Fisco on line con Spid: come cambia l’accesso ai servizi

La nostra vita si sta spostando sempre di più verso il digitale e tutti i servizi, ovviamente, stanno seguendo la medesima direzione. Da diverso tempo l’Agenzia delle Entrate si sta spostando sul web, rendendo più veloce e agevole le comunicazioni e le interazioni con gli utenti. Ora, però, c’è un ulteriore cambio di passo: per accedere a tutti i servizi del Fisco on line dal 1° marzo 2021 serve lo Spid. O meglio: bisognerà usare il Sistema di identità digitale Spid, la Carta d’identità elettronica (Cie) o la Carta nazionale dei servizi (Cns).

Le credenziali di Fisconline in scadenza il 30 settembre 2021

Secondo il Decreto Semplificazione (DL n. 76/2020), dal 1° marzo non è più possibile ottenere le credenziali di Fisconline, cioè quelle proprie dell’Agenzia, e nei prossimi mesi quelle già in uso verranno progressivamente dismesse. Sarà quindi necessario dotarsi di una delle tre modalità di identificazione e autenticazione, Spid, Cie o Cns, riconosciute per i servizi on line di tutte le Pubbliche amministrazioni e che sono già utilizzabili per accedere ai servizi delle Entrate. Pertanto, per chi già utilizza queste modalità per accedere ai servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate, non cambia assolutamente nulla. Cambia invece per gli utenti che ancora usano le credenziali di Fisconline, che potranno ancora essere utilizzate fino al 30 settembre 2021, per poi diventare obsolete e dover essere sostituite dai tre strumenti alternativi (Spid, Cie o Cns). Situazione non molto diversa anche per i liberi professionisti e le imprese, che comunque dovranno adeguarsi: potranno richiedere le credenziali Entratel, Fisconline o Sister, rilasciate dall’Agenzia anche dopo il 1° marzo e fino alla data che sarà stabilita con un apposito decreto attuativo, come previsto dal Codice dell’amministrazione digitale.

Spid, Cie e Cns spiegati in maniera facile

Questi tre acronimi potrebbero preoccupare chi si sente più a proprio agio nel mondo reale rispetto a quello digitale. Tuttavia, non c’è motivo di ansia, e le tre modalità sono relativamente facili da ottenere. Lo Spid è il Sistema Pubblico di Identità Digitale. Consiste di un sistema basato su credenziali personali che, grazie a delle verifiche di sicurezza, permettono di accedere ai servizi online della Pubblica amministrazione e dei privati aderenti. Per ottenere Spid basta scegliere uno dei 9 gestori di identità digitale presenti sul sito (https://www.spid.gov.it/richiedi-spid) e seguire i passi indicati dalle varie procedure ai fini dell’identificazione. Cie è la nuova Carta di identità elettronica, rilasciata dal Comune di residenza, che permette anche in questo caso al cittadino di identificarsi e autenticarsi con i massimi livelli di sicurezza ai servizi online degli enti che ne consentono l’utilizzo, sia Pubbliche amministrazioni che soggetti privati. Prevede un codice Pin. La Cns infine, la Carta Nazionale dei Servizi, permette di accedere agli stessi servizi attraverso un dispositivo, che può essere una chiavetta Usb o una smart card.

Il mercato dell’Intelligenza Artificiale cresce in Italia: vale 300 milioni di euro

Ha segnato un balzo del +15% rispetto al 2019 e oggi vale 300 milioni di euro: è il mercato dell’Artificial Intelligence in Italia, come rivela l’ultima ricerca dell’Osservatorio del Politecnico di Milano. In particolare, emerge che questo specifico settore ha retto bene all’ondata del Covid-19, come sottolinea Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence:”La crisi sanitaria non ha fermato l’innovazione e la crescita del mercato dell’Artificial Intelligence, ma ne ha sicuramente orientato l’attenzione su alcune tipologie di progetti, accelerando ad esempio le iniziative di Forecasting (stima della domanda), Anomaly Detection (individuazione di frodi online), Object Detection (come il riconoscimento dei DPI nelle immagini) e ancora di più di Chatbot e i Virtual Assistant, spinti dallo spostamento online della relazione col cliente. È aumentata anche la maturità delle imprese, con una forte crescita dei progetti pienamente operativi”.

Progetti e investimenti

Il mercato dell’Artificial Intelligence può contare soprattutto sui software, su cui si concentra il 62% della spesa, guidata dalla vendita di licenze di software commerciali e dallo sviluppo di software o algoritmi personalizzati. I servizi coprono il restante 38% del mercato e sono rappresentati principalmente da system integration e consulenza, mentre gli investimenti in hardware sono ancora marginali. I progetti di AI che attirano più investimenti sono gli algoritmi per analizzare ed estrarre informazioni dai dati (Intelligent Data Processing), che coprono il 33% della spesa (+15%). Seguono le soluzioni per l’interpretazione del linguaggio naturale (Natural Language Processing) con il 18% del mercato (+9%), gli algoritmi per suggerire ai clienti contenuti in linea con le singole preferenze (Recommendation System) con un’incidenza del 18% (+15%) e le soluzioni con cui l’AI automatizza alcune attività di un progetto e ne governa le varie fasi (Intelligent Robotic Process Automation), che valgono l’11% della spesa (+15%). Il restante 20% del mercato è suddiviso equamente fra Chatbot e Virtual Assistant (10%), che sono i progetti con la crescita più significativa (+28%), e le iniziative di Computer Vision (10%, +15%), che analizzano il contenuto di un’immagine in contesti come la sorveglianza in luoghi pubblici o il monitoraggio di una linea di produzione. Il settore più attivo come investimenti in soluzioni di AI è la finanza (23%), seguita da energia-utility (14%), manifattura (13%), telco e media (12%) e assicurazioni (11%.

L’AI nelle imprese italiane

In base ai dati dell’Osservatorio, oltre la metà delle 235 imprese medio-grandi analizzate ha attivato almeno un progetto di AI nel corso del 2020. Tuttavia, ci sono divari sostanziali fra le aziende più grandi, dove queste iniziative sono presenti nel 61% dei casi e si concentrano sulla crescita organizzativa e culturale e sulla valorizzazione dei dati e lo sviluppo di algoritmi, e le medie aziende, che appaiono ancora poco mature e hanno progetti attivi solo nel 21% dei casi. Il 91% del campione ha un giudizio positivo sulle iniziative di AI, con risultati sopra (45%) o in linea (46%) con le aspettative, solo il 9% sperava in risultati migliori.

Lotteria scontrini, ecco gli acquisti che… non partecipano

Molto, ma non tutto: per partecipare alla ormai famosa Lotteria degli Scontrini, l’iniziativa messa in campo dal Governo per incentivare sempre di più gli acquisti effettuati attraverso pagamenti elettronici, bisogna sapere cosa si può comprare. O meglio, conoscere quali sono le tipologie di acquisti che danno origine a un biglietto virtuale che potrebbe essere baciato dalla fortuna e quelle che, invece, non possono partecipare. L’Agenzia delle entrate ha pubblicato una serie di frequently asked questions, domande più frequenti, sul sito ufficiale della lotteria, per rispondere a tutti questi dubbi. 

Shopping, cosa non vale

Come riporta Le Legge per Tutti, ci sono delle precise categorie di acquisti che non rientrano nella lotteria e che quindi non servono per cercare di aggiudicarsi un premio. Ad esempio, anche se si paga con carta di credito, di debito, bancomat o comunque con moneta elettronica, il tagliando del parcheggio non dà diritto ad alcun biglietto per la lotteria. Lo stesso discorso vale per il pieno di carburante dal benzinaio, per il quale non c’è alcuna certificazione fiscale tramite memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi. Neanche con le spedizioni dei pacchi postali si partecipa alla lotteria degli scontrini, per lo stesso motivo del pieno di benzina o del ticket parcheggio.

Fuori anche cinema, teatri e musei

Ci sono altre situazioni in cui non è prevista, almeno a oggi, la trasmissione dei corrispettivi e che quindi non valgono ai fini delle estrazioni. Si tratta ad esempio della maggior parte delle attività culturali, come cinema, musei, teatri. Altre spese che non generano biglietti virtuali per tentare la fortuna sono quelle effettuate con buoni pasto e ticket restaurant e quelle in farmacia se nello scontrino è riportato il codice fiscale dell’utente. Significa che, se è stata consegnata al farmacista la propria tessera sanitaria, si avrà diritto alla detrazione fiscale ma non alla lotteria degli scontrini. Viceversa, ricorda Adnkronos, se si è compra un medicinale senza fornire la tessera sanitaria e richiedere la detrazione, si può partecipare alla lotteria con quello scontrino.

Conservare gli scontrini, si o no?

Un altro dubbio diffuso è quello che riguarda la conservazione degli scontrini: vanno fisicamente tenuti oppure no? La risposta è no, non serve conservarli fino all’estrazione dei premi. Le persone che hanno infatti deciso di aderire alla lotteria si sono già dovute registrare  sul sito ufficiale della stessa inserendo il loro codice fiscale per ottenere un codice a barre, lo stesso che va presentato al commerciante all’atto dell’acquisto. Tutti gli scontrini, quindi, verranno memorizzati nell’area privata del sito e da lì sarà facile tenerli sotto controllo.

Social, che passione: 7 italiani su 10 li usano ogni giorno

Sono sempre di più gli italiani che trascorrono il loro tempo sui social network. Per riportare dei numeri, sono addirittura 7 su 10 i nostri connazionali attivi sulle piattaforme social: complessivamente, sono 50 milioni gli utenti che utilizzano Internet quotidianamente, e che sulla rete trascorrono il doppio del tempo rispetto a quello passato davanti alla Tv. Questa fotografia del nostro Paese rispetto ai social e al web è il frutto di “Digital 2021”, il report annuale che analizza lo scenario social e digital a livello locale e globale, realizzato da We Are Social in collaborazione con Hootsuite. L’analisi ha previsto anche un focus sul mercato di casa nostra, dal quale emergono dati davvero interessanti.

Trend in forte crescita

Nel 2020, complice forse il fatto di dover rimanere a casa, in Italia si è registrato un trend in crescita per l’adozione di Internet e dei social: ogni giorno è l’84% della popolazione che accede a Internet (+2% rispetto al 2020) e il 68% quella attiva sui canali social (+6%), utilizzati in maniera diversificata, a scopo di intrattenimento, informazione, condivisione e conversazione. Ma cosa cercano, guardano, ascoltano gli utenti online? In base alla ricerca, soprattutto video (93%), ma sempre di più audio con il 61% che ascolta musica in streaming e il 25% che fruisce di podcast. Senza dimenticare l’aspetto ludico: in Internet le persone giocano, e tanto, con diverse tipologie di dispositivi, come dichiara l’81% degli italiani. YouTube si conferma la piattaforma più utilizzata, seguita da WhatsApp e Facebook.

Canali per ottenere informazioni

Oltre all’aspetto prettamente legato all’entertainment e alla condivisione, gli utenti cercano anche informazioni di oggi tipo, anche riferite ai marchi. Accanto all’utilizzo dei motori di ricerca tradizionali, si registra un 37% degli italiani che si serve di tecnologie di ricerca vocale e un 33% che ricorre ai canali social. “Il 2020 ha accelerato l’evoluzione delle relazioni che le persone hanno con i canali digital e social” hanno dichiarato spiegano Gabriele Cucinella, Stefano Maggi e Ottavio Nava, Ceo We Are Social. “Che si tratti di connettersi con altre persone, di fruire di contenuti audio, di fare acquisti da mobile o di intrattenersi e giocare”.

Cosa succede nel mondo

A livello globale, il report segnala che sono 4,66 miliardi le persone che accedono ad Internet, con un incremento del 7,3% rispetto a gennaio 2020. Gli utenti delle piattaforme social nel mondo hanno toccato quota 4,20 miliardi, con un aumento del 13%, o di 490 milioni di persone. La penetrazione delle piattaforme social si attesta quindi al 53% della popolazione mondiale. In questo caso, le piattaforme più attive sono Facebook, YouTube e WhatsApp.

Wikipedia compie 20 anni e adotta un nuovo codice di condotta

E’ per eccellenza “l’enciclopedia delle enciclopedie”, il luogo del sapere globale e uno dei 15 siti più frequentati a livello mondiale con circa 1,7 miliardi di visitatori al mese. Stiamo parlando di Wikipedia, il sito di tutto lo scibile, che proprio a inizio 2021 ha compiuto 20 anni. E, in concomitanza con questo importante avvenimento, Wikipedia ha adottato un nuovo codice di condotta globale contro abusi, disinformazione e manipolazione delle notizie.

“Documento vincolante per chiunque partecipi ai nostri progetti”

Il nuovo codice è stato rilasciato dalla Wikimedia Foundation, l’organizzazione non profit che amministra l’enciclopedia libera e condivisa, ed è frutto del contributo di circa 1.500 volontari di Wikipedia in rappresentanza di cinque continenti e 30 lingue. Il documento appena adottato ha il preciso obiettivo di contrastare ogni tipo di azione e manipolazione  per distorcere e alterare i contenuti sulla piattaforma. Piattaforma che, è bene ricordarlo, viene gestita in gran parte da volontari che utilizzano informazioni “crowdsourcing”. La scelta di prevedere un codice di condotta di questo tipo arriva inoltre in un periodo in cui c’è una grande pressione sulle piattaforme Internet per arginare le campagne di disinformazione che possono essere utilizzate per fini politici o per promuovere varie forme di violenza.

“Il nostro nuovo codice di condotta è stato sviluppato per la nuova era di Internet, con la premessa che desideriamo che le nostre comunità di contributori siano ambienti positivi, sicuri e sani per tutti – ha dichiarato Katherine Maher, amministratore delegato della fondazione – sarà un documento vincolante per chiunque partecipi ai nostri progetti, fornendo un processo di applicazione coerente per affrontare molestie, abuso di potere e tentativi deliberati di manipolare i fatti”.

Le linee guida per il presente e il futuro

In sintesi, le nuove regole lasciano fuori dalla porta qualsiasi forma di molestia, in particolare modo contrastando il crescente fenomeno dell’hate speech, e mettendo al bando pubblicazione di insulti, minacce o attacchi che prendono di mira caratteristiche personali così come le dichiarazioni che possono rinforzare i pregiudizi sugli stereotipi. Saranno invece favorite le azioni che promuovono inclusione e diversità. “Compito del team al lavoro su Wikipedia è quello di garantire che l’approccio non cambi quanto ha fin qui reso l’enciclopedia ciò che è, continuando a mantenerla libera e frutto di un lavoro collettivo” ha concluso Maher. Ad oggi gli editor volontari nel mondo sono circa 230.000, coordinati da 3.500 amministratori. Per far sì che il codice venga rispettato, sarà sensabilitazata la community e verranno costituite task force dedicate.

Italiani online, 40 milioni di utenti in rete

In Italia cresce sempre più l’utilizzo di Internet, anche se per certi versi il nostro paese risulta la Cenerentola della digitalizzazzione rispetto alle altre nazioni industrializzate. Lo rivela Comscore, che segnala che nella penisola la penetrazione dell’utilizzo di Internet ha raggiunto il 73% nel 2020, con un aumento di 3 punti rispetto all’anno precedente. Si tratta di valori ancora distanti da quelli dei paesi più evoluti come USA (90%) e UK (86%), ma anche dei mercati a noi vicini e simili come la Spagna (84%). Si comprende quindi che esistono in Italia delle zone d’ombra dove l’accesso alla rete ancora non c’è. Però, dove invece si naviga, i numeri sono in salita e dimostrano come i nostri connazionali, specie negli ultimi mesi, abbiamo avuto accesso a un numero sempre maggiore di contenuti e servizi. Complessivamente, sono stati 40 milioni gli italiani online a dicembre 2020.

Le categorie più “visitate”

Il report specifica che nello scorso dicembre sono state 9 (Entertainment, News e Information, Social Network, Retail, Lifestyle, Instant Messaging, Technology, Sport, Health) le categorie di contenuti che hanno fatto registrare un’audience superiore ai 30 milioni di visitatori unici mensili, mentre sono diventate 15 (a fronte delle 7 di dicembre 2019) le singole properties che vantano una reach superiore al 60%. In questo contesto, non sorprende che le categorie di contenuto che hanno registrato un aumento più significativo di audience sono quelle connesse ai cambiamenti generati dalla pandemia e dal lockdown: i visitatori unici della Categoria Education sono incrementati del 69%, quelli della Categoria Government del 60% e quelli della Categoria Salute del 31%. Anche per quanto riguarda le app l’andamento è simile: hanno avuto un exploit, in termini di utilizzatori, quelle per il lavoro (Teams e Zoom) e la didattica a distanza (Google Classroom). Ma sono cresciute pure quelle legate a servizi di pubblica utilità come l’App IO che a dicembre 2020 raggiunge i 9,3 milioni di utilizzatori o Poste ID che arriva a 7 milioni.

Due ore e 46 minuti il tempo trascorso giornalmente in rete

Il tempo trascorso on line, che conferma la passione che gli italiani nutrono nei confronti della rete, a dicembre 2020 si attesta a 2 ore e 46 minuti medi giorno per utente, pari a un  +26% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. L’aumento maggiore, ovvero il 38%, si registra sulle fasce di popolazione più giovane (18-24) che passano mediamente sulla rete 3 ore e 34 minuti al giorno a fronte delle 3 ore e 5 minuti della fascia d’età 25-34 (+29% su dicembre 2019) e delle 2 ore e 35 minuti dei 35+ (+19% su dicembre 2019). Il traffico in App, specifica una nota ripresa da Adnkronos, rappresenta ormai il 73% del tempo totale speso (+ 6 punti percentuali rispetto a dicembre 2019) e sulle properties di Google e Facebook (cui appartengono le App più utilizzate) si trascorre ormai oltre la metà (50,4%) del tempo complessivamente passato sulla rete.  Intrattenimento (18%), Social Network (24%) e Instant Messaging (16%) sono le categorie che insieme assorbono il 58% del tempo passato su Internet dalla popolazione maggiorenne.

Ristoranti e shopping: come sono cambiate le abitudini durante la pandemia

E’ inutile negare che il 2020 abbia comportato cambiamenti profondi alle abitudini di tutti noi, comprese quelle che riguardano gli acquisti. Eppure, non mancano delle sorprese che mettono in luce come il “local” sia una tendenza ormai radicata e quasi accentuata dall’emergenza. Lo rivela Ipsos che in un sondaggio globale ha esplorato il cambiamento delle abitudini di acquisto dei consumatori presso i piccoli negozi e ristoranti durante la pandemia. In linea generale, i consumatori di tutto il mondo riferiscono di mangiare meno frequentemente al ristorante (anche perché diversi paesi sono in lockdown) e fare più spesso acquisti online rispetto alla situazione pre-pandemica. Tuttavia, gli acquisti effettuati a livello locale – da agricoltori, produttori, imprese e ristoranti locali – risultano essere sostanzialmente invariati rispetto a prima della pandemia. A livello globale, il 63% degli intervistati afferma di frequentare i piccoli ristoranti o di proprietà locale meno frequentemente rispetto a prima della pandemia. Tra i 28 Paesi esaminati, il Giappone ha registrato il calo più lieve, con una percentuale pari al 44%, invece, l’Italia si colloca in una posizione intermedia con una percentuale del 60%.

La scelta si sposta sull’asporto e il delivery

Se andare direttamente al ristorante è un’abitudine che per ovvi motivi registra una battuta d’arresto, d’altro canto il 23% dei consumatori di tutto il mondo dichiara di mangiare più sovente cibo da asporto e/o consegnato direttamente a casa da piccoli ristoranti o di proprietà locale; il 45% afferma di usufruire della consegna a domicilio o dell’asporto con la stessa frequenza rispetto a prima della pandemia. In Italia, il 48% delle persone dichiara di consumare cibi da asporto o consegnati direttamente a casa con la stessa frequenza rispetto alla situazione pre-pandemica, in linea con la media globale.

Acquisti in piccoli negozi o online?

A livello globale, la maggior parte degli intervistati (54%) dichiara di non aver modificato la frequenza con cui effettua acquisti di persona presso piccole imprese o locali, e l’Italia non fa eccezione. Per quanto riguarda gli acquisti online, a livello globale meno della metà degli intervistati – il 43% – afferma di fare shopping online più spesso. Il Nord America guida l’aumento globale della frequenza degli acquisti online, con la metà dei consumatori che dichiara di fare acquisti online più sovente. L’Italia, anche in questo caso, si colloca in una posizione vicina alla media globale. Sono però i consumatori con un reddito più elevato (49%) quelli che affermano di aver scelto la modalità online con più frequenza rispetto a prima della pandemia: probabilmente chi ha più disponibilità ha anche più strumenti per comprare sul web.

Milano, Lodi, Monza Brianza: nel 2020 più nuove imprese di quelle cessate

Resta positivo il saldo delle imprese iscritte nel corso del 2020 alla Camera di Commercio di Milano, Monza e Brianza, Lodi. Un segnale decisamente positivo che regala un pizzico di ottimismo in mesi resi cupi dagli effetti della pandemia, pesantissimi non solo per la salute ma anche per l’economia nazionale. Comunque sia, il sistema produttivo di quest’area lombarda si conferma ancora una volta tenace e resiliente, come rivelano le analisi dell’Ufficio Studi della Camera di Commercio su dati Registro Imprese. Complessivamente a dicembre 2020 si contano 384 mila imprese attive (in un anno -0,4%), di cui 305 mila imprese a Milano, 64 mila a Monza Brianza 14 mila a Lodi.

I numeri dell’imprenditorialità del Milanese

Entrando nel merito dei numeri, sono 383.726 le imprese attive a Milano, Monza Brianza Lodi a dicembre 2020, in calo di -0,4% rispetto alle 385.171 di dicembre 2019. In particolare, a chiusura 2020, si contano 305.395 imprese attive a Milano (-0,4% in un anno); a Monza Brianza le imprese attive sono 63.946 (-0,3%) mentre a Lodi i numeri passano da 14.509 a 14.385 (-0,9%). Tuttavia, accanto ai dati tutto sommato ancora positivi che contraddistinguono l’andamento delle imprese, l’analisi evidenzia i mutamenti dovuti alla grande incertezza dovuta alla pandemia. Incertezza che ha avuto un riverbero significativo sull’andamento demografico dell’imprenditoria del territorio, evidenziato dai risultati di iscrizioni e cessazioni.

Chi nasce, chi abbandona e il confronto con il 2019

Le rilevazioni segnalano che le nuove imprese nate a Milano, Monza Brianza e Lodi nel 2020 sono state complessivamente 25.393. A fronte di queste, nello stesso periodo 20.989 hanno cessato l’attività. Un saldo positivo (4.404 unità), che va tuttavia confrontato con il 2019: la rilevazione segnala che le iscrizioni sono diminuite del 17,2%, così come parallelamente le cessazioni hanno fatto segnare un calo (-12,3%); anche il saldo è risultato in netta flessione (era stato di 6.725 nel 2019). “Di fatto, i dati fotografano una situazione ancora in divenire, dal momento che tendenzialmente le cancellazioni di attività nel Registro delle imprese si concentrano nei primi tre mesi dell’anno” fanno sapere dall’Ufficio Studi delle Camera di Commercio di di Milano, Monza e Brianza, Lodi. “La rilevazione del primo trimestre 2021 potrebbe, quindi, evidenziare i maggiori effetti sul sistema imprenditoriale causati dalla pandemia”. In sintesi, non resta che aspettare l’evoluzione dei prossimi mesi per avere un quadro più preciso e puntuale dell’imprenditorialità di Milano, Monza e Brianza, Lodi.

Exploit dell’online anche per gli alcolici: le bollicine le più ricercate in Italia

A casa? Sì, ma senza rinunciar al piacere di un buon bicchiere di vino, meglio se rigorosamente italiano. Ne sono evidentemente convinti i nostri connazionali, in linea però con tutti gli europei, che nei mesi scorsi hanno fatto shopping online di alcolici in misura doppia rispetto all’anno precedente. In particolare è cresciuta in maniera rilevante la fascia dei giovani consumatori, quelli di età compresa fra i 18 e i 24 anni. A riferirlo è l’ultima ricerca di Idealo – portale internazionale di comparazione prezzi. Ad acquistare alcolici online sono soprattutto gli uomini, la cui percentuale è salita del +100,6% nel 2020, rispetto alle donne, la cui percentuale è comunque cresciuta del +65,3% nello stesso periodo.

Uomini adulti i più interessati al trend

La ricerca mette in luce che, dopo i giovani, le persone maggiormente interessate agli alcolici online sono gli uomini con un’età compresa tra i 35 e i 44 anni (+91,2%) e tra i 25 e 34 anni (+88,8%). Da segnalare, inoltre, la crescita di interesse nella fascia degli over 65, +27,0%, inferiore rispetto quella delle altre fasce d’età ma tre volte superiore rispetto la crescita di interesse verso l’e-commerce in generale, che nel 2020 è aumentata del +9,0% tra gli adulti oltre sessantacinquenni. Altri dati interessanti in merito all’indagine: le ricerche si svolgono soprattutto la domenica sera, intorno alle 21-22, da mobile, forse per farsi coraggio prima del lunedì. Fatto sta che le ricerche serali sono cresciute del 125,1% rispetto al 2019. A livello territoriale le tre regioni in cui l’interesse online verso gli alcolici è cresciuto maggiormente sono il Molise (oltre +200,0%), il Friuli Venezia Giulia (+196,2%) e la Basilicata (+191,1%); quelle cresciute di meno sono, invece, l’Umbria (+76,1%), la Liguria (+41,0%) e, per ultima, la Valle d’Aosta (+39,6%).

Cosa beviamo?

Gli italiani sembrano apprezzare soprattutto il vino, tanti che i prodotti di Bacco hanno segnato un +446,0% di interesse rispetto lo stesso periodo dell’anno scorso. Sul podio si collocano poi cognac e brandy (+247,6%) e vodka (+242,7%). Se in Italia nel 2020 l’interesse online nei confronti degli alcolici è più che raddoppiato (+110,2% rispetto al 2019), c’è però chi ha fatto più di noi: inglesi e spagnoli hanno fatto registrare un aumento di interesse quasi triplicato. Infine, gli italiani confermano il loro amore per le bollicine: noi e gli austriaci abbiamo concentrato le ricerche soprattutto su Spumanti, Prosecco e Champagne, mentre negli altri Paesi si cercano in particolare i Whisky.

Dati rubati in vendita sul dark web, ecco quanto costano

Quanto costano i dati personali sottratti illegalmente e poi messi in vendita sul dark web? Da una manciata di spiccioli a diverse centinaia di dollari, a seconda della tipologia: lo ha rivelato uno studio condotto dai ricercatori di Comparitech, che ha analizzato i prezzi delle carte di credito rubate, degli account PayPal violati e dei documenti su oltre 40 diversi mercati del dark web. Ne è emerso una sorta di tariffario dei dati, differente a seconda dei vari paesi e dell’entità del “pacchetto” di informazioni messo in commercio. Ma come funziona esattamente la vendita di informazioni rubate?

Per un pugno di dollari

E’ sorprendente scoprire quanto poco valgano dei dati che noi riteniamo preziosissimi. Ad esempio negli Stati Uniti, dove le carte di credito sono estremamente diffuse, le credenziali per una rubata costano 1,5 dollari, cifra che sale a 2,5 per la Gran Bretagna. La forbice, a livello globale, va dagli 11 centesimo fino ai 986 dollari: poco, tutto sommato. In linea generale, è l’Europa il mercato con i prezzi più alti per le carte di credito: 8 dollari. Ovviamente, più si spende più si ottiene: ad esempio, con pochi centesimi si ha solo il numero di carta, mentre con investimenti più sostanziosi si hanno anche un nome, una data di scadenza e altre informazioni importanti. E, a proposito di informazioni, il costo medio di una identità rubata è 8 dollari. Ne servono 14 nel Regno Unito, in Turchia e in Israele e 25 in Giappone, Europa ed Emirati Arabi.

Paypal costa di più

Sono cifre maggiori, precisa Comparitech, quella che bisogna prevedere per aggiudicarsi un account Paypal, ovviamente rubato: da 5 a 1767 dollari. Ma perché questa discrepanza di prezzo rispetto alla carte di credito? Il team di esperti spiga che la differenza è dovuta alla possibilità di “ritorno dell’investimento”. Il saldo contabile medio di una carta di credito è 24 volte il prezzo d’acquisto dei suoi dati nel dark web, mentre per quanto riguarda Paypal il saldo è 32 volte. In parole semplici, Paypal costa di più perché ci sono percentualmente più possibilità di trovare una maggior quantità di soldi sul conto.

Il valore dei fullz

In gergo, i  “fullz” sono i pacchetti di informazioni personali, ad esempio con il nome di una persona, la data di nascita, l’indirizzo, il numero di telefono, i numeri di conto e altre informazioni personali che i criminali informatici utilizzano per frodi di identità, inclusa l’apertura di nuove linee di credito a nome della vittima. Anche questi dati sono in vendita sul dark web, con prezzi di vendita che partono da 8 dollari.