Over 60 italiani sempre più attivi e ancora al lavoro

Abbandonare il mondo del lavoro quando si diventa “grandi”? Manco per niente. In Italia sono oltre 2 milioni gli over 60 che lavorano. E nella maggior parte dei casi non si tratta di necessità, ma di una libera decisione: ben il 55% degli over sixty lo fa per per scelta, anche se potrebbe smettere. Questo identikit del mercato del lavoro degli ultrasessantenni è il frutto di una ricerca di BVA Doxa, che rivela che solo il 15% dei senior indica i motivi economici come la motivazione principale a rimanere nel mondo del lavoro. Uno su 3 lavora ancora perché non può smettere, ma, se potesse, opterebbe per la pensione, anche se la maggior parte del campione è attivo, in salute e continua a guardare al futuro.

Non cala “la voglia di restare aggiornati”

Lavorare, però, per molti senior resta un modo per sentirsi giovani. Ben il 50% degli intervistati ha infatti dichiarato che per restare attivi professionalmente è necessario mantenere viva “la voglia di imparare e di restare aggiornati”, mentre il 45% afferma che serve “guadagnare dimestichezza con la tecnologia” e il 41% sostiene che così si può “creare un legame tra i giovani e le diverse generazioni”. Il 12% degli over 60 italiani crede di avere ancora “tanto da dare”. In sintesi, a 60 anni ci si sente ancora perfettamente vitali e capaci. Un approccio in linea con uno dei nuovi trend già evidenziati da BVA Doxa in una recente indagine secondo cui in Italia si inizia a sentirsi vecchi addirittura a 70 anni. Solo in Finlandia vi è la stessa percezione. Nel resto del mondo la percezione di inizio della vecchiaia scatta in media con il 56esimo compleanno.

Tecnologia strumento fondamentale

La tecnologia non spaventa la fascia di popolazione più grande, anzi: è uno strumento che potrebbe migliorare la qualità della vita. Oltre il 50% degli over 60 italiani trova che possa portare impieghi utili e concreti in ambiti come la sicurezza in casa, fuori casa, la salute e, non ultimo, il mondo del lavoro. Nel dettaglio: per gli attuali lavoratori senior “la tecnologia migliora la qualità del lavoro” (77%), “ottimizza i tempi necessari per svolgere le attività lavorative” (60%) e “permette di fare cose che altrimenti non si riuscirebbero a fare” (58%).

Non si smette mai di imparare

Per affrontare i cambiamenti, poi, gli over 60 dichiarano che sia necessario mantenersi al passo con i tempi. Le eventuali difficoltà in ambito lavorativo si sono avute per varie ragioni, a cominciare  dalla scarsa dimestichezza con le nuove tecnologie (38%), direttamente correlata alla “mancanza di una formazione adeguata da parte dell’azienda per l’uso dei nuovi strumenti” (31%). A seguire “il crescente utilizzo dell’inglese o di altre lingue non conosciute” (35%) e il “doversi rimettere ad imparare” (36%) connesso alla inadeguatezza delle competenze acquisite negli anni. Proprio per questo, il 74% del campione vorrebbe partecipare a corsi per l’apprendimento delle nuove tecnologie e il 49% desidera un maggior coinvolgimento nei momenti di incontro e confronto aziendale.

Studio Ipsos: Google, Amazon e Whatsapp sono i marchi più influenti

E’ Google il primo della classifica fra i The Most Influential Brands 2019, lo studio annuale che Ipsos, intervistando 4.550 italiani, realizza per scoprire quali siano i marchi in grado di influenzare maggiormente la vita delle persone. Sul podio, alle spalle del colosso di Mountain View, ci sono Amazon e Whatsapp. Alle loro spalle, marchi di primissimo piano come, nell’ordine, PayPal, Microsoft, YouTube, Samsung, FaceBook, Mulino Bianco e Visa. Rispetto all’anno scorso, la composizione del podio è invariata, mentre FaceBook è scesa dal quinto all’ottavo posto, forse per effetto dello scandalo Cambridge Analytica.

Esce Ikea (nel 2018 decima e ora tredicesima) mentre arriva il Mulino Bianco, unica azienda italiana del food presente nella top ten (nel 2018 solo diciannovesima). Instagram è al quarto posto per la Generazione Z (15- 21 anni), ma non compare in nessun’altra top ten per fasce di età. Netflix è al decimo posto per la Gen Z e alla sesta posizione per i Millennial (22-35). Nutella che pur non comparendo nel ranking generale, è al sesto posto per la GenZ, al nono per i Millennial e al decimo per i Boomers, cioè le persone tra i 53 e i 71 anni. 

I parametri che decretano il “potere”

Sono Trustworthy (fiducia, affidabilità), Engagement (coinvolgimento), Leading Edge (innovazione, capacità di far tendenza), Corporate Citizenship (impegno e ruolo sociale), Presence (presenza) i cinque fattori presi in esame da Ipsos per determinare l’influenza di una marca. Anche nel ranking MIB 2019 i fattori che più pesano nel far sì che un brand venga considerato influente dai consumatori sono la capacità dell’azienda di saper coinvolgere (30%), la sua propensione all’innovazione (27%) e la fiducia e il senso di affidabilità delle persone rispetto al brand (26%). Non stupisce quindi che nella top ten siano presenti ancora una volta tutti i big della digital economy e del tech.

Aumenta il peso dell’impegno sociale

Tra i cambiamenti più significativi all’interno delle opinioni espresse dagli intervistati spicca la crescita costante verso tematiche universali, quali ad esempio l’ambiente, i diritti umani e la gender equality. L’opinione pubblica e in generale le persone iniziano a chiedere alla politica, alle istituzioni, ai decison makers e quindi anche alle aziende, un’assunzione di responsabilità verso questi temi.  A riprova di questa tendenza in atto, nell’edizione 2019 dello studio ben il 60% degli italiani afferma infatti di sentire il bisogno di aziende che svolgano un ruolo attivo in ambito sociale, culturale e politico. Ai brand si chiede di prendere posizione senza temere le conseguenze: lo pensa il 62% degli intervistati d’accordo nell’affermare che se un’azienda sceglie di prendere una posizione forte su un tema sociale o politico non deve temere di perdere consenso o parte della clientela. Anzi, il 79% crede che sia possibile per una marca sostenere una buona causa e guadagnare allo stesso tempo.

Facebook, Corte Ue: stretta sui contenuti considerati equivalenti a quelli illeciti

Arriva una sentenza della Corte Ue che potrebbe rendere più complicato il controllo sui contenuti dei social media. In estrema sintesi, la Corte si è espressa affermando che prestatori di servizi di hosting come Facebook sono tenuti a rimuovere anche i contenuti identici o equivalenti a un contenuto già giudicato illecito. Sempre l’organismo europeo ha motivato la decisione sostenendo che una richiesta simile da parte della magistratura non viola le disposizioni della direttiva europea sul commercio elettronico e può applicarsi a livello mondiale nell’ambito del diritto internazionale. Ovvero, un giudice Ue può imporre che un contenuto venga rimosso o bloccato anche a livello internazionale.

Il caso da cui è partito tutto

Questa sentenza è il frutto di un iter che prende il via dall’azione legale intentata dall’austriaca Eva Glawischnig-Piesczek, presidente del gruppo parlamentare dei Verdi, contro Facebook Ireland dinanzi ai giudici austriaci. “L’esponente verde aveva chiesto di ordinare a Facebook di cancellare un commento pubblicato da un utente lesivo del suo onore nonché affermazioni identiche o dal contenuto equivalente” riporta l’Ansa, spiegando i fatti. “E la Corte suprema austriaca aveva chiesto alla Corte di giustizia Ue di interpretare la direttiva sul commercio elettronico per capire come applicare la norma”. Quindi, i giudici possono ingiungere a un prestatore di servizi di hosting, anche nel caso in cui “non sia responsabile delle informazioni memorizzate qualora non sia a conoscenza della loro illiceità”, di cancellare le informazioni illecite o di disabilitare l’accesso alle medesime. Tuttavia, nella sentenza “i giudici comunitari ricordano però anche che la normativa Ue vieta di imporre a un prestatore di servizi di hosting di sorvegliare, in via generale, le informazioni da esso memorizzate o di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite. Tutto ciò premesso, la Corte ha quindi sentenziato che un giudice di uno Stato membro può ingiungere a un prestatore di servizi di hosting di rimuovere le informazioni da esso memorizzate e il cui contenuto sia identico a quello di un’informazione precedentemente dichiarata illecita o di bloccare l’accesso alle medesime, qualunque sia l’autore della richiesta di memorizzazione di siffatte informazioni. Inoltre, la magistratura nazionale può chiedere di rimuovere le informazioni oggetto dell’ingiunzione o di bloccare l’accesso alle medesime a livello mondiale, nell’ambito del diritto internazionale pertinente, di cui spetta agli Stati membri tener conto”.

La risposta di Facebook

“Speriamo che i tribunali adottino un approccio proporzionato e misurato, per evitare di limitare la libertà di espressione” ha commentato Facebook attraverso una nota. Che riporta ancora: “Questa sentenza  solleva interrogativi importanti sulla libertà di espressione e sul ruolo che le aziende del web dovrebbero svolgere nel monitorare, interpretare e rimuovere contenuti che potrebbero essere illegali in un determinato Paese. Su Facebook abbiamo già degli standard della Comunità che stabiliscono ciò che le persone possono e non possono condividere sulla nostra piattaforma e un processo in atto per limitare i contenuti che violano le leggi locali”. E ancora: “Questa sentenza si spinge ben oltre, mina il consolidato principio secondo cui un Paese non ha il diritto di imporre le proprie leggi sulla libertà di parola ad un altro Paese. Inoltre, apre la porta ad obblighi imposti alle aziende del web di monitorare proattivamente i contenuti per poi interpretare se sono ‘equivalenti’ a contenuti ritenuti illegali. Per ottenere questo diritto i tribunali nazionali dovranno prevedere definizioni molto chiare su cosa significhino ‘identico’ ed ‘equivalente’ concretamente”.

Corporate Social Responsibility, sconosciuta per 8 italiani su 10

Quanto sanno gli italiani di CSR, ovvero Corporate Social Responsibility? A dire la verità, non moltissimo, anche se comunque vorrebbero essere informati sui comportamenti di responsabilità sociale dei brand che utilizzano. Entrando più nel merito, scopriamo che la CRS è conosciuta solo dal 20% degli italiani, che dichiara di sapere esattamente di cosa si tratta. Una percentuale non particolarmente alta, emersa da un’indagine BVA Doxa volta a misurare il livello di conoscenza e il valore attribuito alle politiche di CSR di aziende e istituzioni. Sebbene in questi ultimi mesi i temi relativi a sostenibilità sociale e ambientale siano divenuti decisamente più “caldi”, l’argomento è per certi versi ancora un mistero per 8 italiani su 10.

Un po’ di scetticismo unito a un alto grado di interesse

Anche chi conosce perfettamente il significato di CSR mostra qualche segnale di scettismo. Fra chi infatti sa cosa sia la CSR il 47% – circa una persona su due – ritiene che le attività di CSR “siano operazioni di facciata e non concrete”. D’altro canto, è ampia anche la percentuale di chi si interessa al tema, malgrado il contesto di limitata conoscenza e valorizzazione delle attività specifiche di CSR. Il 33% degli italiani, infatti, ritiene “molto importante” essere messo al corrente della condotta di responsabilità sociale dei brand di cui è cliente. La percentuale sale all’84% considerando anche chi ritiene questa informazione “abbastanza importante”. 

L’interpretazione dei ricercatori

“Il quadro delineato dalla ricerca BVA Doxa mostra un atteggiamento disincantato da parte degli italiani nei confronti della CSR” ha commentato Simone Pizzoglio, Head of Finance & Utilities di BVA Doxa che ha curato la ricerca. “Ma i risultati emersi non devono essere interpretati come un disinteresse tout court, quanto piuttosto come una scarsa conoscenza della materia e dell’impatto che la responsabilità sociale delle imprese avrà sulla nostra società negli anni a venire”. E ha aggiunto: “La CSR sta diventando una scelta ineludibile per le imprese e per le istituzioni, nonché un elemento reputazionale essenziale in grado, da un lato, di determinare il successo di brand e prodotti e, dall’altro, di promuovere il ruolo attivo delle aziende nel miglioramento dell’intera società”. 

Come superare lo scetticismo

Per vincere quel fondo di scetticismo che aleggia nell’opinione pubblica, esiste una strada definita. “Occorre implementare strategie e obiettivi che siano lineari e concretizzarli con azioni tangibili e coerenti” ha precisato Pizzoglio. “In questo percorso, la comunicazione gioca un ruolo fondamentale: le iniziative vanno ‘raccontate’ piuttosto che ‘celebrate’. Servono dati certi su quanto fatto, come e perché e con quali risultati». Gli ambiti d’intervento potenziali sono numerosi: ambiente, diritti umani, tutela del lavoro, welfare e molto altro ancora. 

Tradimento e smartphone: un report svela le app “pericolose”

I nostri telefoni sono sempre più depositari della nostra vita: attraverso i device, infatti, conserviamo e tracciamo tutte le nostre abitudini. Comprese quelle “a rischio”, tradimenti inclusi. Per avvalorare questa tesi, arriva ora un report condotto da Anstel Telecomunicazioni, che ha svelato quali siano le App, apparentemente innocue, che possono invece svelare possibili tradimenti. Partendo dal fatto che, oggi, in circa il 40% delle cause di separazione in Italia, WhatsApp è presente come prova. Ma le applicazioni che potrebbero salire sul banco degli imputati sono molte di più: ecco a quali fare particolare attenzione, considerato che le app possono scambiare una quantità enorme di informazioni sui posti frequentati, i siti visitati e raccogliere moltissime tracce digitali…

Google Maps e le altre con la geolocalizzazione

Non far sapere dove ci si trova è una delle prime regole da rispettare se non ci si vuole far beccare. Ecco perché tra le app causa di litigi e guai di coppia spicca Google Maps (e tutti gli altri sistemi di navigazione): se la geolocalizzazione è attiva, vengono registrati in Cronologia tutti gli spostamenti degli ultimi mesi del telefono, inclusi nomi di ristoranti, alberghi e locali pubblici.Per lo stesso principio anche le app dedicate allo sport possono rivelare informazioni riguardo gli spostamenti, poiché la geolocalizzazione è usata per tracciare le performance dei runner.

Occhio ai messaggi

Se WhatsApp è oramai utilizzata  dalla maggior parte della popolazione, e per questo accessibile e “rischiosa”, esistono delle altre app di messaggistica più discrete. Tra i sistemi di messaggistica alternativi spiccano Viber e Telegram, che sembrano lo strumento più utilizzato in questo momento da chi vuole tenere private le proprie conversazioni. La ragione? Sono meno diffuse e conosciute dal grande pubblico e consentono di cancellare automaticamente i messaggi dopo pochi minuti.

Fenomeno in crescita tra i più giovani

Forse perché più digitali rispetto alle generazioni precedenti, i giovanissimi sono capaci di “manipolare” la loro doppia vita virtuale. Ad esempio, tra i ragazzi è in forte aumento il trend di creare profili falsi sui social per poter comunicare con eventuali ammiratori sfuggendo al radar del partner. In molti casi il profilo falso è utilizzato per testare l’affidabilità del partner stesso e metterlo alla prova facendo avances ed invitandolo ad un finto incontro.

Crescono anche i reati

La mania di controllo, unita alla gelosia, fa sì che le persone – anche inconsapevolmente – commettano dei reati per cercare di scoprire cosa nasconda il partner sul proprio device. Ad esempio, installando software spia su telefoni altrui, un comportamento per cui è stato recentemente condannato un uomo di 57 anni.

Acquistare sui social media, solo il 31% dei consumatori si fida

Più del 90% dei consumatori ha timore di acquistare sui social media, ma quasi un terzo li utilizza per fare compere online. La maggior parte dei consumatori è preoccupata soprattutto per la sicurezza dei pagamenti (59%), la qualità dei prodotti (56%), la sicurezza dei dati personali (55%), e l’acquisto di un prodotto falso (47%).

Si tratta dei risultati del report di MarkMonitor, società del gruppo Clarivate Analytics, specializzata nella protezione dei brand aziendali. La ricerca è stata condotta dalla società di sondaggi Vitreous World su un campione di 2.603 consumatori di cinque paesi (Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti), per valutare esperienze e opinioni sullo shopping online, la sicurezza e il ruolo dei brand.

Il timore della contraffazione e la reputazione del brand

Secondo la ricerca i timori riguardo agli acquisti sui social media sembrano giustificati. Il 31% dei consumatori sostiene di aver involontariamente comprato prodotti contraffatti e, tra questi, il 23% ha effettuato l’acquisto sui social.

Inoltre, il 63% dei consumatori crede che i brand, i marketplace online e le piattaforme di social media non facciano abbastanza per proteggerli dai contraffattori, dalle frodi e dai criminali informatici.

In ogni caso, il fattore che più influenza la decisione di acquisto è la reputazione del brand (55%), seguita dalle valutazioni di altri utenti (48%) e dal livello di gradimento di amici e familiari (34%). Per quasi un quarto degli intervistati (23%) gioca un ruolo importante anche il suggerimento da parte di celebrità e influencer.

Il 66% ha fiducia nelle informazioni fornite e il 30% paga con la carta di credito

La ricerca ha rivelato inoltre che i consumatori si fidano di alcuni aspetti dello shopping sui social media. Due terzi (66%) degli acquirenti non dubita delle informazioni mostrate dai siti di shopping sui social media, mentre il 30% non ha problemi a utilizzare la propria carta di credito per effettuare un acquisto. 

Gli intervistati hanno dichiarato che i prodotti comprati più frequentemente sui social media sono abbigliamento, accessori elettronici e per la casa, mentre non comprerebbero mai altre categorie di beni o servizi come gioielli (27%), prenotazione delle vacanze (27%), prodotti per la salute (26%) e biglietti per eventi (24%).

Le aziende devono salvaguardare gli acquirenti e la propria reputazione

“Indipendentemente da dove decidano di fare acquisti online, i consumatori rimangono il principale bersaglio dei contraffattori e si aspettano dai brand e dalle piattaforme social una maggiore attenzione verso la sicurezza”, afferma Chrissie Jamieson, Vicepresidente Marketing di MarkMonitor. Per salvaguardare gli acquirenti e la propria reputazione le aziende quindi devono includere anche le piattaforme di social media nelle strategie di protezione del brand online. “Molte piattaforme social si sono già attivate per difendersi dalla vendita di prodotti contraffatti – continua Jamieson – e stanno costantemente migliorando le proprie strategie per rilevare e denunciare i falsi, ma i consumatori ritengono che tutte le parti interessate debbano fare di più in futuro”.

Italia, paese gentile con i visitatori: siamo i quarti in Europa

Gli italiani sono universalmente riconosciuti come persone amabili e accoglienti e anche le ultime classifiche non fanno eccezione. Arriva infatti un’indagine che ha monitorato le risposte fornite dai viaggiatori a fine vacanza per scoprire quali siano i paesi più amichevoli con i visitatori. Tra le domande più ricorrenti, oltre a un giudizio su alloggio, cibo e posti visitati, c’’è anche quella sulla gentilezza delle persone e la disponibilità ad accogliere gli stranieri: e qui l’’Italia e gli italiani ne escono più che bene. Infatti, secondo il motore di ricerca di voli e hotel Jetcost, il nostro è uno dei paesi più accoglienti d’Europa: almeno così la pensa il 67% dei turisti. La Francia, invece, è vista come la meno ospitale. Lo studio ha coinvolto 3.500 persone, tutte di età superiore ai 18 anni e che fossero andate in vacanza almeno due volte negli ultimi tre anni.

Le nazioni più “carine” e quelle meno

In assoluto lo scettro del luogo più amichevole va ai Paesi Bassi, considerato una terra di persone cortesi dal 73% del campione. Seguono poi Portogallo (70%), Spagna – (69%) e al quarto posto l’Italia, con il 67% dei voti. Al contrario, i paesi europei giudicati più inospitali o “ostili” per i turisti sono risultati la Francia, l’Ungheria e la Svizzera.

Cosa piace dell’Italia

Oltre alla posizione positiva in classica, è interessante scoprire quali siano le motivazioni che hanno portato i viaggiatori europei a dare una valutazione positiva allo Stivale e alla sua gente. Le risposte più votate sono state, nell’ordine: “Sono stati molto accoglienti e amichevoli” 49%; “Hanno cercato di iniziare una conversazione con me” 38%; “Sorridevano tutti e facevano battute” 30%; “Hanno cercato di insegnarmi le loro abitudini” 25%; “Mi hanno invitato ad assaggiare i loro piatti tipici” 17%.

E cosa invece piace agli italiani

Per quanto riguarda i turisti italiani e le loro vacanze in Europa (500 intervistati), il 62% ha dichiarato che quando viaggia all’estero ama fare amicizia con la gente del posto, anche se la stragrande maggioranza (75%) ha detto che preferisce parlare con un connazionale (probabilmente per difficoltà linguistiche) piuttosto che con uno straniero. Solo il 17% preferirebbe non avere a che fare con altri italiani. Da Jetcost hanno commentato: “Non sorprende che l’Italia sia tra i paesi più amichevoli d’Europa, il senso dell’umorismo degli italiani, la semplicità, la solarità e la cordialità sono ben note in tutto il mondo. Ma è interessante notare che agli italiani piace fare amicizia con gli stranieri quando sono all’estero, anche se molti preferiscono ancora unirsi ai propri connazionali”.

Imprese, difficile trovare il personale adatto: 1 posizione su 4 è scoperta

In un momento in cui si parla tanto della difficoltà di trovare un’occupazione, specie per i giovani, emerge un altro dato sorprendente, che ribalta la visione del mercato del lavoro. In sofferenza sarebbero anche le aziende, che fanno fatica a coprire 1 posizione su 4 per mancanza di figure professionali adatte.

“Vacante” un milione di posti di lavoro

Stando così  lo scenario, non sorprende che in Italia oltre un milione di posti di lavoro (1 su 4, appunto) resti scoperto per la mancanza di figure adeguate. “Uno scandalo” ha commentato Piero Ichino, giurista, giornalista e politico italiano durante il recente convegno organizzato da Inaz, realtà italiana attiva nella produzione software ed erogazione servizi per l’amministrazione e la gestione delle risorse umane.

La formazione per vincere le sfide dell’occupazione

“La formazione efficace come diritto della persona” è stato il titolo del convegno, che ha acceso i riflettori sul “non senso” della disoccupazione giovanile. Ciò che non funziona nel nostro Paese sono proprio orientamento e formazione: “Eppure, in un mondo in cui tutto cambia a una velocità impressionante – ha sottolineato Linda Gilli, presidente e amministratore delegato di Inaz – la formazione, che deve essere permanente, funziona come primario fattore di protezione per il mondo del lavoro. Le imprese devono considerarla un investimento fondamentale, mentre i lavoratori stessi non devono sentirsi mai “arrivati”, ma devono essere sempre pronti ad accrescere le proprie competenze”.

Formazione in azienda

In Italia solo un diplomato su tre delle scuole tecniche, a due anni dal diploma, fa un lavoro coerente con quanto studiato (Eduscopio, 2018). Secondo Pietro Ichino, che ha fotografato ritardi e mancanze del nostro sistema assieme a Osservatorio Imprese Lavoro Inaz, “In Italia mancano i servizi indispensabili per un passaggio facile dalla scuola al lavoro, dall’orientamento al monitoraggio del tasso di coerenza tra formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi, con un gravissimo pregiudizio che pesa sulle attività manuali”. Come affrontare il problema? Sempre Ichino ha indicato un’azione da realizzare subito, cioè monitoraggio e misurazione dell’efficacia della formazione, incrociando e confrontando dati oggi frammentati e sparsi. Mentre lo Stato dimostra una grave lentezza nell’adottare soluzioni efficaci, il mondo imprenditoriale sperimenta da sé nuove soluzioni. “È vero che le aziende vorrebbero trovarsi persone già preparate da inserire velocemente; ma è anche vero che formarle “in casa” può essere un vantaggio, perché il processo di affiancamento arricchisce sia i nuovi entrati, sia i senior, che si scambiano vicendevolmente competenze e idee. Perché abbiamo parlato di formazione come diritto soggettivo della persona, ma è indispensabile anche un’altra cosa: il desiderio di migliorarsi e crescere” ha ribadito Linda Gilli.

Come cambiare lavoro. I consigli dell’headhunter

Dal punto di vista professionale è a settembre che inizia il nuovo anno. Ma se non siamo soddisfatti del lavoro attuale cosa possiamo fare per reinventarci e trovarne uno nuovo? Il primo consiglio è tracciare una linea di demarcazione precisa tra un’insoddisfazione insanabile e una leggera stanchezza. Una cosa è avere piccole aree di insoddisfazione, altra cosa è tornare a lavorare dopo le vacanze e sentire il peso di una montagna insormontabile da scalare. Nel primo caso, elaborare e risolvere le piccole aree di insoddisfazione non è difficile, nel secondo è necessario prendere atto che è opportuno effettuare alcuni cambiamenti, ma senza essere precipitosi.

Il consiglio arriva da Roberto D’Incau, headhunter & coach, nonché Ceo e fondatore di Lang&Partners, la società di consulenza HR italiana.

A volte il disagio è il segnale di un malessere più profondo

Il mantra “quasi quasi mi licenzio” vale sempre, “ma il mio consiglio è porsi un orizzonte temporale di almeno sei o dodici mesi per non fare scelte sbagliate”, spiega D’Incau . Cambiare non è facile, anche se siamo consapevoli di dover lavoro. La prima cosa da fare quindi è fare un vero e proprio bilancio, personale e professionale. “A volte il disagio verso il lavoro è infatti solo la punta di un iceberg, il segnale di un malessere più profondo che investe altre aree della nostra vita – continua l’headhunter -. Capita molto più spesso di quanto non si pensi, si dice ‘basta, voglio cambiare lavoro’ e invece si dovrebbe dire ‘basta, voglio cambiare vita’.

Non sempre è necessario cambiare azienda

Fare la diagnosi giusta perciò è già un primo passo verso la “guarigione”. Fare chiarezza, insomma, e chiedersi se davvero è quel lavoro che non ci fa stare bene. La seconda cosa da fare è ragionare con un’ottica non immediata, ma prospettica.

“Cerca di capire cosa non va esattamente: sei poco motivato, hai problemi relazionali in azienda, senti il peso del lavoro giornaliero?”, aggiunge D’Incau. A volte inserire una giornata settimanale di smartworking fa bene, oppure chiedere al proprio capo o a Hr di essere spostato su altri progetti o a un settore diverso. Non sempre è necessario cambiare azienda.

Se è arrivato il momento di tagliare il cordone ombelicale

Se invece è arrivato davvero il momento di una svolta bisogna elaborare una strategia di cambiamento del lavoro. Ma una volta presa la decisione non bisogna precipitarsi nel rimettersi in gioco, ma mantenersi decisi e preparasi bene alla svolta.

“Il lavoro dei sogni forse non esiste, ma se pensi con terrore a un altro anno identico col tuo lavoro, o con i tuoi colleghi, col tuo capo, è davvero arrivato il momento di tagliare il cordone ombelicale”, sottolinea D’Incau. A volte l’affetto che si prova per l’azienda o i colleghi “impedisce di prendere quella decisione che un headhunter invece consiglia sempre – sostiene D’Incau – mai rimanere nella stessa azienda per più di dieci anni”. Un po’ di energia nuova serve sempre, anche al lavoro.

Italia, quarto paese al mondo per attacchi informatici

L’Italia è sotto attacco, almeno da parte dei cybercriminali. Ad affermarlo è il rapporto ‘Evasive Threats, Pervasive Effects’, di Trend Micro Research, azienda che si occupa di sicurezza informatica, e che piazza il nostro paese al quarto posto al mondo per questo tipo di frodi nel primo semestre 2019. “L’Italia è il quarto paese al mondo per attacchi informatici con malware, virus malevoli, e il dodicesimo per quelli con ransomware, quei virus che prendono in ostaggio i dispositivi e bisogna poi pagare un riscatto ai cybercriminali per riavere il dati” riporta il report.

La fotografia di un paese nel mirino

Nel corso dei primi sei mesi di quest’anno, ricorda ancora il rapporto, nel nostro paese sono stati intercettati 9,4 milioni di malware e sono arrivate oltre 225 milioni di minacce informatiche via mail. I primi posti del brutto podio per  diffusione di malware sono occupati da Stati Uniti, Giappone e Francia. A livello mondiale la minaccia più rilevata è rappresentata dai virus malevoli per il cryptomining, che coniano criptovalute all’insaputa degli utenti sottraendo illecitamente risorse di sistema di un dispositivo oggetto dell’attacco. E aumentano gli attacchi mondiali di tipo ‘fileless’ (cresciuti del 265%), minacce non visibili come i malware. Si tratta di attacchi che non coinvolgono l’installazione di nessun file malevolo sull’hard disk, ma colpiscono la memoria dei computer della vittima. Questa tecnica silenziosa è usata, appunto per il mining delle criptovalute, i ransomware e i trojan bancari che sottraggono credenziali nel corso di operazioni finanziarie online.

Oltre 9 milioni di attacchi a casa nostra

In Italia, il numero totale di malware intercettati nella prima metà del 2019 è di 9.336.995, riporta il blog di Micro Research. Con queste cifre,  siamo quarto Paese più colpito al mondo. Sul podio Stati Uniti, Giappone e Francia. Siamo inoltre il dodicesimo Paese più colpito al mondo con una percentuale di attacchi del’1,96%. In Europa L’Italia perde il triste primato mantenuto per tutto il 2018 ed è seconda solo alla Germania.

L’identikit di sei mesi di attacchi

Salvatore Marcis, Technical Director Trend Micro Italia, ha reso noto i numeri rilevati nel semestre esaminato. “Le minacce arrivate via mail sono state 225.602.240 e gli URL maligni visitati sono stati 3.886.272” scrive Marcis sul blog. “Il numero di app maligne scaricate nella prima metà del 2019 è di 12.660, in crescita rispetto alle 10.662 della prima metà del 2018” Sempre nel periodo esaminato, “sono stati 2.146 i malware di online banking che hanno colpito l’Italia. In crescita rispetto ai 1.901 del primo semestre 2018”. Conclude con i dati globali: “In tutto il mondo, abbiao bloccato nel primo semestre un totale di 27 miliardi di minacce, 6 miliardi in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il 91% di queste minacce è entrato nelle reti attraverso la posta elettronica. Per mitigare questo genere di minacce avanzate è necessario una smart defense profonda, capace di correlare i dati attraverso i gateway, le reti, i server e gli endpoint, per identificare e fermare l’attacco al meglio”.