abituati. E le modalità con cui si cerca un lavoro non fanno certo eccezione. Nello scenario post Covid-19, è quindi interessante  – e sicuramente utile – capire dove ci stiamo dirigendo, come sarà il lavoro del futuro e soprattutto quali saranno le professioni più richieste del 2021. Qualche indicazione preziosa arriva dal Sistema Informativo Excelsior, una delle fonti più utilizzate per seguire le dinamiche relative al settore lavorativo. Realizzato da Unioncamere e Anpal, consiste nella realizzazione di indagini mensili sulle imprese, con un particolare focus sui profili professionali e i livelli di istruzione richiesti.

Piccoli segnali di ripresa

Secondo l’ultima analisi, pubblicata nel mese di settembre 2020, sono previste in queste settimane 310 mila assunzioni, con una riduzione del 28,7% rispetto ai dati di settembre 2019. Si tratta di una piccola ripresa, seppur lieve, che comunque fa ben sperare per il futuro: emerge in particolare che i principali incrementi saranno nel settore agroalimentare e in quello delle costruzioni. Ma il dato più interessante – e anche beneaugurante –  è questo: le piccole e medie imprese reagiranno meglio in questa fase, contenendo le perdite occupazionali. Le previsioni sono oltre la media nazionale per le regioni del sud, isole e nord ovest; andrà peggio, invece, per quelle del centro e del nord est.

Le professioni più gettonate

Il documento riporta un elenco delle professioni più richieste per settembre, e ha preso in esame anche altre statistiche rilevanti, come quelle diffuse da LinkedIn. Tra i lavori più ricercati, c’è il developer: questa è in assoluto la prima tra le professioni più richieste del 2021 e, probabilmente, manterrà tale primato ancora a lungo. Tutti gli studi di settore concordano nel definire lo sviluppatore come una delle figure professionali più ricercate, a maggior ragione ora che il web ha acquisito un ruolo strategico essenziale. In seconda battuta, ci sono i professionisti che operano nella comunicazione online: ruoli richiesti già prima dell’emergenza sanitaria, ma oggi ancora di più. Al terzo posto, sebbene in molti ritengano che le nuove  tecnologie possano sostituire la presenza umana anche nelle HR, sono proprio le risorse umane tra le figure più ricercate, proprio in “carne e ossa”. Chiudono la classifica delle professioni maggiormente richieste gli specialisti nell’Agroalimentare, settore che ha ottime previsioni di sviluppo anche per gli anni a venire, e gli esperti di Cybersecurity, ruoli emergenti ma sempre più strategici.

Videogame, più gettonati dei film in streaming e Tv

Sportivi sì, ma davanti a uno schermo. Gli italiani sono dei veri fan degli sport competitivi, specie quelli che si possono praticare… sui videogiochi. E il lockdown, che ha bloccato per tanto tempo le attività fisiche tradizionali, non ha fatto altro che aumentare tale tendenza. Che i nostri connazionali siano dei patiti di queste attività è confermato dal nuovo rapporto presentato da Iidea, l’associazione nazionale di categoria, in collaborazione con Nielsen: nel 2019 gli appassionati in Italia sono aumentati del 20% attestandosi su 1,4 milioni. Non solo: nei primi mesi del 2020 la crescita è stata ancora maggiore.  

Raddoppiato il tempo per i giochi

Come si legge nel report, da gennaio a giugno gli appassionati hanno quasi raddoppiato il tempo dedicato ai videogiochi per Pc (+48%) e console (+42%), più di quanto sia successo con tv e film in streaming (+45%). Il 38% degli “avid fan”, appassionati che seguono i videogiochi competitivi almeno una volta al giorno, ha guardato esports in sostituzione degli sport tradizionali. “Questa forma di intrattenimento – ha spiegato il presidente di Iidea, Marco Saletta – ha ricevuto un’ulteriore spinta alla crescita come fenomeno di massa grazie all’attenzione ad esso dedicata nel corso dei primi 6 mesi del 2020 da parte di media più generalisti e canali televisivi che in passato erano orientati alla sola trasmissione di eventi sportivi più tradizionali”. I dati diffusi dall’associazione – estrapolati da un’indagine condotta su un campione di 1.500 persone tra i 16 e i 40 anni – evidenziano la popolarità degli esports, un fenomeno trasversale che appassiona in egual misura uomini (51%) e donne (49%) con un livello di istruzione medio-alto e un’età media di 29 anni.

Più giocatori al Sud e nelle Isole

Un’altra informazione singolare che scaturisce dal report è legata alle differenze geografiche: si scopre infatti che ben il 36% dei fan di queste attività si concentra nelle regioni del Sud e nelle Isole. E per quanto riguarda il tempo trascorso con questa passione? In media i fan dedicano 6,5 ore alla settimana alla fruizione di eventi esports, contro le 5 del 2018 (+35%). Il numero di fan che spendono oltre cinque ore la settimana a guardare eventi esports, inoltre, è aumentato del 18% rispetto alla rilevazione del 2019. Oltre agli esports, musica e cinema sono i loro principali interessi.

PC e smartphone i dispositivi preferiti

I motivi che portano gli appassionati a seguire il mondo delle competizioni videoludiche sono l’intrattenimento, il voler migliorare le proprie abilità in un determinato videogioco o guardare un videogame prima di acquistarlo. I generi più seguiti sono gli sportivi e gli sparatutto, seguiti dai battle royale (Fortnite su tutti). I dispositivi più utilizzati sono personal computer (62%) e smartphone (47%), seguiti dalle app per Smart TV, tra cui YouTube (31%).

Bonus mobilità, è ufficiale: il 3 novembre debutta la piattaforma per i rimborsi

Finalmente c’è una data certa: con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 5 settembre scorso, diventa di fatto operativo il Programma sperimentale buono mobilità – anno 2020” previsto dal Governo. La piattaforma web per il bonus sarà infatti accessibile dal 3 novembre 2020. E’ questo l’ultimo atto del provvedimento che consente di ottenere un contributo fino al 60% della spesa sostenuta e, comunque, in misura non superiore a 500 euro, sull’acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, e veicoli per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica quali monopattini, hoverboard e segway, o per l’utilizzo dei servizi di sharing mobility esclusi quelli mediante autovetture.

Cosa prevede il decreto

Il decreto prevede che chi ha acquistato un mezzo o un servizio di sharing mobility dal 4 maggio 2020, o lo acquisterà fino al 31 dicembre 2020, potrà richiedere il bonus attraverso l’annunciata applicazione web, accessibile, previa autenticazione tramite il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID), sia direttamente sia dal sito del Ministero dell’ambiente. Per richiedere il bonus sull’acquisto dei mezzi ci si potrà registrare sull’applicazione del Programma a partire da 60 giorni dalla pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale (e quindi dal 3 novembre).

Cosa possono fare i venditori

In una nota diffusa dal Ministero dell’Ambiente si legge: “I soggetti che erogano servizi di mobilità condivisa a uso individuale escluso quelli mediante autovetture, le imprese e gli esercizi  commerciali che vendono biciclette, anche a pedalata assistita, e veicoli per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica si potranno accreditare  sull’applicazione web a partire dal quarantacinquesimo giorno (e cioè dal 19 ottobre)”. Esiste quindi uno scarto di 15 giorni, fra il 45° e il 60° dalla pubblicazione del decreto per dar tempo ai negozianti e ai gestori dei servizi di sharing mobility per accreditarsi e poter poi avvalersi dei rimborsi erogati dal Ministero dell’Ambiente a fronte della presentazione del bonus.

Come avviene il rimborso

Le persone che hanno acquistato il mezzo fino al giorno prima dall’attivazione dell’applicazione riceveranno il rimborso con un bonifico, quelle che ancora non l’hanno fatto riceveranno un bonus che andrà consegnato al negoziante che a sua volta sarà rimborsato dal Ministero dell’Ambiente tramite l’applicazione web. L’erogazione dei bonus avverrà nei limiti delle risorse disponibili che, rispetto allo stanziamento iniziale, sono state implementate e portate a 210 milioni di euro. Rimangono invece validi i requisiti per ottenerlo: è destinato ai soli residenti nei capoluoghi di regione, nelle città metropolitane, nei capoluoghi di provincia e nei comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti.

Italia, il carrello della spesa green vale 8 miliardi di euro

Gli italiani sono sempre più sensibili al tema della sostenibilità, in tutte le loro azioni. E la spesa non fa eccezione: non sorprende infatti che per molti di noi l’attenzione green a ciò che si mette nel carrello sia diventata una priorità. Tanto che questo tipo di prodotti ha raggiunto un peso di circa 8 miliardi di euro l’anno. Ma non solo: i nostri connazionali ricercano anche sull’etichetta il richiamo alla protezione dell’ambiente, oggi presente su 21.213 prodotti di largo consumo. Lo rivela l’ultimo Osservatorio Immagino, realizzato da GS1 Italy in collaborazione con Nielsen, che indica i quattro grandi temi che catturano l’attenzione del consumatore: responsabilità sociale, rispetto degli animali, management sostenibile delle risorse e agricoltura e allevamento sostenibili.

Il “compostabile” domina le vendite green
A dominare le vendite di questa tipologia di referenze sono i richiami alla gestione sostenibile delle risorse sia nella fase produttiva che nel packaging, con un fatturato di 3,6 miliardi di euro, il 10,2% del valore complessivo del paniere verde. A crescere, nell’ordine, sono le confezioni e gli imballi con indicazione ‘compostabile’ (+55,9%), con ‘meno plastica’ (+21%) o ‘biodegradabile’, quelle che richiamano ‘CO2’ (+19,1%) e ‘riduzione impatto ambientale’ (+13,5%). In particolare, è interessante notare che, tra supermercati e ipermercati, i prodotti di largo consumo con confezioni compostabili hanno raggiunto un fatturato di 74 milioni di euro. Si tratta principalmente di precise tipologie di prodotti, quali  preparati per bevande calde (capsule), gelati, surgelati e acque minerali nel food, e prodotti usa e getta e igienico-sanitari nell’extra alimentare. Questo specifico filone evidenzia con forza quanto siano passati i messaggi di ecosostenibilità in tutti i settori della vita quotidiana.

No ad antibiotici e sì al 100% naturale

In questa particolare classifica green, riporta l’Osservatorio ripreso dall’Ansa, si collocano al secondo posto, con 2,4 miliardi di euro di giro d’affari, i prodotti che in etichetta rimandano ad un’agricoltura amica dell’ambiente e a modalità di allevamento sostenibili, come ‘senza antibiotici'(+62%), ‘ingredienti 100% naturali’ (+9,7%) e alla tracciabilità (+14,7%). Seguono al terzo posto i prodotti attenti alla responsabilità sociale, con 2,3 miliardi di euro di fatturato, dovuto soprattutto al consolidamento delle certificazioni Utz (+16,2%) e Fairtrade (+8,5%) in particolare in caffè, cacao e cioccolato. Segno meno, invece, per le vendite del paniere di prodotti ottenuti nel rispetto e salvaguardia del benessere animale (-0,3%); un calo imputabile alla riduzione dei prodotti con il claim ‘cruelty free’, non compensata dalla lieve crescita dei prodotti certificati ‘Friend of the sea’.

I surgelati entrano nella nuova dieta mediterranea

La dieta mediterranea festeggia i suoi 10 anni come patrimonio immateriale dell’Umanità dell’Unesco. La varietà degli alimenti, l’equilibrio e il gusto della dieta mediterranea sono stati riconosciuti dal Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agricola, come modello di uno stile di vita sano e sostenibile. Tuttavia, secondo l’European Journal of Public Health, solo 4 italiani su 10 la seguono, e consumano ancora troppo poco pesce e verdure di quanto consigliato dai nutrizionisti. Per invertire questo trend un aiuto arriva dai prodotti surgelati. Il Crea infatti sottolinea nelle sue linee guida come i surgelati rappresentino una corretta alternativa nutrizionale, ed entrino a far parte di diritto nella nuova dieta mediterranea.

La risposta a un consumo troppo basso di pesce e verdura

Nei prodotti surgelati sono presenti alimenti cardine della dieta mediterranea, come pesce, pasta, verdura e legumi, con il vantaggio di averli sempre a portata di mano. Se non i prodotti vegetali freschi non sono sempre disponibili in tutte le stagioni i surgelati, al contrario, permettono di seguire lo stile alimentare mediterraneo in maniera più costante, e senza differenze nutrizionali rispetto ai prodotti freschi. Tecniche come l’IQF (Individually Quick Frozen) e i velocissimi tempi di surgelazione consentono infatti a mantenere inalterati anche nutrienti, come la vitamina C o l’acido folico, soggetti a ridursi significativamente col passare del tempo.

Rilanciare la dieta mediterranea adattandola a nuove esigenze

“Nella seconda metà del secolo scorso la dieta mediterranea è stata per la prima volta studiata e battezzata da Ancel e Margaret Keys, che ne stabilirono i valori fondanti, come ad esempio la varietà e la valorizzazione di prodotti semplici”, commenta Giorgio Donegani, nutrizionista e tecnologo alimentare  La nuova dieta mediterranea rilancia i principi dell’alimentazione mediterranea, ma adattandoli alle esigenze dello stile di vita contemporaneo. Si tratta infatti di un modello alimentare che prevede soprattutto il giusto apporto calorico, e l’assunzione di tutti i nutrienti necessari al nostro organismo per mantenerlo in salute.

“Oggi si parla molto di nuova dieta mediterranea e i surgelati possono esserne tra i protagonisti – aggiunge Donegani -. Perfetti per ricette bilanciate, in linea con le indicazioni nutrizionali, fatti con materie prime dalla filiera corta e sostenibile. Insomma, l’ideale per lo stile di vita mediterraneo”.

Vegetali e pesce, gli alimenti da “frezeer” più consumati

Oggi quindi è necessario fare un passo avanti. E per rispettare i valori della dieta mediterranea, “e alimentarci correttamente stando al passo coi tempi, i surgelati sono essenziali”, aggiunge Donegani. A dimostrazione che i surgelati rappresentano uno degli alimenti più apprezzati dagli italiani, il Rapporto annuale Consumi di IIAS (Istituto Italiano Alimenti Surgelati) evidenzia come nel 2019 questi prodotti sono cresciuti in volume del +1,3% rispetto al 2018, per un consumo pro capite di 14,1 kg annui. E sono proprio i vegetali e il pesce, tipici della cucina mediterranea, i beni alimentari surgelati più consumati al dettaglio.

Le imprese italiane puntano sul digitale: il 77% investe in tecnologia

Saranno stati forse anche il lockdown e la ridotta mobilità causata dal coronavirus, fatto sta che le imprese italiane hanno iniziato una corsa verso il digitale che non può che proseguire. In base a quanto rivela un recentissimo report dell’Istat, circa tre quarti delle imprese con almeno dieci addetti sono attualmente impegnate in investimenti digitali (il 77,5%). Certo, per il nostro Paese si tratta ancora di “primi passi”: secondo il censimento permanente delle imprese dell’Istituto di Statistica, riferito al periodo 2016-2018, soltanto il 3,8% delle aziende ha già raggiunto la fase di ‘maturità’, caratterizzata da un utilizzo integrato delle tecnologie disponibili.

Ancora in numero contenuto, ma rilevanti per addetti e vale aggiunto
Le imprese digitalmente mature, pur essendo solo tre su cento contano però per il 16,8% di addetti e il 22,7% di valore aggiunto. La loro presenza è decisamente più elevata nel Nord-ovest (4,7%). A fare la differenza nella scelta o meno di adottare tecnologie digitali è soprattutto la dimensione: ha effettuato investimenti digitali il 73,2% delle imprese con 10-19 addetti e il 97,1% di quelle con oltre 500 addetti. Meno significative sono le differenze territoriali: si passa dal 73,3% nel Mezzogiorno al 79,6% nel Nord-est.

A livello settoriale emerge il ruolo trainante dei servizi: le telecomunicazioni (94,2%), la ricerca e sviluppo, l’informatica, le attività ausiliarie della finanza, l’editoria e le assicurazioni hanno percentuali di imprese che investono in tecnologie digitali superiori al 90%. Il primo settore manifatturiero per investimenti digitali è la farmaceutica (94,1%), seguita a distanza dalla chimica (86,6%). Tuttavia, segnala l’analisi, la maggior parte delle imprese utilizza ancora “un numero limitato di tecnologie, dando priorità agli investimenti infrastrutturali (soluzioni cloud, connettività in fibra ottica o in mobilità, software gestionali e, necessariamente, cyber-security) e lasciando eventualmente a una fase successiva l’adozione di tecnologie applicative.

Gli step della digitalizzazione italiana

In Italia, rivela ancora il censimento, la maggior parte delle imprese utilizza un numero limitato di tecnologie, dando priorità agli investimenti infrastrutturali (soluzioni cloud, connettività in fibra ottica o in mobilità, software gestionali e cyber-security) e lasciando eventualmente a una fase successiva l’adozione di tecnologie applicative. Sinora il grado di “digitalizzazione” delle imprese è stato misurato essenzialmente in termini di infrastrutturazione (accesso alla banda larga, numero di apparecchiature acquistate od utilizzate, ecc.) con il rischio che una rapida diffusione della capacità tecnica di utilizzo di strumenti digitali potesse dare l’impressione di una maturità digitale che, in realtà, esisteva solo potenzialmente. L’utilizzo di infrastrutture digitali giunge a saturazione già tra le imprese meno digitalizzate (quelle con investimenti “solo” in 4 o 5 tecnologie), e molto più lentamente si diffondono applicazioni più complesse e con maggiore impatto sui processi aziendali: appena il 16,6% delle imprese ha adottato almeno una tecnologia tra Internet delle cose, realtà aumentata o virtuale, analisi dei Big Data, automazione avanzata, simulazione e stampa 3D. Il processo di digitalizzazione delle imprese sembra distinto in due stadi o, in alcuni contesti più complessi, anche multistadio. “Appare infatti evidente la necessità di costruire in una prima fase le condizioni tecniche e culturali per avviare il processo di digitalizzazione che si completa, in una seconda fase, con l’adozione di soluzioni applicative più utili ed efficaci per aumentare efficienza e produttività” conclude il report.

Dopo l’emergenza, nuove abitudini d’acquisto per 16,4 milioni di italiani: exploit dell’online

Le abitudini d’acquisto sono cambiate, complice – ancora una volta – l’effetto del Coronavirus. L’emergenza sanitaria ha portato con sé anche profondi cambiamenti nelle consuetudini degli italiani e degli europei, che hanno modificato, ad esempio, il loro modo di fare acquisti. A dirlo è nuovo report realizzato dalla società di consulenza globale Alvarez&Marsal in collaborazione con Retail Economics e basato su un campione di 6.000 consumatori appartenenti a 6 paesi europei: Italia, Germania, Gran Bretagna, Francia, Spagna e Svizzera.

L’online è il canale che si rafforza di più

A causa del lockdown, l’online ha vissuto un exploit notevolissimo, anche in Italia. Il rapporto prevede che il le vendite on line in Europa nel corso del 2020 vedranno una crescita del giro d’affari totale fino a  13,6 miliardi di euro. Alto il business anche nel nostro Paese, tradizionalmente la “Cenerentola” in questo mercato: in Italia l’incremento sarà di 1,5 miliardi, in Gran Bretagna di 5 miliardi e in Francia di 3 miliardi. “Più di quattro consumatori su dieci in tutta Europa hanno indicato di aver acquistato online per la prima volta, a causa del Covid, qualcosa che in precedenza avevano comprato solo in negozio. Questa percentuale sale al 55% per i consumatori in Italia e Spagna, nazioni più colpite dall’emergenza sanitaria” spiega il report, come riporta l’Ansa. E la gran parte dei consumatori – 16,4 milioni di persone – ha dichiarato che cambierà in modo permanente le proprie abitudini d’acquisto: ciò significa che il canale digitale è destinato a guadagnare ulteriore quote di mercato.

Cosa hanno acquistato gli italiani?

In tempi di lockdown, i nostri connazionali hanno concentrato i loro investimenti sopratutto sull’alimentare, che in questo mesi ha messo a segno un notevole +15%. In negativo le spese considerate velleitarie, come i vestiti, le scarpe, i mobili e anche i libri. Ha invece tenuto tutto il settore dell’elettronica di consumo e quello degli attrezzi per poter continuare a fare ginnastica anche a casa.

In Italia ancora grandi margini di crescita

Come dicevamo, in Italia la penetrazione dell’online ha valori ancora relativamente bassi specie se raffrontata con altri Paesi Europei. Secondo il rapporto, il nostro Paese ha registrato una penetrazione dell’ecommerce del 6,3% nel 2019: ma tale valore è destinato a crescere con stime che parlano dell’8,3% per quest’anno con un previsionale per il 2021 del 9,5%. E nel resto d’Europa? La Spagna fa peggio di noi: in base ai dati disponibili, passerà dal 5,3% del 2019 al 7,3% nel 2020 al 7,6% nel 2021. Le campionesse dei consumi online sono invece la Gran Bretagna, che quest’anno salirà al 24% (+4% rispetto al 2019), seguita a distanza dalla Germania, con un 13,9% per il 2020.

Cybercrime, record ad aprile: scuola, finanza e sanità i settori più colpiti

Non è stato solo il il virus Covid-19 a mettere in pericolo gli italiani, ma pure quelli informatici. Durante l’emergenza sanitaria, infatti, nel nostro Paese si è registrato un picco di attacchi informatici, che hanno toccato il record lo scorso aprile. Ad affermarlo è il primo rapporto sulle minacce informatiche nel 2020 in Italia elaborato dall’Osservatorio sulla Cybersecurity di Exprivia, che evidenzia come da gennaio ad aprile siano raddoppiati di mese in mese il totale di attacchi, incidenti e violazioni della privacy a danno di aziende e privati.

Attacchi soprattutto al comparto Education e alle piattaforme Cloud 

In base ai dati del rapporto, si scopre che oltre il 45% delle campagne criminali sono state indirizzate a soggetti multipli e non classificabili. Tra gli ambiti identificati più colpiti nei mesi presi in esame quello dell’Education (in particolare università e scuole), oggetto del 16% degli attacchi e quello delle piattaforme Cloud, particolarmente sotto stress per il lavoro da remoto con il 14%. ‘Finanza’ (10% degli attacchi totali) e ‘Sanità’ con il 5% sono gli altri due settori che hanno registrato un numero significativo di attacchi. Sicuramente a questo fenomeno ha contribuito  l’incremento dello smart working, della didattica a distanza e di una maggiore connessione ai social network durante il lockdown.

Primo danno, il furto dei dati

Secondo l’Osservatorio, il 59% degli episodi ha provocato come danno il furto dei dati, superando di gran lunga sia la perdita di denaro (9% dei casi) che la violazione della privacy (18%). Per un attacco su quattro però non è stata identificata la tecnica adottata, oppure è sconosciuta, “evidenziando così l’impellente necessità di elaborare adeguati sistemi di protezione” spiega il report. Ancora, l’analisi spiega che tra le tecniche già note, quella più utilizzata per sferrare gli attacchi è stata il phishing (nel 30% dei casi), una truffa che inganna l’utente attraverso messaggi ingannevoli via e-mail per accedere a dati finanziari. Oltre il 20% degli attacchi, invece, è avvenuto tramite malware – software o programmi informatici malevoli – che hanno fatto leva sull’effetto Coronavirus per attrarre e ingannare gli utenti più sprovveduti.

Controllare per proteggersi

Come sempre, valgono poche, semplici regole per mettersi al riparo da simili attacchi: innanzitutto controllare – fin dalla grammatica –  i messaggi di posta elettronica e ovviamente l’indirizzo del mittente; inserire i propri dati sensibili solo in siti che utilizzano protocolli cifrati; verificare che l’indirizzo URL sia esattamente quello del sito che si vuole visitare e non uno “fotocopia”; verificare le recensioni dei siti sui quali si hanno dei dubbi.