Work-life blend, per il 70% degli italiani lavoro e vita privata si sovrappongono

Un confine netto tra vita privata e vita professionale? Macché. Gli italiani, in gran parte, hanno perso l’equilibrio tra il tempo da dedicare al lavoro e quello da rivolgere alla propria famiglia e ai propri interessi. La sovrapposizione tra lavoro e vita ha un nome, ovviamente inglese: è il work-life blend, l’esatto contrario del più famoso work-life balance. I numeri sono eloquenti, come rivela l’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine sul mondo del lavoro di Randstad, operatore globale nei servizi per le risorse umane, condotta in 34 Paesi su un campione di 400 lavoratori di età compresa fra 18 e 67 anni per ogni nazione, che lavorano almeno 24 ore alla settimana percependo un compenso economico.  Infatti, ben il 71% dei nostri connazionali risponde a telefonate, email e messaggi di lavoro anche fuori dell’orario di lavoro, al terzo posto in Europa, +6% rispetto alla media globale. E’ significativa anche un’altra percentuale, quella di chi rimane sempre connesso anche durante i periodi di ferie, che tocca il 53%: oltre un lavoratore su due. La colpa di questo atteggiamento? Secondo gli intervistati è da attribuire al datore di lavoro che, per il 59% dei dipendenti, si aspetta che questi ultimi gestiscano questioni professionali anche fuori dall’orario d’ufficio e, secondo il 52%, rispondano durante le ferie e il tempo libero.

Gli italiani i più “disponibili”

La ricerca evidenzia che gli italiani sono fra i più disponibili al mondo a rispondere a telefonate, email e messaggi di lavoro dopo l’orario d’ufficio. Il 71% lo fa quando possibile (in Europa soltanto Portogallo, 72%, e Romania, 74%, sono più solleciti) e ben il 68% lo fa immediatamente, al primo posto in Europa dopo Grecia (71%) e Romania (69%). La modalità è la stessa sia per gli uomini sia per le donne, mentre i lavoratori sotto i 45 anni sono ancora più solerti dei colleghi più “grandi”: rispondono subito nel 70% dei casi contro il 66%.

Il lavoro va anche in vacanza

Per quanto riguarda i periodi di ferie, il 71% dei nostri connazionali non vuole pensare al lavoro (76% uomini contro il 66% delle donne). Oltre un lavoratore su due, però, sceglie di gestire questioni di lavoro mentre è in vacanza perché vuole sentirsi coinvolto e restare aggiornato (53%, ben 10 punti sopra la media globale), soprattutto maschi (56%, contro il 51% delle colleghe) con meno di 45 anni (58%, contro il 47% dei dipendenti senior). Tuttavia, la scelta di essere sempre a disposizione, anche quando ci si trova al mare o in montagna, è dettata – riferiscono gli intervistati – dalle pressioni da parte dei datori di lavoro: il 59% di questi, sempre secondo i dipendenti, si aspetta che i collaboratori si occupino di questioni professionali anche fuori dall’orario d’ufficio.

Il Coronavirus “attacca” in rete: le minacce informatiche nascoste dietro questo temi

Sui giornali, sui social, in TV e alla radio si parla quasi esclusivamente del Coronavirus, il virus cinese che sta spaventando il mondo. E, visto che tutti cercano informazioni in merito, quale posto migliore di Internet per reperire dati e notizie? Attenzione, però: i criminali informatici – evidentemente sempre sul “pezzo” – stanno utilizzando contenuti relativi al Coronavirus per trarre profitto dagli utenti meno attenti. Ad affermarlo è una recente ricerca di Kaspersky che, in una sola settimana, ha scovato ben  32 file dannosi diffusi come documenti legati al Coronavirus. In particolare gli analisti hanno riscontrato email di spam che propongono maschere filtranti antismog affermando che sono in grado di proteggere gli utenti dal virus e da altre infezioni trasmesse per via aerea.

Fare leva sui timori

Gli esperti di Kaspersky hanno trovato queste mail di spam che offrono maschere capaci di proteggere dal virus con “un’efficacia del 99.99%”. Quando un utente sprovveduto e incuriosito riceve questo messaggio, è invitato a cliccare su un link all’interno della mail. In questo modo viene reindirizzato a una pagina di destinazione che contiene delle offerte relative a queste maschere e invita l’utente a fornire i dettagli della propria carta di credito per effettuare l’acquisto. Poiché il sito web che ospita l’URL non è collegato al prodotto pubblicizzato, “esiste un’alta probabilità che l’utente non riceva l’ordine, perda il denaro speso o in alcuni casi riceva un prodotto che non garantisce le funzionalità presentate” dicono dalla società di sicurezza.

Attenzione anche ad alcuni documenti

Nei giorni scorsi, le tecnologie di rilevamento di Kaspersky avevano anche messo in luce dei file dannosi che si presentavano come documenti legati al Coronavirus, malattia virale sotto i riflettori in queste settimane che, a causa della sua natura pericolosa, sta occupando le prime pagine dei media. I file dannosi scoperti si presentavano sotto forma di file pdf, mp4 e docx. Al contrario di quanto realmente contenuto nei file, il nome dato ai documenti suggeriva che si trattasse di istruzioni video su come proteggersi dal virus, di aggiornamenti sulla minaccia e persino di procedure di rilevamento del virus. Attenzione, però: “questi file contengono una serie di minacce tra cui Trojan e worm, in grado di distruggere, bloccare, modificare o copiare i dati, oltre che di interferire con il funzionamento dei computer o delle reti. Se non si dispone di una soluzione di sicurezza informatica, cliccando sul link verrà scaricato ed eseguito sul dispositivo un malware” avverto gli esperti. Quindi, attenzione non solo a lavarsi le mani per proteggersi dai contagi, ma anche agli attacchi informatici!

Professioni più ricercate nel 2020: quali sono e quanto sono retribuite

Quale saranno le figure professionali più richieste dell’anno, in base all’andamento del mercato del lavoro, e soprattutto quali potrebbero essere le relative retribuzioni? A queste domande ha cercato di rispondere PageGroup, società mondiale specializzata nel recruitment con i brand Page Executive, Michael Page e Page Personnel. Quello che emerge in linea di massima dall’indagine è che saranno sempre più ricercate le cosiddette “competenze trasversali”, ovvero la capacità di saper fare più cose e non solo i compiti per i quali si è stati formati. 

L’importanza delle soft skills

Tra i trend più evidenti, spicca appunto il costante incremento dell’importanza che assumono le soft skills, anche in settori nei quali a prevalere sono sempre state le capacità tecniche, come ad esempio in quello ingegneristico manifatturiero. Questo significa che la capacità dei lavoratori di possedere competenze trasversali sarà quindi un elemento distintivo non solo in fase di colloquio, ma anche dopo, quando si sarà inseriti all’interno dell’azienda. Ancora, un’ulteriore tendenza emergente è l’incremento dell’attenzione rivolta ai servizi di CRM e alla creazione di modelli predittivi del comportamento del cliente, fino al marketing one to one.

Le figure più ricercate nei comparti Sales, AI ed Engineering

Venendo all’aspetto più “pratico” della ricerca, nel settore Sales le figure più ricercate saranno l’Inside Sales,che si occupa del rafforzamento della relazione con i clienti, dello sviluppo commerciale legato alla promozione dei prodotti distribuiti dall’aziende, dell’adattamento e ottimizzazione dello stile di approccio e di comunicazione durante il colloquio telefonico (stipendio 20.000-35.000€ con bonus fino al 10%) e il Sales Engineer, che ha il compito di sostenere nei confronti del mercato di riferimento la componente tecnica della value proposition, durante tutta la fase negoziale fino al buon esito della product validation (35.000-50.000€ con bonus fino al 20%). Nel comparto dell’Information Technology i ruoli più gettonati sono il Data Scientist, responsabile della progettazione, costruzione, installazione e della manutenzione di sistemi scalabili di gestione dei dati – d’altronde, dalla casa all’auto la parola chiave sarà smart – (stipendio fra i 40.000 e i 70.000€) e il Developer AI/Robotic Engineer, tra le figure più richieste in assoluto e capace di applicare l’AI su vari dispositivi interconnessi. Nell’Engineering, infine, saranno premiati i Responsabili automazione (40.000-80.000€) e il Responsabile di produzione, che si occupa del coordinamento di tutte le attività tecnico-produttive ed organizzative locali con riporto diretto alle funzioni centrali dello stabilimento corporate (50.000-100.000€).

L’istruzione è donna

In Italia sono ben 1,34 milioni le imprese guidate da donne. E molte di queste sono orientate verso il settore – in senso lato – dell’istruzione, a confermare che le donne sono più orientate verso comparti che garantiscono servizi alle famiglie. Probabilmente perché vivono le stesse esigenze anche sulla propria pelle.

Tre milioni di occupati

Le imprese in “rosa” garantiscono 3 milioni di posti di lavoro e, come dicevamo, un forte apporto al sistema dell’istruzione e del welfare di natura privata, così importante per agevolare la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro delle famiglie. Lo rileva l’Osservatorio per l’imprenditorialità femminile di Unioncamere e InfoCamere. Nella scelta di aprire una attività autonoma, sono molte le donne che preferiscono orientarsi verso i settori che offrono servizi alle famiglie, come quelli che si occupano di istruzione, o che operano nella sanità e nell’assistenza sociale. In questi ambiti, infatti, più di una impresa su tre è gestita da donne, con tassi di femminilizzazione, quindi, ben superiori a quello medio (22%).

Una preferenza che si ritrova anche nel lavoro dipendente

Questa attitudine si ritrova anche nel lavoro dipendente, come h spiegato all’Adnkronos Tiziana Pompei, vicesegretario generale di Unioncamere: “La predilezione femminile per questi settori è confermata anche nel lavoro dipendente. Secondo le ultime previsioni Excelsior di Unioncamere e Anpal, relative alla domanda di lavoro delle imprese nel mese di gennaio, le donne continuano a essere maggiormente richieste soprattutto nei servizi alle persone (30% richieste di personale femminile)”. Prosegue Pompei: ” “A seguire le imprese ricercano dipendenti donne soprattutto nei servizi di alloggio, ristorazione e turistici (28% richieste di personale femminile) e nel commercio (26%)”. I dati al 30 settembre scorso mostrano che nell’istruzione le 9.600 imprese femminili sono oltre il 30% del totale, con un aumento di circa 1.500 unità rispetto a settembre 2014.

Assistenza a bambini e minori

Le imprese femminili sono molto ben rappresentate anche nel campo sanitario e dell’assistenza sociale: oggi sono infatti 17mila e rappresentano quasi il 38% del totale, con un incremento di oltre 2.400 imprese rispetto a cinque anni fa e una forte specializzazione nella cura e nell’assistenza all’infanzia. A dimostrarlo sono le 3.400 attività femminili che gestiscono servizi di asili nido, baby-sitting e assistenza diurna per minori disabili, che sono quasi l’82% di quelle registrate (4.170) e risultano in aumento di circa 200 unità rispetto a 5 anni fa. Questa tipologia di impresa, va sottolineato, è maggiormente presente nelle regioni più grandi, come Lombardia e Lazio.

A tavola con le “bufale”, italiani vittime di fake news sull’alimentazione

Le fake news non risparmiano nessuno, soprattutto quando si tratta di alimentazione. Le “bufale” imperversano sulle tavole degli italiani, tanto che oltre la metà (58%) confessa di aver creduto almeno qualche volta nell’ultimo anno a una notizia sull’alimentazione poi rivelatasi falsa. E un terzo (37%) di loro l’ha anche condivisa sui social, contribuendo alla diffusione delle bufale alimentari. E sono le persone con almeno un diploma, appartenenti a una fascia economica media, a cascarci più spesso. La conferma arriva dall’indagine condotta dal Centro di ricerca dell’università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Cremona Engage Minds Hub, svolta all’interno del progetto Craf (Cremona Agri-Food Technologies), avviato dall’università Cattolica nell’ambito di Cremona Food-Lab, realizzato con il contributo di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo.

Un impatto importante non solo sulle tasche, ma anche sulla salute

“La diffusione delle fake news alimentari ha un impatto importante non solo sulle tasche degli italiani, ma anche sulla loro salute – sottolinea Guendalina Graffigna, direttrice del Centro di ricerca Engage Minds Hub e conduttrice della ricerca -. I consumatori che ne sono più spesso preda, infatti, tendono a fare acquisti alimentari diversi rispetto agli altri e risultano maggiormente vittime delle mode. In particolare i cibi ‘senza’ o ‘con aggiunta di’ tendono a essere preferiti e considerati più salutari, indipendentemente dalle effettive proprietà nutrizionali, da chi è più soggetto al potere persuasivo delle fake news”.

Si abbocca per distrazione, disorientamento o narcisismo

Dall’indagine emergono gli identikit delle tre categorie, che indipendentemente dal livello di istruzione, credono maggiormente alle fake news sul cibo, i “distratti”, i “disorientati”, e i “narcisi”. I primi, i “distratti”, rappresentano il 42% di quanti abboccano alle fake news. Poco attenti alle loro scelte alimentari hanno uno stile di vita poco sano, ma sembrano non problematizzarlo e non dichiarano intenzione di migliorarlo. Tendono a provare le nuove mode alimentari, ma più per esperimento che per un vero piano di innovazione. Non hanno un regime alimentare coerente e razionale.

In cerca di indicazioni autorevoli, ma poco critici verso le fonti di informazione

Seguono i disorientati (33%), molto proattivi nella ricerca di informazioni in campo alimentare perché si dichiarano preoccupati per la loro salute, e di indicazioni autorevoli, spesso si lasciano influenzare dall’opinione altrui, soprattutto di amici e parenti. Sono aperti alle novità del mercato alimentare, ma non sono soddisfatti del loro regime alimentare e del loro stile di vita, e dichiarano di essere fortemente intenzionati a cambiarlo. Infine i narcisi (25%). Ricercano abbastanza spesso informazioni sull’alimentazione per mantenere uno stile di vita sano. Sono soddisfatti del loro stile alimentare e generalmente più tradizionali nelle scelte di consumo, ma non problematizzano le convinzioni in materia di salute e alimentazione. Per questo appaiono meno critici verso le fonti di informazione. Sono talvolta integralisti nelle scelte alimentari, spesso basate su argomentazioni valoriali e politiche.

Milano e area metropolitana, in un anno 3mila imprese in più

L’area metropolitana di Milano, sotto il profilo imprenditoriale, sembra godere di ottima salute. In un solo anno, il 2019, le imprese attive sul territorio sono aumentate di 3mila unità, pari a circa un punto percentuale in più sul 2018. Non sorprende che la zona dove si registra il maggiore incremento sia la città (+1,6%), mentre la cosiddetta “cintura” fa segnare un +0,1%. Le cifre emergono da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi sui dati del registro delle imprese relativi alle sedi di impresa attive al terzo trimestre 2019, 2018 e 2015. Nell’area metropolitana sono due milioni gli addetti ed è di circa 500 miliardi il fatturato annuale.

Trend positivo da quattro anni

L’andamento è in positivo da quattro anni, con un +4,6% di nuove imprese sull’intera area metropolitana. La crescita prosegue con maggiore dinamicità a Milano città (+6,7% in quattro anni) rispetto alla cintura (+1,6%) formata dagli oltre cento comuni. Tra i primi comuni con oltre 1.300 imprese, crescono San Donato (+1,6%), Parabiago (+1,5%), Lainate (+1,4%), Legnano (+1%), Sesto San Giovanni (+0,7%).

I comuni più attivi

Il 59,6% delle imprese si concentra nel capoluogo (183 mila) mentre quasi 124 mila hanno scelto di insediarsi nella cintura (il 40% del totale). Tra i primi comuni per numero di imprese attive, dopo Milano (182.610), vengono Sesto San Giovanni (5.522 imprese) e Legnano (5.169). Seguono Cinisello Balsamo (4.801) e Rho (3.650). Tra i primi anche Cologno Monzese (3.414), Paderno Dugnano (3.106), Rozzano (2.504), San Giuliano Milanese (2.462) e Bollate (2.381).

Un territorio che punta su turismo e ristorazione

Per quanto riguarda ristoranti e turismo, per peso del settore alloggio, ristorazione, agenzie di viaggio, considerando oltre cento imprese in totale, i comuni più smart sono Trucazzano (10%, che ha anche tre alberghi), Mediglia e Bellinzago (circa 10%), Bubbiano, Cassinetta, San Colombano (9%). I centri che mostrano una maggiore specializzazione in ristorazione e turismo sono Trucazzano, Cassano, Cuggiono. I più “femminili” con oltre cento imprese, per peso delle imprese guidate da donne, sono San Vittore Olona (24%), Inveruno, Robecchetto, Castano Primo, Cerro al Lambro (23%). A Milano il dato è del 17% in linea con l’area metropolitana.

I centri dove l’imprenditoria è multietnica

I comuni più etnici per peso delle aziende straniere sul totale, con oltre cento imprese, sono Baranzate (48,8%), Pioltello (32%), Lacchiarella e Cinisello (29%) e Sesto (28%). A Milano il peso è del 17% rispetto alla media territoriale del 16%.

L’ufficio del futuro? Silenzioso, luminoso e a contatto con la natura

Il benessere delle persone, in un perfetto bilanciamento tra salute psicologica, fisica e professionale, è sempre più al centro delle scelte delle grandi aziende di tutto il mondo. In sintesi, il welfare si concentra sulle esigenze dei singoli collaboratori affinché i luoghi di lavori siano sempre più salubri e piacevoli e, di conseguenza proattivi al fine una maggiore produttività. Un recente articolo de The Wall Street Journal, il celebre quotidiano americano, evidenzia proprio come diverse multinazionali internazionali si stiano adeguando a questo trend, affinché il dipendente possa esprimere i suoi bisogni relativi alla qualità della vita lavorativa allo scopo di aumentare la produttività. Lo spazio lavorativo è l’ambiente in cui il lavoratore passa più ore al giorno: proprio da questa apparentemente banale osservazione nasce la necessità di adeguare gli uffici del presente – e ancor più quelli del prossimo futuro – agli standard di work life balance. Gli elementi clou su cui si basa questa evoluzione sono essenzialmente silenzio, privacy, contatto ravvicinato con la natura e la luce naturale, come sottolinea il rapporto Wewelfare.it.

Cosa hanno già fatto i “colossi”

American Airlines Group Inc., di cui fa parte la famosa compagnia aerea,  ha pensato soprattutto al benessere fisico dei dipendenti. Così ha fatto progettare delle speciali scrivanie che rispondessero all’esigenza dei propri lavoratori di avere più spazio per le gambe. Expedia Group Inc, altro big della rete specializzato in turismo, prima di costruire la sua nuova sede di Seattle ha realizzato in città un piccolo ufficio con l’obiettivo di effettuare prove relative al design delle luci, alle scelte dell’arredamento e al piano di suddivisione degli uffici: grandi porte scorrevoli a vetri che vengono aperte sull’esterno quando il meteo lo permette, e una sala conferenze a forma di nave con un muro di finestre che affacciano su Elliot Bay.

Ma McDonald’s a Walmart

Ma ci sono esempi ancora più “personalizzati” e adattabili alle esigenze di ogni dipendente. Ad esempio McDonalds’s Corp. – sì, proprio la celebre catena di ristoranti a stelle e strisce – ha creato un’app che permette ai singoli impiegati di agire sulla temperatura del proprio posto di lavoro personalizzandola a seconda dei propri gusti e delle proprie sensazioni. Walmart, multinazionale statunitense proprietaria dell’omonima catena di negozi al dettaglio, ha iniziato a costruire quest’estate un campus di 10 edifici, percorsi camminabili, un centro ricreativo per bambini, una palestra e un albergo. Il tutto per far star bene i propri lavoratori: perché un dipendente felice produce di più.

Italiani e web: 39 milioni di italiani connessi alla rete nel 2019

Cresce in Italia l’utilizzo di Internet, però ancora una larga fascia della popolazione ha competenze digitali basse. Per fornire qualche numero, nel corso del 2019 38 milioni 796 mila persone di 6 anni e oltre (il 67,9% della popolazione) hanno navigato almeno una volta in Rete nell’arco di tre mesi: si tratta di un incremento di 812mila unità in più rispetto all’anno precedente. Nel nostro Paese aumenta soprattutto la quota di internauti che si collegano a Internet quotidianamente (dal 51,3 al 53,5%). I giovani si confermano i più assidui utilizzatori della Rete (oltre il 90% dei 15- 24enni), ma la diffusione comincia a essere significativa anche tra i 65-74enni, tra i quali la quota di internauti raggiunge il 41,9%. Sono solo alcuni dei dati Istat contenuti nel report su “Cittadini e Ict”. 

La banda larga per tre famiglie su quattro

La percentuale di famiglie italiane che possono contare sull’accesso a Internet è del 76,1% e di queste il 74,7% dispone di una connessione a banda larga. Una cifra che, nelle aree metropolitane, sale a toccare il 78,1%. Tra le famiglie resta un forte divario digitale da ricondurre soprattutto a fattori generazionali e culturali. La quasi totalità delle famiglie con almeno un minorenne dispone di un collegamento a banda larga (95,1%); tra le famiglie composte esclusivamente da persone ultrasessantacinquenni tale quota scende al 34,0%.

Le ragioni di chi non ce l’ha

La maggior parte delle famiglie senza accesso a Internet da casa indica come principale motivo la mancanza di capacità (56,4%) e il 25,5% non considera Internet uno strumento utile e interessante. Seguono motivazioni di ordine economico legate all’alto costo dei collegamenti o degli strumenti necessari (13,8%), mentre il 9,2% non naviga in Rete da casa perché almeno un componente della famiglia accede a Internet da un altro luogo.

Un italiano su due fa shopping on line

Indipendentemente dal dispositivo utilizzato, le attività più diffuse sul web sono quelle legate all’utilizzo di servizi di comunicazione che consentono di entrare in contatto con più persone contemporaneamente.

Più della metà degli utenti di Internet di 14 anni e più ha acquistato online (57,2%, pari a 20 milioni 403 mila persone); in particolare, il 36,1% ha ordinato o comprato merci o servizi negli ultimi 3 mesi, il 12,1% nel corso dell’anno e il 9,0% più di un anno fa. I dati Istat rivelano inoltre che fra la popolazione di 14 anni e più, il 91,8% ha utilizzato lo smartphone, il 43,3% accede tramite PC da tavolo, il 27,2% utilizza il laptop o il netbook. Segue chi si avvale del tablet (25,7%) mentre il 6,1% utilizza e-book, smart watch o altri dispositivi mobili.

La luce blu di tablet e telefonini? Non è vero che fa male al sonno

Ci hanno sempre detto che la luce blu, quella emessa dagli schermi di tablet e telefonini, fosse un’acerrima nemica del buon sonno. Ebbene, ora arriva il contrordine: non ci sono connessioni fra emissioni luminose e qualità del sonno. Anzi: potrebbe addirittura fare bene. A dirlo è uno studio dell’Università di Manchester, pubblicato su ‘Current Biology’, che sostiene che l’uso di luci tenui e fredde di sera e di luci più calde di giorno potrebbe essere più utile per la nostra salute.

Good news per la Generazione Z

Si tratta questa di un’ottima notizia per i nativi digitali, gli appartenenti alla Generazione Z, i ragazzi tra i 13 e i 20 anni e primi al mondo a essere davvero mobile first. Per questi giovani, infatti, la compagnia di smartphone e tablet è assolutamente normale, dall’alba alla notte. E ora anche la convinzione che la lucetta blu dei device sia dannosa, soprattutto prima di dormire, decade clamorosamente. Quella del crepuscolo è una luce allo stesso tempo più scura e più blu di quella diurna, dicono i ricercatori. E il nostro orologio biologico – spiega un approfondimento dell’Ansa – utilizza entrambe queste caratteristiche per individuare i momenti più appropriati per dormire e svegliarsi. Le attuali tecnologie progettate per limitare la nostra esposizione serale alla luce blu, ad esempio modificando il colore dello schermo sui dispositivi mobili, potrebbero quindi inviarci messaggi contrastanti, sostengono gli studiosi. Questo perché i piccoli cambiamenti di luminosità prodotti dagli schermi sono accompagnati da colori più simili a quelli del giorno.

Ragazzi, non solo immersi nel virtuale

Eppure i giovanissimi della Generazione Z, sebbene immersi nel mondo digitale, non disdegno affatto quello reale. Lo rivela una ricerca, realizzata da ZooCom attraverso stories instagram tra la community di ScuolaZoo:  i ragazzi continuano a preferire l’acquisto dei regali di Natale presso negozi fisici (40%) piuttosto che solo online (8%). L’80% si reca nei centri commerciali per vivere l’esperienza delle feste, tra canzoni e luccicanti addobbi. E, a sorpresa, la GenerazioneZ legge più di quella dei Millennial e acquista saggi e romanzi.

Un negozio sempre aperto

Ovviamente, l’online è una strada sempre aperta, a tutte le ore. Il 54% degli intervistati dichiara di acquistare sia in negozio sia online. La GenZ sceglie l’online per comprare prodotti di difficile reperibilità e sfruttando gli sconti pre-natalizi, la piattaforma preferita è Amazon (86%). La scelta del regalo inizia online: il 48% conferma di affidarsi a quello che vede sui social e si lascia ispirare da ciò che pubblicano i loro brand e influencer preferiti. Per la scelta finale però sono sempre fondamentali i consigli dei commessi nei negozi fisici (57%), degli amici (55%) e della famiglia (38%).

In attesa di Expo Dubai 2020, vola l’export lombardo negli Emirati

Il “ponte” fra Expo Milano 2015 ed Expo Dubai 2020 sta dando ottimi frutti, almeno per quanto riguarda l’internazionalizzazione dell’export delle Pmi lombarde. A dirlo è la mappa dell’export lombardo negli Emirati Arabi Uniti per settore, realizzata dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e da Promos Italia, la struttura del sistema camerale a supporto dell’internazionalizzazione e da Unione Artigiani Milano e Monza Brianza. La mappa è disponibile sia in italiano sia in inglese sul sito di Promos Italia. In particolare, i prodotti più esportati dalla regione sono macchinari, moda, chimica e apparecchi elettrici, ma sono in forte crescita i settori artigianali legati al design (+27%) e al legno (+18,3%) Prime in Lombardia Milano, Bergamo, Varese (+6,6%) e Monza Brianza.

Un business da 272 milioni di euro

Macchinari, moda, chimica e apparecchi elettrici: sono i prodotti lombardi più esportati negli Emirati Arabi Uniti, complessivamente 272 milioni di euro su 600 milioni di export nei primi sei mesi del 2019. In crescita i settori della chimica (+10,9%) con 90 milioni di export, ma anche degli altri prodotti del manifatturiero legati alle produzioni artigiane, tra cui mobili e design (+27%) con 50,5 milioni e del legno (+18,3%) con 12 milioni, dei computer e apparecchi elettronici (+14,4%) con 32 milioni, dei mezzi di trasporto (+31%) con 26 milioni e degli alimentari (+5.8%) con oltre 16 milioni e mezzo di euro. Tra le province Milano prima con 312 milioni di export, +2,6%, seguita da Bergamo con 60 milioni circa, Varese con 59 milioni (+6,6%) e Monza Brianza con 52 milioni. Rispetto al 2018 cresce di più l’export da Sondrio, +67%, e da Lecco, +47,1%.

Nel manifatturiero Bergamo risulta prima per alimentari (4 milioni) e per prodotti in metallo insieme a Lecco (rispettivamente 17,5 e 14,5 milioni), Milano per moda (77 milioni), legno (6 milioni), prodotti chimici e apparecchi elettrici (39 milioni), farmaceutici (4 milioni), articoli in gomma (9 milioni), computer (23 milioni), macchinari (56 milioni) e altri prodotti manifatturieri (30 milioni), Varese prima per mezzi di trasporto (17 milioni) mentre Monza Brianza è seconda per altri prodotti manifatturieri (8 milioni) tra cui mobili e design.

Lombardia prima regione italiani negli scambi con gli Emirati

La Lombardia prima regione italiana nei rapporti commerciali con gli Emirati con un quinto del totale italiano che è di 2,6 miliardi nei primi sei mesi del 2019. È seguita dalla Toscana con 484 milioni e dal Veneto con 358 milioni. Tra le province prime Arezzo con 352 milioni e Milano con 332 milioni. Vengono poi Roma, Vicenza, Bologna, Siracusa e Firenze. Altre 4 lombarde si piazzano tra le prime venti: Bergamo ottava con 67 milioni, Varese nona con quasi 60 milioni (+6,8%), Monza Brianza dodicesima con 53 milioni e Brescia tredicesima con 51 milioni.