Caffè, gli italiani hanno le idee chiare

Gli italiani sono fedeli, almeno quando si tratta di caffè. Quello fra i nostri connazionali e l’espresso è infatti un rapporto stretto, che attraversa il tempo e le situazioni contingenti – leggi pandemia – senza troppi scossoni. In particolare, i consumatori del Belpaese sembrano essere affezionati alla marca del cuore: il 40% è più attento alla reputazione delle marche e alla qualità e il 20% diventa più fedele. A dare queste indicazioni è l’Osservatorio realizzato da Bva/Doxa per conto di Nescafé Dolce Gusto al fine di comprendere quali sono le leve di acquisto di questo specifico prodotto.

Meno frequenza nella spesa, più qualità nel carrello

Ci sono interessanti informazioni in merito anche alle modalità di acquisto: in questo ultimo periodo, rispetto al periodo pre Covid, gli italiani riducono la frequenza della spesa e se il 44% acquista più prodotti, il 46% spende di più. Il carrello più pesante e la frequenza di spesa ridotta richiedono un’attenzione al portafoglio e il 46% ha infatti aumentato l’acquisto di prodotti in promozione. Le persone hanno al contempo acuito la propria sensibilità verso alcuni fattori che guidano la spesa e la scelta dei prodotti: la qualità è un fattore imprescindibile per un consumatore come quello odierno, consapevole e informato, che si approccia ai consumi con sempre più attenzione alle etichette e alla lista degli ingredienti (72%). Il 68% ricerca oggi più che mai conferme sulla qualità, intesa anche come rassicurazione sulla provenienza delle materie prime. E ancora il 53% premia le marche che hanno avviato iniziative a sostegno dei consumatori e della società in un periodo così difficile, acquistandone i prodotti. Dal punto di vista delle categorie merceologiche, la fedeltà al brand di caffè si attesta al 76%, secondo solo alla pasta (78%), superando i prodotti per l’igiene e la cura della persona.

Il ruolo della fedeltà

Dall’Osservatorio emerge anche l’identikit dei consumatori di caffè rispetto la fedeltà alla marca. Da questo, emerge che sono in primis gli over 55 (84%) e i residenti nel Mezzogiorno (82%) i più “legati” a uno specifico brand. La conoscenza dei programmi fedeltà promossi da marche di caffè ha ancora molto margine di espansione, con il 79% degli italiani che ritiene appropriato che i brand promuovano tali iniziative. Infatti, quando si trovano a scegliere la marca di caffè da acquistare, il 56% è influenzato positivamente dalla presenza di un programma fedeltà. Non solo: si è scoperto che anche la frequenza di acquisto aumenta se il cliente partecipa a un loyalty program.

Europa, sì o no? Cosa ne pensano i cittadini dell’Unione?

Cosa pensano i cittadini europei dell’Ue, a maggior ragione in tempi complicati come quelli che abbiamo vissuto? L’Europa è un elemento di forza o altro, che ruolo ha avuto nella gestione della pandemia? A queste e altre domande risponde un sondaggio condotto da Itsos, che si è concentrato sue tre temi chiave: la direzione passata e presente dell’Ue; l’impatto dell’Ue nel mondo e la necessità che i suoi Stati membri agiscano insieme; l’Ue e la gestione del Coronavirus.

Il progetto Europeo ha reso l’Europa oggi più forte o più debole di quanto sarebbe stata senza di esso? 

A questo quesito, circa la metà degli europei intervistati (47%) ritiene che l’Europa sia stata rafforzata dall’Unione Europea e il 42% pensa lo stesso del proprio Paese. I Paesi che sono stati membri dell’Ue sin dalla sua creazione sono meno propensi ad esprimere l’opinione che ha rafforzato l’Europa nel suo complesso, mentre i Paesi che hanno aderito successivamente (Svezia, Ungheria e Polonia) sono più positivi. Per quanto riguarda la direzione dell’Ue, la percentuale di europei che ritiene che l’Unione Europea vada nella direzione sbagliata è diminuita negli ultimi tre anni, con il 29% che afferma di essere sulla strada giusta. Però l’Italia, con Belgio e Francia, afferma il contrario: l’Unione Europea sta andando nella direzione sbagliata. 

Può l’Ue influire sul resto del mondo?

Altra questione fondamentale, ovvero il ruolo dell’Europa nei rapporti internazionali. Il 46% dei cittadini europei (nel 2017 erano il 51%) ritiene che insieme i Paesi dell’Unione Europea abbiano più influenza sul resto del mondo. I Paesi più “positivi” sono la Svezia, i Paesi Bassi e l’Ungheria, che reputano maggiormente che l’Ue rafforzi la loro influenza globale e la loro capacità di risolvere i problemi, mentre Francia e Italia sono i meno ottimisti in merito a questo argomento.  

Coronavirus e gestione europea

Per il 20% dei cittadini intervistati l’Unione Europea ha contribuito a ridurre gli effetti della pandemia di Coronavirus nel proprio Paese, mentre poco più di uno su quattro (27%) ritiene che abbia contribuito a gestire la crisi. Tuttavia, circa due su cinque pensano che l’Ue non abbia influito sull’impatto (44%) o non sia stata sufficientemente coinvolta (39%). Per quanto riguarda il nostro Paese, è proprio in Italia – colpita per subito dal Coronavirus nella prima ondata – che si conta la percentuale più alta di coloro che ritengono che l’Ue abbia peggiorato gli effetti, seguita da vicino da Francia e Belgio.

Lombardia, positivo il terzo trimestre delle imprese manifatturiere di Milano, Monza Brianza e Lodi

Grazie al terzo trimestre 2020 le imprese lombarde possono tirare un respiro di sollievo in un anno caratterizzato da mille difficoltà legate alla pandemia. Nel periodo luglio-settembre, infatti, gli indicatori economici sono migliorati per le imprese manifatturiere di Milano, Monza Brianza e Lodi, dopo il crollo nel secondo trimestre. In rapida ripresa sono produzione, fatturato, commesse acquisite, con intensità diverse tra i territori. Nel breve termine, le aspettative delle imprese per il quarto trimestre 2020 rimangono complessivamente negative per la maggior parte, ma mostrano ancora un leggero miglioramento rispetto allo scorso trimestre, più per il mercato interno che per l’estero, anche in vista degli acquisti di Natale. Sono alcuni delle considerazioni emerse da un’anticipazione dei dati delle analisi congiunturali del terzo trimestre 2020 del Servizio Studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e Unioncamere Lombardia.

Il fatturato delle tre province

In merito all’andamento del fatturato nel terzo trimestre, rispetto ai tre mesi precedenti, le imprese manifatturiere dell’area metropolitana milanese fanno registrare una crescita del 17,1%, a Monza e Brianza 21,8%, a Lodi +2,3%. Passando alla produzione, la crescita per l’area milanese si attesta a +21% rispetto al trimestre precedente, +16,2% per le imprese brianzole, +4,1% per Lodi. I dati tendenziali rispetto a un anno fa, al terzo trimestre 2019, sono questi: fatturato: Milano -5,5%, Monza e Brianza -3,5% e produzione: Milano -5,1%, Monza e Brianza -3,4%.

L’industria dell’area milanese

Gli indicatori congiunturali dell’area metropolitana milanese registrano nei confronti del precedente trimestre una crescita di ampia portata della produzione industriale (+21% destagionalizzato), in linea con quanto rilevato in Lombardia (+21,2%), insieme a una sensibile crescita del fatturato (+17,1%). Riprendono rispetto al trimestre precedente gli ordini sia esteri sia interni (+25,1% e +21,9% destagionalizzato) evidenziando una performance in linea con la Lombardia dove si è assistito ad una crescita della domanda proveniente dal mercato interno (+23,7%) e ad una ripresa significativa dall’estero (+20,7%). Ancora negativa la variazione tendenziale su base annua, -5,1% per la produzione, in linea con la Lombardia, -5,2%.
L’andamento dell’industria di Monza e Brianza e Lodi

Per quanto concerne il territorio di Monza Brianza nel terzo trimestre 2020 il quadro congiunturale è positivo rispetto al periodo precedente, nella produzione (+16,2% destagionalizzato), inferiore per intensità a quanto rilevato in Lombardia (+21,2% destagionalizzato). Simile l’andamento per il fatturato (+21,8% destagionalizzato rispetto a +20% lombardo). La ripresa si è manifestata anche in relazione agli ordini, le commesse acquisite nel terzo trimestre 2020 hanno infatti evidenziato una crescita rispetto al trimestre precedente, sia in relazione al mercato estero (+11,4% destagionalizzato, più limitata rispetto al quadro lombardo con +20,7%) che nei confronti della domanda di matrice interna (+17% destagionalizzato). Ancora negativa la variazione tendenziale su base annua, -3,4% per la produzione, rispetto alla Lombardia, -5,2%. Anche nell’area lodigiana cresce la produzione industriale nel trimestre (+4,1%) ma meno della Lombardia (+21,2%). Segnali confermati dalla dinamica del fatturato, +2,3% rispetto a +20%. È il mercato interno ad aver registrato la minor ripresa (+0,1% gli ordini rispetto al +23% lombardo), insieme al mercato estero che resta in calo (-0,6% gli ordini in tre mesi). In un anno la produzione industriale cresce del 2,2%, rispetto a -5,2% lombardo.

Instagram lancia le Guide per tutti, dai viaggi allo shopping

Si ampia ulteriormente lo strumento Guide di Instagram, la novità lanciata lo scorso maggio – in piena emergenza covid – che ora diventa a tutti gli effetti una specifica della piattaforma social. Ma di cosa si tratta? Nell’aspetto, le Guide sono del tutto simili a dei blog post, in cui gli utenti possono inserire video, foto e testi destinati a un preciso argomento, con più spazio rispetto agli altri format. Inizialmente, Instagram limitava le Guide a un gruppo selezionato di creatori che pubblicavano contenuti incentrati sulla salute psicologica e il benessere. Oggi, l’azienda ha rivelato che il formato sarà disponibile per tutti gli utenti e le Guide potranno includere anche altri tipi di contenuti, inclusi prodotti, luoghi e post. Le Guide, contraddistinte con l’icona che ricorda un giornale aperto, si discostano quindi dalla carrellata di immagini racchiuse in Instagram.

Una “vetrina” a tutti gli effetti

Con questa evoluzione, nelle Guide potranno essere compresi gli argomenti più vari, dai consigli di viaggio su una città al focus su un prodotto di bellezza. Con un risvolto anche commerciale. “Le guide sui prodotti possono essere presenti su Instagram Shop, la nostra nuova destinazione per lo shopping all’interno dell’app, così puoi scoprire nuovi prodotti da persone che potresti non seguire già”, scrive infatti il social sul suo blog. Ancora, questa funzione potrebbe servire a far sì che gli utenti  trascorrano più tempo sull’app, poiché non dovrebbero più fare clic su siti web e blog esterni per accedere a questi post, ad esempio tramite un collegamento nella bio dell’autore o tramite un link aggiunto a una storia. Ancora, le Guide possono essere condivise dagli utenti attraverso le storie o i messaggi.

Come funzionano

Con questa novità, tutti potranno realizzare la propria guida di “consigli”, avendo molto più spazio – anche per i testi – rispetto ai normali post. Disponibili in un tab all’interno del profilo, le Instagram Guides potranno includere anche recensioni e commenti sui prodotti, ovviamente compresi quelli inseriti nello Instagram Shopping, ma anche luoghi ed esperienze. Per muoversi all’interno di questo nuovo mondo, è stata anche migliorata la funzione di ricerca.

Nuova ricerca attraverso parole chiave

Le Guide sono una delle ultime due novità annunciate da Instagram. La piattaforma, infatti, ha anche aggiornato il suo motore di ricerca interno per consentire di ricercare contenuti attraverso parole chiave, e non solo con hashtag o account. Al momento questa opzione non è ancora disponibile per tutti, ma riguarda solo sei Paesi anglofoni: Usa, Canada, Regno Unito, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda.

Le buone maniere sono importanti, anche per le aziende

Educazione, cordialità, gentilezza, insomma, le buone maniere, non passano mai di moda. Anche nel mondo del lavoro, dove sono determinanti nella scelta di un’azienda o un professionista. Soprattutto oggi, dove la società è divenuta estremamente individualista, egocentrica e poco avvezza ai principi basilari del vivere comune. Al contrario, “la gentilezza e il garbo, se autentici, possono diventare alleati utilissimi nel mondo degli affari”, spiega Fabio De Lucia, direttore marketing & Co-Founder di Deraweb. Secondo i risultati di una ricerca, compiuta proprio dalla società di marketing, fra gli indicatori più importanti nella scelta di un erogatore di servizi, oltre all’affidabilità del partner in termini di solvibilità ( 38%), ci sono infatti gli aspetti legati alla gentilezza e all’educazione (46%).

Ascoltare un cliente è una forma di rispetto, attenzione e considerazione

Per il 16% degli intervistati conta però anche la presenza sul proprio territorio, ma quasi la totalità degli intervistati afferma che buone maniere e cordialità sono determinanti nella scelta di un’azienda o di un professionista.

“Non bisogna mai dimenticare che prima di essere professionisti siamo persone, mosse da dinamiche empatiche ed emotive – continua De Lucia -. L’educazione nell’ascolto di un cliente è una forma di assoluto rispetto, attenzione e considerazione. Elementi psicologici, questi, che portano il cliente a sviluppare una percezione di reciproca condivisione, lealtà e fiducia”.

Anche in caso di comunicazione digitale, dove gli individui reagiscono in modo diverso allo stesso messaggio se posto in modo perentorio o garbato. 

I social accolgono ingiustificabili manifestazioni di arroganza

“Spesso capita di leggere mail prive di un semplicissimo ‘buongiorno’, ‘buonasera’, ‘grazie’ o ‘cordiali saluti’ – prosegue De Lucia – e altrettanto spesso non si riceve alcuna risposta a un messaggio mail o su WhatsApp. Per non parlare dell’importanza delle risposte che si danno sui social network, dove fin troppo spesso albergano ingiustificabili manifestazioni di arroganza, presunzione o aggressività – puntualizza De Lucia -. È determinante legare ogni singolo processo comunicativo fra azienda e cliente secondo processi di garbo. Per questo motivo ogni azienda, micro, piccola, media o grande che sia, o ogni libero professionista, dovrebbe settare il proprio impianto digitale, sito web, social network, mailing),e il proprio personale in azienda verso una forma mentis equilibrata e civile”.

Mai sottovalutare l’importanza dell’empatia

Insomma, mai dimenticare quanto è necessario evocare al cliente, finale o potenziale, un’esperienza positiva e rassicurante. E quando vengono meno gli elementi della comunicazione fisica, come il linguaggio del corpo o la mimica facciale, dovremmo essere persuasivi utilizzando altri aspetti del linguaggio, riporta Agi. “Altrettanto determinante è non sottovalutare l’importanza del tono della voce – sottolinea ancora il direttore marketing – uno strumento potentissimo nella comunicazione e nel raggiungimento di un accordo professionale”.

Mai sottovalutare quindi l’importanza dell’empatia e della cordialità. Per fare in modo che le aziende crescano è necessaria una grande preparazione professionale, ma anche umana. Alla base di ogni forma comunicativa efficace, digitale e non.

Emergenza sanitaria, lo shopping per salute e benessere trasloca sul web

Tra prima e seconda ondata l’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus non molla la presa. E, tra chiusure e zone rosse, le abitudini dei consumatori sono profondamente cambiate. A “vincere” tra i canali per gli acquisti è sicuramente il web, un’ancora di salvezza anche nei momenti più difficili della pandemia. Lo shopping on line, che riguarda pressoché tutti i comparti merceologici, riguarda pure – forse a maggior ragione, visti i tempi – il settore della salute e del benessere. In Italia, su una platea di circa 25 milioni di acquirenti online di prodotti fisici, 16,9 milioni di persone negli ultimi 12 mesi (+72%) hanno comprato un prodotto di questa tipologia. I dati relativi al settore Health&Pharma sono emersi dalla ricerca 2020 presentata durante “Netcomm Focus Digital Health&Pharma“, evento curato dal gruppo di lavoro Netcomm Digital Health&Pharma e condotta grazie anche al supporto di diverse aziende del comparto.

Un mercato che vale 1,2 miliardi di euro

L’analisi rivela che questo mercato vale 1,2 miliardi (con un incremento di +87% rispetto al 2019), con una spesa pro-capite media di circa 80 euro, dove gli acquirenti abituali (4,6 milioni di persone che hanno acquistano beni almeno 4 volte nell’arco temporale di un anno) contribuiscono al 40% del valore dell’e-commerce di settore. Ma quali sono le categorie merceologiche più gettonate all’interno del mondo salute e benessere? Risponde il report, specificando che le tre categorie che sviluppano il maggior valore di acquisti online sono: vitamine, integratori e potenziatori per lo sport (207 milioni di euro); i prodotti di ottica (occhiali da vista e lenti a contatto, 181 milioni di euro); le creme per la pelle e i muscoli (oltre 168 milioni di euro): su 100 euro spesi online in prodotti di Health & Pharma, 45 sono relativi ai prodotti di queste tre categorie.

Perché si compra la “salute” on line

Sono differenti e variegate anche le motivazioni che spingono gli utenti ad acquistare questa tipologia di prodotti attraverso canali e-commerce. In prima battuta si sceglie questa modalità per la convenienza economica (36,7%), seguita dalla comodità (18,1%) e dalla disponibilità di offerte speciali (16%). Infine, conta molto anche la questione sicurezza, dato che il 15,3% di coloro che hanno acquistato sul web prodotti Health&Pharma nell’ultimo anno ha scelto il canale web per non entrare in un punto di vendita fisico e scegliendo la consegna direttamente al proprio domicilio, dopo aver saldato i propri acquisti prevalentemente con PayPal o carte prepagate.

Milano, Lodi, Monza e Brianza: qui le imprese puntano sulla mobilità sostenibile

Forse anche a causa del desiderio di limitare l’utilizzo dei mezzi pubblici, nelle principali piazze lombarde cresce l’uso di biciclette, monopattini, sharing. E, di conseguenza, cresce anche il numero di imprese legate alla mobilità sostenibile: a settembre 2020 sono 353 a Milano (+6,3% rispetto allo scorso anno), 839 in Lombardia (+3,7%) e 6.281 in Italia (+4,5%). Con simili numeri, la Lombardia è la prima regione a livello nazionale per questo genere di imprese, contandone ben una su 8. Si tratta soprattutto di noleggio di autoveicoli, (586 imprese di cui 274 a Milano) e di fabbricazione e montaggio di biciclette (97 di cui 39 a Milano). Questi dati sono il frutto di un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi sui dati del registro delle imprese al terzo trimestre 2020 e 2019. E proprio la Camera di commercio ha messo in campo tutta una serie di iniziative a favore dell’ambiente, dell’economia circolare e della mobilità sostenibile. Si tratta dell’organizzazione di assistenze specialistiche e workshop (attualmente tutti in modalità digital), in grado di garantire un continuo percorso formativo alle aziende, informandole e sensibilizzandole sulle diverse tematiche, con focus e percorsi dedicati anche alla transizione verso l’economia circolare.

Le imprese della mobilità sostenibile per regione italiana

La Lombardia con 839 imprese su 6.281 è prima in Italia nei settori legati alla mobilità sostenibile (+3,7%). Seguono poi Lazio con 741 (+3,3%), Sicilia con 626 (+4,5%), Veneto con 550 (+5%) e Campania con 539 (+13,7%). In particolare, la Lombardia eccelle nel noleggio di altri mezzi di trasporto terrestre, il Veneto nella produzione di biciclette, il Lazio nel noleggio di autovetture e la Toscana nel noleggio di biciclette. Per quanto riguarda il numero di imprese della mobilità sostenibile suddivise per provincia italiana, al primo posto della classifica c’è Roma con 562 attività (+5%). È seguita da Milano con 353 (+6,3%). Terza Napoli con 279, in forte crescita (+15,8%). Tra le prime anche Catania (194, +11,5%), Torino con 174 (+3%), Sassari (134, +2,3%) e Salerno (122, +20,8%).

Chi fa cosa

E’ interessante anche vedere, a livello geografico, quali sono le “specialità” in questo ambito nelle diverse città. Si scopre così che Roma è specializzata nel noleggio di autovetture e in quello di altri mezzi di trasporto terrestre, rispettivamente con 498 e 32 imprese. Per quanto riguarda le biciclette, Padova e Milano sono prime nella fabbricazione e nel montaggio e Trento nel noleggio con una quarantina di attività mentre negli accessori si distingue Vicenza con una trentina di aziende specializzate.

Pagamenti digitali, a pieno titolo nella nuova digital way of life degli italiani

Il digitale, in tutte le sue forme, dopo il lockdown è entrato di prepotenza nella vita degli italiani. E i pagamenti digitali non fanno certo eccezione: anzi, oggi accompagnano i nostri connazionali nella loro quotidianità all’insegna di una vita più semplice e pure meno rischiosa. Questo è quanto emerge dalla seconda edizione della ricerca ‘Paying digital, living digital: evoluzione dello stile di vita degli italiani prima e dopo il Covid-19’ di Mastercard, realizzata in collaborazione con AstraRicerche. Dopo quello diffuso a giugno, a ottobre 2020 è stato realizzato un secondo sondaggio per verificare come si sia evoluto in questi ultimi mesi il rapporto degli italiani con la tecnologia e gli strumenti di pagamento digitali più innovativi e quali siano le nuove abitudini e modalità di acquisto. La ricerca evidenza che ad ottobre, in Italia, sono 8 su 10 gli italiani che dichiarano di utilizzare frequentemente le carte di pagamento, seguite dalle quelle contactless, che sono ormai parte delle abitudini consolidate per il 78% degli italiani.

Metodi sempre più conosciuti e utilizzati

Il nostro Paese, afferma il report, è sempre più sensibile rispetto a questo tema: infatti si rileva una forte sedimentazione della conoscenza e dell’utilizzo di queste forme di pagamento digitale. Ancora, è interessante notare che l’accettazione delle carte è diffuso nella gran parte dei punti vendita, senza sensibili differenze tra Nord, Centro e Sud. La percezione dei consumatori intervistati è che gli esercenti preferiscono le carte ai contanti (47% per le carte contro 29% del contante).

Contactless, app e nuove soluzioni
Le più innovative forme di pagamento mobile in questa nuova fase di normalizzazione segnano un trend in crescita: +3,2% per i pagamenti via smartphone, seguita da un +1,9% per i pagamenti via app dedicate, soprattutto nella fascia tra i 25-34enni (59%), e un +1,8% per i pagamenti realizzati attraverso app bancarie che riscuotono il favore di oltre 1 italiano su 5 tra i 15 e i 44 anni. Seguono i wearable, che rappresentano una soluzione di pagamento futura per 1 italiano su 3, riscuotendo un interesse in continua crescita: oltre il 33% degli italiani dichiara infatti di avere una buona consapevolezza di queste nuove soluzioni, particolarmente conosciute dalle fasce più giovani della popolazione (fascia dai 18 ai 44 anni).

Missione sicurezza

Tra i motivi che spingono gli italiani ad apprezzare sempre più i pagamenti digitali c’è anche l’aspetto legato alla sicurezza. Un italiano su tre identifica nelle carte di pagamento la modalità di pagamento più sicura, capace di garantire la tutela del proprio denaro e dei propri dati sensibili. Ma le carte di pagamento sono ritenute anche le più semplici da utilizzare (45%, contro il 35% ottenuto dai contanti). La comodità di pagamento e l’ottimizzazione dei tempi caratterizzano per gli italiani la modalità di pagamento con carte contactless (31% e 33%), elementi che riscuotono interesse anche per i nuovi device NFC siano questi smartphone o personal device (rispettivamente per il 15% e il 17%). Infine, molto importante per gli italiani, soprattutto nel contesto di emergenza sanitaria attuale, è l’igiene garantita dal contactless, dove le carte si attestano al primo posto con il 34%, mentre i device personali ottengono il secondo posto con il punteggio di 21%.

Le Pmi italiane volano con l’e-commerce: su Amazon venduti 60milioni di prodotto

In tempi difficili come quelli che stiamo attraversando a livello globale, un’importante ancora di salvezza pare essere l’e-commerce. Un’ulteriore conferma di quanto questo strumento sia strategico per le piccole e medie imprese italiane arriva dall’ultimo report di Amazon. L’analisi evidenzia che, da giugno 2019 a maggio 2020, i partner di vendita italiani hanno registrato vendite per una media di oltre 75.000 euro ciascuno, e hanno venduto in media più di 100 prodotti al minuto nei vari negozi online. Le oltre 14.000 piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon.it hanno registrato vendite all’estero per più di 500 milioni di euro. Di queste, circa 600 le realtà che hanno superato il milione di dollari in vendite. A oggi tali aziende hanno creato oltre 25.000 posti di lavoro.

Supportare le PMI obiettivo prioritario

“Supportare le piccole e medie imprese rappresenta la parte centrale di tutto quello che facciamo. Continueremo ad investire in logistica, strumenti, servizi, programmi e persone per sostenere le piccole e medie imprese nell’ottenere risultati sempre migliori”, commenta Francois Saugier, VP Seller Services di Amazon in Europa. “Nonostante il periodo difficile, i partner di vendita hanno continuato a crescere con Amazon. Quando i clienti acquistano nei nostri negozi, oltre il 50% dei prodotti ordinati è venduto da piccole imprese”.

“Le piccole e medie imprese rappresentano un pilastro fondamentale del tessuto sociale e imprenditoriale del nostro Paese, una risorsa che, attraverso l’e-commerce, può raggiungere e soddisfare una domanda ancora più ampia di clienti” – precisa Ilaria Zanelotti, Direttore Seller Services di Amazon in Italia. “Le realtà che avevano già adottato una strategia multicanale hanno trovato in Amazon e nell’e-commerce lo strumento per ampliare la base clienti e diversificare, per riuscire ad affrontare al meglio le sfide. Ne sono una testimonianza concreta le performance descritte nel Report che presentiamo oggi”.

Lombardia la regione che vende di più

A livello geografico, Lazio e Campania sono le due regioni con il maggior numero di Pmi che vendono online tramite Amazon: entrambe registrano oltre 2.000 piccole e medie imprese presenti sul canale online. Seguono Lazio (1500), Puglia e Veneto, queste due presenti entrambe con 1.000 aziende. Ma le Pmi tricolori non vendono solo entro i confini nazionali, ma anche in tutto il mondo attraverso i negozi Amazon raggiungendo un export totale di oltre 500 milioni di euro nel 2019. Le regioni con il più alto risultato di vendite all’estero sono Campania e Lombardia (entrambe totalizzano 75 milioni di euro), Lazio (50 milioni), Veneto e Piemonte (30 milioni di euro ciascuna).

Lavoro flessibile sempre: così lo vorrebbero 3 lavoratori su quattro

Se potessi… punterei sul lavoro flessibile. Ecco cosa hanno risposto in gran parte i lavoratori italiani alla domanda “Cosa faresti se fossi Ceo per un giorno”, inserita nella ricerca Workforce of the future, commissionato da Cisco a Censuswide e condotto su un campione di 10.095 intervistati in 12 paesi tra Europa, Medio Oriente e Russia, compresa l’Italia, coinvolgendo persone di aziende di ogni dimensione, dalle micro imprese alle grandi realtà. E così i nostri connazionali, dopo aver provato la necessaria esperienza del lavoro da remoto vissuta durante il lockdown, porterebbero questa modalità nella prassi aziendale. Tanto che il 74% degli intervistati ha dichiarato che per il 2021 sarebbe importante creare nell’azienda una politica stabile per il lavoro flessibile (74%) insieme dalla disponibilità di strumenti tecnologici per lavorare ovunque proprio come in ufficio (83%).

Come è cambiato il modo di vivere il lavoro

Negli ultimi mesi l’approccio al lavoro è cambiato radicalmente: basti pensare che prima del marzo scorso solo il 10% delle persone intervistate lavorava da casa stabilmente o in parte, e nel 48% delle loro aziende non era proprio permesso farlo. Ora, invece, l’87% dei lavoratori italiani vorrebbe scegliere se e come lavorare da casa o in ufficio con un mix di presenza e distanza, continuando a godere dei benefici sperimentati, nonostante tutto, in questi mesi. Gli intervistati parlano di maggiore autonomia (65%), di lavorare bene ‘in squadra’ anche da remoto grazie alle tecnologie disponibili (66%), dicono di essere stati più produttivi (64%) ma anche di avere sentito benefici legati al rapporto tra vita e lavoro come, ad esempio, essere riusciti a fare più esercizio fisico (61%).

Investimenti in tecnologie

Per raggiungere questo obiettivo, i lavoratori intervistati affermano che le aziende, nel 2021, dovrebbero in prima battuta investire in tecnologie. Per il 42% questi investimenti hi-tech servirebbero a essere più produttivi, per il 31% sarebbero necessari a rendere sicuri gli spazi di lavoro sotto il profilo sanitario, mentre per un 30% tutto ciò accrescerebbe lo sviluppo di competenze digitali. Per un 29% la tecnologia è importante per incrementare la sicurezza informatica. Un ulteriore dato emerso dallo studio è che le risposte date dai lavoratori di tutti i Paesi coinvolti nella survey – di Europa, Medio Oriente e Russia – hanno fornito risposte più o meno allineate. Come a dire, la scoperta della flessibilità del lavoro non è più una “rivoluzione”, ma un processo già ampiamente in atto in gran parte del mondo.