Imprese, difficile trovare il personale adatto: 1 posizione su 4 è scoperta

In un momento in cui si parla tanto della difficoltà di trovare un’occupazione, specie per i giovani, emerge un altro dato sorprendente, che ribalta la visione del mercato del lavoro. In sofferenza sarebbero anche le aziende, che fanno fatica a coprire 1 posizione su 4 per mancanza di figure professionali adatte.

“Vacante” un milione di posti di lavoro

Stando così  lo scenario, non sorprende che in Italia oltre un milione di posti di lavoro (1 su 4, appunto) resti scoperto per la mancanza di figure adeguate. “Uno scandalo” ha commentato Piero Ichino, giurista, giornalista e politico italiano durante il recente convegno organizzato da Inaz, realtà italiana attiva nella produzione software ed erogazione servizi per l’amministrazione e la gestione delle risorse umane.

La formazione per vincere le sfide dell’occupazione

“La formazione efficace come diritto della persona” è stato il titolo del convegno, che ha acceso i riflettori sul “non senso” della disoccupazione giovanile. Ciò che non funziona nel nostro Paese sono proprio orientamento e formazione: “Eppure, in un mondo in cui tutto cambia a una velocità impressionante – ha sottolineato Linda Gilli, presidente e amministratore delegato di Inaz – la formazione, che deve essere permanente, funziona come primario fattore di protezione per il mondo del lavoro. Le imprese devono considerarla un investimento fondamentale, mentre i lavoratori stessi non devono sentirsi mai “arrivati”, ma devono essere sempre pronti ad accrescere le proprie competenze”.

Formazione in azienda

In Italia solo un diplomato su tre delle scuole tecniche, a due anni dal diploma, fa un lavoro coerente con quanto studiato (Eduscopio, 2018). Secondo Pietro Ichino, che ha fotografato ritardi e mancanze del nostro sistema assieme a Osservatorio Imprese Lavoro Inaz, “In Italia mancano i servizi indispensabili per un passaggio facile dalla scuola al lavoro, dall’orientamento al monitoraggio del tasso di coerenza tra formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi, con un gravissimo pregiudizio che pesa sulle attività manuali”. Come affrontare il problema? Sempre Ichino ha indicato un’azione da realizzare subito, cioè monitoraggio e misurazione dell’efficacia della formazione, incrociando e confrontando dati oggi frammentati e sparsi. Mentre lo Stato dimostra una grave lentezza nell’adottare soluzioni efficaci, il mondo imprenditoriale sperimenta da sé nuove soluzioni. “È vero che le aziende vorrebbero trovarsi persone già preparate da inserire velocemente; ma è anche vero che formarle “in casa” può essere un vantaggio, perché il processo di affiancamento arricchisce sia i nuovi entrati, sia i senior, che si scambiano vicendevolmente competenze e idee. Perché abbiamo parlato di formazione come diritto soggettivo della persona, ma è indispensabile anche un’altra cosa: il desiderio di migliorarsi e crescere” ha ribadito Linda Gilli.

Come cambiare lavoro. I consigli dell’headhunter

Dal punto di vista professionale è a settembre che inizia il nuovo anno. Ma se non siamo soddisfatti del lavoro attuale cosa possiamo fare per reinventarci e trovarne uno nuovo? Il primo consiglio è tracciare una linea di demarcazione precisa tra un’insoddisfazione insanabile e una leggera stanchezza. Una cosa è avere piccole aree di insoddisfazione, altra cosa è tornare a lavorare dopo le vacanze e sentire il peso di una montagna insormontabile da scalare. Nel primo caso, elaborare e risolvere le piccole aree di insoddisfazione non è difficile, nel secondo è necessario prendere atto che è opportuno effettuare alcuni cambiamenti, ma senza essere precipitosi.

Il consiglio arriva da Roberto D’Incau, headhunter & coach, nonché Ceo e fondatore di Lang&Partners, la società di consulenza HR italiana.

A volte il disagio è il segnale di un malessere più profondo

Il mantra “quasi quasi mi licenzio” vale sempre, “ma il mio consiglio è porsi un orizzonte temporale di almeno sei o dodici mesi per non fare scelte sbagliate”, spiega D’Incau . Cambiare non è facile, anche se siamo consapevoli di dover lavoro. La prima cosa da fare quindi è fare un vero e proprio bilancio, personale e professionale. “A volte il disagio verso il lavoro è infatti solo la punta di un iceberg, il segnale di un malessere più profondo che investe altre aree della nostra vita – continua l’headhunter -. Capita molto più spesso di quanto non si pensi, si dice ‘basta, voglio cambiare lavoro’ e invece si dovrebbe dire ‘basta, voglio cambiare vita’.

Non sempre è necessario cambiare azienda

Fare la diagnosi giusta perciò è già un primo passo verso la “guarigione”. Fare chiarezza, insomma, e chiedersi se davvero è quel lavoro che non ci fa stare bene. La seconda cosa da fare è ragionare con un’ottica non immediata, ma prospettica.

“Cerca di capire cosa non va esattamente: sei poco motivato, hai problemi relazionali in azienda, senti il peso del lavoro giornaliero?”, aggiunge D’Incau. A volte inserire una giornata settimanale di smartworking fa bene, oppure chiedere al proprio capo o a Hr di essere spostato su altri progetti o a un settore diverso. Non sempre è necessario cambiare azienda.

Se è arrivato il momento di tagliare il cordone ombelicale

Se invece è arrivato davvero il momento di una svolta bisogna elaborare una strategia di cambiamento del lavoro. Ma una volta presa la decisione non bisogna precipitarsi nel rimettersi in gioco, ma mantenersi decisi e preparasi bene alla svolta.

“Il lavoro dei sogni forse non esiste, ma se pensi con terrore a un altro anno identico col tuo lavoro, o con i tuoi colleghi, col tuo capo, è davvero arrivato il momento di tagliare il cordone ombelicale”, sottolinea D’Incau. A volte l’affetto che si prova per l’azienda o i colleghi “impedisce di prendere quella decisione che un headhunter invece consiglia sempre – sostiene D’Incau – mai rimanere nella stessa azienda per più di dieci anni”. Un po’ di energia nuova serve sempre, anche al lavoro.

Italia, quarto paese al mondo per attacchi informatici

L’Italia è sotto attacco, almeno da parte dei cybercriminali. Ad affermarlo è il rapporto ‘Evasive Threats, Pervasive Effects’, di Trend Micro Research, azienda che si occupa di sicurezza informatica, e che piazza il nostro paese al quarto posto al mondo per questo tipo di frodi nel primo semestre 2019. “L’Italia è il quarto paese al mondo per attacchi informatici con malware, virus malevoli, e il dodicesimo per quelli con ransomware, quei virus che prendono in ostaggio i dispositivi e bisogna poi pagare un riscatto ai cybercriminali per riavere il dati” riporta il report.

La fotografia di un paese nel mirino

Nel corso dei primi sei mesi di quest’anno, ricorda ancora il rapporto, nel nostro paese sono stati intercettati 9,4 milioni di malware e sono arrivate oltre 225 milioni di minacce informatiche via mail. I primi posti del brutto podio per  diffusione di malware sono occupati da Stati Uniti, Giappone e Francia. A livello mondiale la minaccia più rilevata è rappresentata dai virus malevoli per il cryptomining, che coniano criptovalute all’insaputa degli utenti sottraendo illecitamente risorse di sistema di un dispositivo oggetto dell’attacco. E aumentano gli attacchi mondiali di tipo ‘fileless’ (cresciuti del 265%), minacce non visibili come i malware. Si tratta di attacchi che non coinvolgono l’installazione di nessun file malevolo sull’hard disk, ma colpiscono la memoria dei computer della vittima. Questa tecnica silenziosa è usata, appunto per il mining delle criptovalute, i ransomware e i trojan bancari che sottraggono credenziali nel corso di operazioni finanziarie online.

Oltre 9 milioni di attacchi a casa nostra

In Italia, il numero totale di malware intercettati nella prima metà del 2019 è di 9.336.995, riporta il blog di Micro Research. Con queste cifre,  siamo quarto Paese più colpito al mondo. Sul podio Stati Uniti, Giappone e Francia. Siamo inoltre il dodicesimo Paese più colpito al mondo con una percentuale di attacchi del’1,96%. In Europa L’Italia perde il triste primato mantenuto per tutto il 2018 ed è seconda solo alla Germania.

L’identikit di sei mesi di attacchi

Salvatore Marcis, Technical Director Trend Micro Italia, ha reso noto i numeri rilevati nel semestre esaminato. “Le minacce arrivate via mail sono state 225.602.240 e gli URL maligni visitati sono stati 3.886.272” scrive Marcis sul blog. “Il numero di app maligne scaricate nella prima metà del 2019 è di 12.660, in crescita rispetto alle 10.662 della prima metà del 2018” Sempre nel periodo esaminato, “sono stati 2.146 i malware di online banking che hanno colpito l’Italia. In crescita rispetto ai 1.901 del primo semestre 2018”. Conclude con i dati globali: “In tutto il mondo, abbiao bloccato nel primo semestre un totale di 27 miliardi di minacce, 6 miliardi in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il 91% di queste minacce è entrato nelle reti attraverso la posta elettronica. Per mitigare questo genere di minacce avanzate è necessario una smart defense profonda, capace di correlare i dati attraverso i gateway, le reti, i server e gli endpoint, per identificare e fermare l’attacco al meglio”.

Moda e Milano, un’accoppiata da record

Milano è tradizionalmente la città della moda e dello stile. E i numeri delle aziende attive nel settore lo confermano. All’ombra della Madonnina sono infatti 13mila le imprese del comparto, che danno lavoro a 100mila addetti. Tra produzione, commercio e design le imprese del settore generano un giro d’affari di oltre 20 miliardi di euro, circa un quinto del fatturato italiano delle imprese della moda, che supera i cento miliardi secondo i dati della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, in una elaborazione Monza Brianza Lodi su dati registro imprese, Aida – Bureau van Dijk e Istat 2019 e 2018. “Milano guida l’economia del Paese grazie ai settori creativi, a partire dalla moda e dal design. Grazie alla capacita innovativa in questi comparti, Milano è competitiva a livello internazionale. Si tratta di settori che negli ultimi anni hanno avuto una importante funzione di traino per la crescita dell’export milanese. A questa economia della conoscenza e delle idee, si accompagnano buon gusto e attenzione alla qualità. La Milano Fashion Week 2019 ha un importante impatto per il territorio, per promuovere e rafforzare l’attrattività internazionale di Milano” ha sottolineato Guido Bardelli, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

Bene anche a livello nazionale

In generale, però, l’intero Paese sembra essere votato alla moda e al design. Il comparto del fashion in Italia conta infatti 219mila imprese e 833mila addetti, per un giro d’affari che svetta oltre i cento miliardi all’anno. Nel design eccelle Milano con oltre 2mila imprese, seguita da Torino con 1.200 attività mentre nel commercio, tra ingrosso e dettaglio, nelle prime posizioni ci sono Napoli con circa 15mila imprese e Roma con 11mila. Milano, oltre ad essere prima per design, è al terzo posto in Italia per il commercio con 7mila imprese e al quarto per il manifatturiero moda, con 4mila imprese, dopo Prato e Firenze con 6mila e Napoli con 5mila. Sono 33 mila le imprese attive nel settore della moda in Lombardia, di cui oltre 13mila nella produzione moda, 16mila nel commercio e quasi 5mila nel design. Occupano circa 200mila addetti per un business di oltre 35 miliardi di euro all’anno.

La fotografia della Lombardia

Sempre in merito al settore moda, dopo Milano, che è naturalmente prima con oltre 13mila imprese, vengono Brescia (3.705), Bergamo (3.254) e Varese (3.168). Circa 2.500 le imprese, invece, a Como e Monza Brianza. Per addetti, dopo Milano, vengono Bergamo con circa 20mila, Brescia, Como e Varese con circa 15mila e Monza Brianza con quasi 10mila.

Digital Banking, crescono utilizzo e servizi specie per il mobile

Gli italiani sono sempre più digitali, anche quando si tratta di utilizzare canali sensibili come lo sono quelli bancari. La riprova di questa tendenza è nei dati diffusi dall’ABI, l’Associazione Bancaria Italiana, contenuti nell’ottavo Rapporto annuale realizzato da ABI Lab, il Consorzio per la Ricerca e l’Innovazione per la banca promosso dall’Associazione, che fa il punto sullo sviluppo e sulle potenzialità della Banca Digitale (Digital Banking). Nel dettaglio, la crescita nell’uso dei canali digitali da parte dei clienti degli istituti bancari sta portando effetti di forte aumento delle operazioni dispositive, in particolare su Mobile Banking (+71%): tra queste i bonifici/giroconti sono in crescita del 131%, i servizi di pagamento diretti tra persone (P2P) aumentano del 72%, la ricarica della carta prepagata segna un + 69%. Il numero di operazioni dispositive da PC rimane più del doppio rispetto a quelle effettuate via smartphone, ma i tassi di crescita annui sono mediamente molto più contenuti (+2% sui bonifici/giroconti, e in diminuzione su altre operazioni come ad esempio le ricariche di carta prepagata o cellulare).

Tutte le banche offrono l’Internet Banking

Impossibile sottrarsi a questa tendenza, sia per gli istituti sia per i clienti. Oggi, secondo lo studio,  tutte le banche coinvolte nell’indagine offrono servizi tramite Internet Banking e applicazioni (app) per smartphone, con sistemi operativi iOS e Android. Il 70% degli istituti bancari prevede app anche sui tablet e il 50% su smartwatch. Più ridotta la percentuale di banche che offrono app anche per i dispositivi con il sistema operativo Windows (33% per smartphone e 23% per tablet). Interessante sapere anche il numero di app messe a disposizione in media da ogni banca: circa tre.

La banca dove vuoi con le app ad hoc

Per quanto riguarda i servizi offerti, oltre che con app “classiche” di Mobile Banking le diverse funzionalità possono essere offerte anche con app ad hoc: gli esempi più evidenti sono i servizi di pagamento diretti tra persone (P2P), offerti con applicazioni dedicate dal 47% delle banche rispondenti, il borsellino elettronico (mobile wallet) e i servizi di compravendita di strumenti finanziari (trading) offerti dal 26% delle banche. Lo studio rileva un trend di aumento delle funzionalità accentrate in un’unica applicazione con una conseguente riduzione delle app: nel 2018 il 21% delle banche ne ha diminuito il numero rispetto all’anno precedente e il 38% è orientato verso la convergenza dei servizi in un’unica app. Inoltre, il 63% delle app è dedicato alla clientela privata, l’11% alle imprese e un 26% ad entrambi.

Con riferimento all’offerta Internet Banking, tutte le banche hanno un portale per i clienti privati a cui nel 41% dei casi affiancano ulteriori ambienti segmentati per specifiche tipologie di clientela; l’82% mette a disposizione anche un portale per l’area imprese. Ovviamente, in questo scenario, tutte le maggiori banche dichiarano un aumento o un forte aumento degli investimenti sul mobile e sui sistemi di Internet Banking.

Assicurazione furto casa, quando il rimborso non è dovuto

Le polizze contro i furti vengono proposte come garanzie accessorie all’interno di pacchetti assicurativi multi rischio dedicati alla casa, e rimborsano l’assicurato in caso di furto in appartamento, sia in relazione ai beni sottratti sia per gli eventuali danni causati dai ladri. In Italia ogni ora vengono svaligiati 22 appartamenti, non sorprende, quindi, che sempre più italiani cerchino di tutelarsi con un’assicurazione contro i furti. Nei primi 6 mesi dell’anno infatti la domanda è cresciuta del 5% rispetto allo stesso periodo del 2018. Lo spiega un’analisi di Facile.it realizzata su un campione di oltre 100.000 richieste di polizze casa.

Attenzione al massimale

Il costo di una polizza casa contro i furti varia tra 2 e 8 euro al mese (con un massimale di 5.000 euro), mentre per la garanzia accessoria che tutela i gioielli e i preziosi, il costo è compreso tra 1 e 3 euro al mese (con un massimale di 2.000 euro), riporta Adnkronos. Gioielli e preziosi sono infatti esclusi dalla copertura, e richiedono una garanzia apposita, così come le opere d’arte e di antiquariato. In fase di stipula è quindi fondamentale inserire un massimale in linea con l’effettivo valore dei beni da assicurare. Una sovrastima rischierebbe di far lievitare il costo del premio mensile mentre una sottostima potrebbe tradursi in un rimborso non sufficiente a coprire tutti i danni subiti.

Infissi e allarmi, ecco quando vanificano la polizza

Alcune compagnie richiedono che l’abitazione abbia determinate caratteristiche costruttive. Se ad esempio l’appartamento è situato ai piani bassi le aperture dovranno essere equipaggiate con mezzi di chiusura e di difesa idonei. Non basta quindi avere buoni infissi. Se a seguito di un furto l’assicurazione dovesse scoprire che i sistemi di protezione erano assenti o non in linea con i requisiti tecnici, la compagnia potrebbe diminuire o addirittura non riconoscere il rimborso. Attenzione anche all’impianto di allarme. Se installato, potrebbe dare diritto a ricevere uno sconto sul premio mensile, ma se si dimentica di attivarlo l’assicurazione potrebbe ridurre l’entità del risarcimento.

Devono essere presenti segni di effrazione

In generale, affinché la compagnia rimborsi gli oggetti rubati è necessario che vi siano segni di effrazione. Se il reato viene “agevolato” dall’assicurato o dai suoi familiari la polizza potrebbe non essere valida o riconoscere un risarcimento parziale. Attenzione quindi a non lasciare aperta la porta di casa. Se poi a commettere il furto è un parente, o il coinquilino, la compagnia non rimborsa. Se invece ad aprire la porta ai ladri è il padrone di casa, alcune polizze risarciscono, ma solo se la truffa è ai danni di over 65. Se il furto poi avviene in presenza dei proprietari la polizza è valida, ma rimborserà solo un parte di quanto dovuto. Attenzione anche a restare troppo tempo lontani da casa. In molti casi la copertura non rimborsa se l’immobile resta disabitato per un periodo di tempo variabile tra i 45 e i 60 giorni consecutivi.



Italia, mercato del lavoro fermo anche per la seconda metà dell’anno

Il mercato del lavoro in Italia è fermo e, purtroppo, tale rimarrà anche nella seconda parte dell’anno. La cattiva notizia è emersa dall’Osservatorio sul mercato del lavoro di Itinerari Previdenziali (‘Dinamiche e linee di tendenza del secondo trimestre 2019’), curato dall’economista Claudio Negro. Insomma, salvo sorprese non ci sarà la tanto sperata ripresa dell’occupazione.  “È molto probabile che nel secondo semestre 2019 il mercato del lavoro continui a essere ‘in stallo’, eventualmente con un’ulteriore erosione delle ore lavorate a causa della cassa integrazione” afferma il rapporto.

Previsioni negative

“La crescita nominale dell’occupazione (che, peraltro, pare essersi arrestata) – riporta l’analisi – è avvenuta a spese delle ore lavorate e della retribuzione. All’uscita dalla crisi, il mercato del lavoro ha continuato cioè a muoversi su logiche difensive e ripartitorie, come si fosse ancora in piena crisi. Per il resto dell’anno, l’Istat prevede una dinamica del Pil sostanzialmente statica mentre, per quanto concerne l’indice di produzione industriale, la previsione è negativa nel secondo trimestre sia come dato congiunturale (rispetto cioè al trimestre precedente) che tendenziale (rispetto cioè a dodici mesi prima)”. “Non c’è dunque ragione di pensare -commenta Negro- a una significativa ripresa nella seconda parte dell’anno, tanto più che anche l’indice di fiducia delle imprese, in crescita secondo le ultime rilevazioni, segnala un clima ancora negativo per il settore manifatturiero, settore che potrebbe produrre occupazione più qualificata”.

Probabile curva piatta

“È probabile, perciò, che la curva dell’occupazione continui a essere piatta per tutto l’anno. Anzi, è probabile che gli effetti di Quota 100 e del reddito di cittadinanza, di cui non possiamo ancora apprezzare pienamente gli esiti, diano un ulteriore colpo al tasso di occupazione”, si legge nell’Osservatorio. “Il tasso di sostituzione di Quota 100 è valutato generalmente dagli operatori nel rapporto di 1 a 3 (un assunto ogni tre pensionati anticipati): teniamo conto che, al di là delle intenzioni di chi lo ha istituito, verrà in molti casi incontro alle esigenze delle imprese di flessibilizzare l’occupazione, come utile ed efficace alternativa alla cassa integrazione o alle procedure di esubero”.

In stallo anche il pubblico impiego

Pare non andare meglio anche nella pubblica amministrazione. “Nemmeno nel pubblico impiego, che dovrebbe ‘liberare’ più di 6.000 posti di lavoro e ben 16.000 nel caso della scuola, c’è la certezza di un turn over a somma zero, stante le ben note difficoltà normative e procedurali” ha dichiarato ad Adnkronos Claudio Negro.

Niente più like su Instagram. Il test arriva anche in Italia, ma a decidere saranno gli utenti

Instagram potrebbe cambiare le regole su cui si basano le interazioni. La sperimentazione è cominciata a maggio in Canada, e adesso è arrivata anche nel nostro Paese. Per alcuni utenti italiani del social infatti non è più possibile verificare quali siano i profili che hanno cliccato sul “cuore” nei post degli amici. Gli unici a poter vedere chi ha messo il like saranno gli utenti che hanno condiviso la foto o il video, cliccando sull’opzione “altre persone”. Mentre per i loro follower il numero sarà nascosto. In pratica, il tasto Like non verrà rimosso, ma non sarà più visibile il numero dei Mi piace al post. Il test servirà a verificare se l’update risulterà gradito agli iscritti, che in Italia sono oltre 22 milioni, e nel mondo oltre 1 miliardo, di cui 500 milioni usano Le Storie.

“Solo tu potrai vedere il numero totale di Mi Piace dei tuoi post”

La decisione arriva dai vertici della società acquistata da Mark Zuckerberg, che ha iniziato un percorso di aggiornamenti per rendere Instagram meno focalizzato sui numeri e più sui contenuti. L’intenzione è quella di contrastare la tendenza al cyberbullismo di alcuni commenti.

“Desideriamo che i tuoi follower si concentrino su ciò che condividi e non su quanti ‘Mi Piace’ ottengono i tuoi post – si legge nel messaggio che presenta la sperimentazione agli utenti selezionati -. Durante questo test, solo tu potrai vedere il numero totale di ‘Mi Piace’ dei tuoi post”.

Gli influencer potrebbero risentire della modifica

Se confermato, questo piccolo, ma importante cambiamento, potrebbe cambiare per sempre le logiche del social dell’immagine. Anche se i cosiddetti influencer, le figure professionali che basano la propria carriera sul consenso virtuale, potrebbero risentire della modifica, riporta Adnkronos. Di fatto la decisione è in mano al gradimento degli utenti. Non si tratta infatti di una decisione definitiva, ma di una prova per sondare il parere degli utenti. Ma se in futuro la decisione venisse applicata definitivamente sarebbe una rivoluzione per il mondo del marketing digitale, e appunto, soprattutto per gli influencer.

Più attenzione a foto e video, e non su mi piace ricevuti

“Vogliamo aiutare le persone a porre l’attenzione su foto e video condivisi e non su quanti Like ricevono – afferma Tara Hopkins, Head of Public Policy EMEA di Instagram -. Vogliamo che Instagram sia un luogo dove tutti possano sentirsi liberi di esprimersi”.

Secondo Vincenzo Cosenza, Responsabile marketing di Buzzoole, azienda di influencer marketing, “questo cambiamento potrà avere un effetto positivo su influencer e aziende. Gli influencer, soprattutto i più piccoli, potrebbero beneficiarne perché il proprio pubblico non sarebbe più influenzato dal numero di like. Le aziende che vogliono fare attività di Influencer Marketing – aggiunge Cosenza – potrebbero essere spinte a valutare elementi più significativi rispetto al semplice numero di like”. Come la qualità dei contenuti, riporta Ansa, il numero effettivo di persone raggiunte da un contenuto, o le visualizzazioni.

Quanto costa la burocrazia alle imprese italiane? Nel 2019 più di 36 milioni di euro

Ogni anno l’importo delle spese legate alla burocrazia sulle Piccole e medie imprese italiane grava per circa 31 miliardi di euro, ma quest’anno l’onere aggiuntivo per espletare le nuove procedure richieste dovrebbe superare i 36 milioni di euro. Aumentano quindi i costi della burocrazia per le imprese italiane. Si tratta di una stima della Cgia di Mestre, che ricorda come questo dato sia il risultato del fatto che nel 2018 il numero complessivo degli oneri amministrativi introdotti sia stato superiore a quello degli adempimenti eliminati.

Italia in fondo alla classifica europea per qualità della Pubblica amministrazione

Per stessa ammissione dei ministeri “la burocrazia statale, in buona sostanza, non indietreggia, anzi torna ad avanzare – commenta il coordinatore della Cgia, Paolo Zabeo – contribuendo a diffondere le inefficienze e le storture del nostro sistema pubblico che, lo ricordiamo, presenta livelli medi di qualità tra i peggiori d’Europa”.

Dai risultati riportati nell’ultima indagine promossa dalla Commissione europea sulla qualità della Pubblica amministrazione emerge che su 28 Paesi monitorati l’Italia si colloca al 23° posto. Un risultato che ci relega nelle ultime posizioni della graduatoria generale: solo l’Ungheria, la Croazia, la Grecia, la Romania e la Bulgaria registrano delle performance inferiori alla nostra.

Livello medio della Pa italiana ancora insoddisfacente, nonostante punte di eccellenza

Tra le 192 regioni d’Europa monitorate in questa indagine promossa dalla Commissione europea, la prima realtà territoriale italiana è il Trentino Alto Adige, che si colloca al 118° posto della classifica. Seguono al 127° l’Emilia Romagna, al 128° il Veneto e al 131° la Lombardia.

Come evidenzia il segretario della Cgia, Renato Mason, “sebbene sia sempre sbagliato generalizzare, anche alla luce del fatto che possiamo contare su punte di eccellenza, il livello medio della nostra Amministrazione pubblica è ancora insoddisfacente”, riporta Adnkronos.

Al Sud qualità e imparzialità insufficienti, e la corruzione è difficile da contenere

Una situazione insoddisfacente soprattutto al Sud, “dove i livelli di qualità e di imparzialità sono insufficienti, mentre la corruzione è avvertita come un fenomeno molto diffuso e assai difficile da contenere” continua Mason..

Alla luce di questo scenario la Cgia invita quindi le istituzioni a semplificare il quadro normativo, e “cercare, ove possibile, di non sovrapporre più livelli di governo sullo stesso argomento – sottolinea ancora il segretario della Cgia  – e, in particolar modo, accelerare i tempi di risposta della Pubblica amministrazione”.

Attenzione alla mail: arriva una nuova cybertruffa mascherata da un avviso della Polizia

Arriva una nuova pericolosa cybertruffa via mail. Se nella casella di posta elettronica appare un messaggio con oggetto Avvio di procedimento potrebbe trattarsi di una truffa. A lanciare l’allarme è la Polizia Postale, che mette in guardia i cittadini su un’eventuale email che solo in apparenza sembra inviata dalla Pec della Polizia di Stato. Attraverso questa nuova cybertruffa lo scopo dei criminali è quello di indurre il destinatario ad aprire il file allegato al messaggio, e quindi installare sul dispositivo della vittima un virus, che potrebbe addirittura rendere inutilizzabili tutti i file contenuti.

Occhio quindi  ai messaggi sospetti. Meglio non aprire, e cancellare subito l’email.

All’apparenza il messaggio sembra inviato da un indirizzo Pec della Polizia di Stato

Ma in cosa consiste esattamente la truffa, e come difendersi dall’attacco? “È probabile – spiegano gli agenti della Polizia  Postale – che in questi giorni giunga sulla vostra email un messaggio di spam che abbia come oggetto il riferimento a un ‘avvio di procedimento’ e che, all’apparenza, sembra essere stato inviato da un indirizzo Pec della Polizia di Stato. Attenzione! Nulla di tutto questo risponde a verità. Il fine dei cybercriminali è quello di indurci ad aprire il file pdf allegato alla Pec o ‘cliccare’ sul link presente per generare degli eventi che potrebbero comportare l’installazione di malware o trojan, e/o l’avvio di un ramsonware ‘crypolocker’, con la crittazione, e il conseguente inutilizzo, dei file presenti sul dispositivo”.

Non aprire assolutamente il file .pdf né cliccare su eventuali link

Ecco, dunque, alcuni consigli della Polizia su come comportarsi. Innanzitutto non aprire assolutamente il file .pdf’ in allegato, né tantomeno cliccare su eventuali link. Se l’indirizzo email del mittente è sconosciuto o palesemente falso non aprire il file allegato. Se dovesse, invece, pervenire da una persona o da un’azienda con la quale si hanno rapporti epistolari, contattarla per chiedere la conferma dell’avvenuto invio. In ogni caso, è sempre bene proteggere adeguatamente la nostra email, così come in generale tutti i nostri account virtuali. È infatti opportuno periodicamente cambiare la password, impostando sempre password complesse.

Abilitare meccanismi di autenticazione “forte” ai nostri spazi virtuali

Ovviamente è sempre bene ricordare anche di non utilizzare mai la stessa password per più profili o account. E abilitare, dove possibile, meccanismi di autenticazione “forte” ai nostri spazi virtuali, ovvero che associno all’inserimento della password, l’immissione di un codice di sicurezza ricevuto sul nostro telefono cellulare.

Ultimo consiglio, effettuare periodicamente il backup dei file contenuti sui dispositivi, riferisce Adnkronos. E di tanto in tanto aggiornare il Sistema Operativo.