Niente più like su Instagram. Il test arriva anche in Italia, ma a decidere saranno gli utenti

Instagram potrebbe cambiare le regole su cui si basano le interazioni. La sperimentazione è cominciata a maggio in Canada, e adesso è arrivata anche nel nostro Paese. Per alcuni utenti italiani del social infatti non è più possibile verificare quali siano i profili che hanno cliccato sul “cuore” nei post degli amici. Gli unici a poter vedere chi ha messo il like saranno gli utenti che hanno condiviso la foto o il video, cliccando sull’opzione “altre persone”. Mentre per i loro follower il numero sarà nascosto. In pratica, il tasto Like non verrà rimosso, ma non sarà più visibile il numero dei Mi piace al post. Il test servirà a verificare se l’update risulterà gradito agli iscritti, che in Italia sono oltre 22 milioni, e nel mondo oltre 1 miliardo, di cui 500 milioni usano Le Storie.

“Solo tu potrai vedere il numero totale di Mi Piace dei tuoi post”

La decisione arriva dai vertici della società acquistata da Mark Zuckerberg, che ha iniziato un percorso di aggiornamenti per rendere Instagram meno focalizzato sui numeri e più sui contenuti. L’intenzione è quella di contrastare la tendenza al cyberbullismo di alcuni commenti.

“Desideriamo che i tuoi follower si concentrino su ciò che condividi e non su quanti ‘Mi Piace’ ottengono i tuoi post – si legge nel messaggio che presenta la sperimentazione agli utenti selezionati -. Durante questo test, solo tu potrai vedere il numero totale di ‘Mi Piace’ dei tuoi post”.

Gli influencer potrebbero risentire della modifica

Se confermato, questo piccolo, ma importante cambiamento, potrebbe cambiare per sempre le logiche del social dell’immagine. Anche se i cosiddetti influencer, le figure professionali che basano la propria carriera sul consenso virtuale, potrebbero risentire della modifica, riporta Adnkronos. Di fatto la decisione è in mano al gradimento degli utenti. Non si tratta infatti di una decisione definitiva, ma di una prova per sondare il parere degli utenti. Ma se in futuro la decisione venisse applicata definitivamente sarebbe una rivoluzione per il mondo del marketing digitale, e appunto, soprattutto per gli influencer.

Più attenzione a foto e video, e non su mi piace ricevuti

“Vogliamo aiutare le persone a porre l’attenzione su foto e video condivisi e non su quanti Like ricevono – afferma Tara Hopkins, Head of Public Policy EMEA di Instagram -. Vogliamo che Instagram sia un luogo dove tutti possano sentirsi liberi di esprimersi”.

Secondo Vincenzo Cosenza, Responsabile marketing di Buzzoole, azienda di influencer marketing, “questo cambiamento potrà avere un effetto positivo su influencer e aziende. Gli influencer, soprattutto i più piccoli, potrebbero beneficiarne perché il proprio pubblico non sarebbe più influenzato dal numero di like. Le aziende che vogliono fare attività di Influencer Marketing – aggiunge Cosenza – potrebbero essere spinte a valutare elementi più significativi rispetto al semplice numero di like”. Come la qualità dei contenuti, riporta Ansa, il numero effettivo di persone raggiunte da un contenuto, o le visualizzazioni.

Quanto costa la burocrazia alle imprese italiane? Nel 2019 più di 36 milioni di euro

Ogni anno l’importo delle spese legate alla burocrazia sulle Piccole e medie imprese italiane grava per circa 31 miliardi di euro, ma quest’anno l’onere aggiuntivo per espletare le nuove procedure richieste dovrebbe superare i 36 milioni di euro. Aumentano quindi i costi della burocrazia per le imprese italiane. Si tratta di una stima della Cgia di Mestre, che ricorda come questo dato sia il risultato del fatto che nel 2018 il numero complessivo degli oneri amministrativi introdotti sia stato superiore a quello degli adempimenti eliminati.

Italia in fondo alla classifica europea per qualità della Pubblica amministrazione

Per stessa ammissione dei ministeri “la burocrazia statale, in buona sostanza, non indietreggia, anzi torna ad avanzare – commenta il coordinatore della Cgia, Paolo Zabeo – contribuendo a diffondere le inefficienze e le storture del nostro sistema pubblico che, lo ricordiamo, presenta livelli medi di qualità tra i peggiori d’Europa”.

Dai risultati riportati nell’ultima indagine promossa dalla Commissione europea sulla qualità della Pubblica amministrazione emerge che su 28 Paesi monitorati l’Italia si colloca al 23° posto. Un risultato che ci relega nelle ultime posizioni della graduatoria generale: solo l’Ungheria, la Croazia, la Grecia, la Romania e la Bulgaria registrano delle performance inferiori alla nostra.

Livello medio della Pa italiana ancora insoddisfacente, nonostante punte di eccellenza

Tra le 192 regioni d’Europa monitorate in questa indagine promossa dalla Commissione europea, la prima realtà territoriale italiana è il Trentino Alto Adige, che si colloca al 118° posto della classifica. Seguono al 127° l’Emilia Romagna, al 128° il Veneto e al 131° la Lombardia.

Come evidenzia il segretario della Cgia, Renato Mason, “sebbene sia sempre sbagliato generalizzare, anche alla luce del fatto che possiamo contare su punte di eccellenza, il livello medio della nostra Amministrazione pubblica è ancora insoddisfacente”, riporta Adnkronos.

Al Sud qualità e imparzialità insufficienti, e la corruzione è difficile da contenere

Una situazione insoddisfacente soprattutto al Sud, “dove i livelli di qualità e di imparzialità sono insufficienti, mentre la corruzione è avvertita come un fenomeno molto diffuso e assai difficile da contenere” continua Mason..

Alla luce di questo scenario la Cgia invita quindi le istituzioni a semplificare il quadro normativo, e “cercare, ove possibile, di non sovrapporre più livelli di governo sullo stesso argomento – sottolinea ancora il segretario della Cgia  – e, in particolar modo, accelerare i tempi di risposta della Pubblica amministrazione”.

Attenzione alla mail: arriva una nuova cybertruffa mascherata da un avviso della Polizia

Arriva una nuova pericolosa cybertruffa via mail. Se nella casella di posta elettronica appare un messaggio con oggetto Avvio di procedimento potrebbe trattarsi di una truffa. A lanciare l’allarme è la Polizia Postale, che mette in guardia i cittadini su un’eventuale email che solo in apparenza sembra inviata dalla Pec della Polizia di Stato. Attraverso questa nuova cybertruffa lo scopo dei criminali è quello di indurre il destinatario ad aprire il file allegato al messaggio, e quindi installare sul dispositivo della vittima un virus, che potrebbe addirittura rendere inutilizzabili tutti i file contenuti.

Occhio quindi  ai messaggi sospetti. Meglio non aprire, e cancellare subito l’email.

All’apparenza il messaggio sembra inviato da un indirizzo Pec della Polizia di Stato

Ma in cosa consiste esattamente la truffa, e come difendersi dall’attacco? “È probabile – spiegano gli agenti della Polizia  Postale – che in questi giorni giunga sulla vostra email un messaggio di spam che abbia come oggetto il riferimento a un ‘avvio di procedimento’ e che, all’apparenza, sembra essere stato inviato da un indirizzo Pec della Polizia di Stato. Attenzione! Nulla di tutto questo risponde a verità. Il fine dei cybercriminali è quello di indurci ad aprire il file pdf allegato alla Pec o ‘cliccare’ sul link presente per generare degli eventi che potrebbero comportare l’installazione di malware o trojan, e/o l’avvio di un ramsonware ‘crypolocker’, con la crittazione, e il conseguente inutilizzo, dei file presenti sul dispositivo”.

Non aprire assolutamente il file .pdf né cliccare su eventuali link

Ecco, dunque, alcuni consigli della Polizia su come comportarsi. Innanzitutto non aprire assolutamente il file .pdf’ in allegato, né tantomeno cliccare su eventuali link. Se l’indirizzo email del mittente è sconosciuto o palesemente falso non aprire il file allegato. Se dovesse, invece, pervenire da una persona o da un’azienda con la quale si hanno rapporti epistolari, contattarla per chiedere la conferma dell’avvenuto invio. In ogni caso, è sempre bene proteggere adeguatamente la nostra email, così come in generale tutti i nostri account virtuali. È infatti opportuno periodicamente cambiare la password, impostando sempre password complesse.

Abilitare meccanismi di autenticazione “forte” ai nostri spazi virtuali

Ovviamente è sempre bene ricordare anche di non utilizzare mai la stessa password per più profili o account. E abilitare, dove possibile, meccanismi di autenticazione “forte” ai nostri spazi virtuali, ovvero che associno all’inserimento della password, l’immissione di un codice di sicurezza ricevuto sul nostro telefono cellulare.

Ultimo consiglio, effettuare periodicamente il backup dei file contenuti sui dispositivi, riferisce Adnkronos. E di tanto in tanto aggiornare il Sistema Operativo.

SOS consumi: ogni giorno chiudono 14 esercizi commerciali

Il commercio continua a soffrire della crisi, nonostante qualche debole segnale di “ripresina”. Se il trend non cambierà nell’immediato futuro, il 2019 si chiuderà con una flessione del -0,4% delle vendite, per oltre 1 miliardo di euro in meno sul 2018.Si tratta del risultato più nero degli ultimi quattro anni. A dichiararlo è Confesercenti che, attraverso una nota diffusa da Adnkronos, fa sapere che oggi ci siano 32mila i negozi in meno rispetto al 2011. Questa “emorragia ha bruciato almeno 3 miliardi di euro di investimenti delle imprese” dice ancora il report, avvertendo inoltre che nel 2019 spariranno altre 5mila attività commerciali, circa 14 ogni giorno. La colpa di questo andamento in picchiata? Secondo Confesercenti è da attribuirsi al mancato recupero della spesa delle famiglie italiane, che sono oggi spendono annualmente 2.530 euro in meno del 2011. Una tendenza diffusa in tutto lo Stivale: le famiglie lombarde infatti hanno ridotto i loro consumi del 3,5%, quelle venete del 4,4%, in Calabria la contrazione è stata del 4,8%.

Dirottamento dei consumi su web e outlet

A seguito di budget più ridotti, gli italiani hanno dirottato le loro scelte di consumo verso canali alternativi “dove più esasperata è la concorrenza di prezzo, come web e outlet. L’impatto sul commercio è stato devastante. Ormai quasi un’attività commerciale indipendente su due chiude i battenti entro i tre anni di vita” dice il rapporto di Confesercenti. Aggiunge Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti: ”Le difficoltà del commercio, in particolare dei piccoli, sembrano ormai strutturali. C’è bisogno di un intervento urgente per fronteggiarla: chiederemo al governo di aprire un tavolo di crisi. Se si pensa che, in media, ogni piccolo negozio che chiude crea due disoccupati, è chiaro che ci troviamo di fronte ad una crisi aziendale gravissima, anche se nessuno sembra accorgersene. Persino il commercio su aree pubbliche è in difficoltà, messo a terra da un caos normativo che ha accelerato la marginalizzazione dei mercati e il dilagare dell’abusivismo”.

Un problema sociale e urbano

Questo fenomeno non interessa solo i commercianti, come potrebbe apparire a una prima lettura. “Gli effetti collaterali della crisi del settore si estendono anche alla dimensione sociale e urbana. La tradizionale rete di vendita aiuta a dare identità ad un luogo e rende maggiormente attrattive le aree urbane. Per le quali il commercio è un settore economicamente significativo, che contribuisce a produrre reddito locale ed occupazione. È necessaria un’azione organica, ad ampio spettro, per restituire capacità di spesa alle famiglie e per accompagnare la rete commerciale nella transizione al digitale, creando le condizioni per una leale competizione con il canale web”, spiega De Luise. “Serve formazione continua per gli imprenditori, ma anche sostegno agli investimenti innovativi ed un riequilibrio fiscale che consenta una concorrenza alla pari tra offline e online”.

Make up, le tendenze dell’estate 2019

Make up, che passione. Il mondo della cosmetica e della bellezza è un settore che non solo non conosce crisi, ma che di in anno in anno – per non dire di stagione di stagione – cresce a ritmi vertiginosi. Un mercato, quello legato al beauty, che secondo le ultime analisi muoverebbe un giro d’affari globale di 532 miliardi di dollari. Insomma, un business che non ha confini e che conquista sempre nuovi target. Ma, oltre agli aspetti prettamente economici, il make up è anche e soprattutto un’espressione culturale e sociale: e, esattamente come la moda, ha i suoi corsi e ricorsi, con tendenze stagionali che tutte le fashion addicted non possono non seguire. L’ Academia BSI di Milano, creata da Diego Della Palma, e che offre tra i migliori corsi make-up in Italia ci aiuta Ecco, in base a quanto visto sulle passerelle degli stilisti e sui profili social delle celebs, quali sono i trend dell’estate 2019.

Pelle, less is more

Sotto il sole la pelle deve essere ambrata e naturale. Quindi sì a fondotinta leggeri, a creme idratanti colorate e a creme CC, oggi disponibili a lunga tenuta. Via libera ai prodotti che uniformano il colorito, senza però coprire: se avete le lentiggini, come Meghan Markle, questo è il momento di esibirle!

Occhi luminosi

Nelle ultime collezioni moda abbiamo visto un’esplosione di colori fluo, non solo per gli abiti ma anche per il make-up. Se volete osare con ombretti gialli, arancione, fucsia, questa è la vostra estate. Un trucco perfetto per la sera e per i party in spiaggia ma, per regalarsi un tocco abbagliante anche durante il giorno, i make up artist consigliano di provare l’eye-liner colorato. L’effetto è decisamente wow.

Labbra in primo piano

Anche per chi preferisce un trucco naturale, l’estate 2019 prevede però un imperativo: le labbra devono essere sempre protagoniste. Vietato uscire senza almeno un velo di gloss, che rende le labbra lucide e morbide. Perfetti i rossetti in tutti i colori del corallo, che sta bene con l’abbronzatura: matte o lucido non importa, basta che abbiate sempre il vostro lipstick con voi.

Capelli lucidi

Anche per quanto riguarda i capelli, la tendenza è quella di portarli naturali, ma estremamente curati e lucidi. Perfette, anche perché sono comodissime, le acconciature raccolte: dalla coda di cavallo, pratica e sbarazzina, allo chignon morbido, estremamente femminile. L’importante è che i capelli siano sani e vitali.

Unghie, il trucco c’è ma non si vede

La nuova voglia di naturalezza si rispecchia anche nella nail art: per la manicure i colori sono quelli della sabbia e della terra, come il beige, il taupe, il pesca. Tinte neutre e quasi trasparenti che si abbinano alla pelle dorata dal sole. Anche in questo caso, il trucco c’è, ma non si vede.

Bellezza consapevole

Come tutti gli altri settori, anche quello della bellezza non fa eccezione e si orienta verso scelte sempre più ecosostenibili e naturali. Sono in crescita le aziende che producono linee dove i componenti chimici sono ridotti al minimo. Aumenta invece il desiderio di consapevolezza da parte dei consumatori, che vogliono sapere cosa mettono sulla loro pelle, sulle loro labbra e sui loro capelli. Ed è questo, probabilmente, il trend che farà da filo conduttore anche nei prossimi anni.

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Trovare lavoro? Con la laurea è (un po’) più facile

Di questi tempi trovare un lavoro è un’impresa ardua per i giovani italiani. Eppure, per avere delle chance in più servirebbe… una laurea. Un titolo di studio universitario, infatti, protegge i ragazzi da una disoccupazione di lunga durata più di quanto non faccia la semplice licenza media o un diploma, che invece lascerebbero i ragazzi in balia delle crisi dei mercati. A confermare l’importanza di un titolo di studio qualificato è un Rapporto del dipartimento Welfare della Cgil che mette a confronto il 2007, anno che ha preceduto la grande crisi economica, con il 2018. “Il primo dato che salta agli occhi è la caduta netta del tasso di occupazione tra i giovani, in misura marcata per quelli con la sola licenzia media e i diplomati, più contenuta invece per i laureati”, riporta lo studio.

I dati del rapporto

Elaborato incrociando i dati con quelli dell’Istat, il report segnala che per i giovani tra i 20-24 anni con la licenza media il tasso di occupazione, in 11 anni, è precipitato di quasi 18 punti percentuali passando dal 50,5% del 2007 al 32,6% del 2018 a fronte di una flessione pari a zero per quelli con una laurea, e di soli 7,5 punti per i giovani con un diploma. Un trend analogo si registra per la classe 25-29 anni: l’occupazione che nel 2007 era al 60,6% è scesa nel 2018 al 47,7% facendo perdere, per chi è in possesso di una semplice licenzia media, circa 13 punti percentuali contro i 10 punti percentuali di differenza per i diplomati e i 9,8 punti dei laureati. Sul fronte della disoccupazione, lo scenari è particolarmente “nero”: il tasso infatti registra, in 11 anni, per i giovani che abbiano solo la licenza media un aumento “molto rilevante” che arriva a registrare anche peggioramenti di circa 20 punti percentuali tra la disoccupazione del 2007 e quella 2018 relativamente non solo ai ragazzi tra i 20 e i 24 anni ma anche per quelli tra i 25 ed i 29 anni. Se la crisi ha colpito tutti in merito al mercato del lavoro, evidenzia il rapporto, “ha colpito di più gli esclusi dalla scuola e dalla formazione e meno chi ha potuto frequentare con successo l’Università o ha concluso un ciclo secondario di istruzione superiore”.

Cresce il numero dei Neet

In Italia i giovani tra i 18 ed i 24 anni con solo la licenza media sono il 14% del totale, con punte del 20% al Sud, rispetto ad una media europea del 11%. Ancora più allarmante è il numero dei Neet, i ragazzi che non studiano nè lavorano: nel nostro Paese sono oltre 2 milioni, il 24% di chi ha fra i 15 e di 29 anni. Tuttavia, aumenta la quota dei giovani con una laurea: si è passati dal 15% del 2007 al 22% del 2018, anche se i livelli sono inferiori alla media europea.

Chi ha paura delle nuove tecnologie?

La maggioranza delle persone è preoccupata e poco favorevole alle tecnologie digitali quando vengono utilizzate per il tracciamento di dati e comportamenti personali. Quanto all’Intelligenza Artificiale, desta timore il suo utilizzo in ambito sanitario in sostituzione di alcune attività svolte normalmente dai medici. Oppure quando si valuta l’eventualità di una perdita del proprio lavoro in seguito all’introduzione di processi di automazione.

A livello globale regnano preoccupazione e ambivalenza, ma con una grande differenza tra i diversi Paesi. La quota di coloro che sono contrari all’uso di app che raccolgono e tracciano dati personali, ad esempio, va dall’80% in Indonesia al 9% in India e Brasile, mentre l’Italia registra il 60% di contrari.

Perdere il lavoro a causa dell’automazione

Si tratta dei risultati di un sondaggio condotto in 40 Paesi da Bva Doxa, in collaborazione con Win, network internazionale di società di ricerca di mercato. Secondo la ricerca, la preoccupazione di perdere il lavoro nei prossimi 10 anni a causa dell’automazione e dell’uso dell’AI è più elevata nei Paesi “low cost” (circa 40% nelle Filippine, Messico, Cina e Malesia). Al contrario, poco più della metà della popolazione mondiale (52%) non è preoccupata, e l’altra metà si divide in due parti quasi uguali fra lavoratori preoccupati (23%) e non lavoratori (25%).

In generale, gli uomini si sentono più sicuri delle donne (57% vs 48%), così come i soggetti più istruiti (67%), gli occupati a tempo pieno (70%) e gli individui di 35-54 anni (59% vs il 51% degli under 35 e il 45% degli over 54).

App e dati personali

Il 39% degli intervistati non fa uso di app che raccolgono e tracciano dati personali e questo rifiuto sale al 50% fra gli over 55 e al 62% fra i meno istruiti. Solo il 19% dichiara di non avere alcun problema a usare questo tipo di app, con valori più alti fra i giovani (25% fra i 18-24 anni) e i più istruiti (23% tra i laureati). Il grado di accettazione e rifiuto di app che fanno uso di dati personali varia enormemente fra i vari Paesi, e va dall’oltre 70% di contrari in Indonesia (80%), Perù (72%) e Vietnam (70%) a meno del 10% in India e Brasile (9%). In Italia i rejectors sono 6 su 10, al quinto posto nel ranking generale.

Intelligenza Artificiale e professioni mediche

L’impiego dell’AI in medicina è rifiutato invece da 3 persone su 10, con un picco di contrari in Germania (43%), e solo il 6% in Cina. Mentre in Italia i contrari sono il 41%. Solo il 7% poi si dichiara favorevole a una totale sostituzione, con valori più alti in India (24%), Libano (22%) e Cina (17%). Ciò potrebbe denotare una minore fiducia nel sistema sanitario di quei Paesi e rappresentare un appello ad un maggiore uso delle tecnologie per la cura dei pazienti. La maggior parte degli intervistati (53%) a livello mondiale però auspica che l’AI sia di supporto ai medici, ma non li sostituisca completamente. Mentre il rifiuto dell’AI in sostituzione dei medici è più alto in tutti i Paesi del G7 (Germania e Italia in particolare) con l’unica eccezione del Giappone (12%).

A maggio 2019 la disoccupazione scesa al 9,9%

Nel mese di maggio 2019 il tasso di disoccupazione è calato al 9,9%, segnando -0,2 punti percentuali. Lo ha reso noto l’Istat, secondo il quale le persone in cerca di occupazione sono in calo del -1,9%, pari a -51 mila.

La diminuzione è determinata da entrambe le componenti di genere, ed è distribuita in tutte le classi d’età, tranne la fascia dei 35-49enni. La stima complessiva degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a maggio, invece, è sostanzialmente stabile: l’andamento è sintesi di una diminuzione tra gli uomini (-29 mila) e una crescita tra le donne (+33 mila). Mentre il tasso di inattività è invariato al 34,3% per il quarto mese consecutivo

Occupati +0,3%, ma in prevalenza uomini

Dopo la sostanziale stabilità registrata ad aprile, a maggio 2019 la stima degli occupati risulta in crescita rispetto al mese precedente (+0,3%, pari a +67 mila), e anche il tasso di occupazione sale al 59,0% (+0,1 punti percentuali). L’aumento dell’occupazione, rileva l’Istat, si concentra tra gli uomini (+66 mila), mentre le donne risultano sostanzialmente stabili. Per età risultano invece stabili i 15-24enni, in calo i 35-49enni (-34 mila), e in aumento le altre classi di età, prevalentemente gli ultracinquantenni (+88 mila). A maggio si registra poi una crescita sia dei lavoratori indipendenti (+28 mila) sia dei dipendenti, permanenti e a termine, che risultano complessivamente +39 mila.

Nel trimestre primaverile, +0,5% per l’occupazione

Nel trimestre marzo-maggio 2019 l’occupazione registra una crescita rilevante rispetto ai tre mesi precedenti (+0,5%, pari a +125 mila), verificata per entrambi i generi. Nello stesso periodo aumentano sia gli indipendenti (+0,5%, +27 mila) sia i dipendenti permanenti (+0,6%, +96 mila) sia, in misura lieve, quelli a termine. Per tutte le classi di età si registrano segnali positivi, a eccezione dei 35-49enni. All’aumento degli occupati si associa, nel trimestre, un ampio calo delle persone in cerca di occupazione (-3,7%, pari a -100 mila), e degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,3%, -37 mila).

Su base annua -192 mila disoccupati

Anche su base annua, riferisce Adnkronos, l’occupazione risulta in crescita (+0,4%, pari a +92 mila unità). L’espansione riguarda entrambe le componenti di genere, i 15-24enni (+43 mila) e soprattutto gli ultracinquantenni (+300 mila), mentre risultano in calo le fasce di età centrali. Al netto della componente demografica la variazione è positiva per tutte le classi di età. La crescita nell’anno si distribuisce tra dipendenti permanenti (+63 mila), a termine (+18 mila) e indipendenti (+12 mila). Nei dodici mesi, poi, la crescita degli occupati si accompagna a un notevole calo dei disoccupati (-6,9%, pari a -192 mila unità), e a una sostanziale stabilità degli inattivi tra i 15 e i 64 anni.

I falsi miti su cibo e benessere

Non è vero che un bambino, per evitare di diventare allergico alle arachidi debba essere tenuto lontano da esse fino ai tre anni o che l’olio di pesce riduca le malattie cardiache. In uno studio che ha coinvolto 12.500 persone a rischio di problemi cardiaci i supplementi giornalieri di omega 3 si sono rivelati perfettamente inutili riguardo la protezione da queste malattie. Sono solo due esempi, ma sarebbero circa 400 le pratiche mediche considerate standard in seguito smentite dalle ricerche più recenti. Lo spiega il New York Times, che ha scoperto come molte convinzioni o abitudini mediche considerate corrette ed efficaci siano in realtà errate e prive di fondamento.

In un caso su dieci si tratta di “un’inversione medica”

Al New York Times, a cui è bastato sfogliare gli oltre 3000 studi pubblicati dal 2003 al 2017 su JAMA e Lancet, e dal 2011 al 2017 nel New England Journal of Medicine per scoprire che in un caso su dieci si trattava di “un’inversione medica”, ovvero una conclusione opposta a ciò che tra i medici risultava essere convenzionalmente corretto.

“Persone molto intelligenti e ben intenzionate praticano con queste convinzioni da molti, molti anni. Ma avevano torto”, commenta il dottor Vinay Prasad dell’Oregon Health and Science University. Effettivamente alcune di queste convinzioni mediche analizzate con un minimo di scetticismo risultano bizzarre anche agli occhi di chi non esercita la professione medica.

Dalle proprietà anti-demenza del ginko biloba al contapassi per dimagrire

I miti sfatati sono tantissimi e comprendono aspetti più disparati della medicina. Alcuni esempi? Il ginkgo biloba non protegge dalla perdita di memoria e dalla demenza, e ancora, è inutile dare una singola dose di oppioidi per via orale quando un paziente del pronto soccorso è in preda a dolori acuti: aspirina e ibuprofene sortiscono lo stesso effetto. Il testosterone poi non aiuta gli uomini più anziani a mantenere la memoria, anzi, ha più o meno lo stesso effetto di una pillola di zucchero, riporta Agi. Non serve poi tenere la casa ossessivamente pulita, libera da polvere, acari o disinfestarla contro l’invasione da topi o scarafaggi. Tutto ciò con l’asma non c’entra nulla. E se volete perdere peso non fatevi convincere che un contatore di passi vi aiuterà in alcun modo, perché uno studio dimostra esattamente il contrario. 

Il caso delle bambole americane

Un altro esempio bizzarro riguarda la pratica di affidare bambolotti alle ragazzine per farle desistere dal mettere al mondo un figlio precocemente. Negli Stati Uniti infatti erano seriamente convinti che affidare le bambole da accudire come neonati a ragazze molto giovani le spingesse in qualche modo a rendersi conto di quanta fatica e responsabilità comporta rimanere incinte, e ne scongiurasse l’eventualità. Al contrario, è stato accertato che le ragazze sottoposte a tale pratica hanno una maggiore possibilità di diventare madri in anticipo sulle coetanee.