Videogame, più gettonati dei film in streaming e Tv

Sportivi sì, ma davanti a uno schermo. Gli italiani sono dei veri fan degli sport competitivi, specie quelli che si possono praticare… sui videogiochi. E il lockdown, che ha bloccato per tanto tempo le attività fisiche tradizionali, non ha fatto altro che aumentare tale tendenza. Che i nostri connazionali siano dei patiti di queste attività è confermato dal nuovo rapporto presentato da Iidea, l’associazione nazionale di categoria, in collaborazione con Nielsen: nel 2019 gli appassionati in Italia sono aumentati del 20% attestandosi su 1,4 milioni. Non solo: nei primi mesi del 2020 la crescita è stata ancora maggiore.  

Raddoppiato il tempo per i giochi

Come si legge nel report, da gennaio a giugno gli appassionati hanno quasi raddoppiato il tempo dedicato ai videogiochi per Pc (+48%) e console (+42%), più di quanto sia successo con tv e film in streaming (+45%). Il 38% degli “avid fan”, appassionati che seguono i videogiochi competitivi almeno una volta al giorno, ha guardato esports in sostituzione degli sport tradizionali. “Questa forma di intrattenimento – ha spiegato il presidente di Iidea, Marco Saletta – ha ricevuto un’ulteriore spinta alla crescita come fenomeno di massa grazie all’attenzione ad esso dedicata nel corso dei primi 6 mesi del 2020 da parte di media più generalisti e canali televisivi che in passato erano orientati alla sola trasmissione di eventi sportivi più tradizionali”. I dati diffusi dall’associazione – estrapolati da un’indagine condotta su un campione di 1.500 persone tra i 16 e i 40 anni – evidenziano la popolarità degli esports, un fenomeno trasversale che appassiona in egual misura uomini (51%) e donne (49%) con un livello di istruzione medio-alto e un’età media di 29 anni.

Più giocatori al Sud e nelle Isole

Un’altra informazione singolare che scaturisce dal report è legata alle differenze geografiche: si scopre infatti che ben il 36% dei fan di queste attività si concentra nelle regioni del Sud e nelle Isole. E per quanto riguarda il tempo trascorso con questa passione? In media i fan dedicano 6,5 ore alla settimana alla fruizione di eventi esports, contro le 5 del 2018 (+35%). Il numero di fan che spendono oltre cinque ore la settimana a guardare eventi esports, inoltre, è aumentato del 18% rispetto alla rilevazione del 2019. Oltre agli esports, musica e cinema sono i loro principali interessi.

PC e smartphone i dispositivi preferiti

I motivi che portano gli appassionati a seguire il mondo delle competizioni videoludiche sono l’intrattenimento, il voler migliorare le proprie abilità in un determinato videogioco o guardare un videogame prima di acquistarlo. I generi più seguiti sono gli sportivi e gli sparatutto, seguiti dai battle royale (Fortnite su tutti). I dispositivi più utilizzati sono personal computer (62%) e smartphone (47%), seguiti dalle app per Smart TV, tra cui YouTube (31%).

Bonus mobilità, è ufficiale: il 3 novembre debutta la piattaforma per i rimborsi

Finalmente c’è una data certa: con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 5 settembre scorso, diventa di fatto operativo il Programma sperimentale buono mobilità – anno 2020” previsto dal Governo. La piattaforma web per il bonus sarà infatti accessibile dal 3 novembre 2020. E’ questo l’ultimo atto del provvedimento che consente di ottenere un contributo fino al 60% della spesa sostenuta e, comunque, in misura non superiore a 500 euro, sull’acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, e veicoli per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica quali monopattini, hoverboard e segway, o per l’utilizzo dei servizi di sharing mobility esclusi quelli mediante autovetture.

Cosa prevede il decreto

Il decreto prevede che chi ha acquistato un mezzo o un servizio di sharing mobility dal 4 maggio 2020, o lo acquisterà fino al 31 dicembre 2020, potrà richiedere il bonus attraverso l’annunciata applicazione web, accessibile, previa autenticazione tramite il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID), sia direttamente sia dal sito del Ministero dell’ambiente. Per richiedere il bonus sull’acquisto dei mezzi ci si potrà registrare sull’applicazione del Programma a partire da 60 giorni dalla pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale (e quindi dal 3 novembre).

Cosa possono fare i venditori

In una nota diffusa dal Ministero dell’Ambiente si legge: “I soggetti che erogano servizi di mobilità condivisa a uso individuale escluso quelli mediante autovetture, le imprese e gli esercizi  commerciali che vendono biciclette, anche a pedalata assistita, e veicoli per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica si potranno accreditare  sull’applicazione web a partire dal quarantacinquesimo giorno (e cioè dal 19 ottobre)”. Esiste quindi uno scarto di 15 giorni, fra il 45° e il 60° dalla pubblicazione del decreto per dar tempo ai negozianti e ai gestori dei servizi di sharing mobility per accreditarsi e poter poi avvalersi dei rimborsi erogati dal Ministero dell’Ambiente a fronte della presentazione del bonus.

Come avviene il rimborso

Le persone che hanno acquistato il mezzo fino al giorno prima dall’attivazione dell’applicazione riceveranno il rimborso con un bonifico, quelle che ancora non l’hanno fatto riceveranno un bonus che andrà consegnato al negoziante che a sua volta sarà rimborsato dal Ministero dell’Ambiente tramite l’applicazione web. L’erogazione dei bonus avverrà nei limiti delle risorse disponibili che, rispetto allo stanziamento iniziale, sono state implementate e portate a 210 milioni di euro. Rimangono invece validi i requisiti per ottenerlo: è destinato ai soli residenti nei capoluoghi di regione, nelle città metropolitane, nei capoluoghi di provincia e nei comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti.

Finanziamenti agevolati per l’e-commerce del Made in Italy nei paesi esteri

Aumentano le possibilità e le facilitazioni per gli imprenditori che vogliono vendere i loro prodotti rigorosamente made in Italy sui mercati esteri. L’ultima mossa, in ordine di tempo, è quella dell’agenzia nazionale per l’internazionalizzazione e l’export Sace-Simest (gruppo CDP – Cassa Depositi e Prestiti), che ha appena esteso l’efficacia del finanziamento agevolato “dedicato allo sviluppo del commercio elettronico, attraverso una piattaforma informatica realizzata in proprio o tramite soggetti terzi (marketplace), per la distribuzione di beni o servizi prodotti in Italia o con marchio italiano”. Possono accedere a questo finanziamento le società di capitali in forma singola o di rete che abbiano depositato presso il Registro imprese almeno due bilanci relativi a due esercizi completi. Come riporta una nota di Sace-Simest, la maggior parte dei settori sono inclusi in questa iniziativa e l’agevolazione è applicabile in tutti i paesi esteri; ogni domanda di finanziamento, però, deve riguardare un solo paese di destinazione.

Le spese ammissibili al finanziamento

Possono essere finanziate le spese relative alla creazione e sviluppo di una propria piattaforma informatica nonché le spese relative alla gestione e al funzionamento della propria piattaforma informatica (market place). Sono inoltre finanziabili le spese relative alle attività promozionali e alla formazione connesse allo sviluppo del programma e quelle sostenute dalla data di arrivo della domanda di finanziamento a Simest fino a 12 mesi dopo la data di stipula del contratto di finanziamento.

Le condizioni per accedere

Naturalmente, per poter ottenere il finanziamento e-commerce, le aziende devono rispondere ad alcuni requisiti. Ad esempio, devono disporre di un dominio di primo livello nazionale registrato nel Paese di destinazione. Ancora, le soluzioni di e-commerce adottate devono riguardare beni e/o servizi prodotti in Italia o distribuiti con marchio italiano. L’importo del finanziamento può coprire fino al 100% delle spese preventivate, fino a un massimo del 12,50% dei ricavi medi risultanti dagli ultimi due bilanci approvati e depositati a partire da un minimo di 25.000 euro fino ai valori massimi 300.000 euro per la realizzazione di una piattaforma propria e 200.000 euro per l’utilizzo di un marketplace fornito da soggetti terzi. Il finanziamento Sace-Simest per l’e-commerce non può superare i 4 anni di cui uno di preammortamento (per soli interessi) e tre di rimborso del capitale. L’impresa inoltre può richiedere fino al 40% del finanziamento a fondo perduto entro il limite di 100 mila euro. Sulla quota restante è dunque applicato un tasso di interesse fisso per tutta la durata del finanziamento pari al 10% del tasso di riferimento di cui alla normativa comunitaria.

Italia, il carrello della spesa green vale 8 miliardi di euro

Gli italiani sono sempre più sensibili al tema della sostenibilità, in tutte le loro azioni. E la spesa non fa eccezione: non sorprende infatti che per molti di noi l’attenzione green a ciò che si mette nel carrello sia diventata una priorità. Tanto che questo tipo di prodotti ha raggiunto un peso di circa 8 miliardi di euro l’anno. Ma non solo: i nostri connazionali ricercano anche sull’etichetta il richiamo alla protezione dell’ambiente, oggi presente su 21.213 prodotti di largo consumo. Lo rivela l’ultimo Osservatorio Immagino, realizzato da GS1 Italy in collaborazione con Nielsen, che indica i quattro grandi temi che catturano l’attenzione del consumatore: responsabilità sociale, rispetto degli animali, management sostenibile delle risorse e agricoltura e allevamento sostenibili.

Il “compostabile” domina le vendite green
A dominare le vendite di questa tipologia di referenze sono i richiami alla gestione sostenibile delle risorse sia nella fase produttiva che nel packaging, con un fatturato di 3,6 miliardi di euro, il 10,2% del valore complessivo del paniere verde. A crescere, nell’ordine, sono le confezioni e gli imballi con indicazione ‘compostabile’ (+55,9%), con ‘meno plastica’ (+21%) o ‘biodegradabile’, quelle che richiamano ‘CO2’ (+19,1%) e ‘riduzione impatto ambientale’ (+13,5%). In particolare, è interessante notare che, tra supermercati e ipermercati, i prodotti di largo consumo con confezioni compostabili hanno raggiunto un fatturato di 74 milioni di euro. Si tratta principalmente di precise tipologie di prodotti, quali  preparati per bevande calde (capsule), gelati, surgelati e acque minerali nel food, e prodotti usa e getta e igienico-sanitari nell’extra alimentare. Questo specifico filone evidenzia con forza quanto siano passati i messaggi di ecosostenibilità in tutti i settori della vita quotidiana.

No ad antibiotici e sì al 100% naturale

In questa particolare classifica green, riporta l’Osservatorio ripreso dall’Ansa, si collocano al secondo posto, con 2,4 miliardi di euro di giro d’affari, i prodotti che in etichetta rimandano ad un’agricoltura amica dell’ambiente e a modalità di allevamento sostenibili, come ‘senza antibiotici'(+62%), ‘ingredienti 100% naturali’ (+9,7%) e alla tracciabilità (+14,7%). Seguono al terzo posto i prodotti attenti alla responsabilità sociale, con 2,3 miliardi di euro di fatturato, dovuto soprattutto al consolidamento delle certificazioni Utz (+16,2%) e Fairtrade (+8,5%) in particolare in caffè, cacao e cioccolato. Segno meno, invece, per le vendite del paniere di prodotti ottenuti nel rispetto e salvaguardia del benessere animale (-0,3%); un calo imputabile alla riduzione dei prodotti con il claim ‘cruelty free’, non compensata dalla lieve crescita dei prodotti certificati ‘Friend of the sea’.

Tecnologia di consumo, il mercato resiste agli effetti della pandemia

Nonostante le difficoltà oggettive di questi mesi, legate alla pandemia, il mercato globale della tecnologia di consumo ha retto bene al colpo. A livello internazionale, le vendite dei Technical Consumer Goods (TCG) hanno registrato un calo solo del 5,8%. Si tratta di una flessione decisamente contenuta rispetto alla gran parte dei settori merceologici pesantemente colpiti dagli effetti dell’emergenza sanitaria. A tracciare l’identikit del comparto TCG è stata GfK, in occasione di IFA 2020 a Berlino.

I principali trend del mercato Tech

Secondo quanto emerge dallo studio internazionale GfK Consumer Pulse, l’83% delle persone ha modificato i propri comportamenti di acquisto durante l’emergenza Covid-19. Tra marzo e giugno 2020, il 78% dei consumatori si dichiarava preoccupato per il Coronavirus, mentre oggi l’85% si preoccupa per le conseguenze economiche della pandemia.

Anche con le difficoltà che hanno caratterizzato la prima parte del 2020, il mercato della Tecnologia di consumo ha dimostrato una certa resilienza, registrando un calo delle vendite abbastanza contenuto: -5,8% a valore nei primi sei mesi dell’anno. In questo periodo senza precedenti, infatti, molti consumatori hanno fatto ricorso alla tecnologia per affrontare la crisi.

Italia: a luglio il mercato cresce del +4,5%

Il nostro Paese ha mandato segnali positivi per l’ambito Tech: le ultime rilevazioni GfK – aggiornate al mese di luglio 2020- mostrano una crescita del +4,5% a valore rispetto allo stesso periodo del 2019. Dall’inizio dell’anno, il mercato italiano della Tecnologia di consumo risulta in calo del -1,4% a valore; un dato che fa ben sperare per i prossimi mesi.

Nuovi bisogni di tecnologia

Nelle prime settimane della pandemia, le vendite di TCG hanno registrato un calo significativo a livello internazionale – per effetto anche della chiusura temporanea dei negozi – e gli acquisti si sono concentrati sui prodotti necessari. Durante il lockdown, però, le persone hanno anche vissuto nuove esperienze all’interno delle mura domestiche – smart working, intrattenimento, pulizia ecc… – che hanno generato nuovi bisogni, contribuendo a sostenere il mercato della tecnologia. I trend che hanno guidato gli acquisti durante la prima parte dell’anno sono stati la semplificazione, le performance, lo shopping senza barriere, la salute e l’igiene. Tutte tendenze che continueranno ad essere centrali anche nella fase “New Normal”. In primis, lo smart working e la didattica a distanza hanno spinto le persone ad attrezzarsi per gestire la continuità lavorativa e formativa in casa. Di conseguenza, il settore IT e Office è cresciuto complessivamente, a livello internazionale, del +17,2% a valore nei primi sei mesi del 2020, mentre il comparto Office è cresciuto del +12,1%. Molto positivo anche il comparto Gaming, con un crescita del +55% delle vendite di PC portatili e del +62% dei monitor con caratteristiche Gaming nei primi sei mesi del 2020.

Covid, 1,7 milioni di microimprese a rischio fallimento

A causa della crisi economica provocata dall’emergenza sanitaria 4 microimprese su 10 rischiano la chiusura. I più vulnerabili? Bar, ristoranti, attività ricettive, piccolo commercio e le imprese del comparto della cultura e dell’intrattenimento. Si tratta di 1,7 milioni di attività “che dopo il lockdown non si sono più riprese, e ora hanno manifestato l’intenzione di chiudere definitivamente la saracinesca”, afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo. “Con poca liquidità a disposizione e il crollo dei consumi delle famiglie i bilanci di queste micro attività si sono colorati di rosso – sottolinea Zabeo -. Una situazione ritenuta irreversibile che sta inducendo tanti piccoli imprenditori a gettare definitivamente la spugna”.

In dieci anni perse 180.000 aziende artigiane

“Gli effetti economici del Covid si sono sovrapposti a una situazione generale già profondamente deteriorata – puntualizza il segretario della Cgia, Renato Mason -. Tra il 2009 e il 2019 lo stock complessivo delle aziende artigiane presenti in Italia è sceso di quasi 180.000 unità. Circa il 60% della contrazione ha riguardato attività legate al comparto casa: edili, lattonieri, posatori, dipintori, elettricisti, idraulici, hanno vissuto anni difficili e molti sono stati costretti a cessare l’attività”.

La crisi dell’edilizia e la caduta verticale dei consumi, secondo Mason, sono stati letali. Se molte altre professioni artigiane, legate soprattutto al mondo del design, del web e della comunicazione, si stanno imponendo, “la drammatica crisi che vivremo nei prossimi mesi cancelleranno moltissime attività – continua Mason – incidendo negativamente anche sulla coesione sociale del Paese”. 

Si teme un aumento della disoccupazione

Lo studio ricorda che nel 2009, l’anno orribile dell’economia italiana, il Pil nazionale è sceso del 5,5%, mentre il tasso di disoccupazione nel giro di 2 anni è salito dal 6 al 12%. Con un Pil che nelle più rosee previsioni quest’anno dovrebbe diminuire di circa il 10%, quasi il doppio della contrazione registrata nel 2009, il pericolo che il numero dei disoccupati aumenti esponenzialmente è molto elevato, riporta Agi. La chiusura di molte piccole attività presenta ricadute sociali altrettanto negative. Quando un piccolo negozio o una bottega artigiana chiudono definitivamente “si perdono conoscenze e saper fare difficilmente recuperabili e la qualità della vita di quel quartiere peggiora”, aggiunge la Cgia.

Un paradosso: c’è difficoltà a reperire personale

Secondo la Cgia “bisogna fare una vera e propria rivoluzione per ridare dignità, valore sociale e un giusto riconoscimento economico a tutte quelle professioni dove il saper fare con le proprie mani costituisce una virtù aggiuntiva che rischiamo colpevolmente di perdere”.

A questo proposito, la Cgia cita un paradosso: mentre tante micro attività chiudono molti settori denunciano la difficoltà a reperire personale qualificato.

“Ci sono realtà – sostiene l’associazione – dove fino allo scorso mese di febbraio si faceva fatica ad assumere autisti di mezzi pesanti, conduttori di macchine a controllo numerico, tornitori, fresatori, verniciatori e battilamiera. Senza contare che nel mondo dell’edilizia è sempre più difficile reperire carpentieri, posatori e lattonieri”.

La Generazione Z si disconnette o riduce il tempo online

I giovani si disconnettono, e disattivano i propri account sui social. Lo ha già fatto un quinto dei 18-24enni a livello globale e addirittura un quarto in alcuni Paesi, mentre un terzo sta limitando l’utilizzo dello smartphone durante la giornata. Nonostante il lockdown abbia portato a un aumento dell’attività online il 17% dei GenZers negli ultimi 12 mesi ha disattivato i propri account, una tendenza particolarmente evidente in tutta Europa, e che va dal 34% della Finlandia al 30% della penisola iberica. Anche l’Italia presenta un dato sopra la media. Da noi hanno disattivato un profilo il 25% degli utenti tra i 18 e i 24 anni. A livello globale, il 31% ha limitato il proprio tempo trascorso online, o a guardare lo smartphone, in Italia, il 35%. Insomma, la Generazione Z sta riducendo la quantità delle proprie attività online. È quanto rivela l’ultimo sondaggio della Digital Society Index, condotto da Dentsu Aegis Network su oltre 5.000 GenZers in tutto il mondo.

Il 44% adotta misure per ridurre la quantità di dati condivisi online

Quasi la metà, il 43% a livello globale e il 44% in Italia, ha adottato misure per ridurre la quantità di dati condivisi online, come cancellare la cronologia delle ricerche o rinunciare ai servizi di geolocalizzazione. Misure che indicano una forte consapevolezza da parte dei GenZers di come possano essere utilizzati i loro dati e degli impatti negativi percepiti della tecnologia sulla società.

Più della metà di loro (58%), infatti, non si fida delle aziende tecnologiche a causa delle preoccupazioni sull’utilizzo dei propri dati. La probabilità di abbandonare un’azienda che possa usare male, o possa perdere i nostri dati, per gli italiani è del 68%.

Preoccupati per la propria salute mentale

Quattro giovani su dieci (37%), poi, credono che i social media abbiano un impatto negativo sul dialogo politico nel proprio Paese, un’opinione più alta in Ungheria (56%), in Australia (50%) e negli Stati Uniti (48%). In Italia la quota è pari al 43%. Per i giovani però destano grande preoccupazione anche i problemi di salute mentale. Quasi la metà della GenZen ritiene che l’utilizzo della tecnologia abbia un impatto negativo sul proprio benessere psico-fisico. Ciò è particolarmente avvertito in paesi come Spagna (59%), Australia (55%) e Francia (53%).

Ottimismo nei confronti delle nuove tecnologie

Nonostante queste preoccupazioni dallo studio risulta però che i GenZers sono fiduciosi che la tecnologia, in futuro, produrrà più effetti positivi che negativi, riporta Ansa. Due terzi (62%) sono ottimisti sul fatto che le tecnologie digitali aiuteranno a risolvere le sfide più urgenti, e questo sentimento si fa sentire maggiormente a Hong Kong (78%), Polonia, Finlandia e Messico (75%).

La metà dei GenZers ritiene inoltre che AI e robotica creeranno opportunità di carriera per loro nei prossimi 5-10 anni. Ma quasi tre quarti (72%) della Generazione Z ritiene che le aziende dovranno dimostrare come l’uso che fanno della tecnologia avvantaggerà la società nel prossimo decennio.

I surgelati entrano nella nuova dieta mediterranea

La dieta mediterranea festeggia i suoi 10 anni come patrimonio immateriale dell’Umanità dell’Unesco. La varietà degli alimenti, l’equilibrio e il gusto della dieta mediterranea sono stati riconosciuti dal Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agricola, come modello di uno stile di vita sano e sostenibile. Tuttavia, secondo l’European Journal of Public Health, solo 4 italiani su 10 la seguono, e consumano ancora troppo poco pesce e verdure di quanto consigliato dai nutrizionisti. Per invertire questo trend un aiuto arriva dai prodotti surgelati. Il Crea infatti sottolinea nelle sue linee guida come i surgelati rappresentino una corretta alternativa nutrizionale, ed entrino a far parte di diritto nella nuova dieta mediterranea.

La risposta a un consumo troppo basso di pesce e verdura

Nei prodotti surgelati sono presenti alimenti cardine della dieta mediterranea, come pesce, pasta, verdura e legumi, con il vantaggio di averli sempre a portata di mano. Se non i prodotti vegetali freschi non sono sempre disponibili in tutte le stagioni i surgelati, al contrario, permettono di seguire lo stile alimentare mediterraneo in maniera più costante, e senza differenze nutrizionali rispetto ai prodotti freschi. Tecniche come l’IQF (Individually Quick Frozen) e i velocissimi tempi di surgelazione consentono infatti a mantenere inalterati anche nutrienti, come la vitamina C o l’acido folico, soggetti a ridursi significativamente col passare del tempo.

Rilanciare la dieta mediterranea adattandola a nuove esigenze

“Nella seconda metà del secolo scorso la dieta mediterranea è stata per la prima volta studiata e battezzata da Ancel e Margaret Keys, che ne stabilirono i valori fondanti, come ad esempio la varietà e la valorizzazione di prodotti semplici”, commenta Giorgio Donegani, nutrizionista e tecnologo alimentare  La nuova dieta mediterranea rilancia i principi dell’alimentazione mediterranea, ma adattandoli alle esigenze dello stile di vita contemporaneo. Si tratta infatti di un modello alimentare che prevede soprattutto il giusto apporto calorico, e l’assunzione di tutti i nutrienti necessari al nostro organismo per mantenerlo in salute.

“Oggi si parla molto di nuova dieta mediterranea e i surgelati possono esserne tra i protagonisti – aggiunge Donegani -. Perfetti per ricette bilanciate, in linea con le indicazioni nutrizionali, fatti con materie prime dalla filiera corta e sostenibile. Insomma, l’ideale per lo stile di vita mediterraneo”.

Vegetali e pesce, gli alimenti da “frezeer” più consumati

Oggi quindi è necessario fare un passo avanti. E per rispettare i valori della dieta mediterranea, “e alimentarci correttamente stando al passo coi tempi, i surgelati sono essenziali”, aggiunge Donegani. A dimostrazione che i surgelati rappresentano uno degli alimenti più apprezzati dagli italiani, il Rapporto annuale Consumi di IIAS (Istituto Italiano Alimenti Surgelati) evidenzia come nel 2019 questi prodotti sono cresciuti in volume del +1,3% rispetto al 2018, per un consumo pro capite di 14,1 kg annui. E sono proprio i vegetali e il pesce, tipici della cucina mediterranea, i beni alimentari surgelati più consumati al dettaglio.

Le imprese italiane puntano sul digitale: il 77% investe in tecnologia

Saranno stati forse anche il lockdown e la ridotta mobilità causata dal coronavirus, fatto sta che le imprese italiane hanno iniziato una corsa verso il digitale che non può che proseguire. In base a quanto rivela un recentissimo report dell’Istat, circa tre quarti delle imprese con almeno dieci addetti sono attualmente impegnate in investimenti digitali (il 77,5%). Certo, per il nostro Paese si tratta ancora di “primi passi”: secondo il censimento permanente delle imprese dell’Istituto di Statistica, riferito al periodo 2016-2018, soltanto il 3,8% delle aziende ha già raggiunto la fase di ‘maturità’, caratterizzata da un utilizzo integrato delle tecnologie disponibili.

Ancora in numero contenuto, ma rilevanti per addetti e vale aggiunto
Le imprese digitalmente mature, pur essendo solo tre su cento contano però per il 16,8% di addetti e il 22,7% di valore aggiunto. La loro presenza è decisamente più elevata nel Nord-ovest (4,7%). A fare la differenza nella scelta o meno di adottare tecnologie digitali è soprattutto la dimensione: ha effettuato investimenti digitali il 73,2% delle imprese con 10-19 addetti e il 97,1% di quelle con oltre 500 addetti. Meno significative sono le differenze territoriali: si passa dal 73,3% nel Mezzogiorno al 79,6% nel Nord-est.

A livello settoriale emerge il ruolo trainante dei servizi: le telecomunicazioni (94,2%), la ricerca e sviluppo, l’informatica, le attività ausiliarie della finanza, l’editoria e le assicurazioni hanno percentuali di imprese che investono in tecnologie digitali superiori al 90%. Il primo settore manifatturiero per investimenti digitali è la farmaceutica (94,1%), seguita a distanza dalla chimica (86,6%). Tuttavia, segnala l’analisi, la maggior parte delle imprese utilizza ancora “un numero limitato di tecnologie, dando priorità agli investimenti infrastrutturali (soluzioni cloud, connettività in fibra ottica o in mobilità, software gestionali e, necessariamente, cyber-security) e lasciando eventualmente a una fase successiva l’adozione di tecnologie applicative.

Gli step della digitalizzazione italiana

In Italia, rivela ancora il censimento, la maggior parte delle imprese utilizza un numero limitato di tecnologie, dando priorità agli investimenti infrastrutturali (soluzioni cloud, connettività in fibra ottica o in mobilità, software gestionali e cyber-security) e lasciando eventualmente a una fase successiva l’adozione di tecnologie applicative. Sinora il grado di “digitalizzazione” delle imprese è stato misurato essenzialmente in termini di infrastrutturazione (accesso alla banda larga, numero di apparecchiature acquistate od utilizzate, ecc.) con il rischio che una rapida diffusione della capacità tecnica di utilizzo di strumenti digitali potesse dare l’impressione di una maturità digitale che, in realtà, esisteva solo potenzialmente. L’utilizzo di infrastrutture digitali giunge a saturazione già tra le imprese meno digitalizzate (quelle con investimenti “solo” in 4 o 5 tecnologie), e molto più lentamente si diffondono applicazioni più complesse e con maggiore impatto sui processi aziendali: appena il 16,6% delle imprese ha adottato almeno una tecnologia tra Internet delle cose, realtà aumentata o virtuale, analisi dei Big Data, automazione avanzata, simulazione e stampa 3D. Il processo di digitalizzazione delle imprese sembra distinto in due stadi o, in alcuni contesti più complessi, anche multistadio. “Appare infatti evidente la necessità di costruire in una prima fase le condizioni tecniche e culturali per avviare il processo di digitalizzazione che si completa, in una seconda fase, con l’adozione di soluzioni applicative più utili ed efficaci per aumentare efficienza e produttività” conclude il report.

Casa, scendono i prezzi, compravendite -18%

Nel 2020 le compravendite nel mercato immobiliare residenziale scenderanno del 18%, passando dalle 603mila transazioni del 2019 alle 494mila del 2020, La risalita è prevista a partire dalla seconda metà del 2021, che chiuderà a 499mila transazioni, l’1% in più rispetto al 2020. Si tratta delle previsioni dell’Osservatorio sul Mercato Immobiliare di Nomisma, che nel 2020 per i prezzi prevede una contrazione del -2,6% nel settore residenziale, e del -3,1% e -3,2% nei settori direzionale e commerciale. Il segno meno, secondo Nomisma, potrebbe però restare negli anni a venire, con cali per le abitazioni, del 2,3% nel 2021, e dell’1% nel 2022.

A Roma calo più marcato, Milano resiste

Roma è tra le città dove i cali saranno più marcati, con contrazioni previste del 4% nel 2020, del 3,3% nel 2021 e dell’1,9% nel 2022. Cali accentuati sono previsti anche a Catania, Bari e Roma, mentre Torino e Napoli mostrano performance particolarmente negative nel segmento non residenziale. Al contrario, Milano potrebbe essere la città con i cali più contenuti (-0,6% nel 2020, -0,4% nel 2021 e una crescita dello 0,8% nel 2021). Seguono Firenze, Padova e Bologna, alle quali si aggiungono Venezia e Palermo solo per gli immobili d’impresa.

Scenario negativo, ma non drammatico

Lo scenario è quindi negativo, ma non drammatico. Il secondo osservatorio 2020 di Nomisma mantiene sostanzialmente le previsioni formulate a marzo all’inizio del lockdown. I prezzi delle case sono in discesa, ma non in picchiata, nel triennio la perdita dei valori nelle grandi città si aggirerebbe sul 10%. E va rilevato che la diminuzione non sarà immediata, grazie alla “resilienza” delle proprietà. Il vero pericolo per il mercato è che nei potenziali acquirenti scatti l’attesa della deflazione: non compro oggi perché tra sei mesi pagherò meno. Vale per tutti i beni durevoli, ma per la casa a maggior ragione.

Comprare casa come investimento?

Nonostante rendimenti teorici molto interessanti se rapportati a quanto offre il mercato finanziario la richiesta di case da investimento almeno nel breve appare destinata a calare.
“Le erogazioni – sottolinea Luca Dondi, ad di Nomisma – sono destinate a diminuire perché le banche selezioneranno ancor più di oggi i clienti a seconda della loro potenzialità di sostenere il peso delle rate. Non ci aspettiamo una minor richiesta di mutui, ma un maggior numero di istruttorie con esito negativo”. Insomma, nei prossimi mesi le banche avranno un ruolo cruciale nell’andamento del mercato. Per quanto riguarda il non residenziale, Nomisma distingue tra mercato degli investimenti “core” (edifici acquistati da investitori istituzionali) che quest’anno soffrirà per la diminuzione di richieste da parte degli operatori stranieri, e mercato delle unità immobiliari non residenziali singole (negozi, studi professionali ecc) destinato a un forte calo di vendite e di valori.